Trattativa ancora aperta

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stampa ragazzaVARSAVIA – Sono proseguiti tutta la notte, com’era prevedibile, gli incontri allo stadio nazionale di Varsavia. Dopo l’entusiasmo di ieri sera per il successo dell’approvazione del pacchetto legato al REDD+, per contrastare la deforestazione del pianeta, il negoziato ora è concentrato sui temi fondamentali per l’accordo di Parigi del 2015. Si tratta degli impegni di riduzione delle emissioni dei singoli paesi (ADP), l’operatività del Green Climate Fund e il finanziamento di breve e lungo periodo, oltre alla creazione di un organismo dedicato alla gestione del meccanismo di Loss and Damage. I progressi che sembravano consolidarsi ieri notte sul fronte degli aspetti finanziari e sul Loss and Damage erano condizionati ai possibili avanzamenti in parallelo sul testo dell’ADP, comprensivi di tempi e impegni di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati e in via di sviluppo.

La necessità di gestire tutti questi aspetti in modo bilanciato è emersa, forse in modo inconsapevole, quando il Presidente della COP19, Marcin Korolec, ha parlato di “pacchetto” di decisioni. I paesi sviluppati in blocco hanno però chiesto di gestire in modo separato le singole tematiche, probabilmente per evitare che l’ipotesi di una possibile opzione “prendere o lasciare” potesse spingere alla creazione di possibili incrinature nel blocco dei paesi in via di sviluppo. È proprio in questa direzione che sta muovendo la propria strategia negoziale la Ue, con il probabile supporto anche degli USA, disposta a offrire maggiore attenzione alle richieste dei paesi più poveri, ma intenzionata a mantenere una posizione intransigente su quanto chiedere ai paesi emergenti, ormai ampiamente emersi, come la Cina. Molto ruota ancora attorno all’ADP, dove la possibilità di consolidare una posizione condivisa sembra essere, in questo momento, lontana dal potersi realizzare.

Sul Loss and Damage, tema tanto caro ai paesi meno sviluppati e agli abitanti delle piccole isole oceaniche, è uscito nella giornata di oggi il primo testo ufficiale. Una piccola novità, probabilmente destinata a interessanti evoluzioni future, è l’introduzione del concetto di gestione del rischio. È stato, inoltre, proposto il nome di Warsaw international mechanism, all’ambito che dovrebbe gestire in futuro l’intero ambito del Loss and Damage. Il condizionale anche in questo caso è d’obbligo, perché tutto può ancora succedere oggi, e probabilmente anche nella giornata di domani.

Le ore senza sosta di discussione tra i diversi paesi iniziano intanto a mettere a dura prova la resistenza fisica dei partecipanti. Chi non è direttamente coinvolto in queste fasi negoziali può approfittare delle zone meno frequentate della conferenza per schiacciare un pisolino rigenerante, in qualche giaciglio improvvisato. I delegati chiamati a costruire le possibili decisioni condivise sono invece sempre più facilmente distinguibili dalle facce stremate. La speranza è che la stanchezza renda più morbide le posizioni di tutti e possa aiutare a costruire il necessario consenso. Tutti gli epiloghi però, in questo momento, resta ancora possibili a Varsavia.

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La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

Via gli incentivi al “fossile” I partiti italiani concordano

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Stampa ONGVARSAVIA – In attesa di conoscere l’esito finale della COP19 è già possibile trarre una prima conclusione da Varsavia. L’energia ha assunto il ruolo della protagonista del negoziato. Non solo in termini postivi per la centralità che merita il tema, ma anche per il rischio che il settore finisca per esercitare un’azione di lobby troppo forte sul processo dell’UNFCCC.

“Perché alle conferenze dell’OMS è vietata la pubblicità delle sigarette e alle COP sul clima è permessa la sponsorizzazione delle fonti fossili”, chiede la giornalista di Democracy Now a Ban Ki-moon, il quale giustifica la scelta con la necessità di avere un processo inclusivo di tutti nel processo. Anche la capo delegazione polacca, Beata Jaczewska, interpreta come elemento democratico la grande presenza dell’industria del carbone alla COP19, contestata dalle ONG.

Il problema è che, come ricorda Dirk Notz del Max Planck Institute, “per riuscire a restare al di sotto dei 2 °C di aumento di temperatura è necessario che l’80% dei combustibili fossili ancora disponibili rimanga sotto terra”. Ne è cosciente Connie Hedegaard che manifesta la volontà di spostare gli incentivi dalle fonti fossili alle rinnovabili, oggi ancora in rapporto di 6 a 1 a favore delle prime.

Per capire meglio la posizione italiana sull’argomento, abbiamo chiesto il punto di vista di due Deputati e un Senatore, componenti delle rispettive Commissioni Ambiente, presenti a Varsavia.

On. Mariastella Bianchi, Pd, è giunto il momento di attuare questo spostamento di incentivi?

