Trattativa ancora aperta

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stampa ragazzaVARSAVIA – Sono proseguiti tutta la notte, com’era prevedibile, gli incontri allo stadio nazionale di Varsavia. Dopo l’entusiasmo di ieri sera per il successo dell’approvazione del pacchetto legato al REDD+, per contrastare la deforestazione del pianeta, il negoziato ora è concentrato sui temi fondamentali per l’accordo di Parigi del 2015. Si tratta degli impegni di riduzione delle emissioni dei singoli paesi (ADP), l’operatività del Green Climate Fund e il finanziamento di breve e lungo periodo, oltre alla creazione di un organismo dedicato alla gestione del meccanismo di Loss and Damage. I progressi che sembravano consolidarsi ieri notte sul fronte degli aspetti finanziari e sul Loss and Damage erano condizionati ai possibili avanzamenti in parallelo sul testo dell’ADP, comprensivi di tempi e impegni di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati e in via di sviluppo.

La necessità di gestire tutti questi aspetti in modo bilanciato è emersa, forse in modo inconsapevole, quando il Presidente della COP19, Marcin Korolec, ha parlato di “pacchetto” di decisioni. I paesi sviluppati in blocco hanno però chiesto di gestire in modo separato le singole tematiche, probabilmente per evitare che l’ipotesi di una possibile opzione “prendere o lasciare” potesse spingere alla creazione di possibili incrinature nel blocco dei paesi in via di sviluppo. È proprio in questa direzione che sta muovendo la propria strategia negoziale la Ue, con il probabile supporto anche degli USA, disposta a offrire maggiore attenzione alle richieste dei paesi più poveri, ma intenzionata a mantenere una posizione intransigente su quanto chiedere ai paesi emergenti, ormai ampiamente emersi, come la Cina. Molto ruota ancora attorno all’ADP, dove la possibilità di consolidare una posizione condivisa sembra essere, in questo momento, lontana dal potersi realizzare.

Sul Loss and Damage, tema tanto caro ai paesi meno sviluppati e agli abitanti delle piccole isole oceaniche, è uscito nella giornata di oggi il primo testo ufficiale. Una piccola novità, probabilmente destinata a interessanti evoluzioni future, è l’introduzione del concetto di gestione del rischio. È stato, inoltre, proposto il nome di Warsaw international mechanism, all’ambito che dovrebbe gestire in futuro l’intero ambito del Loss and Damage. Il condizionale anche in questo caso è d’obbligo, perché tutto può ancora succedere oggi, e probabilmente anche nella giornata di domani.

Le ore senza sosta di discussione tra i diversi paesi iniziano intanto a mettere a dura prova la resistenza fisica dei partecipanti. Chi non è direttamente coinvolto in queste fasi negoziali può approfittare delle zone meno frequentate della conferenza per schiacciare un pisolino rigenerante, in qualche giaciglio improvvisato. I delegati chiamati a costruire le possibili decisioni condivise sono invece sempre più facilmente distinguibili dalle facce stremate. La speranza è che la stanchezza renda più morbide le posizioni di tutti e possa aiutare a costruire il necessario consenso. Tutti gli epiloghi però, in questo momento, resta ancora possibili a Varsavia.

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La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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unita lefevere

VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

The role of forest in the international negotiation process of UNFCCC

AAA-ENEAForests are crucial for climate change. The deforestation process is one of the main greenhouse gases emission sources in developing countries and it is also greatly important at the global level. New mechanisms to fight this process are under development and implementation at the national and international level. At the same time, the UNFCCC negotiation process seems to go through one of the main crises ever seen before. The real risk is that the Kyoto Protocol and maybe the entire UNFCCC process may collapse. In this context, forests may find a new role to move from one of the main causes of climate change to one of the most important potential solutions. In the view of the Rainforest Coalition, REDD+ could be the right key for this change

INTRODUCTION

The forest sector is one of the main causes of climate change and also one of the main driving forces towards the solution path.

