C’è l’intesa alla Conferenza sul Clima di Lima

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Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti
14/12/2014
DANIELE PERNIGOTTI

La COP 20 a Lima ha rischiato di fallire, mettendo in crisi non solo l’accordo mondiale sul clima atteso per il 2015 a Parigi, ma l’esistenza stessa dell’UNFCCC, il tavolo delle Nazioni unite dedicato al cambiamento climatico.

É stata l’esplicita minaccia del capo delegazione USA, Todd Stern, quando sembrava che la proposta di sintesi promossa dai due co-chair non fosse in grado di trovare il supporto necessario.

Solo il lavoro di cesello dell’abile Presidente della COP 20, il ministro dell’Ambiente peruviano Manuel Pulgar Vidal, è riuscito a produrre una revisione del testo capace di trasformare il dissenso in un’approvazione per acclamazione.

Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti.

Elemento centrale dell’accordo è innanzitutto la predisposizione della prima bozza di lavoro del possibile accordo di Parigi. Un documento di 37 pagine allegato alla decisione di Lima che contiene un gran numero di opzioni molto diverse tra loro. Vi è un’enorme mole di lavoro da fare per arrivare all’atteso protocollo o trattato finale, ma è sicuramente un percorso gestibile rispetto alle circa 300 pagine con cui si erano aperti i lavori di Copenhagen. Come sia andata allora lo ricorda il Ministro Fabius, nominando in modo scaramantico il fantasma del fallimento della conferenza del 2009.

La versione finale del documento proposto da Pulgar Vidal fa un paio di concessioni all’ampio blocco di paesi in via di sviluppo che si erano inizialmente opposti al documento proposto dai co-chair. è stato eliminato il sistema di valutazione previsto per il 2015 degli impegni di riduzione delle emissioni presi su base volontaria. Inoltre, è previsto che il futuro accordo di Parigi abbia un approccio bilanciato degli aspetti di mitigazione delle emissioni con quelli di adattamento. In sostanza i paesi in via di sviluppo si assicurano cosi di avere degli aiuti economici dai paesi più ricchi per introdurre piani e azioni in grado di limitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Proprio sul fronte dei finanziamenti arriva un’altra importante novità da Lima. Prende sostanza, oltre che forma, il Green Climate Fund, che ha finalmente raggiunto e superato la prevista somma di 10 miliardi di dollari all’anno. A sorpresa Messico, Colombia e Perù, sebbene non tenuti a contribuire al GCF in quanto paesi in via di sviluppo, hanno depositato nel fondo complessivamente 22 milioni di dollari ed è atteso che questa azione volontaria stimolerà ad le contribuzioni future da parte dei paesi sviluppati. Si dovrà infatti arrivare al 2020 con una disponibilità nel GCF di 100 miliardi di dollari all’anno.

Il tema nodale in previsione dell’accordo di Parigi resta però ancora il bilanciamento degli impegni all’interno del blocco dei paesi più ricchi e rispetto alle economie emergenti, tenendo in considerazione che sulla base delle decisioni attuali tali impegni saranno stabiliti su base volontaria dai diversi paesi. è importante però segnalare che rispetto al passato è stata superata negli ultimi anni la netta differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Adesso entrano in gioco in modo più fluido concetti come la responsabilità storica sulle emissioni, la capacità di intervento e le specifiche circostanze nazionali.

Sicuramente attorno alla diversa interpretazione di questi termini avrà luogo buona parte della dura negoziazione nel 2015. Fabius è convinto che, nonostante i numeri non sembrino essere dalla sua parte in termini di confronto tra le riduzioni delle emissioni attese e quelle al momento presentate dai principali paesi, l’accordo di Parigi riuscirà ad essere tanto ambizioso da mantenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C. Ha anche ribadito come non ci si possa permettere un piano B per il clima. Lo stesso diceva Yvo de Boer prima della conferenza di Copenhagen nel 2009. Speriamo che dopo Parigi non si debba iniziare a pensare ad un piano C.

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Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

Un Codice della Strada su misura per la bici?

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Il 10 e l’11 maggio la Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente; novità in vista per la mobilità sostenibile nel nuovo Codice allo studio del governo

Strade italiane come quelle del nord Europa. la stampa biciPoche auto in lento movimento, pedoni cheattraversano sereni i passaggi zebrati e una moltitudine di biciclette che sfrecciano in una fitta rete di piste ciclabili.

