La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

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Desertificazione, la nuova emergenza

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Beverly

L’australiana Beverley Henry, uno dei maggiori esperti di agricoltura sostenibile, guida una task force sotto l’egida Onu per diffondere le buone pratiche contro desertificazione e degrado della fertilità dei suoli.

Le Nazioni Unite hanno sviluppato specifiche Convenzioni per cercare il coordinamento internazionale su come affrontare le grandi sfide ambientali. L’importanza di cambiamento climatico, biodiversità, stato dei mari e delle coste e protezione dello strato dell’ozono è ormai riconosciuta anche a livello di opinione pubblica, con frange di detrattori sempre più ristrette e con meno argomenti a disposizione. Non sembra però altrettanto alta l’attenzione per i processi di degradazione dei suoli e di desertificazione, sebbene questi siano stati già riconosciuti come una delle principali sfide allo sviluppo sostenibile nel summit di Rio del 1992 e oggetto, fin dal 1994, della Convenzione UNCCD.

Il fenomeno dovrebbe, invece, preoccupare il singolo cittadino ed essere tra le priorità di ogni seria agenda politica, perché la continua perdita di estensione e fertilità delle aree coltivabili, sommata a una popolazione che si avvia rapidamente verso i 10 miliardi e alla riduzione di produttività complessiva dei suoli legata al cambiamento climatico, delinea uno scenario decisamente preoccupante in termini di disponibilità di cibo. Assume per questo grande importanza la decisione in ambito ISO, l’ente di standardizzazione internazionale, di realizzare una norma per identificare e promuovere le buone pratiche in grado di contrastare i processi di desertificazione. Il progetto è guidato dall’australiana Beverley Henry, professoressa alla Queensland University ed esperta di agricoltura sostenibile e gestione dei suoli. “Abbiamo di fronte un fenomeno preoccupante, in continua espansione”, sostiene Henry. “Ogni anno vengono persi circa 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile e nelle zone asciutte un’area di 12 milioni di ettari, pari a tre volte la Svizzera, diventa deserto.”

La gravità della situazione è confermata dagli impressionanti dati riportati negli studi citati dall’UNCCD sulla degradazione dei suoli, spesso irreversibile, che affligge già il 24% delle terre emerse. Circa 1,5 miliardi di persone, rappresentato principalmente dalle popolazioni più povere, vive in aree già degradate. Nella sola area sub sahariana ogni anno si perdono 76 m2 di terreno arabile per persona.

Le responsabilità umane sono pesanti. Deforestazione, cattiva gestione forestale, agricoltura e pascolo intensivo, sfruttamento minerario, e dinamiche demografiche, oltre al contributo al cambiamento climatico, hanno un ruolo centrale anche nei casi in cui il fenomeno ha origine naturale. “Ne è un esempio l’Australia”, continua Henry, “dove il fenomeno interessa ben i 2/3 dell’intero paese. Nei 40.000 anni di presenza degli indigeni, si sono avute molte modifiche in termini di copertura vegetale, dovute al cambio del clima e all’uso del suolo, ma di tipo reversibile, mentre in soli 200 anni gli occidentali hanno distrutto le foreste delle aree più fertili, per dare spazio all’agricoltura e all’allevamento, avviando processi di degrado irreversibile del territorio.”

La degradazione dei suoli è il primo passo verso la desertificazione e le conseguenze sulla produzione di cibo sono evidenti, visto che in questo modo vengono sottratti ogni anno una quantità di terreni potenzialmente in grado di produrre 20 milioni di tonnellate di grano. Secondo Lester Brown siamo già entrati nella fase critica per il cibo. Nel libro “9 miliardi di posti a tavola”, cita impressionanti dati della FAO sull’incremento del costo degli alimenti di base e uno studio del Dipartimento di Stato USA, in cui è evidenziato come dal 2007 al 2009 vi siano già state delle rivolte per il cibo in 60 nazioni.

Ma qual è la situazione in Italia? “Secondo recenti studi,” sostiene ancora Henry, “i paesi del Mediterraneo stanno diventando più sensibili alla degradazione dei suoli e ciò aumenta le difficoltà ad attuare efficienti strategie politiche contro la desertificazione. Ma la situazione, per quanto critica, non è ancora fuori controllo. Ci sono evidenze che negli ultimi 20 anni sono stati raggiunti risultati significativi nel recupero di aree degradate. Si possono attuare pratiche agricole e forestali che in Africa, ad esempio, hanno portato a migliorare la qualità di 6 milioni di ettari di suolo. E la diffusione di queste e altre buone pratiche è proprio quello che ci proponiamo di fare con lo sviluppo della ISO 14055. Ma è necessario fare presto.”