Through photosynthesis the flora removes the carbon present in the atmosphere as CO2 and fixes it as organic carbon in its vegetal tissues. With crops this process takes a year cycle, consequently carbon may still be available as CO2 for the next cycle, after biomass is burned or used as energy in biological systems. A tree lives for several years and this implies that the atmospheric CO2 is fixed for a longer period, introducing the important aspect of carbon storage in the forest biomass.

The quantity of stored carbon is very important in the carbon cycle’s dynamics. The European forests are per se able to remove around 870 million t of CO2 annually, a quantity approximately correspondent to 10% of the GHG (greenhouse gas) emissions in 2008[6].

With deforestation this capacity is lost and the result is an indirect increase of CO2 in the atmosphere: for this reason deforestation could be formally considered as a source of CO2.

FOREST IN THE UNFCC NEGOTIATION PROCESS

Not only may the forest cause a reduction in the net capacity to fix CO2, but also the whole change in land use (i.e., from forest to graze or from graze to agriculture) These situations are considered as LULUCF (Land Use and Land Use Change and Forestation) in the UNFCCC context, the United Nations negotiation process on climate change. At the global level the emission generated by LULUCF is almost 20%[1] of the global GHG emissions.

Therefore, it should not surprise to know that LULUCF played and is still playing a key role for an international climate treaty, but probably it is not as much known that it was very important for the first Kyoto Protocol process too.

The opposition of the USA to the Kyoto Protocol started before the negative vote of the Senate that blocked the ratification of the document. During the process of development of the Protocol, the USA negotiators clearly demonstrated their disagreement about the way it was decided to account the biomass carbon stock in developed countries, the so called Activity Based approach. The USA preferred the Land Based approach, asking all developed countries to consider their entire national area, in order to have a reliable description of the reality.

The Activity Based approach allows developed countries to decide which area to initially take into consideration during the definition of the baseline for LULUCF. The area under activities shall be monitored during the years in order to track any increase or decrease in stored amount of CO2. On the one side, this approach could be helpful in a first phase of implementation due to the lack of data that can make hard a complete account of all emissions and removals from the whole territory of the country.

On the other side, the risk is that each country applies a sort of selection on the areas where they may obtain benefits. As a consequence, when a country accounts areas where the forest has grown but it doesn’t consider where the situation has worsen it will describe a better situation than it actually is. The creation of a benefit in the total GHG amount of a country that does not correspond to the real situation is called “hot air”.

The decision to apply the Land Based or the Activity Based approach was very crucial during the development of the Kyoto Protocol but Kevin Conrad, the chief negotiator for the Papua New Guinea delegation in UNFCCC, believes this problem is not yet solved in the actual critical phase of the negotiation for the second commitment period of the Kyoto Protocol. In an interview of June 2010 he declares: “LULUCF is the biggest escape clause in the entire UNFCCC. It is a very serious issue. You can call it fraud or you can call it whatever you want, but the fact is that the rich countries are allowed to pick the area of forest they want to account and ignore the area of the forest where they are cutting trees. This has such significant impacts that Russia has said: “If you make me honest on the forest we have to cut our target from 30% reduction to 15%”, so they have to make a 50% change. We say they are cheating in the forest area. We, as developing countries, have to pledge to be far more honest than the rich countries. We agreed already on the international accounting, whereas the rich countries have not”[16].

MECHANISMS TO FIGHT DEFORESTATION IN DEVELOPING COUNTRIES

In developing countries the context is different because in their case the risk is not to hide the real situation in order to have a benefit in the reduction target as it is for developed countries. Here the problem is normally the high deforestation rate and the need to establish an economic tool able to stop or reverse the deforestation process. The financial support from developed countries is fundamental because it is not enough to spread out the idea that forests have an international value for climate change if this idea is not economically supported in order to help populations living in those areas in view of poverty eradication.

It is important to introduce a new and more effective system to financially support developing countries to preserve their forest.