Non è il sogno di chi, per scelta o necessità, affronta ogni giorno la pericolosa invadenza delle auto, ma il progetto di mobilità sostenibile che dovrebbe vedere la luce con la riforma del Codice della strada. Ne parla il Sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo, prima firmataria della proposta, in occasione della Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente il 10 e 11 maggio. “Il nuovo Codice è attualmente in discussione alle Commissioni parlamentari e riconoscerà alla bicicletta un ruolo centrale nella mobilità urbana. A Firenze abbiamo scelto di festeggiare l’evento nella giornata di sabato, invece che domenica, proprio per sottolineare come la bici debba essere protagonista della mobilità urbana e non un semplice mezzo di svago”.

Si parte dalle parole. Chi cammina e usa la bicicletta non sarà più considerato un utente debole, ma vulnerabile, per evidenziare il legame in termini di sicurezza con i comportamenti altrui. Per questo si prevede di ridurre la velocità delle auto nelle strade urbane dai 50 ai 30 km/h. Un cambiamento in grado di ridurre in caso d’incidente il tasso di mortalità degli utenti vulnerabili dal 70 al 30%. Secondo Valerio Parigi, vice presidente FIAB, “si deve recuperare un ritardo cronico rispetto al resto d’Europa, perché da noi c’è lo strapotere dell’auto. Negli altri paesi in caso d’incidente l’onere della prova è inversamente proporzionale alle dimensioni del soggetto coinvolto, per tutelare gli utenti vulnerabili. In Italia se un bambino scende dal marciapiede e viene investito da un auto la colpa del bambino, nel resto della Ue la responsabilità e dell’autista.”

“Siamo la pecora nera d’Europa in termini di congestione”, continua il rappresentante FIAB, “con una media di 60 auto ogni 100 abitanti, quando Parigi ne conta 25 e Berlino, tra le peggiori città del continente, arriva a 40”.

Il nuovo Codice della strada dovrebbe rendere più semplice anche la realizzazione delle piste ciclabili, ma su questo fronte è necessario agire con decisione anche a livello amministrativo. “Abbiamo aperto un tavolo tecnico con le parti interessate, proprio con l’obiettivo di trarre insegnamento dalle migliori esperienze sviluppate a livello nazionale”, precisa Velo, “e fare partire in diversi Comuni i progetti ancora bloccati, anche se finanziati, in grado di favorire lo sviluppo delle smart city”. Per Parigi “bisogna intervenire rapidamente per correggere delle assurde distorsioni esistenti in alcuni Comuni che non hanno eguali nella Ue, come l’interruzione delle piste ciclabili davanti ai passi carrai o il divieto di pedalare liberamente nei sensi unici cittadini”.

Si spinge più in là Stefano Bonazzoli, presidente dell’associazione Propulsione umana, dedita alla promozione delle curiose bici in cui si pedala quasi da sdraiati. “Stiamo lanciando un velocipede carenato con la pedalata assistita che potrebbe cambiare in modo significativo la mobilità urbana. Già la bici reclinata sfrutta meglio la potenza delle gambe. Ad esempio, con una potenza di 250 W si possono tranquillamente superare i 40 km/h, rispetto ai 35 km/h sviluppabili dallo stesso ciclista con una bici da corsa. Aggiungendo la carenatura al mezzo si migliora l’aerodinamicità del mezzo e, quindi, l’efficienza della pedalata. Si possono così raggiungere addirittura i 70 km/h, per non parlare del record assoluto stabilito negli USA di 130 km/h, con una comodità neanche immaginabile per chi è abituato alle normali biciclette.” Bonazzoli ritiene che i nuovi velocipedi carenati siano la soluzione più semplice ed economica per il trasporto sostenibile di singole persone dotate di un modesto bagaglio. “L’obiettivo è di creare delle soluzioni personalizzate in logica modulare sulle singole esigenze, con un costo orientativo di 7.000 euro e un’autonomia di circa 70 km”.

Nel frattempo continuano a registrarsi segnali incoraggianti sulla crescita della mobilità ciclistica. “Mentre le federazioni del ciclismo sportivo perdono associati, anche a causa degli scandali legati al doping, negli ultimi 3-4 anni noi”, continua Parigi,”stiamo crescendo ad un tasso di circa il 10% annuo e ciò è sicuramente legato anche alla crescente diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto. Per contro il sistema ferroviario mostra sia nelle strutture e sia nei mezzi uno sconcertante disinteresse verso il trasporto ciclistico”.

