Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

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Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

Rapporto ONU, senza dubbi “Il pianeta si sta scaldando”

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Montagne nevePresentati oggi i dati a Stoccolma sul cambiamento del clima. Dal quinto rapporto emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”.

 

La scienza suona le campane e chiama a raccolta la politica, per presentarle lo stato del clima del pianeta. “Gli occhi del mondo sono rivolti a Stoccolma”, sottolinea Ban Ki-moon, “per conoscere il rapporto sulla più grande sfida mondiale”. È il Summary for policy makers dell’IPCC, documento di sintesi considerato da Michel Jarraud, guida dell’Organizzazione meteorologica mondiale WMO, “cruciale per la negoziazione sul cambiamento climatico”.

“Il milione di parole e circa 1.200 grafici che costituiscono il rapporto completo sulle scienze fisiche”, sottolinea Thomas Stocker co-chair del gruppo che ha prodotto il documento, “sono ridotte all’essenzialità di 10 grafici e circa 13.000 parole”.

I rapporti del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico, che non conduce studi in proprio, sono basati su quanto pubblicato dalle riviste scientifiche di tutto il mondo. Rayendra Pachauri, chair dell’IPCC, evidenzia che i 2/3 delle 9.200 pubblicazioni prese in considerazione sono state pubblicate dopo il 2007, data del IV rapporto IPCC (AR4).

Quel documento è noto per aver indicato in modo “inequivocabile” che il pianeta si stava scaldando. Ora con il quinto rapporto (AR5) emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”. La probabilità di tale relazione è aumentata nel tempo, passando dal 66% (2001), al 90% (2007) e arrivando ora oltre la soglia del 95%.

Ciò grazie all’affinamento della conoscenza scientifica, che nell’AR5 ha fatto passi da gigante in termini di affinamento dei modelli e di disponibilità di dati. Impressionante il quadro descritto nel documento. Da metà del secolo scorso i livelli dei mari sono cresciuti a un tasso maggiore di quello degli ultimi due millenni, registrando 19 cm in più dall’inizio del ‘900. Le ultime tre decadi si sono succedute con record continui di temperatura da quando esistono i termometri.

Gli oceani, che arrivano ad assorbire oltre il 90% dell’energia accumulata nel sistema, hanno visto aumentare, dal 1971 al 2010, la propria temperatura negli strati più superficiali di 0,11 °C per decennio. Anche se in modo minore, la temperatura è aumentata anche negli strati più profondi. I ghiacci continentali, dell’Artico e della Groenlandia attraversano una fase di continua riduzione della loro estensione e il tasso è aumentato ulteriormente nel primo decennio del 2000.

Su questo argomento, è inevitabile la domanda sull’incremento di estensione dei ghiacci artici registrato quest’anno, rispetto al 2012. Stocker ha ipotizzato possibili legami con alcune cause di variabilità naturale, quali la forte attività vulcanica degli ultimi 5 anni, o il possibile incremento di assorbimento di energia da parte degli oceani. Ha però evitato di dare eccessivo peso alla cosa perché la variabilità annuale non ha alcun significato per la scienza del clima, dove l’unità di misura minima è il decennio. Importanti modifiche dell’AR5, rispetto all’AR4, anche sul fronte dei modelli previsionali. Gli scenari di emissione non sono più costruiti sulla base di possibili modelli di sviluppo, quindi dei valori di emissione, ma sulla concentrazione di gas serra in atmosfera. Si evita così di avere dei fattori, come il grado di assorbimento della CO2 da parte degli oceani, che complicano i modelli previsionali.

Altra novità è che lo scenario peggiore, in cui l’inattività umana potrebbe portare alla fine del secolo a un aumento del livello degli oceani di oltre 60 cm e di circa 4 °C della temperatura, è stato affiancato da due di stabilizzazione e uno di riduzione delle emissioni. Quest’ultimo potrebbe contenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia di 1,5 °C e del livello degli oceani a circa 40 cm. Ciò è possibile contenendo la concentrazione della CO2 sotto i 421 ppm, sfida molto impegnativa, visto che siamo ormai prossimi ai 400 ppm.

Il documento dell’IPCC, passa ora nelle mani dei politici che si incontreranno a Varsavia nel prossimo incontro dell’UNFCCC di metà novembre. Difficile prevedere quanto ne terranno in considerazione, ma difficilmente potranno ignorare il numero 421.