ONU, “Caschi verdi” per conflitti dovuti a mancanza risorse naturali?

Planetnext

PN bambina indiaSiccità, alluvioni, guerre per il controllo delle risorse idriche, carestie e insicurezza. Con queste poche parole si possono riassumere gli ultimi mesi della vita del nostro Pianeta.

In Kenya orientale cresce la tensione tra la popolazione che si è vista negare gli aiuti indirizzati ai vicini somali, sebbene entrambi condividano e stiano subendo una delle peggiori siccità a memoria d’uomo.

Nel giugno scorso, secondo quanto riportato da Al-jazeera, l’esercito israeliano ha distrutto alcuni serbatoi necessari alla raccolta dell’acqua nel villaggio palestinese di Amniyr. Stessa sorte per altri pozzi e infrastrutture nei villaggi di Al-Nasaryah, Al-Akrabanyah e Beit Hassanin situati nella valle del Giordano, in quella che può essere definita una vera e proprio ‘guerra dell’acqua’. Una guerra che, secondo le accuse palestinesi, lascia alla popolazione 50 litri al giorno a fronte dei 280 l/g a disposizione dei coloni.

In Pakistan, le continue alluvioni che hanno afflitto il Paese sud asiatico nel 2010, hanno distrutto quasi due milioni di abitazioni. Coloro che a fatica hanno superato la continua emergenza guardano con timore e paura alla possibilità di nuove e ingenti precipitazioni.

Sempre nel 2010, ed esattamente ad agosto, la Russia, colpita da una inattesa siccità, si è vista costretta ad introdurre un embargo sull’esportazione di grano. Lo stato d’emergenza per siccità e incendi e’ stato esteso a 27 regioni agricole della Federazione, obbligando le autorità a ridurre le stime del 20 per cento rispetto ai 97 milioni di tonnellate di grano raccolto nel 2009.Una scelta che si è immediatamente ripercossa sul mercato internazionale in un vortice senza fine. A settembre del 2010 la FAO sottolineava come il prezzo del grano avesse influito a sua volta su quello dei prodotti alimentari con una crescita del 5 per cento solo nel mese precedente. Un’impennata definita come “il più grande aumento mensile dallo scorso novembre” (2009, ndr). Aumenti che secondo alcuni analisti hanno rappresentato l’effetto scatenante delle proteste in Tunisia e a catena in altri Paesi del Nord Africa e Medio Oriente.

“Il cambiamento climatico rappresenta in maniera evidente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come ha sottolineato anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, in apertura del secondo incontro del Consiglio di sicurezza dedicato a ‘Clima e sicurezza mondiale’ tenutosi il 20 luglio scorso. Il primo incontro dell’UNSC su questi temi, organizzato nel 2007 sotto la guida della Gran Bretagna, si era chiuso con un nulla di fatto. Qualche mese più tardi, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC) e l’ex vice presidente statunitense Al Gore si sarebbero visti assegnare il premio Nobel per la pace per gli sforzi da loro compiuti per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti.

Durante questo secondo incontro, Ban Ki-moon ha ricordato che “gli eventi meteorologici estremi si ripetono ormai con maggiore frequenza e intensità creando danni alle persone, alle infrastrutture e ai bilanci nazionali”. Parole che hanno anticipato le forti piogge monsoniche che nei giorni scorsi hanno sconvolto e devastato proprio la sua Corea: 400 mm di pioggia in 17 ore. Un dato spaventoso se si pensa che le precipitazioni annue in Corea del Sud variano dai 1.500 mm di Seul ai 2.000 di Busan.

Nel vicino Giappone, invece, ancora sconvolto dalla distruzione causata dallo tsunami, le autorità stanno provvedendo all’evacuazione di 400.000 persone nel nord est del Paese proprio a causa delle forti precipitazioni.

L’incontro del 20 luglio, avvenuto al riparo del palazzo di vetro di New York, è stato promosso fra gli altri dalla Germania, su spinta iniziale delle nazioni delle piccole isole oceaniche, ovvero i primi a scomparire qualora dovesse verificarsi un innalzamento del livello dei mari. Un incontro passato abbastanza in sordina e fortemente osteggiato dalla Russia.

