Approvato il Lima call for climate change. Ma il mondo è diviso tra ricchi e poveri

 

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Molto resta ancora da fare in vista dell’accordo di Parigi 2015, ma la comunità internazionale ha dimostrato di voler mantenere la temperatura del pianeta sotto i 2° C.

I negoziatori esperti ricordano spesso che un buon accordo dovrebbe essere in grado di scontentare in modo equo tutte le parti in gioco. Da questo punto di vista l’accordo di Limapotrebbe essere visto addirittura come un ottimo accordo, visto le posizioni molto lontane e divergenti dei vari paesi.

Il ruolo dei paesi emergenti: Su un punto invece laConferenza di Lima sembra aver raggiunto un consenso indiscusso. Bisogna registrare che il mondo é diviso in due. Da una parte i paesi industrializzati il cui sviluppo é stato basato su livelli di emissione di CO2 senza limitazione. Dall’altra quelli poveri che vogliono presentare il conto economico e morale alla parte piú ricca del pianeta, responsabile delcambiamento climatico.

Nel mezzo il blocco dei paesi emergenti, primo tra tutti la Cina, i cui mutati livelli di sviluppo degli ultimi decenni portano ad avvicinare sempre di piú al mondo industrializzato. Al di la dei tecnicismi di sigle, meccanismi e procedure oscure alla totalitá degli abitanti del pianeta, esclusi quelli coinvolti nel negoziato, é stato ancora questo dilemma la vera spina dorsale del negoziato di Lima. L’avvio dei lavori era stato sospinto dalla ventata di ottimismo generata dal recente accordo bilaterale Cina-USA, ma quando si é trattato di mettere nero su bianco le direttrici del futuro accordo di Parigi del 2015 si é tornati alla classica dinamica dell’UNFCCC.

Il Lima call for climate action: Prima la proliferazione di un testo ipertrofico in cui

sono stati raccolti i desideri di tutti, poi il tentativo dei co-chair di raccogliere in un documento di quattro pagine una possibile posizione di sintesi e infine le grandi capacitá negoziali del Presidente della COP,Manuel Pulgar Vidal, hanno consentito di raggiungere comunque l’accordo finale e di approvare il Lima call for climate action.

Ora i paesi hanno la base per finalizzare la bozza di testo allegato al documento che dovrá trasformarsi entro la fine del 2015 nell’accordo di Parigi. Al momento sono previste due tappe intermedie. Una in genaio a Ginevra e la seconda in giugno a Bonn.

I punti chiave della decisione: I paesi dovranno presentare possibilmente entro il prossimo marzo i propri impegni volontari di riduzione delle emissioni, denominati INDC. Tali impegni saranno aggregati dal Segretariato entro novembre per capire se sono sufficienti a limitare l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C di temperatura. Oltre che alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra il Lima call presta particolare attenzione al tema dell’adattamento, per limiitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Il tema della finanza: A Lima é stato di fatto attivato il Green Climate Fund, grazie

al contributo principale dei Paesi sviluppati e di particolare significato da parte di Messico, Colombia e Perú. Il fondo ha superato la soglia prevista di 10 miliardi di dollari, di cui quasi la metá proviene da paesi della Ue. il GCF avrá un ruolo centrale anche in futuro per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e a contrastarne le conseguenze. Per tale ragione dovrá avere la disponibilitá entro il 2020 della considerevole somma di 100 miliardi di dollari all’anno. Resta da vedere il percorso di crescita delle contribuzioni da oggi al 2020.