In the past, often the financial support was directed to reforest areas previously interested by deforestation activities. As usual, working on the outcomes of a problem is not so effective as acting on its cause and this approach was not really able to reduce the international deforestation dynamics.

Therefore, a new approach was suggested in Bali during COP 13, the annual Conference of Parties in the UNFCCC. During this meeting, in 2007, it was decided to reduce the deforestation activities through a proactive approach. The basic idea is that forests have a worldwide value and that developed countries shall help developing countries to avoid any deforestation activity that may reduce the capacity of our “planet’s lungs”.

This mechanism is called REDD+ (Reduction Emissions from Deforestation and Forest Degradation)[5] and will be applied in developing countries. In Bali COP 13, Norway was very active and gave a big contribution to mould the REDD. In order to better show their intention and push the international context towards the creation of REDD+, the Prime Minister Jens Stoltenberg launched the NICFI, Norway’s International Climate and Forest Initiative[8], during the UNFCCC Conference. Through this initiative, Norway offered 500 million dollars per year in bilateral agreements with some developing countries which have a very important coverage of forests like Mexico, Brazil, Guyana, Tanzania and Indonesia, through a multilateral cooperation with the UN-REDD Programme, the Democratic Republic of Congo (DRC), the Congo Basin Forest Fund (CBFF), Forest Investment Programme (FIP), Forest Carbon Partnership Facility (FCPF), as well as with scientific institutions and NGOs, such as ITTO REDDES and the Civil Society Support Fund[9].

This project turns out to be crucial in order to actively fight deforestation activities in developing countries and move the international negotiation context, although it doesn’t seem to be so effective at the moment.

This is also the thought of Carlos Ritti, Responsible for WWF Brazil of the Climate Change and Energy Programme: “Until now the international cooperation is still moving slowly because the system is still very bureaucratic and the Brazilian banks lost time to give their approval to the projects”[18].

STRONG DIFFICULTIES FOR THE UNFCCC

In June 2011, Norway hosted two important meetings in Oslo that confirmed the strong commitment of the Scandinavian country on the forest sector[17]. The first meeting was the European Ministerial Conference on Forests that achieved a very important result. In fact, during this meeting it was agreed to launch a negotiation process for the creation of a legally binding accord level and to adopt European target for 2020 in this sector[5]. The second one was an international meeting to update on the REDD+[10] progress.

Nevertheless, all these initiatives lose an important part of their effectiveness if they are not part of a larger international agreement and the only potential context for them at the moment is the UNFCCC. But times are not so healthy for the Convention and in the last few years it seems to have been rather a sick patient on the deathbed. In this situation the forest may play a very interesting role to assure a future to the Kyoto Protocol (KP)[7]. To better describe this potentiality it is, therefore, necessary to draw an overview of the negotiation process during the last five years.

The definition of the new reduction targets for developed countries in the second commitment period of the KP is a crucial item and it has been planned to start in 2006[11]. But during the COP 12 in Nairobi it was not possible to start any discussion on this matter, because positions of the parties were too distant. The only significant decision during COP 12 was to put the oxygen mask to the sick patient, postponing any decision on the KP at the next COP. In 2007, at the Conference in Bali, the situation started in the same way than in Nairobi, but at the end a decision arrived: to create a two-year period of specific negotiation, the Bali Road map. The two-year track should permit the definition of new reduction targets for developed countries, creating, at the same time, a new context, called LCA, where to define commitments also for developed countries that didn’t ratify the KP (USA) and some adequate actions for the main developing countries. Another positive output was, indeed, launching the idea of financing the fight against deforestation through the REDD and the NICFI of Norway.

In Autumn 2008 G.W. Bush, probably the main opponent to a new legally binding agreement, lost the elections, but the new President Barack Obama was not yet in charge in December during the COP14. The USA went to Poznan with a delegation that followed the old USA Presidency’s instructions and the real consequence was that a progress was not possible and another year was lost.

