L’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto? No. Ma ormai dobbiamo guardare avanti

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Nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, gli impegni presi con il Protocollo internazionale non sono stati rispettati. Intervista a Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni

27/07/2015
DANIELE PERNIGOTTI

È passato un anno dall’incontro in cui Ispra ha presentato i dati ufficiali delle emissioni nazionali di gas a effetto serra (GHG) del 2012. Veniva a completarsi così il quadro delle emissioni del quinquennio 2008-2012, necessario per chiarire il raggiungimento dell’obiettivo di Kyoto di tagliare del 6,5%, rispetto ai valori del 1990, le emissioni italiane. Purtroppo, nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, si è dovuto riconoscere il mancato soddisfacimento degli impegni presi con il Protocollo internazionale.

Alcuni recenti articoli sulla stampa italiana hanno però cercato di riaprire il dibattito sul raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Ne parliamo con Domenico Gaudioso, capo dell’unità ISPRA responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni GHG.

Gaudioso, ha ancora senso discutere sulla posizione dell’Italia rispetto a questi obiettivi.  

«No, non ha alcun senso. L’inventario nazionale è ormai congelato. È stato trasmesso all’UNFCCC e abbiamo già subito il riesame indipendente del Segretariato della stessa organizzazione, che ha confermato la correttezza dei dati che avevamo presentato».

E allora perché c’è ancora chi si ostina a mettere in discussione il “fallimento” dell’Italia?  

«Forse perché non è abbastanza chiaro il sistema di contabilizzazione delle emissioni. L’Ue ha scorporato le emissioni dei grandi impianti industriali dalla competenza nazionale, inserendole tutte all’interno del sistema ETS (Emission Trading Scheme, ndr). Le variazioni che hanno luogo in quell’ambito hanno una loro gestione autonoma che esce dal conteggio degli obiettivi nazionali di Kyoto. È un conteggio completamente separato».

Come ostinarsi a contare i gol in fuorigioco per decidere che ha vinto una partita?  

«Esatto. È proprio un altro contesto con proprie regole e sistema di contabilizzazione. La crisi economica ha fatto registrare una forte riduzione delle emissioni produttive all’interno dell’ETS, ma ciò non ha inciso sulla valutazione degli obiettivi di Kyoto».

Quali sono i prossimi passi per compensare il deficit di riduzioni di Kyoto?  

«Adesso siamo in un periodo denominato di “allineamento”, in cui è possibile fare acquisti e transizioni per colmare il deficit di mancate riduzioni delle emissioni ed entro il 2 gennaio 2016 bisogna predisporre il rapporto finale. Alcuni crediti sono già stati recuperati dall’Italia. Bisogna, inoltre, contabilizzare quelli maturati all’interno del Carbon Fund della Banca Mondiale».

L’inventario ha evidenziato degli andamenti positivi?  

«Sicuramente il fronte delle rinnovabili, in cui si sono registrati dei risultati inattesi anche solo fino a qualche anno fa. Del resto la tendenza di crescita delle rinnovabili in tutto il mondo ha già superato gli scenari più ottimisti. La capacità fotovoltaica installata a livello mondiale è nettamente superiore agli scenari d Greenpeace. Quella dell’eolico è sovrapponibile a essi».

L’Italia è in generale in linea con questa tendenza. Ora bisognerebbe iniziare a lavorare di più sulla gestione delle reti e sull’accumulo di energia.

Quali i settori in cui la situazione non è così rosea?  

«L’unico settore che ha fatto registrare una crescita netta delle emissioni di CO2 è quello residenziale e dei servizi. Il settore dei trasporti ha subito invece un aumento fino a metà dello scorso decennio e una riduzione invece negli anni successivi. Un contributo importante si deve alla diffusione della flotta di veicoli a minore emissione, ma l’andamento in questo settore sembra essere ancora troppo legato a quello del PIL».

Non esiste però solo la CO2 tra i GHG

L’N2O, legato principalmente al settore agricolo, registra dei valori in calo, mentre i gas fluorurati, pur essendo presenti in percentuali abbastanza basse, sono in continua crescita. Nel settore agricolo è anche importante registrare l’aumento dell’uso di biomassa da deiezioni animali, che porta alla riduzione delle emissioni di metano. Una forte riduzione delle emissioni di metano si registra anche per le discariche, grazie al minore invio in discarica dei rifiuti e al miglioramento del sistema di captazione del metano.

I miglioramenti registrati sono principalmente legati alla crisi economica o l’Italia ha davvero intrapreso il cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio?  

