Decision time in Durban, outcome as yet unclear

The 9th of December will be remembered as an historical date for the fight against climate change–either for the better or for the worse. The choice lies fully in the hands of ministers and heads of state involved today, and probably tonight, in the final plenary of the COP 17 in Durban and in the decision whether to save the Kyoto Protocol (KP) and the rest of the UN multilateral process or to simply let the KP expire.

Less than 24 hours before the end of the Durban Conference, it would appear that a large majority of countries is in favour of the II Commitment period of the KP and of a further legally binding commitment meant to involve a larger number of countries and emissions controls than the KP. But it is as yet unclear if this can be turned into a consensus-based decision valid for all.
Annie Petsonk, the representative of the NGO Environmental Defence Fund, identifies three possible options for the legal form a new commitment might take.
– The first one, very similar to the EU proposal, is a new Protocol with negotiations starting next year and to be adopted by COP 20 (2014) or by COP 21 (2015).
– The second one is a legally binding instrument, less stringent than the Protocol, without any timetable to conclude the work: this proposal is close to the US position.
– The last one, and the weakest, would involve simply a decision about the next steps: this option appears as the least likely, as it would signify the failure of the multilateral process.

Negotiations continued during the night of 8 December and from the delegates there is positive feedback for an agreement and even rumours of new margins for Russia and Japan to be part of the II Commitment period of the KP.
Karl Hodd, Grenada’s Minister for Foreign Affairs and Chair of AOSIS (Alliance of Small Island States), reminded everyone of the reason for this meeting during his Thursday speech in the High Level section. “We must lift our sights and not let national interest overtake global interests. I want to challenge you today to demonstrate to the world over the next few days that we have that political will.” He also warned participants to behave in an honourable way: “Let us not speak one thing outside the negotiating room and another inside the room.” Another AOSIS country, Fiji, asked all parties to support a stronger commitment. Samuela Saumatua, Minister for local government, urban development, housing and environment of the island, remarked that “Durban presents a unique chance to renew faith in the multilateral process.”
Hodd used less diplomatic language during the AOSIS press conference, underlining that “there is not enough seriousness in this negotiation,” adding: “if we believe there is a problem on the planet, why don’t we address it?”
This is a feeling shared by many participants. During the same press conference, Saumatua said that in Fiji “we have to relocate people due to costal erosion. It is not a fairy tale, it is reality.” References to the very real consequences of climate change come from several other countries, including the Maldives, Tuvalu, Iceland, Venezuela, Papua New Guinea and Iraq. Most of the speeches in the High Level section sent a clear message: stop the talking and start acting. Soon.
Hood pointed out that scientists are asking for decisive action before 2017 and that there is no point in postponing pledges until after 2020: “We totally reject the hypothesis of 2020. Waiting is a disaster.”
Venezuela used its time to link global warming to capitalist economies. “The market is the problem, not the solution,” said Claudia Salerno Caldera, the special envoy for Climate Change. She repeated what Hugo Chavez said in Copenhagen two years ago. “If climate change had been a bank it would already have been saved…; it is not possible to have money to save the banks and pay for wars but not for climate change and for life”, she said, receiving a loud round of applause.
The urgent plight of some countries was summarized thus by Amberoti Nikora, the Minister of the Environment of Kiribati, a group of islands in the Pacific Ocean: “I hope you’ll have the opportunity to visit my country and to see our children before it is too late.”

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Clima, il Giappone apre la guerra al patto di Kyoto

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Il vertice di Cancun sempre più in salita. Ieri il Giappone ha annunciato la propria indisponibilità a continuare ad aderire al protocollo di Kyoto dopo il 2012. La posizione Ue, unica nota positiva.

Dalla conferenza di Bali del 2007, il negoziato internazionale sul clima delle Nazioni Unite si svolge su due tavoli paralleli. Nel primo vengono discussi gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che i Paesi sviluppati aderenti al Protocollo di Kyoto dovranno adottare oltre il 2012. Il secondo ha invece lo scopo di definire gli impegni degli altri Paesi, tra cui spiccano gli Usa, da sempre contrari a ratificare il Protocollo, e la Cina, che nel frattempo è diventata il primo emettitore mondiale.