Later on, in 2009, the COP 15 took place in Copenhagen with very high expectations, if considering that it was the conclusion of the Bali Road Map[12]. The entire world was waiting for a new international agreement but the Conference was able to produce only an enormous failure[13]. The only positive thing was the attention that all the media and citizens paid to climate change and the attendance at the COP of almost the totality of Prime Ministers and Chiefs of State of the world. At same time, this was part of the reason why the Conference failed. In fact, all expectations were addressed to the actions of Prime Ministers but some of them started a parallel negotiation process and discussed the solution in very small groups, without taking into consideration all the work done in the past by the official delegations.

At the end, the mountain roared and brought forth a mouse in the Copenhagen Accord[14], somehow more an obstacle rather than an improvement for the negotiation work in the following years.

During 2010 not only the KP, but the entire process of UNFCCC could have, in some way, collapsed because it seemed unable to produce any effective results[15].

Probably this situation helped reach a partial agreement[2] in Cancun, during the COP 16, where a positive output arrived for technology transfer and financing, with some progress for the REDD+ too, but still nothing for the future of the KP.

The next step is the COP 17 in Durban from 28 November to 9 December 2011, and it should be the final stop for the KP. The first commitment period expires in 2012 and if a decision for the second commitment period for the KP doesn’t come, our patient will not survive. The actual perspective seems not to be so positive for the strong opposition of Canada, Russia and Japan. What seems possible is that some Parties, probably the EU and maybe Australia, can offer some extra time to the KP. A new oxygen mask of two or three years to our patient, expecting some more positive changes in the USA, where now the Senate doesn’t show any intention to come to any kind of legally binding agreement, or the result of the V IPCC Assessment Report, where it is highly probable to find a strongest message of urgency.

A SOLUTION MAY COME FROM THE FOREST

The “extra time” option is not so attractive for developing countries interested in having a full agreement for the second commitment period of the KP, the only internationally legally binding document on climate change, and they are trying to find some other solutions to revitalize the KP.

In such context, space was given to the proposal of the Coalition for Rainforest Nations[3], a worldwide group of countries inside the UNFCC particularly interested in forests.

Federica Bietta, Deputy Director of the Coalition, thinks that their proposal may be the bridge between who is in and who is out of the KP. “In Mexico started Phase 1 of countries’ preparation for REDD+, now we are in the implementation phase, but it is with Phase 3 of full application that forest may play a strategic role for the future of KP. It is now important to move forward to the idea to have formal commitments only from developed countries, but there is no doubt that developing countries should be helped with financial support. Our idea is to introduce in the second period of KP the commitment to fight deforestation adopted at national level. In this way it is possible to obtain the double result to have more transparency in the developing countries commitment and more ambitious emission targets from the rich countries.

Actually we have several positive feedbacks and we are looking with optimism to the next COP in South Africa”[19].

Ms. Bietta does not meet the requests of the most problematic countries in the direction of this proposal, but it is possible to imagine that the emerging economies, as China, could in some way be worried that a big flow of money may move from the existing projects like CDM (Clean Development Mechanism) to the forest sector.

BUT DEFORESTATION IS STILL ON THE DAILY AGENDA

Whilst negotiations on this issue is frenetic and may open a new door for a successful future to the KP, some troubles are involving other emerging economies, like Brazil.

A new proposal of law, the Forest Code, has passed by the Low Chamber and it is now stopped before being voted by the Senate. A big movement of associations, including the 10 previous Environmental Ministers, is fighting in order to obtain the withdrawal or a strong modification of the law, because otherwise there is the serious risk that deforestation, after the minimum level achieved in 2010[4], starts growing again.

And what is on the table is something really critical to the planet. “The destruction of the Amazon forest could cause a strong consequence for the fight on climate change”, says Carlos Ritti, “with the risk to nullify the strongest commitment of developed countries”[18].

The option for President Dilma Roussef to use the veto power for this law is supported from 79% of the Brazilians, but everyone hopes that in the end she won’t have to use it, the law having been changed in advance.