«La transizione è già in essere, anche se i risultati faticano a vedersi nel breve periodo e ancora meno sugli obiettivi di Kyoto. È più facile osservarla negli scenari di medio periodo al 2020 o al 2030. Si tratta di mutamenti strutturali nel sistema produttivo nazionale. In più vi sono l’espansione delle rinnovabili e il piano di efficienza energetica. Non dobbiamo aver timore di confermare che la transizione è stata avviata».

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C’è l’intesa alla Conferenza sul Clima di Lima

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Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti
14/12/2014
DANIELE PERNIGOTTI

La COP 20 a Lima ha rischiato di fallire, mettendo in crisi non solo l’accordo mondiale sul clima atteso per il 2015 a Parigi, ma l’esistenza stessa dell’UNFCCC, il tavolo delle Nazioni unite dedicato al cambiamento climatico.

É stata l’esplicita minaccia del capo delegazione USA, Todd Stern, quando sembrava che la proposta di sintesi promossa dai due co-chair non fosse in grado di trovare il supporto necessario.

Solo il lavoro di cesello dell’abile Presidente della COP 20, il ministro dell’Ambiente peruviano Manuel Pulgar Vidal, è riuscito a produrre una revisione del testo capace di trasformare il dissenso in un’approvazione per acclamazione.

Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti.

Elemento centrale dell’accordo è innanzitutto la predisposizione della prima bozza di lavoro del possibile accordo di Parigi. Un documento di 37 pagine allegato alla decisione di Lima che contiene un gran numero di opzioni molto diverse tra loro. Vi è un’enorme mole di lavoro da fare per arrivare all’atteso protocollo o trattato finale, ma è sicuramente un percorso gestibile rispetto alle circa 300 pagine con cui si erano aperti i lavori di Copenhagen. Come sia andata allora lo ricorda il Ministro Fabius, nominando in modo scaramantico il fantasma del fallimento della conferenza del 2009.

La versione finale del documento proposto da Pulgar Vidal fa un paio di concessioni all’ampio blocco di paesi in via di sviluppo che si erano inizialmente opposti al documento proposto dai co-chair. è stato eliminato il sistema di valutazione previsto per il 2015 degli impegni di riduzione delle emissioni presi su base volontaria. Inoltre, è previsto che il futuro accordo di Parigi abbia un approccio bilanciato degli aspetti di mitigazione delle emissioni con quelli di adattamento. In sostanza i paesi in via di sviluppo si assicurano cosi di avere degli aiuti economici dai paesi più ricchi per introdurre piani e azioni in grado di limitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Proprio sul fronte dei finanziamenti arriva un’altra importante novità da Lima. Prende sostanza, oltre che forma, il Green Climate Fund, che ha finalmente raggiunto e superato la prevista somma di 10 miliardi di dollari all’anno. A sorpresa Messico, Colombia e Perù, sebbene non tenuti a contribuire al GCF in quanto paesi in via di sviluppo, hanno depositato nel fondo complessivamente 22 milioni di dollari ed è atteso che questa azione volontaria stimolerà ad le contribuzioni future da parte dei paesi sviluppati. Si dovrà infatti arrivare al 2020 con una disponibilità nel GCF di 100 miliardi di dollari all’anno.

Il tema nodale in previsione dell’accordo di Parigi resta però ancora il bilanciamento degli impegni all’interno del blocco dei paesi più ricchi e rispetto alle economie emergenti, tenendo in considerazione che sulla base delle decisioni attuali tali impegni saranno stabiliti su base volontaria dai diversi paesi. è importante però segnalare che rispetto al passato è stata superata negli ultimi anni la netta differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Adesso entrano in gioco in modo più fluido concetti come la responsabilità storica sulle emissioni, la capacità di intervento e le specifiche circostanze nazionali.

Sicuramente attorno alla diversa interpretazione di questi termini avrà luogo buona parte della dura negoziazione nel 2015. Fabius è convinto che, nonostante i numeri non sembrino essere dalla sua parte in termini di confronto tra le riduzioni delle emissioni attese e quelle al momento presentate dai principali paesi, l’accordo di Parigi riuscirà ad essere tanto ambizioso da mantenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C. Ha anche ribadito come non ci si possa permettere un piano B per il clima. Lo stesso diceva Yvo de Boer prima della conferenza di Copenhagen nel 2009. Speriamo che dopo Parigi non si debba iniziare a pensare ad un piano C.

Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

Protocollo di Kyoto, flop Italia. Mancati gli obiettivi sulla CO2

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L’Ispra nell’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012 certifica il fallimento del nostro paese sugli obiettivi di Kyoto. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6
Il tempo delle stime e dei rapporti preventivi è ormai passato. L’Ispra ha messo oggi la parola definitiva sugli obiettivi del Protocollo di Kyoto, sottoscritti dall’Italia nel lontano 1997, presentando l’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012. E, purtroppo, si tratta di un fallimento. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6%.
Il dato sarà validato ufficialmente dall’UNFCCC, il tavolo ONU dedicato al cambiamento climatico, solo a settembre. Per Marina Vitullo, responsabile della parte dell’inventario relativo alle foreste, “c’è ancora la possibilità che il numero finale possa subire delle piccole modifiche a causa di alcune peculiarità specifiche del settore forestale, che prevedono una specifica verifica da parte dell’UNFCCC”. È difficile però che il nostro deficit delle emissioni si discosti molto dalle 16,9 milioni di tonnellate di CO2 di cui risultiamo oggi deficitari e che dovremo acquistare sul mercato. Si tratta di un vero e proprio debito economico di cui siamo responsabili perché, come ricorda Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra che ha redatto l’inventario, “dal 2011 esiste una legge che obbliga a riportare nel DEF anche questo bilancio di CO2”. La monetizzazione del nostro debito di CO2 è ipotizzata da Riccardo De Lauretis del gruppo di Gaudioso. “La quotazione di mercato della tonnellata di CO2 è variata ultimamente tra gli 0,25 e i 4 euro a tonnellata e mediamente si attesta su circa 1 euro”. Dobbiamo quindi mettere a budget per il pianeta circa 17 milioni di euro per il nostro eccesso di emissioni.

Vi è un aspetto particolare tra i sottoscrittori del Protocollo, specifico per i soli paesi Ue, e destinato a fare discutere i tecnici del settore. Tra le attività e le passività del bilancio emissivo di CO2 entrano in gioco quelle gestite nel sistema di scambio delle emissioni delle industrie, l’Emission trading europeo. Nel caso italiano lo strano mix di crisi economica, aumento dell’efficienza energetica in alcuni impianti e quote di CO2 assegnate in eccesso in altri ha di fatto trasferito un credito di circa 42 Mt di CO2 dal sistema paese alle aziende ETS, quantità che sarebbe stata sufficiente a raggiungere l’obiettivo mancato.

Altro aspetto interessante dell’analisi delle performance italiane degli ultimi 5 anni è l’incidenza della crisi economica sulla riduzione delle emissioni, pari addirittura al 75-80%, secondo De Lauretis, di tale riduzione. Una rapida occhiata alle fonti di emissione e ai gas più significativi. “Le emissioni nazionali sono per più del 50% attribuibili alla produzione di energia e ai trasporti, uno dei pochi settori ancora in crescita rispetto al 1990”, secondo Daniela Romano di Ispra. “Se invece consideriamo i singoli gas è da registrare l’aumento di quasi il 250% dei gas fluorurati, usati nei sistemi di condizionamento, ma anche nel settore farmaceutico”.

Segnali positivi si registrano invece in molti settori. A partire dal settore chimico, dove nuove tecnologie in alcuni processi ha portato alla riduzione del 96,5% delle emissioni del gas N2O o nel settore agricolo, dove la riduzione del numero di bovini allevati va a sommarsi con il minor uso di fertilizzanti azotati e all’incremento dello sfruttamento delle deiezioni animali per produrre biogas.

Sul fronte energetico alle riduzioni avviate nel 2003 grazie al cambio di mix di combustibili, si sono poi venute e sommare quelle più significative avute recentemente con la diffusione della produzione da fonti rinnovabili. Interessante notare come ciò abbia portato a un significativo disaccoppiamento negli ultimi anni del PIL dalle emissioni di CO2, la base per lo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio.

Secondo Andrea Barbabella, di Fondazione Sviluppo Sostenibile, il mantenimento del trend avviato è già sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni nazionali del 40% entro il 2030. Stella Bianchi, Commissione Ambiente della Camera per il PD, ritiene invece che sia necessario fare molto di più, per arrivare all’ambizioso ma necessario obiettivo di zero emissioni entro il 2050. “Bisogna spingere ancora di più con le fonti rinnovabili. Non attraverso l’incentivazione del fotovoltaico ma, come già avviene in Germania, dei sistemi di accumulo di energia o con l’adeguamento della rete. Come segnale positivo in tal senso dovrebbe essere vista la recente nomina di Starace alla guida di ENEl, considerata la precedente esperienza in ENEL Green Power e la sua piena consapevolezza di quanto le rinnovabili rappresentino prima di tutto un affare per il paese.”