IL FRONTE DEL NO

La possibilità di poter negoziare in un unico contesto gli impegni futuri dei principali paesi emettitori di gas serra è una richiesta più volte espressa da Paesi che aderiscono al Protocollo. A Cancun però il Giappone ha rotto ogni indugio diplomatico, dichiarando la propria indisponibilità «ad ogni condizione» a continuare ad aderirvi oltre il 2012. Immediata è giunta in Messico la reazione dei paesi della coalizione Alba di centro e sud America, capitanata dalla combattiva Claudia Salerno. L’inviata speciale del governo venezuelano si è dichiarata scandalizzata davanti alle affermazioni di alcuni delegati di Paesi occidentali che hanno dichiarato di preferire la spiaggia al negoziato, dando già per morto il Protocollo di Kyoto. Salerno lamenta come altri Paesi si facciano in realtà scudo della posizione giapponese per non voler palesare la propria contrarietà a questa parte del processo e ha chiesto un radicale cambio di posizione da parte loro, pena l’impossibilità di poter supportare alcun accordo in altre aree. I Paesi, non citati direttamente dalla venezuelana sono Canada, Russia e, probabilmente Nuova Zelanda.

Voci diplomatiche riservate di area Alba lasciano intendere come la netta posizione assunta venerdì in difesa del Protocollo di Kyoto, possa essere stata costruita per rinforzare il grande lavoro condotto dalla Ue per convincere i «Kyoto dubbiosi» a non affossare il Protocollo. Ciò andrebbe a conferma del ruolo indiscusso di leadership assunto dalla Ue a Cancun, supportato anche dai risultati della politica climatica intrapresa in questi anni. La Ue ha infatti ribadito di aver già raggiunto

in anticipo i propri obiettivi di Kyoto del 2012 e in un recente studio ha dimostrato la fattibilità tecnica ed economica di estendere dal 20 al 30% gli obiettivi per il 2020. Singolare invece come lo scontro di posizioni sul Protocollo di Kyoto sia stato minimizzato da Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’Unfccc, che non vede alcuna novità rispetto alla reiterazione di posizioni già manifestate, in modo meno eclatante, in passato. Ma è proprio la continua mancanza di novità rispetto al passato la notizia peggiore che poteva giungere da Cancun, concreta dimostrazione di una classe politica internazionale palesemente incapace di affrontare un tema globale come il cambiamento climatico.

L’ALLARME

Nel frattempo si moltiplicano i messaggi di allarme sullo stato del clima che giungono dalla comunità scientifica e dalle aree del pianeta già ampiamente colpite dagli impatti del cambiamento climatico. Impressionante la testimonianza dell’haitiana Coralie, testimonial dell’Unicef. A 14 anni ha già vissuto esperienze personali drammatiche come terremoto, uragani e alluvioni e confessa la paura che spesso prova la sera prima di addormentarsi, non sapendo quale altra calamità potrà riservagli il giorno successivo. In merito al cambiamento climatico, confessa di non sapere niente del negoziato, ma di comprendere molto bene le possibili conseguenze per il suo futuro.

L’accordo non c’è. Ma si “prende nota”

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L’assemblea Onu non vota. E il documento finale del summit, nonostante le assicurazioni di Ban Ki-moon, non è vincolante se non per i paesi che lo vogliano.

Loro dicono di averlo realizzato, ma non è vero», dice Kim Christansen, leader mondiale del Wwf, replicando ai media che annunciano l’Accordo di Copenhagen.

Si parla del documento prodotto venerdì nell’incontro ristretto di capi di stato e di governo in una serie di incontri informali all’interno della Conferenza dell’Unfccc. Per recepirlo all’interno della Convenzione sul clima è necessaria l’approvazione all’unanimità in Plenaria.

Il documento calato dall’alto e privo di contenuti ambiziosi è stato ieri però bloccato per l’opposizione di Tuvalu e di alcuni paesi del sud America. Non bastano dieci ore tra trattative e sospensioni tecniche per superare il dissenso. Ci mette del suo anche Rasmussen, la cui presidenza è definita dal capo delegazione dell’Arabia Saudita la peggiore nella sua esperienza.

La settimana precedente Kevin Conrad, capo delegazione della Papua Nuova Guinea, aveva proposto di cambiare le regole di voto per evitare simili situazioni di impasse ma, ironia della sorte, era stato bloccato proprio da chi ora vorrebbe non tenere conto del dissenso di Tuvalu.

L’Unfccc mette in movimento i propri esperti legali per trovare una soluzione. Alla nuova apertura dei lavori, chi prende temporaneamente il posto di Rasmussen, in 30 secondi, con una sorta di blitz, recepisce il documento con la formula «prende nota».