Dobbiamo fare un’operazione di trasparenza verso le fonti fossili. In Italia abbiamo il doppio della potenza installata rispetto al fabbisogno, e ciò comporta un aumento del costo dell’energia. Oggi paghiamo di più l’energia di notte per compensare i costi delle centrali ferme, mentre paghiamo di meno il costo dell’energia di giorno grazie alle fonti rinnovabili. È sfatiamo questo mito che l’energia in Italia costa il 30% in più a causa delle rinnovabili. Vi era lo stesso maggior costo rispetto all’Europa anche prima che partissero le rinnovabili in Italia.

Ma il suo partito vuole promuovere lo spostamento degli incentivi a favore delle rinnovabili?

Si, c’è bisogno di ribilanciare gli incentivi, oggi a favore delle fonti fossili. Ovviamente la cosa va fatta in modo pianificato, per non creare effetti negativi al sistema economico.

Il Movimento 5 Stelle, On. Massimo De Rosa, condivide l’idea di incentivare maggiormente le rinnovabili?

Noi siamo in favore allo spostamento di tutti gli incentivi a favore delle rinnovabili. Basta che ciò non sia realizzato attraverso un sistema di incentivi a pioggia. Ad esempio, non crediamo la scelta giusta sia realizzare dei grandi impianti a biomassa. Si tratta di interventi che, una volta venuta meno la spinta degli incentivi, sono destinati alla chiusura. Tra l’altro, pensiamo che gli impianti di piccola taglia dovrebbero avere un raggio limitato di approvvigionamento delle materie prime, al fine di garantire la sostenibilità della produzione energetica. Dobbiamo però sottolineare che nel governo non vi è una posizione comune. Insieme alle spinte positive a favore dello spostamento degli incentivi, vi sono quelle che la pensano in modo completamente diverso.

È d’accordo, Sen. Gianpiero Dalla Zuanna, Scelta Civica?

Si, all’interno del governo c’è chi ha posizioni più attente a questi temi e chi le ha più focalizzate su aspetti legati alla produzione. Da parte nostra c’è la volontà politica per spostare gli incentivi dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Ovviamente bisogna fare attenzione a come ciò verrà attuato, perché la cosa non è banale da realizzare. Non possiamo dall’oggi al domani togliere gli incentivi ai camionisti, senza pensare che ciò potrà avere delle ripercussioni sull’intero settore.

Sembra che siate tutti d’accordo, Mariastella Bianchi, dobbiamo sperare in una rapida evoluzione su questo tema?

La realtà è che tutti i partiti sono caratterizzati da una maggiore o minore consapevolezza e accettazione su problematiche così complesse e articolate. Purtroppo su questo tema non dovrebbero esserci dubbi e sul fronte degli incentivi alle rinnovabili la visione corretta è quella espressa dai membri delle Commissioni Ambiente.

 

Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

La lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità

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VARSAVIA – All’interno dello stadio nazionale di Varsavia i ministri giunti da tutto il mondo stanno discutendo le sorti del pianeta. Mentre la conferenza sul clima procede nel consueto clima di incertezza, gli eventi climatici estremi di questi giorni sembrano rafforzare il senso di urgenza per decisioni concrete.

Il tifone Hayian nelle Filippine pochi giorni prima dell’avvio della COP19, poi i numerosi tornadi nel midwest in USA e infine l’evento alluvionale che ha messo in ginocchio la Sardegna.

Ministro Orlando, cosa sta succedendo?

«È innegabile che gli episodi che siamo stati abituati a vedere come eccezioni, quali le abbondanti piogge in tempi limitati che hanno colpito la Sardegna in questi giorni, stanno diventano la regola. È ormai un dato strutturale che impone consapevolezza e capacità di adattamento.»

Ma il clima è l’unico responsabile di quanto accaduto nell’isola?

«Se da una parte c’è un aumento di violenza dei fenomeni atmosferici, dall’altra esiste un problema di gestione del territorio. A partire dalla minore manutenzione delle aree extraurbane legata all’abbandono delle attività agricole, a come sono stati forzatamente regimentate le acque o a come e quanto abbiamo cementificato il territorio in questi anni.»

Secondo WWF Italia, a ogni miliardo stanziato nel nostro paese per la prevenzione sul territorio vi è stata una spesa di oltre 2,5 miliardi per riparare i danni. Non è il caso di invertire la rotta e iniziare a investire nella prevenzione?

«Sicuramente sì. La prevenzione è un modo per evitare il debito futuro. Sul dissesto idrogeologico stiamo ripetendo l’errore fatto in passato con la finanza pubblica. Si accumula un debito che viene scaricato sulle generazioni future.»

Su questo s’innesta la bozza della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentata lo scorso ottobre.

«Il documento resterà aperto fino a dicembre alla consultazione delle parti interessate. Deve poi essere supportato, anche economicamente, come la più grande vera opera infrastrutturale del paese. Dobbiamo cambiare paradigma. A cosa serve realizzare nuove infrastrutture, se poi ogni anno una parte di strade, case, versanti, ponti e ferrovie viene distrutta a causa del dissesto idrogeologico. Per non parlare delle vite umane.»