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Protocollo di Kyoto, flop Italia. Mancati gli obiettivi sulla CO2

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L’Ispra nell’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012 certifica il fallimento del nostro paese sugli obiettivi di Kyoto. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6
Il tempo delle stime e dei rapporti preventivi è ormai passato. L’Ispra ha messo oggi la parola definitiva sugli obiettivi del Protocollo di Kyoto, sottoscritti dall’Italia nel lontano 1997, presentando l’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012. E, purtroppo, si tratta di un fallimento. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6%.
Il dato sarà validato ufficialmente dall’UNFCCC, il tavolo ONU dedicato al cambiamento climatico, solo a settembre. Per Marina Vitullo, responsabile della parte dell’inventario relativo alle foreste, “c’è ancora la possibilità che il numero finale possa subire delle piccole modifiche a causa di alcune peculiarità specifiche del settore forestale, che prevedono una specifica verifica da parte dell’UNFCCC”. È difficile però che il nostro deficit delle emissioni si discosti molto dalle 16,9 milioni di tonnellate di CO2 di cui risultiamo oggi deficitari e che dovremo acquistare sul mercato. Si tratta di un vero e proprio debito economico di cui siamo responsabili perché, come ricorda Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra che ha redatto l’inventario, “dal 2011 esiste una legge che obbliga a riportare nel DEF anche questo bilancio di CO2”. La monetizzazione del nostro debito di CO2 è ipotizzata da Riccardo De Lauretis del gruppo di Gaudioso. “La quotazione di mercato della tonnellata di CO2 è variata ultimamente tra gli 0,25 e i 4 euro a tonnellata e mediamente si attesta su circa 1 euro”. Dobbiamo quindi mettere a budget per il pianeta circa 17 milioni di euro per il nostro eccesso di emissioni.

Vi è un aspetto particolare tra i sottoscrittori del Protocollo, specifico per i soli paesi Ue, e destinato a fare discutere i tecnici del settore. Tra le attività e le passività del bilancio emissivo di CO2 entrano in gioco quelle gestite nel sistema di scambio delle emissioni delle industrie, l’Emission trading europeo. Nel caso italiano lo strano mix di crisi economica, aumento dell’efficienza energetica in alcuni impianti e quote di CO2 assegnate in eccesso in altri ha di fatto trasferito un credito di circa 42 Mt di CO2 dal sistema paese alle aziende ETS, quantità che sarebbe stata sufficiente a raggiungere l’obiettivo mancato.

Altro aspetto interessante dell’analisi delle performance italiane degli ultimi 5 anni è l’incidenza della crisi economica sulla riduzione delle emissioni, pari addirittura al 75-80%, secondo De Lauretis, di tale riduzione. Una rapida occhiata alle fonti di emissione e ai gas più significativi. “Le emissioni nazionali sono per più del 50% attribuibili alla produzione di energia e ai trasporti, uno dei pochi settori ancora in crescita rispetto al 1990”, secondo Daniela Romano di Ispra. “Se invece consideriamo i singoli gas è da registrare l’aumento di quasi il 250% dei gas fluorurati, usati nei sistemi di condizionamento, ma anche nel settore farmaceutico”.

Segnali positivi si registrano invece in molti settori. A partire dal settore chimico, dove nuove tecnologie in alcuni processi ha portato alla riduzione del 96,5% delle emissioni del gas N2O o nel settore agricolo, dove la riduzione del numero di bovini allevati va a sommarsi con il minor uso di fertilizzanti azotati e all’incremento dello sfruttamento delle deiezioni animali per produrre biogas.

Sul fronte energetico alle riduzioni avviate nel 2003 grazie al cambio di mix di combustibili, si sono poi venute e sommare quelle più significative avute recentemente con la diffusione della produzione da fonti rinnovabili. Interessante notare come ciò abbia portato a un significativo disaccoppiamento negli ultimi anni del PIL dalle emissioni di CO2, la base per lo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio.

Secondo Andrea Barbabella, di Fondazione Sviluppo Sostenibile, il mantenimento del trend avviato è già sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni nazionali del 40% entro il 2030. Stella Bianchi, Commissione Ambiente della Camera per il PD, ritiene invece che sia necessario fare molto di più, per arrivare all’ambizioso ma necessario obiettivo di zero emissioni entro il 2050. “Bisogna spingere ancora di più con le fonti rinnovabili. Non attraverso l’incentivazione del fotovoltaico ma, come già avviene in Germania, dei sistemi di accumulo di energia o con l’adeguamento della rete. Come segnale positivo in tal senso dovrebbe essere vista la recente nomina di Starace alla guida di ENEl, considerata la precedente esperienza in ENEL Green Power e la sua piena consapevolezza di quanto le rinnovabili rappresentino prima di tutto un affare per il paese.”

Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

Cambiamenti climatici all’origine delle catastrofi naturali

Planetnext

PN palazziI recenti drammi avvenuti in Liguria in seguito alle forti alluvioni hanno messo a nudo la grande fragilità italiana in caso di eventi meteo estremi. Come spesso accade in questi casi si è soliti cercare un responsabile cui imputare ogni colpa.

Molto è stato detto riguardo il dissesto idrogeologico e l’incuria del territorio da parte delle pubbliche amministrazioni. Considerazioni ineccepibili, ma che nel contesto del ‘processo alla catastrofe’ ricoprono il ruolo delle aggravanti, per quanto importanti e specifiche.

Come non riconoscere, infatti, che qualsiasi centro abitato o di campagna sarebbe stato messo in ginocchio dal più di mezzo metro d’acqua che si è abbattuto nelle zone di Brugnato (comune in provincia di La Spezia) in poco meno di sei ore? In questo modo non si vuole sollevare dalle responsabilità gli amministratori, soprattutto dopo il decesso di sei persone e danni per milioni di euro. È però necessario partire da questa considerazione prima di ulteriori analisi.

Da decenni ormai i climatologi ci mettono in guardia sul probabile incremento degli eventi meteo estremi legati al cambiamento climatico. Concetto ribadito anche dal rapporto delle Nazioni Unite che verrà presentato il 18 di novembre prossimo, in cui, secondo le indiscrezioni riportate da AFP, verrebbe sottolineata la relazione tra il cambiamento climatico causato dall’uomo e la frequenza/intensità di ondate di calore, incendi, alluvioni e cicloni. Questo significa un aumento delle probabilità “che tali fenomeni si moltiplichino in futuro.”

L’impressione, però, è che si voglia continuare a negare una tale realtà, almeno fino a quando non si è vittime delle sue estreme conseguenze. È come trovarsi di fronte ad una variante della nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), mutata in questo caso in IMB. I cui le coscienze si risvegliano solo quando l’acqua invade lo spazio del proprio giardino. Un po’ come accaduto in Australia nel 2007, quando il governo decise di ratificare il Protocollo di Kyoto dopo le drammatiche ripercussioni causate dalla più grave siccità dell’ultimo secolo.

Da quel tragico evento climatico, alluvioni si sono succedute in Pakistan, Giappone, Thailandia, Cambogia, India, Bangladesh e Cina. Spesso con impatti di dimensioni enormi: migliaia di morti e milioni di persone interessate. Lo scorso anno, solo in Pakistan, furono 20 milioni le persone colpite direttamente dalle piogge incessanti.

Il tempo è ormai agli sgoccioli ed è necessario riconoscere la gravità del fenomeno per intervenire sia sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra, che su quello delle azioni da adottare per ridurre le entità dei danni, ovvero di adattamento.

Per poter prevenire danni e adattarsi a situazioni di questo tipo, la soluzione sta nell’imparare ad intervenire all’interno delle proprie comunità locali, soprattutto come cittadini responsabili. E’ necessario, infine, avere memoria di quanto accaduto. Evitare, quindi, quando il sole sarà tornato a splendere, che il vento spazzi via, oltre alle nuvole cariche di pioggia, anche il ricordo dello sforzo affrontato oggi dai cittadini colpiti dalle alluvioni in Liguria e in altre regioni d’Italia.

“Salvare gli alberi per salvare anche il Protocollo di Kyoto”

AAA-UnitaA colloquio con Federica Bietta

La lotta per la difesa delle zone verdi tramite fondi ai Paesi che proteggono le foreste può mettere d’accordo Paesi emergenti e non.