Ban Ki-moon dichiara fatto l’accordo, aprendo teoricamente la strada all’interno dell’Unfccc per rendere operative le azioni previste nel documento. Di fatto si tratterebbe della prima volta di un testo che viene calato dall’alto e diventa operativo senza passare dal dibattito puntuale della plenaria e del gruppo di lavoro. Tra l’altro verrebbe meno la tanto sbandierata trasparenza della presidenza danese, visto che il processo non ha visto il coinvolgimento di tutti i paesi.

Immediata la levata di scudi contro l’interpretazione di Ban Ki-moon e di alcuni paesi. La rappresentante venezuelana sottolinea che «prendere nota» significa solo recepire l’esistenza di un documento a cui chiunque può decidere di aderire volontariamente, ma al di fuori dell’Unfccc.

Un documento sul clima che non fosse parte del tavolo Onu sui cambiamenti climatici si svuoterebbe però di ogni significato politico. I giganti della terra rischiano così di rimetterci la faccia, per il solito colpo di fionda di un Davide impertinente.

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.

Summit di Barcellona. I paesi africani fermano tutto ‘Ora impegni chiari’

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Gli ultimi cinque giorni in preparazione della conferenza danese di dicembre, in cui la comunità internazionale dovrà decidere come contrastare il cambiamento del clima, hanno improvvisamente acquisito i contorni del vero negoziato. A rompere le fila è stata il gruppo dei paesi africani che, con Bolivia e Venezuela, ha deciso di bloccare i lavori di uno dei principali tavoli di lavoro, quello sul Protocollo di Kyoto. Che sia stata una decisione difficile lo si legge chiaramente dalle facce tese dei rappresentanti africani: finché tutti i paesi sviluppati non dichiareranno quanto intendano ridurre le proprie emissioni entro il 2020 è inutile cercare un accordo su tutti gli altri temi collegati: uso del suolo, uso delle foreste e meccanismi flessibili di mercato. Vengono così bloccati i lavori di cinque sottogruppi: «I paesi sviluppati hanno difficoltà a mettere i loro numeri sul tavolo? Ma questa per noi è una questione di vita o di morte – dice Grace Akumu direttore del Climate Network Africa – il nostro continente emette dal 3 all’8% delle emissioni ma è quello che ne soffre di più gli impatti». Il messaggio è rivolto principalmente a Canada, Russia e Usa che, secondo Kim Carstensen, responsabile clima di Wwf, «debbono dichiarare i propri obiettivi e sbloccare i negoziati». È Kamel Djemouai, sottosegretario al Ministero dell’ambiente algerino e coordinatore del gruppo africano nei negoziati, a spiegare: se non si impegna chi ha firmato il protocollo di Kyoto, è difficile chiedere lo facciano gli Usa. «L’Africa e i paesi in via di sviluppo è già pronta ad assumersi le proprie responsabilità – continua Djemouai, ma i paesi sviluppati continuano a scappare dalle loro responsabilità». Il sostegno alla posizione dei 51 paesi africani, Bolivia e Venezuela, giunge anche da tutti 130 paesi che fanno parte del gruppo «G77 e Cina». Ma forse la preoccupazione ancora maggiore e che venga messo a rischio l’esistenza stessa del Protocollo. «Il 2012 termina solo il primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto ed in cui dovranno entrare in vigore gli impegni di riduzione per il periodo successivo – ricorda Di-Aping – il suo valore rimane a tutti gli effetti vincolante per il futuro». Chi vuol affossare Kyoto? Dice Tove Ryding, Greenpeace Danimarca: «Inconcepibile quel che dice il primo ministro Rassmussen, disponibile a un accordo politicamente vincolante al posto di uno legalmente vincolante. L’unico strumento legalmente vincolante è il Protocollo di Kyoto e non ha senso cercare di metterlo in discussione». Voci informali riportano però come all’interno della Ue ci sia chi vorrebbe andare oltre il Protocollo di Kyoto, tra cui per ragioni diverse alcuni paesi dell’est, la Gran Bretagna e l’Italia. Il rappresentante Ue Anders Turesson rassicura: continueremo a operare entro il Protocollo di Kyoto. E le principali Ong chiedono che a Kyoto si affianchi un nuovo Protocollo di Copenhagen. Ora in molti si augurano che il blocco dei lavori, evento che gli esperti ricordano non accadere dal 2000 quando fu attuata dai rappresentanti delle piccole isole, riesca ad imprimere il cambio di velocità necessario. Altrimenti le conseguenze rischiano di essere molto gravi.