Il nuovo Codice della strada punta anche a integrare maggiormente l’utilizzo della bicicletta con quello dei mezzi pubblici, ma quello del trasporto ferroviario resta un nodo difficile da affrontare in cui “regna l’incertezza per i treni regionali e sulla lunga percorrenza siamo costretti a fare affidamento ai soli vettori svizzeri e tedeschi che operano nel territorio nazionale.”

Importanti passi avanti potrebbe essere fatti anche con semplici azioni di scarso impatto economico, come attrezzare i sottopassaggi ferroviari di scivoli per le biciclette o comunicare la posizione del vagone per le biciclette, evitando ai ciclisti assurde corse lungo i binari affollati di passeggeri.

“Per fare questo è necessario che al Ministero dei trasporti comprendano come la bicicletta sia non solo un mezzo non inquinante, ma anche un potente strumento per diminuire la congestione del traffico”, ribadisce il vice presidente della FIAB, “e sarebbe auspicabile l’anno prossimo vederlo, a fianco del Ministero dell’ambiente, quale soggetto attivo della Giornata della bicicletta”.

Trattativa ancora aperta

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stampa ragazzaVARSAVIA – Sono proseguiti tutta la notte, com’era prevedibile, gli incontri allo stadio nazionale di Varsavia. Dopo l’entusiasmo di ieri sera per il successo dell’approvazione del pacchetto legato al REDD+, per contrastare la deforestazione del pianeta, il negoziato ora è concentrato sui temi fondamentali per l’accordo di Parigi del 2015. Si tratta degli impegni di riduzione delle emissioni dei singoli paesi (ADP), l’operatività del Green Climate Fund e il finanziamento di breve e lungo periodo, oltre alla creazione di un organismo dedicato alla gestione del meccanismo di Loss and Damage. I progressi che sembravano consolidarsi ieri notte sul fronte degli aspetti finanziari e sul Loss and Damage erano condizionati ai possibili avanzamenti in parallelo sul testo dell’ADP, comprensivi di tempi e impegni di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati e in via di sviluppo.

La necessità di gestire tutti questi aspetti in modo bilanciato è emersa, forse in modo inconsapevole, quando il Presidente della COP19, Marcin Korolec, ha parlato di “pacchetto” di decisioni. I paesi sviluppati in blocco hanno però chiesto di gestire in modo separato le singole tematiche, probabilmente per evitare che l’ipotesi di una possibile opzione “prendere o lasciare” potesse spingere alla creazione di possibili incrinature nel blocco dei paesi in via di sviluppo. È proprio in questa direzione che sta muovendo la propria strategia negoziale la Ue, con il probabile supporto anche degli USA, disposta a offrire maggiore attenzione alle richieste dei paesi più poveri, ma intenzionata a mantenere una posizione intransigente su quanto chiedere ai paesi emergenti, ormai ampiamente emersi, come la Cina. Molto ruota ancora attorno all’ADP, dove la possibilità di consolidare una posizione condivisa sembra essere, in questo momento, lontana dal potersi realizzare.

Sul Loss and Damage, tema tanto caro ai paesi meno sviluppati e agli abitanti delle piccole isole oceaniche, è uscito nella giornata di oggi il primo testo ufficiale. Una piccola novità, probabilmente destinata a interessanti evoluzioni future, è l’introduzione del concetto di gestione del rischio. È stato, inoltre, proposto il nome di Warsaw international mechanism, all’ambito che dovrebbe gestire in futuro l’intero ambito del Loss and Damage. Il condizionale anche in questo caso è d’obbligo, perché tutto può ancora succedere oggi, e probabilmente anche nella giornata di domani.

Le ore senza sosta di discussione tra i diversi paesi iniziano intanto a mettere a dura prova la resistenza fisica dei partecipanti. Chi non è direttamente coinvolto in queste fasi negoziali può approfittare delle zone meno frequentate della conferenza per schiacciare un pisolino rigenerante, in qualche giaciglio improvvisato. I delegati chiamati a costruire le possibili decisioni condivise sono invece sempre più facilmente distinguibili dalle facce stremate. La speranza è che la stanchezza renda più morbide le posizioni di tutti e possa aiutare a costruire il necessario consenso. Tutti gli epiloghi però, in questo momento, resta ancora possibili a Varsavia.