La mancata adesione al Protocollo di Kyoto degli Usa è anche legata a come era stato deciso di quantifica-re, nel 1997, le emissioni di anidride carbonica del settore forestale dei paesi sviluppati. Da allora si è aperta una crisi negoziale attorno al documento che non sembra in grado di trovare soluzione. Si è ormai creato un enorme divario tra chi vede nel Protocollo di Kyoto la base irrinunciabile di ogni possibile accordo futuro sul clima e chi lo ritiene solo un documento superato, da far morire a fine del 2012. I paesi in via di sviluppo non sono disposti a spazzare via come se niente fosse l’unico strumento vincolante che, in ormai vent’anni di negoziato, si è riusciti a produrre per la riduzione delle emissioni dei paesi ricchi. Per contro vi è chi, come Usa, Canada e Russia, non ritiene accettabile l’esistenza di un documento che non contenga nessun vincolo per le economie emergenti, tra cui la Cina ormai saldamente al primo posto nella classifica delle emissioni annuali di gas serra. Sta però prendendo forma una proposta che ha l’ambizione di superare questa impasse e di salvare il Protocollo di Kyoto, proprio agendo sul settore forestale inizialmente tra le cause maggiori della sua falsa partenza. Si tratta del programma chiamato Redd+, che sta per riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale, in pratica si tratta di incentivi a tutela delle biodiversità con un’ottica interdipendente. «Può rappresentare il ponte di collega-mento tra chi è nel Protocollo di Kyoto e chi non vi partecipa» è la convinzione di Federica Bietta, vice direttore della Coalition for Rainforest Nations e negoziatrice esperta di cambiamento climatico di uno degli stati più esposti: Papua Nuova Guinea.

LA PROPOSTA RAINFOREST

Si tratta del meccanismo di lotta alla deforestazione, attuato attraverso il finanziamento dei Paesi che proteggono le proprie foreste. Su questo strumento si è lavorato da diversi anni all’interno dell’Unfccc, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite per il clima, e finalmente lo scorso dicembre a Cancun è stato lanciato ufficialmente. «In Messico è stata avviata la Fase 1 di preparazione dei paesi e ora siamo nella seconda di implementazione a scala sempre maggiore – continua Bietta – ma è con la Fase 3 di piena applicazione del Redd+ che le foreste potrebbero giocare un ruolo strategico per il futuro del Protocollo di Kyoto». Per i Paesi che possiedono grandi foreste l’esigenza è chiara.

«Un capo di stato intenzionato a bloccare il loro taglio deve avere la certezza di ricevere aiuti per un lungo periodo, almeno 60 anni. È evidente che pretendere impegni formali dai soli paesi sviluppati è ormai una logica da superare, ma deve essere chiaro che i Paesi in via di sviluppo devono essere aiutati attraverso il supporto finanziario». Le risorse economiche per queste attività iniziano ad essere disponi-bili, sia attraverso programmi multilaterali, come Fcfp e Unredd, e sia di tipo bilaterale, come quelli realizzati con diversi Paesi dalla Norvegia. Bisogna però far ricadere il tutto in un sistema solido di garanzie. «Nasce così l’idea della Coalition di introdurre gli impegni di lotta alla deforestazione, adottati a livello nazionale dai diversi paesi in via di sviluppo, all’interno della seconda fase del Protocollo di Kyoto», dice Bietta che vede così possibile avere «più trasparenza negli impegni dei Paesi che possiedono delle foreste in cam- bio di obiettivi più ambiziosi dei i paesi ricchi nel riduzione le proprie emissioni».

La proposta della Coalition, lanciata qualche mese fa, è oggetto di una fitta rete di incontri, per cercare di consolidare attorno ad essa un consenso nell’incontro di Panama di inizio ottobre e arrivare quindi all’approvazione nella Cop di Durban a dicembre. «Al momento i feed-back che abbiamo sono assolutamente positivi e guardiamo con fiducia all’incontro del Sudafrica». Nessun commento ovviamente su quali potrebbero essere i Paesi più difficili da convincere o sui rischi di compravendita dei suoli. Ma riusci- re a differenziare le esigenze nei Paesi in via di sviluppo da quelli dell’economie emergenti potrebbe forse essere l’elemento necessario per riuscire a Durban a fondere assieme le esigenze del Redd+ e del Protocollo di Kyoto.