Ma non è che la strategia nazionale di adattamento rischi di restare il libro delle buone intenzioni? Stridono le cifre. Per il 2014 sono stati stanziati 30 milioni per il rischio idrogeologico nazionale, quando per gestire l’emergenza dei soccorsi in Sardegna ne sono stati spesi 20.

«Vi è senza dubbio un problema di risorse. Sarebbe stato, infatti, ragionevole stanziare quest’anno 500 milioni di euro, invece di 30. Però vi è anche il problema della gestione della spesa. Solo una parte dei due miliardi messi a disposizione è stata poi effettivamente speso. Questo è legato anche al Patto di Stabilità, che ritengo debba essere rivisto in modo più intelligente. A livello Ue deve essere modificato, in modo di non conteggiare la parte relativa alla lotta al dissesto idrogeologico. Ma in attesa che ciò possa essere realizzato, dobbiamo a livello nazionale fare si che la lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità. In questo momento tra la realizzazione di una piazza e gli interventi di sistemazione di un fiume, sono  più importanti quest’ultimi. Anche se possono garantire dei minori ritorni in termini di consenso immediato.»

Cosa sarebbe cambiato in Sardegna se fosse già stata applicata la Strategia nazionale di adattamento?

«Molto. Perché la Strategia punta a costruire una convivenza con il rischio legato ai cambiamenti climatici. Ciò porta a modificare l’organizzazione delle attività sociali, l’utilizzo dei mezzi di informazione e il modo in cui si costruisce, si produce e ci si muove. Alcune cose le abbiamo introdotte con la legge presentata a giugno sul consumo del suolo. Il testo prevede che si possa costruire solo se prima è stato utilizzato il patrimonio edilizio esistente e non consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente degli enti locali.

C’è bisogno di coniugare il tema di un nuovo modello di sviluppo, che guardi nel lungo periodo. E non c’è tempo da perdere.»

 

Orlando: “Ambiente, ma anche redistribuzione”

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unita orlandoVARSAVIA – In occasione degli Stati generali della Green Economy a Rimini, qualche settimana fa, il Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando aveva sottolineato l’importanza di creare un nuovo Patto sociale per affrontare i grandi temi ambientali, tra cui il cambiamento climatico. Azione fondamentale per riuscire a coinvolgere tutti gli attori in gioco e per creare un collegamento tra le diverse generazioni, al fine di poter attuare programmi capaci di andare oltre i singoli mandati elettorali. Progetto quantomeno ambizioso, visto che nelle ultime due campagne elettorali il tema del cambiamento climatico non era visibile nei programmi di nessuno degli schieramenti in campo. “Ha ragione – risponde qui a Varsavia il titolare dell’Ambiente – C’è difficoltà a superare una cultura che contrappone ambiente e sviluppo. A cogliere il fatto che uno sviluppo sostenibile è uno sviluppo duraturo, in grado di meglio conservare anche gli investimenti. E le conseguenze positive si potranno registrare tanto sul fronte ambientale, che sociale. C’è bisogno di coniugare il tema di un nuovo modello di sviluppo anche con quello della redistribuzione del reddito e delle risorse. Questa è una visione che dovrebbe essere perseguita con forza.

Qualcosa in più che pensare solo all’ambiente…

È forse anche una grande occasione per porsi una domanda di fondo. Il capitalismo così come si è strutturato nel tempo, con la sua accentuazione finanziaria proiettata sul breve termine, regge ancora? O è invece il caso di ripensarlo, senza evocare utopie, in ottica nella quale il riconoscimento del valore non viene semplicemente attribuito nel breve termine ma si sposta su un arco temporale più lungo, coinvolgendo anche i settori popolari. Non a caso i paesi che stanno vincendo la sfida globale hanno acquisito uno sguardo lungo.

Ad esempio?

Pensiamo alla Cina che si accaparra i terreni per la produzione agricola in Africa o i fondi di investimento che iniziano ad acquistare le risorse idriche. Sarebbe paradossale se la politica arrivasse anche questa volta dopo la finanza. La politica deve riacquistare uno sguardo lungo che troppo spesso non riesce ad avere.

A proposito di sguardi lunghi. Avremo mai un Ministro del clima in Italia?

Credo sia una riflessione seria da fare. Basta che non sia il pretesto per l’eliminazione del Ministero dell’Ambiente. Storicamente questo ministero ha svolto un’azione di presidio, piuttosto che innervare trasversalmente le politiche. Finché tale obiettivo non sarà raggiunto, l’ipotesi di smontare il MATTM senza essere certi di avere la forza di incidere verso una cultura che non è ancora cambiata, avrebbe lo stesso effetto di smontare una difesa senza essere in grado di incidere nei processi in attacco. Il Ministero del clima sarebbe importantissimo, ma non in alternativa a quello dell’Ambiente.

Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.