Tutu: il paradiso senza CO2

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Trecentocinquanta rintocchi di campana hanno risuonato ieri nelle chiese di tutto il mondo, dalle isole Fiji alla Groenlandia, per ricordare la concentrazione massima di CO2 dell’atmosfera in grado di evitare conseguenze disastrose alle aree più vulnerabili e povere della terra. L’evento centrale si è tenuto nella cattedrale di Copenhagen, dove i rappresentanti della chiesa luterana, metodista e cattolica hanno celebrato una cerimonia comune, tra musiche africane ed europee.
Coralli sbiancati per l’acidificazione degli oceani dal pacifico, mais secco per la mancanza di acqua dall’Africa e pietre affiorate al suolo per lo scioglimento dei ghiacci dalla Groenlandia hanno preceduto l’ingresso dei religiosi, quasi ad anticipare nel clima natalizio i doni che i Re magi del terzo millennio non vorrebbero offrire al pianeta.
Alla presenza della Regina Margrethe e del Primo ministro Rasmussen, il padrone di casa, reverendo Ole Birch, si augura che ciò possa aprire gli occhi di tutti sulla responsabilità umana verso il cambiamento climatico. L’omelia principale è di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, che indirettamente lancia un messaggio al Bella Center, che da oggi accoglierà i politici di tutto il mondo, «Non è possibile aspettare che siano gli altri a fare la prima mossa, bisogna agire e subito».
Il religioso più atteso è però l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace e noto per la sua lotta contro l’apartheid in Sudafrica. «Dobbiamo ricordarci che siamo tutti legati gli uni agli altri. Se uno affonda, è un problema di tutti, perché poi affonderemo anche noi». Il reverendo Tofiga Falani delle isole Tuvalu parla invece agli Usa: «milioni di americani non sanno che c’è chi soffre per il cambiamento del clima. Bisogna creare questa consapevolezza».
C’è ancora qualche speranza? «Certo! I giovani, innanzitutto – conclude Tutu – se 100.000 persone vanno in piazza con questo freddo, c’è speranza. E per voi c’è posto in paradiso».

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Il punto – Una domenica a Copenhagen

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Per i cristiani la domenica è giornata di riposo, dedicata alla preghiera. Ma a Copenhagen in questi giorni anche i momenti spirituali sono rivolti al cambiamento climatico.

Ieri la comunità cristiana ha suonato le campane in tutto il mondo per riportare l’attenzione sul problema. La cerimonia principale si è tenuta nella cattedrale della capitale danese con rappresentanti religiosi da ogni angolo del pianeta. L’arcivescovo sudafricano Tutu, ha richiamato i politici a chiudere un accordo ambizioso e legalmente vincolante, ma ha anche ricordato l’importanza delle 100.000 persone che hanno manifestato pacificamente sabato.

L’attenzione dei media però, facendo forse il gioco dei black bloc, è rimasta focalizzata anche in questo caso sugli scontri tra un piccolo gruppo di guerriglieri urbani e la polizia. Ineccepibile l’efficacia dell’intervento delle forze dell’ordine che hanno sezionato il troncone di corteo interessato dagli scontri. Per questa ragione il numero dei fermi è stato molto alto, le cifre finali parlano di più di 900 persone, interessando anche chi si trovava casualmente in quell’area, a cui sono andate ieri le scuse ufficiali del capo della polizia Per Larsen.

Il quotidiano Politiken ha intervistato Philipp Stein uno dei black bloc autore dei disordini di sabato. Stein, studente di ingegneria climatica a Berlino, dichiara di appartenere a Climate Justice Action e promette per mercoledì un’altra manifestazione, “Reclaim power”, che promette di violare l’ingresso del Bella Center.

Ieri nella parte orientale della città ha sfilato chi denuncia il ruolo delle multinazionali. Circa 250 i fermati, trasferiti nelle cosiddette “prigioni climatiche”, allestite per l’occasione per fermi del massimo di 12 ore.

Nella giornata di domenica si sono avuti degli incontri informali di una cinquantina di Ministri, che da oggi si trasferiscono al Bella Center per la decisiva settimana di lavoro.