La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

Via gli incentivi al “fossile” I partiti italiani concordano

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Stampa ONGVARSAVIA – In attesa di conoscere l’esito finale della COP19 è già possibile trarre una prima conclusione da Varsavia. L’energia ha assunto il ruolo della protagonista del negoziato. Non solo in termini postivi per la centralità che merita il tema, ma anche per il rischio che il settore finisca per esercitare un’azione di lobby troppo forte sul processo dell’UNFCCC.

“Perché alle conferenze dell’OMS è vietata la pubblicità delle sigarette e alle COP sul clima è permessa la sponsorizzazione delle fonti fossili”, chiede la giornalista di Democracy Now a Ban Ki-moon, il quale giustifica la scelta con la necessità di avere un processo inclusivo di tutti nel processo. Anche la capo delegazione polacca, Beata Jaczewska, interpreta come elemento democratico la grande presenza dell’industria del carbone alla COP19, contestata dalle ONG.

Il problema è che, come ricorda Dirk Notz del Max Planck Institute, “per riuscire a restare al di sotto dei 2 °C di aumento di temperatura è necessario che l’80% dei combustibili fossili ancora disponibili rimanga sotto terra”. Ne è cosciente Connie Hedegaard che manifesta la volontà di spostare gli incentivi dalle fonti fossili alle rinnovabili, oggi ancora in rapporto di 6 a 1 a favore delle prime.

Per capire meglio la posizione italiana sull’argomento, abbiamo chiesto il punto di vista di due Deputati e un Senatore, componenti delle rispettive Commissioni Ambiente, presenti a Varsavia.

On. Mariastella Bianchi, Pd, è giunto il momento di attuare questo spostamento di incentivi?

Dobbiamo fare un’operazione di trasparenza verso le fonti fossili. In Italia abbiamo il doppio della potenza installata rispetto al fabbisogno, e ciò comporta un aumento del costo dell’energia. Oggi paghiamo di più l’energia di notte per compensare i costi delle centrali ferme, mentre paghiamo di meno il costo dell’energia di giorno grazie alle fonti rinnovabili. È sfatiamo questo mito che l’energia in Italia costa il 30% in più a causa delle rinnovabili. Vi era lo stesso maggior costo rispetto all’Europa anche prima che partissero le rinnovabili in Italia.

Ma il suo partito vuole promuovere lo spostamento degli incentivi a favore delle rinnovabili?

Si, c’è bisogno di ribilanciare gli incentivi, oggi a favore delle fonti fossili. Ovviamente la cosa va fatta in modo pianificato, per non creare effetti negativi al sistema economico.

Il Movimento 5 Stelle, On. Massimo De Rosa, condivide l’idea di incentivare maggiormente le rinnovabili?

Noi siamo in favore allo spostamento di tutti gli incentivi a favore delle rinnovabili. Basta che ciò non sia realizzato attraverso un sistema di incentivi a pioggia. Ad esempio, non crediamo la scelta giusta sia realizzare dei grandi impianti a biomassa. Si tratta di interventi che, una volta venuta meno la spinta degli incentivi, sono destinati alla chiusura. Tra l’altro, pensiamo che gli impianti di piccola taglia dovrebbero avere un raggio limitato di approvvigionamento delle materie prime, al fine di garantire la sostenibilità della produzione energetica. Dobbiamo però sottolineare che nel governo non vi è una posizione comune. Insieme alle spinte positive a favore dello spostamento degli incentivi, vi sono quelle che la pensano in modo completamente diverso.

È d’accordo, Sen. Gianpiero Dalla Zuanna, Scelta Civica?

Si, all’interno del governo c’è chi ha posizioni più attente a questi temi e chi le ha più focalizzate su aspetti legati alla produzione. Da parte nostra c’è la volontà politica per spostare gli incentivi dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Ovviamente bisogna fare attenzione a come ciò verrà attuato, perché la cosa non è banale da realizzare. Non possiamo dall’oggi al domani togliere gli incentivi ai camionisti, senza pensare che ciò potrà avere delle ripercussioni sull’intero settore.

Sembra che siate tutti d’accordo, Mariastella Bianchi, dobbiamo sperare in una rapida evoluzione su questo tema?

La realtà è che tutti i partiti sono caratterizzati da una maggiore o minore consapevolezza e accettazione su problematiche così complesse e articolate. Purtroppo su questo tema non dovrebbero esserci dubbi e sul fronte degli incentivi alle rinnovabili la visione corretta è quella espressa dai membri delle Commissioni Ambiente.

 

Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.