La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

La lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità

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VARSAVIA – All’interno dello stadio nazionale di Varsavia i ministri giunti da tutto il mondo stanno discutendo le sorti del pianeta. Mentre la conferenza sul clima procede nel consueto clima di incertezza, gli eventi climatici estremi di questi giorni sembrano rafforzare il senso di urgenza per decisioni concrete.

Il tifone Hayian nelle Filippine pochi giorni prima dell’avvio della COP19, poi i numerosi tornadi nel midwest in USA e infine l’evento alluvionale che ha messo in ginocchio la Sardegna.

Ministro Orlando, cosa sta succedendo?

«È innegabile che gli episodi che siamo stati abituati a vedere come eccezioni, quali le abbondanti piogge in tempi limitati che hanno colpito la Sardegna in questi giorni, stanno diventano la regola. È ormai un dato strutturale che impone consapevolezza e capacità di adattamento.»

Ma il clima è l’unico responsabile di quanto accaduto nell’isola?

«Se da una parte c’è un aumento di violenza dei fenomeni atmosferici, dall’altra esiste un problema di gestione del territorio. A partire dalla minore manutenzione delle aree extraurbane legata all’abbandono delle attività agricole, a come sono stati forzatamente regimentate le acque o a come e quanto abbiamo cementificato il territorio in questi anni.»

Secondo WWF Italia, a ogni miliardo stanziato nel nostro paese per la prevenzione sul territorio vi è stata una spesa di oltre 2,5 miliardi per riparare i danni. Non è il caso di invertire la rotta e iniziare a investire nella prevenzione?

«Sicuramente sì. La prevenzione è un modo per evitare il debito futuro. Sul dissesto idrogeologico stiamo ripetendo l’errore fatto in passato con la finanza pubblica. Si accumula un debito che viene scaricato sulle generazioni future.»

Su questo s’innesta la bozza della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentata lo scorso ottobre.

«Il documento resterà aperto fino a dicembre alla consultazione delle parti interessate. Deve poi essere supportato, anche economicamente, come la più grande vera opera infrastrutturale del paese. Dobbiamo cambiare paradigma. A cosa serve realizzare nuove infrastrutture, se poi ogni anno una parte di strade, case, versanti, ponti e ferrovie viene distrutta a causa del dissesto idrogeologico. Per non parlare delle vite umane.»

Ma non è che la strategia nazionale di adattamento rischi di restare il libro delle buone intenzioni? Stridono le cifre. Per il 2014 sono stati stanziati 30 milioni per il rischio idrogeologico nazionale, quando per gestire l’emergenza dei soccorsi in Sardegna ne sono stati spesi 20.

«Vi è senza dubbio un problema di risorse. Sarebbe stato, infatti, ragionevole stanziare quest’anno 500 milioni di euro, invece di 30. Però vi è anche il problema della gestione della spesa. Solo una parte dei due miliardi messi a disposizione è stata poi effettivamente speso. Questo è legato anche al Patto di Stabilità, che ritengo debba essere rivisto in modo più intelligente. A livello Ue deve essere modificato, in modo di non conteggiare la parte relativa alla lotta al dissesto idrogeologico. Ma in attesa che ciò possa essere realizzato, dobbiamo a livello nazionale fare si che la lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità. In questo momento tra la realizzazione di una piazza e gli interventi di sistemazione di un fiume, sono  più importanti quest’ultimi. Anche se possono garantire dei minori ritorni in termini di consenso immediato.»

Cosa sarebbe cambiato in Sardegna se fosse già stata applicata la Strategia nazionale di adattamento?

«Molto. Perché la Strategia punta a costruire una convivenza con il rischio legato ai cambiamenti climatici. Ciò porta a modificare l’organizzazione delle attività sociali, l’utilizzo dei mezzi di informazione e il modo in cui si costruisce, si produce e ci si muove. Alcune cose le abbiamo introdotte con la legge presentata a giugno sul consumo del suolo. Il testo prevede che si possa costruire solo se prima è stato utilizzato il patrimonio edilizio esistente e non consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente degli enti locali.

C’è bisogno di coniugare il tema di un nuovo modello di sviluppo, che guardi nel lungo periodo. E non c’è tempo da perdere.»

 

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.