Entro la fine del secolo il livello del mare si potrebbe alzare di un metro”, ha ribadito il Direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme), Achim Steiner. “Se guardiamo su una mappa le decine di migliaia di km che sarebbero influenzate (dall’innalzamento dei livelli dei mari, ndr), ci renderemmo conto che ciò porterebbe a ridisegnare la mappa mondiale, sia geograficamente che economicamente”, ha spiegato Steiner.

All’interno del Consiglio di sicurezza si è ventilata anche l’ipotesi di introdurre una nuova forza di intervento, quella dei ‘Caschi verdi’, da impiegare in aree di conflitto provocati dalla scarsità di risorse naturali. Al di là delle diverse opinioni in merito, resta il dubbio se un corpo composto da militari chiamati ad agire sulle conseguenze del problema sia o meno adatto, o se dovrebbe essere affiancato da personale tecnicamente qualificato in grado di operare sullo sfruttamento sostenibile delle risorse, le vere cause dei conflitti.

Un dibattito che per ora è morto sul nascere, visto che la risoluzione proposta dalla presidenza è stata bocciata alla luce dell’opposizione di alcuni Paesi. Il debole documento finale arriva quindi a riconoscere solo le possibili implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza globale.

Un risultato duramente attaccato della rappresentante statunitense, Susan Rice, secondo cui, alla richiesta d’aiuto dei Paesi che rischiano di scomparire “il Consiglio, a causa del rifiuto di pochi di assumersi le proprie responsabilità, ha risposto con il silenzio, ovvero come dire semplicemente: ‘Sfortunati’”.

Dopo Copenhagen i grandi del clima cercano un nuovo accordo a Bonn

AAA-Sole24Ore

Almeno su un punto vi è accordo completo nell’incontro dell’Unfccc, il tavolo negoziale sui cambiamenti climatici dell’Onu (United framework convention on climate change), in corso a Bonn. Ora tutti riconoscono il fallimento di Copenhagen e chiedono la ricostruzione del clima di fiducia e collaborazione venuto meno nella fase preparatoria della Conferenza dello scorso dicembre. «A Copenhagen è stata distrutta l’atmosfera di dialogo costruttivo – sostiene l’alto delegato cinese Qingtai Yu – ora è necessario ritornare alle basi negoziali precedenti».

Sorprende che una simile dichiarazione giunga proprio dalla Cina, visto che è considerata, assieme agli Usa, la principale responsabile dello svuotamento di contenuti dell’accordo di Copenhagen. Davanti alla richiesta di assunzione di responsabilità Yu, senza riuscire a nascondere un certo imbarazzo, giustifica l’accordo come il male minore e necessario per evitare che dalla capitale danese si dovesse tornare a mani vuote.

Pochi sembrano credere davvero a questa spiegazione, ma il clima di riconciliazione richiede anche la disponibilità a chiudere un occhio sugli errori passati. La svolta positiva di Bonn è riconosciuta anche dal capo delegazione indiano Mauskar, che riconosce come dopo due anni si sia tornati ad ascoltarsi gli uni con gli altri.

Il rappresentante delle Isole Salomon, Collin Beck, interpreta la perdita dell’approccio multilaterale come una delle principali cause del fallimento di Copenhagen, ma a volte “si ha bisogno di attraversare una fase di crisi per arrivare a capire che si era sulla strada sbagliata”.

Chiuso il capitolo danese, parte ora la costruzione del percorso in direzione di Cancun. E anche qui si registra un importante punto di accordo tra le parti. La conferma che l’ambito di negoziazione sul clima deve restare quello dell’Unfccc è particolarmente importante, visto che la Convenzione sta attraversando forse una delle più grandi crisi dalla sua creazione nel 1992. Solo lunedì il Segretario Esecutivo uscente, Yvo de Boer, ammetteva l’evidenza dell’incapacità politica di ottenere entro i prossimi dieci anni obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con le richieste degli scienziati.

Bisognerà vedere ora se il rinnovato clima di fiducia sarà sufficiente per riuscire a produrre un nuovo accordo sul clima. Il negoziatore brasiliano Sergio Serra non crede ciò potrà essere raggiunto entro l’incontro di Cancun del prossimo dicembre, rimandando così l’appuntamento al 2011 in Sudafrica. La pensa diversamente Islam Chowdhury, in rappresentanza del Bangladesh e del blocco di circa 50 paesi meno sviluppati, che insiste per un accordo legalmente vincolante già in Messico.