At the end of 2011, it seems that forests are playing a crucial role in tackling climate change as they have never done before. The last months of the International Year of Forests will show if this will happen in a positive way, giving forests the role they deserve.

Carbon Tax: solo un’altra tassa o l’inizio di un cambiamento reale?

Planetnext

unita worldQuando si parla di tasse c’è sempre qualcuno che storce il naso: a nessuno piace l’idea di doverne pagare di più.

Forse per questo, anche la Carbon Tax, tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera, ha sempre trovato più ostacoli che sostenitori. Negli ultimi mesi, però, sembra che qualcosa sia cambiato e ora i tempi potrebbero essere davvero maturi per una sua introduzione su ampia scala.

Già due anni fa, da Parigi, era partita l’idea di una tassa comune a livello UE sulla CO2, sostenuta da un disegno di legge nazionale che pero’ non ha mai visto la luce, causa anche l’ingente crisi economica mondiale.

Successivamente, nel 2010, l’ipotesi di una tassa comune fu rilanciata dalla Svezia, proprio durante il semestre di presidenza dell’Unione. Un secondo falso allarme, a tal punto che alcuni Paesi hanno deciso di procedere in modo unilaterale, adottando, come ha fatto l’Irlanda lo scorso anno, l’imposta pigouviana. Il governo irlandese ha scelto di applicare la Carbon Tax su tutti quei settori rimasti al di fuori dell’Emission Trading europeo (ETS), schema che obbliga oltre 12000 installazioni industriali europee a gestire le proprie emissioni di biossido di carbonio.

Al momento restano esclusi dal governo di Dublino carbone e torba, le cui ampie distese vengono utilizzate proprio per la combustione. “In realtà, sebbene non ancora approvato ufficialmente e senza che sia stata fissata una scadenza precisa, si è già deciso che carbone e torba rientreranno nel sistema di tassazione”, spiega a PlanetNext Stefano Verde, ricercatore al Trinity College di Dublino, con uno studio proprio sugli effetti distributivi della Carbon Tax in Irlanda. Riguardo ai prezzi e al costo di una tonnellata di CO2, “in Irlanda siamo sui 15 euro, ma dovrebbe arrivare a 25 nel corso del 2012 e aumentare di altri 5 euro entro la fine del 2014”, specifica Verde.

Sulle coste opposte al Canale di San Giorgio, invece, la Carbon Tax assume caratteristiche leggermente differenti. La tassazione inglese, infatti, operativa dal 2013, non farà distinzioni tra chi già opera all’interno dell’ETS e il resto del mercato. “Verrà applicata indistintamente a tutti, fin dalla fase iniziale di vendita del carburante […] in funzione del tasso medio di intensità di carbonio della singola fonte – quale il carbone per esempio – e in base ai dati raccolti da DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs), l’Agenzia per l’ambiente britannica”, come spiega a PlanetNext Sebastian Mankowski, analista di Thomson Reuters Point Carbon.

Tax the bad and reward the good” (Tassa il cattivo e premia il buono), era lo slogan elettorale dell’attuale primo ministro britannico, David Cameron, convinto che tale strumento fiscale possa influenzare la competitività dei prodotti sul mercato e favorire quelli a minore impatto ambientale. Secondo dati ‘Point Carbon’, l’introduzione della Carbon Tax nel Regno Unito – annunciata a fine di marzo – potrebbe portare ad una riduzione delle emissioni di 67 milioni di tonnellate di CO2. Ovvero una quantità pari al 5,3 per cento delle missioni d’oltre Manica, pari a quelle di sei centrali a gas di media potenza (circa 400 MW).

Riguardo invece ai prezzi, si dovrebbe partire da una base di 6 euro la tonnellata. “Successivamente – spiega ancora Mankowski – il valore della tassa verrà definito annualmente attraverso la differenza tra quello della CO2 che il governo britannico si pone come traguardo e il suo reale prezzo di mercato ed altri fattori, tra cui l’inflazione e i tassi di cambio tra sterlina e euro”.