Dalle città virtuose parte la resistenza al riscaldamento globale

AAA-Unita

Per cercare di colmare il divario tra l’urgenza di contrastare il cambiamento climatico e la capacità di risposta dimostrata dai governi del mondo, le città “virtuose” si sono date convegno in questi giorni a Bonn.

Gli scienziati chiedono di tagliare le emissioni mondiali di CO2 del 50% entro il 2050 per far si che l’aumento della temperatura non superi i 2 gradi. La politica internazionale mostra la sua impotenza nel costruire un nuovo accordo globale capace di andare oltre alla simbolica riduzione, stabilita con il Protocollo di Kyoto per i soli Paesi sviluppati, del 5% al 2012. Per uscire dalla situazione di stallo è fondamentale la spinta dal basso che possono generare la rete delle città. Questa è almeno la convinzione dei rappresentanti delle autorità locali di circa 70 Paesi  – tra cui Bologna, Ancona e Genova – che si sono dati appuntamento dal 3 al 5 giugno a Bonn, al secondo Congresso mondiale delle città più resilienti al cambiamento climatico.

 

IL FUTURO È ADESSO

Non è in discussione il ruolo di protagonista delle aree urbane su questo tema, visto che da lì proviene circa il 75% delle emissioni globali e che sono destinate a pagare il conto maggiore per gli impatti del riscaldamento del pianeta. Ciò che serve è un’azione rapida e globale. «Il piano di azione per le strategie di adattamento tedesco coinvolge tutti i settori della società – sottolinea Hans Ulrich Krüger, del governo del Land Nord-Reno-Westfalia – ma i tre principali fronti di intervento del 21 ̊ secolo sono l’energia, l’acqua e la sicurezza alimentare».

L’adattamento non basta e le città dovranno contribuire con una forte riduzione delle emissioni. Secondo David Cadman, presidente dell’Iclei, l’associazione internazionale che raggruppa gli enti locali «virtuosi» o meglio sostenibili, bisogna innanzitutto aumentare il livello di conoscenza delle emissioni a livello locale. «Entro fine anno pubblicheremo uno standard insieme a Banca Mondiale e a C40, associazione che raccoglie le più grandi città al mondo impegnate contro il riscaldamento del pianeta. Lo standard è finalizzato al monitoraggio, la rendicontazione e la verifica delle emissioni degli enti locali e sarà la base per un sistema di limitazione delle emissioni e per la creazione di un mercato della CO2 tra le città virtuose del mondo». «È prima di tutto un problema di stili di vita», aggiunge il professor Jurgen Kropp, responsabile della sezione Impatti e vulnera-bilità climatiche del Postdam Insitute. «Rappresentanti cinesi hanno ribadito di voler arrivare ad un livello di Pil pro-capite di 26.000 dollari, simile a quello dei Paesi occidentali, ma l’attuale situazione è già peggiore dello scenario più critico tra quelli ipotizzati dall’Ipcc ed è necessario un rapido cambio di direzione. Basti pensare che mantenendo l’attuale modello di sviluppo, nel 2050 emetteremo annualmente circa 50 miliardi di t di CO2, ben oltre il record del 2011 di 30,6 miliardi di t di CO2, ufficializzato nei giorni scorsi dall’Agenzia internazionale per l’energia».

Anche i cittadini dei Paesi ricchi sono chiamati a una maggiore consapevolezza delle conseguenze dei propri consumi. «Spesso il minor costo di un prodotto proveniente dai Paesi in via di sviluppo è legato anche all’uso di fonti energetiche meno efficienti», secondo Kropp, «e quindi attraverso i nostri comportamenti diventiamo indirettamente responsabili delle emissioni che hanno luogo in quei paesi. Le autorità locali assumono così un ruolo assolutamente prioritario, perché sono più vicine ai cittadini e quindi maggiormente in grado di influenzarne gli stili di vita».