I paesi in via di sviluppo chiedono intanto di discutere dei soldi che il mondo industrializzato ha promesso loro sulla base della propria responsabilità storica sul cambiamento climatico. Si parte dai 30 miliardi di dollari che l’accordo di Copenhagen prevede siano trasferiti nel triennio 2010-2012. Poco ancora si sa, però, sulle modalità e le tempistiche di concessione di questi finanziamenti, su cui Serra non nasconde un certo scetticismo, visto che ad oggi quelli previsti per 2010 non sono ancora disponibili.

La Ue, dal canto suo, intende svelare a breve tempi e modi di questo trasferimento, anche se la situazione non è ancora chiara in tutti i paesi. Nel caso dell’Italia, ad esempio, a fronte di un impegno annuo di 200 milioni di euro, risulta esservi al momento la disponibilità della metà.

Si pone poi il problema di come spendere questi soldi, visto che i paesi sviluppati sono più orientati ad interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra, mentre quelli in via di sviluppo chiedono un aiuto maggiore sul fronte dell’adattamento, quindi della riduzione degli impatti causati dal cambiamento climatico, ed il Fondo di adattamento è oggi una scatola vuota con solo 100 milioni di dollari.

Il panorama dei finanziamenti si completa con il Redd, meccanismo rivolto alla lotta alla deforestazione, attualmente in fase di definizione. In modo ufficioso si ipotizzano cifre variabili tra i 4,5 e i 5,4 miliardi di dollari, ma su modalità di concessione e di utilizzo la discussione non sembra nemmeno avviata.

Come cercare di far fluire una quantità maggiore di fondi alla lotta del cambiamento climatico resta un tema cruciale, tanto che lo stesso Ban Ki-moon ha creato un gruppo di alto livello con il compito di investigare tutti i percorsi possibili, dal mercato del carbonio, alle tasse sulle transazioni finanziarie o sui trasporti internazionali. Il rapporto finale sarà pronto ad ottobre ed avrà sicuramente un posto di riguardo a Cancun sul tavolo di lavoro di ogni negoziatore.

Con o senza Copenhagen, da Bonn riparte il trattato sul clima

AAA-Sole24Ore

BONN – C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di Bonn, dove si è tenuto il primo incontro dell’Unfccc, il tavolo di lavoro dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo la Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre. L’obiettivo è la definizione dell’agenda di lavoro per il 2010, ma la discussione si sposta inevitabilmente attorno all’Accordo di Copenhagen, il gigante dai piedi di argilla, forte della centinaia di firme di capi di stato e di governo che porta in calce, ma sviluppato attraverso un percorso che ha bypassato le procedure Unfccc. Che farne?

L’accordo è frutto della volontà politica di un ristretto tavolo di capi di stato e di governo volati a Copenhagen negli ultimi due giorni della Conferenza, a cui si sono andate via via sottraendosi le sedie disponibili ed è finito per essere un’intesa al ribasso imposta dalla Cina agli Usa. La stessa Ue del resto non aveva mascherato il malcontento verso un documento alla cui stesura finale era stata esclusa ed in cui erano spariti tutti gli obiettivi numerici di grande significato politico. Come è noto, nella seduta plenaria conclusiva danese alcuni paesi hanno deciso di rifiutare l’adozione formale di un documento sviluppato da pochi capi di stato e di governo in stanze parallele e non ufficiali, quindi all’esterno delle regole Unfccc. L’unica soluzione possibile per l’assemblea è stata quindi di “prendere nota” timidamente dell’accordo sviluppato dai grandi.

Il fronte di chi vuole dimenticare l’Accordo di Copenhagen è cresciuto da dicembre ad oggi, arrivando all’incirca ad un quinto del gruppo del G77, di cui fa parte anche la Cina. Ed è proprio quest’ultima a ricoprire a Bonn, dopo essere stata la mattatrice del negoziato nella capitale danese, una posizione scomoda.

Non è semplice infatti trovarsi nella duplice veste di chi è stato protagonista nella stesura dell’accordo ed è al contempo uno dei soggetti politici principali del gruppo che ne vuole limitare l’utilizzo. Alla fine l’intesa su questo punto all’interno del G77 non c’è stata, costringendoli a presentarsi nella riunione plenaria finale tedesca senza una posizione comune.