Nell’Europa continentale, e in particolare in Italia, la riforma del sistema fiscale annunciata dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, sembra destinata a spostare una parte significativa di tassazione diretta verso quella di tipo indiretto, di cui fa parte anche la Carbon Tax. Bisognerà però attendere la presentazione del documento di riforma finale per capire se il governo italiano deciderà di introdurre ciò che è considerato uno degli strumenti più efficaci per la lotta al cambiamento climatico, sia in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che di rapporto costo-beneficio degli interventi.

Al di fuori dei confini europei, invece, l’imposta sul carbonio ha trovato nuovi sostenitori in Australia, dove la primo ministro, Julia Gillard, ha annunciato l’introduzione della Carbon Tax entro il mese di luglio del prossimo anno. Un impegno importante dopo il primo cambio di rotta sulle politiche ambientali voluto dal suo predecessore, Kevin Rudd, cui si deve il merito di aver ratificato il

Protocollo di Kyoto. Il prezzo ipotizzato per una tonnellata di CO2 potrebbe variare dai 15 ai 29 euro, con l’obiettivo di istituire, entro tre anni, uno schema di Emission Trading nazionale, capace di integrarsi con gli altri esistenti a livello internazionale.

Sempre nel 2012, la Carbon Tax potrebbe trovare spazio anche in Sudafrica, che a dicembre prossimo ospiterà l’incontro annuale dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), in cui si deciderà il futuro del Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante in materia climatica. In Sudafrica, il prezzo di riferimento per una tonnellata di CO2 sarebbe nettamente minore di quello prospettato in Australia, con un range che potrebbe variare dai 7 ai 20 euro.

Un orizzonte grigio e nebuloso è invece quello che si intravede dalle coste atlantiche del Nord America. Nonostante gli elogi da parte di Barack Obama per il sistema che tassa le emissioni di gas serra alla fonte, gli USA non hanno ancora compiuto alcun passo concreto in questa direzione.

Il Congresso si è sempre opposto a qualsiasi trattato internazionale vincolante in materia di clima, ovvero fin dalla nascita del Protocollo di Kyoto, che Washington non ha mai ratificato. L’amministrazione Obama ha cercato di aggirare l’ostacolo sopperendo ad una debolezza politica percorrendo le vie amministrative, a partire dall’inserimento di Lisa Jackson a capo dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia per la protezione dell’ambiente. E’ proprio dagli uffici della Jackson che sono partite le prime azioni nazionali in riferimento alla lotta al cambiamento climatico. Come la classificazione dei gas serra come problema di salute pubblica, in un Paese che fino a qualche anno prima negava l’esistenza stessa del cambiamento climatico come diretta conseguenza dell’azione umana. Se nei prossimi mesi gli USA adotteranno una tassazione sul carbonio, lo si dovrà probabilmente all’ingegnera chimica, fortemente voluta da Obama.

Il problema, in passato come adesso, è il rischio di scontrarsi con l’opinione pubblica, sempre poco comprensiva quando si tratta di metter mano al portafogli. Affinché il sistema di tassazione possa funzionare ed essere sostenibile nel tempo è necessario che a fronte dell’introduzione della Carbon Tax corrisponda una diminuzione della pressione fiscale su altri fronti, in particolare quello del lavoro. Questa, infatti, la tesi sostenuta in più occasioni dall’ex Commissario europeo per la Fiscalità e l’Unione Doganale nella Commissione Barroso I, Laszlo Kovacs.

A 13 anni da Kyoto e a pochi mesi dalla Conference of Parties di Durban, la Carbon Tax sembra essere tornata ad alimentare il dibattito sul panorama politico internazionale. Il tempo sembra quindi essere maturo per dare forza a quello che potrebbe diventare uno degli strumenti principali per la lotta al cambiamento climatico.