L’accordo non c’è. Ma si “prende nota”

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L’assemblea Onu non vota. E il documento finale del summit, nonostante le assicurazioni di Ban Ki-moon, non è vincolante se non per i paesi che lo vogliano.

Loro dicono di averlo realizzato, ma non è vero», dice Kim Christansen, leader mondiale del Wwf, replicando ai media che annunciano l’Accordo di Copenhagen.

Si parla del documento prodotto venerdì nell’incontro ristretto di capi di stato e di governo in una serie di incontri informali all’interno della Conferenza dell’Unfccc. Per recepirlo all’interno della Convenzione sul clima è necessaria l’approvazione all’unanimità in Plenaria.

Il documento calato dall’alto e privo di contenuti ambiziosi è stato ieri però bloccato per l’opposizione di Tuvalu e di alcuni paesi del sud America. Non bastano dieci ore tra trattative e sospensioni tecniche per superare il dissenso. Ci mette del suo anche Rasmussen, la cui presidenza è definita dal capo delegazione dell’Arabia Saudita la peggiore nella sua esperienza.

La settimana precedente Kevin Conrad, capo delegazione della Papua Nuova Guinea, aveva proposto di cambiare le regole di voto per evitare simili situazioni di impasse ma, ironia della sorte, era stato bloccato proprio da chi ora vorrebbe non tenere conto del dissenso di Tuvalu.

L’Unfccc mette in movimento i propri esperti legali per trovare una soluzione. Alla nuova apertura dei lavori, chi prende temporaneamente il posto di Rasmussen, in 30 secondi, con una sorta di blitz, recepisce il documento con la formula «prende nota».

Ban Ki-moon dichiara fatto l’accordo, aprendo teoricamente la strada all’interno dell’Unfccc per rendere operative le azioni previste nel documento. Di fatto si tratterebbe della prima volta di un testo che viene calato dall’alto e diventa operativo senza passare dal dibattito puntuale della plenaria e del gruppo di lavoro. Tra l’altro verrebbe meno la tanto sbandierata trasparenza della presidenza danese, visto che il processo non ha visto il coinvolgimento di tutti i paesi.

Immediata la levata di scudi contro l’interpretazione di Ban Ki-moon e di alcuni paesi. La rappresentante venezuelana sottolinea che «prendere nota» significa solo recepire l’esistenza di un documento a cui chiunque può decidere di aderire volontariamente, ma al di fuori dell’Unfccc.

Un documento sul clima che non fosse parte del tavolo Onu sui cambiamenti climatici si svuoterebbe però di ogni significato politico. I giganti della terra rischiano così di rimetterci la faccia, per il solito colpo di fionda di un Davide impertinente.

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Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

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“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.