Differenze all’interno del G77 che probabilmente sono destinate ad amplificarsi in futuro, visto l’anacronistica coesistenza di giganti economici come Cina e India e di chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, quali le isole del pacifico e i paesi meno sviluppati.

La creazione lo scorso anno della nuova coalizione dei Paesi africani, è probabilmente un segnale che qualcosa all’interno del G77 sta già cambiando e l’attenzione con cui la Ue guarda a loro è un chiaro segnale della speranza di riuscire a differenziare il fronte del G77, creando così un nuovo scenario negoziale.

È certo invece che i lavori del 2010 ripartiranno dai documenti sviluppati negli ultimi due anni all’interno del percorso negoziale ufficiale dell’Unfccc, come richiesto dal mandato del Bali Action Plan. Si tratta di quanto prodotto all’interno dei due gruppi responsabili di definire gli impegni futuri del Protocollo di Kyoto (KP) e quelli (LCA) dei colossi, quali USA e Cina, i cui impegni di riduzione per ragioni diverse sono esclusi dal processo di revisione del protocollo.

La logica vorrebbe che KP e LCA arrivino a fondersi in un tavolo negoziale unico, ma talvolta politica e logica muovono su binari paralleli e far convergere la discussione in un unico gruppo è un’impresa impossibile, vista la netta opposizione dei paesi in via di sviluppo che temono ciò possa portare ad affondare il Protocollo di Kyoto.

Novità certe sono attese alla guida dell’Unfccc, viste le dimissioni presentate a febbraio dal Segretario esecutivo Yvo de Boer, che saranno però effettive solo da inizio luglio, le cui cause sono probabilmente riconducibili al fallimentare esito della Conferenza di Copenhagen.

Sette sono i candidati possibili, ma sembra che l’inserimento nella triade finale da sottoporre a Ban Ki-moon, sia un gioco già chiuso tra l’ungherese Janos Pasztor, il sudafricano Marthinus van Schalkwyk, l’indiano Vijai Sharma e la costaricana Christiana Figueres. È probabile che alla fine la scelta cadrà, per normale avvicendamento, ad un rappresentante dei paesi in via di sviluppo e la Figueres sembra giocare il ruolo della favorita, anche se la sua vicinanza per ragioni professionali al mondo imprenditoriale dei paesi sviluppati potrebbe giocare a suo sfavore.

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.

Il gas serra non derubi la fame

AAA-Unita

Su un punto a Copenhagen sembrano essere tutti d’accordo. I paesi industrializzati debbono aiutare finanziariamente quelli in via di sviluppo ad affrontare i cam- biamenti climatici e ad intraprendere un percorso di sviluppo a basso contenuto di carbonio. Yvo de Boer, guida del processo negoziale sul clima dell’Onu, sembra aver trovato il consenso: 10 miliardi di dollari all’anno dal 2010 al 2012.

Soldi che la Ue è disposta però a trasferire solo ai paesi più poveri, non alle grandi economie emergenti come India e Cina. Il responsabile della Commissione europea per i cambiamenti climatici, Artur Runge-Metzger, ironizza sul possibile paradosso di vedere gli Usa costretti a chiedere un prestito alla Cina per riuscire a finanziare lo stesso gigante asiatico.

In ogni caso si devono rendere disponibili, sostiene de Boer, soldi freschi e non trasformare fondi già in precedenza destinati ai paesi in via di sviluppo. È proprio questa la pre- occupazione di Jason Anderson, responsabile europeo di Wwf per clima ed energia. «I soldi già allocati dalla Ue in passato sono dello stesso ordine di grandezza dei 2 miliardi di euro che la Ue sembra voglia assegnare domani a Bruxelles. È sicuro che siano risorse aggiuntive?».

Evita ogni commento sul rischio che si girino sul clima soldi già promessi contro la fame nel mondo il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Ribadisce invece l’importanza di ottenere davvero quanto promesso al vertice di Roma nelle scorse settimane, perché spesso gli interventi a favore di un’agricoltura sostenibile nei paesi poveri hanno una importante ricaduta sul clima.

Federica Bietta, consulente speciale per il clima della Papua Nuova Guinea, precisa che i Paesi in via di sviluppo chiedono che i fondi siano gestiti da un nuovo organismo all’interno dell’Unfccc. «L’attuale Gef si è dimostrato troppo lento, burocratico e quindi inefficace. Adesso anche Ue ed Usa sembrano pronti ad accettare questa ipotesi».