Effetto serra e cattiva informazione

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Giorni di freddo e conclusioni sbagliate

Puntualmente ogni inverno con l’abbassarsi delle temperature cresce il desiderio di demolire le evidenze del cambiamento climatico. Giusto un anno fa era toccato al Corriere della Sera sostenere che i ghiacci avevano invertito la tendenza degli ultimi decenni di riduzione di superficie e spessore, ritornando improvvisamente ai valori del 1979. Peccato che la realtà fosse ben diversa e la notizia solo il risultato di una serie di errori, a partire da quello iniziale di un blogger americano, smascherato in rete dopo un paio di giorni.

Quest’anno è Giuseppe de Bellis su il Giornale a indicare l’ondata di freddo prenatalizia quale evidenza che il surriscaldamento globale è una teoria non credibile e di cui non esiste alcuna prova.

Purtroppo per de Bellis, e per noi tutti, il cambiamento climatico è un fenomeno inequivocabile su cui non vi sono dubbi residui. Del resto tutti i Paesi del mondo, inclusa l’Arabia Saudita che avrebbe evidenti interessi contrari, discutono solo di come e quanto ridurre le emissioni di gas serra, essendo ormai superato da tempo il dibattito sulla necessità di farlo.

Ritenere poi che alcune isolate giornate fredde possano mettere in discussione l’intero fenomeno, è solo la dimostrazione di una gran confusione tra i concetti di meteo e clima.

Alla Conferenza di Copenhagen il Segretario Ge- nerale del Wmo, l’organizzazione meteorologica mondiale, Michel Jarraud invitava a non fare que- sto errore perché l’analisi del clima nel tempo non può essere effettuata attraverso il verificarsi di sin- gole giornate fredde o calde, ma solo con l’analisi della tendenza della temperatura media su un periodo di tempo maggiore, almeno decennale.

E i dati storici, da quando esistono misurazioni umane affidabili, lasciano poco spazio alla fantasia. L’ultimo decennio è stato il più caldo di sempre, superando il precedente che a sua volta aveva superato quello del 1980-89, evidenziando quindi un preoccupante trend di continua crescita.

Misurazioni oggettive evidenziano anche una pre- occupante riduzione dei ghiacci nel pianeta ed au- mento del livello del mare, in linea con le peggiori previsioni fatte in passato dall’Ipcc, organismo che i negazionisti si ostinano a considerare scientifica- mente poco credibile.

Conoscendo una serie così impressionante di dati effettivamente misurati, risulta difficile capire co- me si possa ancora mettere in discussione l’esistenza del cambiamento climatico, portando a sostegno delle proprie tesi pochi dati puntuali e molta emotività, approccio più consono ai commenti di una partita di calcio che all’analisi di un così critico tema scientifico.

Più caldo di ieri, meno di domani

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I dati sulla temperatura del 2009 del Wmo, l’organizzazione meteorologica mondiale, hanno silurato la polemica sul furto e la diffusione delle mail personali di alcuni climatologi dell’East Anglia. Al cosiddetto “Climate Gate” sembra credere ormai solo l’Arabia Saudita, che non ha mai fatto mistero di temere la riduzione di Pil dovuta alle minori vendite di petrolio di un’economia a basso contenuto di carbonio.
Michel Jarraud, Segretario Generale del Wmo, evita ogni polemica ma precisa come le tre principali serie di dati internazionali, pur gestite in modo indipendente mostrano il medesimo risultato: non vi è dubbio che il pianeta sta attraversando un percorso di riscaldamento.
Lo confermano i dati del 2009 che, anche se evidentemente basati per gli ultimi mesi su una proiezione, portano ad una stima di circa +0,44 C rispetto alla media del trentennio 1961-1990 e lo posizionano al 5° posto tra gli anni più caldi dal 1850.
Jarraud puntualizza però che un singolo dato annuale non può essere considerato significativo, quasi a ricordare che come una rondine non fa primavera, così un anno più caldo o freddo non indica una variazione sul clima. Si registreranno ancora singole estati e inverni più freddi, ma questi episodi saranno meno frequenti. Così come è normale che si verifichi una variabilità geografica. Non stupisce pertanto che Canada e Usa abbiano registrato temperature più basse della media, mentre i dati relativi all’Italia, presentati ieri da Isac-Cnr, registrino una temperatura di 1.15 C maggiore di quella del trentennio 1961-1990.
Il dato realmente significativo che supporta la certezza di Jarraud rispetto alla fase di riscaldamento giunge invece dal confronto dei dati medi su base decennale. Emerge così come l’ultimo decennio sia stato il più caldo di sempre, superando il precedente che a sua volta aveva superato quello del 1980-89, in un trend di continua crescita.