La necessità di un’azione urgente deriva anche dai risultati di recenti studi fatti in Canada. «È stato confermato che grandi quantità di metano vengono rilasciate nella tundra a seguito di fenomeni cosiddetti di retroazione, in genere non contabilizzati nei modelli previsionali del clima. Ciò significa che la situazione è ben più critica di ciò che ci si attendeva e i quantitativi di gas serra rilasciati in atmosfera sono ancora maggiori». Messaggio che Cadman, della città di Vancouver, invia volentieri ai colleghi canadesi che da lunedì prossimo, sempre a Bonn, inizieranno due settimane di negoziati ufficiali in preparazione del vertice dell’Unfcc di Durban, alla ricerca di un nuovo accordo mondiale per il clima. ❖

Carbon Tax: solo un’altra tassa o l’inizio di un cambiamento reale?

Planetnext

unita worldQuando si parla di tasse c’è sempre qualcuno che storce il naso: a nessuno piace l’idea di doverne pagare di più.

Forse per questo, anche la Carbon Tax, tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera, ha sempre trovato più ostacoli che sostenitori. Negli ultimi mesi, però, sembra che qualcosa sia cambiato e ora i tempi potrebbero essere davvero maturi per una sua introduzione su ampia scala.

Già due anni fa, da Parigi, era partita l’idea di una tassa comune a livello UE sulla CO2, sostenuta da un disegno di legge nazionale che pero’ non ha mai visto la luce, causa anche l’ingente crisi economica mondiale.

Successivamente, nel 2010, l’ipotesi di una tassa comune fu rilanciata dalla Svezia, proprio durante il semestre di presidenza dell’Unione. Un secondo falso allarme, a tal punto che alcuni Paesi hanno deciso di procedere in modo unilaterale, adottando, come ha fatto l’Irlanda lo scorso anno, l’imposta pigouviana. Il governo irlandese ha scelto di applicare la Carbon Tax su tutti quei settori rimasti al di fuori dell’Emission Trading europeo (ETS), schema che obbliga oltre 12000 installazioni industriali europee a gestire le proprie emissioni di biossido di carbonio.

Al momento restano esclusi dal governo di Dublino carbone e torba, le cui ampie distese vengono utilizzate proprio per la combustione. “In realtà, sebbene non ancora approvato ufficialmente e senza che sia stata fissata una scadenza precisa, si è già deciso che carbone e torba rientreranno nel sistema di tassazione”, spiega a PlanetNext Stefano Verde, ricercatore al Trinity College di Dublino, con uno studio proprio sugli effetti distributivi della Carbon Tax in Irlanda. Riguardo ai prezzi e al costo di una tonnellata di CO2, “in Irlanda siamo sui 15 euro, ma dovrebbe arrivare a 25 nel corso del 2012 e aumentare di altri 5 euro entro la fine del 2014”, specifica Verde.

Sulle coste opposte al Canale di San Giorgio, invece, la Carbon Tax assume caratteristiche leggermente differenti. La tassazione inglese, infatti, operativa dal 2013, non farà distinzioni tra chi già opera all’interno dell’ETS e il resto del mercato. “Verrà applicata indistintamente a tutti, fin dalla fase iniziale di vendita del carburante […] in funzione del tasso medio di intensità di carbonio della singola fonte – quale il carbone per esempio – e in base ai dati raccolti da DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs), l’Agenzia per l’ambiente britannica”, come spiega a PlanetNext Sebastian Mankowski, analista di Thomson Reuters Point Carbon.

Tax the bad and reward the good” (Tassa il cattivo e premia il buono), era lo slogan elettorale dell’attuale primo ministro britannico, David Cameron, convinto che tale strumento fiscale possa influenzare la competitività dei prodotti sul mercato e favorire quelli a minore impatto ambientale. Secondo dati ‘Point Carbon’, l’introduzione della Carbon Tax nel Regno Unito – annunciata a fine di marzo – potrebbe portare ad una riduzione delle emissioni di 67 milioni di tonnellate di CO2. Ovvero una quantità pari al 5,3 per cento delle missioni d’oltre Manica, pari a quelle di sei centrali a gas di media potenza (circa 400 MW).

Riguardo invece ai prezzi, si dovrebbe partire da una base di 6 euro la tonnellata. “Successivamente – spiega ancora Mankowski – il valore della tassa verrà definito annualmente attraverso la differenza tra quello della CO2 che il governo britannico si pone come traguardo e il suo reale prezzo di mercato ed altri fattori, tra cui l’inflazione e i tassi di cambio tra sterlina e euro”.

Nell’Europa continentale, e in particolare in Italia, la riforma del sistema fiscale annunciata dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, sembra destinata a spostare una parte significativa di tassazione diretta verso quella di tipo indiretto, di cui fa parte anche la Carbon Tax. Bisognerà però attendere la presentazione del documento di riforma finale per capire se il governo italiano deciderà di introdurre ciò che è considerato uno degli strumenti più efficaci per la lotta al cambiamento climatico, sia in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che di rapporto costo-beneficio degli interventi.

Al di fuori dei confini europei, invece, l’imposta sul carbonio ha trovato nuovi sostenitori in Australia, dove la primo ministro, Julia Gillard, ha annunciato l’introduzione della Carbon Tax entro il mese di luglio del prossimo anno. Un impegno importante dopo il primo cambio di rotta sulle politiche ambientali voluto dal suo predecessore, Kevin Rudd, cui si deve il merito di aver ratificato il

Protocollo di Kyoto. Il prezzo ipotizzato per una tonnellata di CO2 potrebbe variare dai 15 ai 29 euro, con l’obiettivo di istituire, entro tre anni, uno schema di Emission Trading nazionale, capace di integrarsi con gli altri esistenti a livello internazionale.

Sempre nel 2012, la Carbon Tax potrebbe trovare spazio anche in Sudafrica, che a dicembre prossimo ospiterà l’incontro annuale dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), in cui si deciderà il futuro del Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante in materia climatica. In Sudafrica, il prezzo di riferimento per una tonnellata di CO2 sarebbe nettamente minore di quello prospettato in Australia, con un range che potrebbe variare dai 7 ai 20 euro.

Un orizzonte grigio e nebuloso è invece quello che si intravede dalle coste atlantiche del Nord America. Nonostante gli elogi da parte di Barack Obama per il sistema che tassa le emissioni di gas serra alla fonte, gli USA non hanno ancora compiuto alcun passo concreto in questa direzione.

Il Congresso si è sempre opposto a qualsiasi trattato internazionale vincolante in materia di clima, ovvero fin dalla nascita del Protocollo di Kyoto, che Washington non ha mai ratificato. L’amministrazione Obama ha cercato di aggirare l’ostacolo sopperendo ad una debolezza politica percorrendo le vie amministrative, a partire dall’inserimento di Lisa Jackson a capo dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia per la protezione dell’ambiente. E’ proprio dagli uffici della Jackson che sono partite le prime azioni nazionali in riferimento alla lotta al cambiamento climatico. Come la classificazione dei gas serra come problema di salute pubblica, in un Paese che fino a qualche anno prima negava l’esistenza stessa del cambiamento climatico come diretta conseguenza dell’azione umana. Se nei prossimi mesi gli USA adotteranno una tassazione sul carbonio, lo si dovrà probabilmente all’ingegnera chimica, fortemente voluta da Obama.

Il problema, in passato come adesso, è il rischio di scontrarsi con l’opinione pubblica, sempre poco comprensiva quando si tratta di metter mano al portafogli. Affinché il sistema di tassazione possa funzionare ed essere sostenibile nel tempo è necessario che a fronte dell’introduzione della Carbon Tax corrisponda una diminuzione della pressione fiscale su altri fronti, in particolare quello del lavoro. Questa, infatti, la tesi sostenuta in più occasioni dall’ex Commissario europeo per la Fiscalità e l’Unione Doganale nella Commissione Barroso I, Laszlo Kovacs.

A 13 anni da Kyoto e a pochi mesi dalla Conference of Parties di Durban, la Carbon Tax sembra essere tornata ad alimentare il dibattito sul panorama politico internazionale. Il tempo sembra quindi essere maturo per dare forza a quello che potrebbe diventare uno degli strumenti principali per la lotta al cambiamento climatico.