Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

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Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Clima, l’Italia maglia nera freno alla politica della Ue

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Il nostro Paese bocciato al vertice di Cancun. Solo Arabia Saudita e Ucraina hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Siamo stati un blocco nella Ue favorevole a un taglio del 30% delle emissioni.

Solo Ucraina e Arabia Saudita hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Questo è quanto emerge dalla classifica tra i 57 Paesi responsabili di più del 90% delle emissioni mondiali di gas serra, presentata ieri a Cancun dalla Ong Germanwatch e da Can Europe. «The Climate Change Performance Index» è diventato ormai lo strumento con cui le Ong monitorano il comportamento dei vari Paesi, in termini di livello assoluto di emissione di gas serra, loro trend nel tempo e, appunto, le politiche climatiche nazionali ed internazionali.

L’Italia non ha mai saputo esprimere leader capaci di mettere il clima al centro dell’agenda di governo come avviene, ad esempio, in Gran Bretagna, Francia e Germania.

La bocciatura della politica climatica del Governo Berlusconi va però oltre l’apatia che caratterizza storicamente su questo tema il nostro Paese. L’indice di Germanwatch sembra denunciare l’assenza di un efficace disegno politico sia a livello interno che per quanto ha saputo dimostrare sui tavoli internazionali.

Secondo Jan Burck, coordinatore della stesura del rapporto, «le mozioni presentate in Senato dalla attuale maggioranza hanno dimostrato posizioni retrograde, più vicine a quelle del negazionismo o dello scetticismo sul cambiamento climatico che a quelle di un Paese intenzionato ad affrontare seriamente un tema complesso come il cambiamento climatico».

La bocciatura maggiore rispetto al passato avviene però, sempre secondo Burck, sul piano internazionale, dove l’Italia ha saputo caratterizzarsi per le posizioni di blocco in ambito Ue rispetto alla volontà di estendere al 30% gli obiettivi europei per il 2020 di riduzione delle emissioni di gas serra. È proprio la lontananza del nostro Paese rispetto a quanto sta avvenendo nel resto della Ue che salta maggiormente all’occhio sfogliando il documento di Germanwatch. Nella classifica generale dell’Indice tra i primi sette Paesi, ben sei appartengono alla Ue, con Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Francia rispettivamente all’inseguimento della posizione di testa del Brasile, premiato per l’efficace azione interna di lotta alla deforestazione e il grande lavoro a livello internazionale in preparazione del Summit «Rio più 20» del 2012.

LA CLASSIFICA

Rispetto alle sole politiche climatiche deludono invece gli Stati Uniti, con la 50esima posizione. Dopo l’avvicendamento Bush-Obama, il mondo intero aveva sperato in un sostanziale cambio di direzione, chiedendo al neo presidente americano di assumersi un ruolo di leader per la lotta al cambiamento climatico del pianeta. Le difficoltà interne per l’approvazione della riforma del sistema sanitario federale hanno però portato a sacrificare la votazione del testo di legge sul clima e l’assenza di ambiziosi impegni di riduzione delle emissioni, ha indebolito la sua posizione allo scorso vertice di Copenhagen. Terzo posto invece in questa sezione per la Cina che, pur rimanendo un Paese pieno di contraddizioni, presenta comunque degli importanti obiettivi nazionali di riduzione dell’intensità energetica e un interessante sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Qualche nota positiva per l’Italia viene invece dal fronte dei valori di emissione. La riduzione registrata nell’ultimo anno è però in sostanza riconducibile alla crisi economica che porta ad un minor consumo energetico complessivo e quindi a minori emissioni di CO2.

In mancanza di una seria politica sul clima trasversale su produzione di energia, mobilità, risparmio energetico e in termini più ampi del mondo del lavoro a favore di un economia a basso contenuto di carbonio è inevitabile che le emissioni di gas serra saranno destinate ad aumentare insieme con l’auspicata ripresa economica. E questo potrebbe cacciarci agli ultimi posti mondiali anche dei livelli e dei trend di emissione nei prossimi rapporti di Germanwatch.

Effetto serra, l’Italia maglia nera Rischio clima più caldo e secco

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Nelle emissioni di CO2 siamo al 44esimo posto su 57, davanti a Russia, Slovenia, Bulgaria. Se nel 2020 la temperatura aumentasse di 2 gradi, sarà difficile coltivare il grano nel Belpaese. Il rapporto di Germanwatch non è forse un documento ufficiale, ma resta uno degli strumenti più efficaci per la comparazione delle performance climatiche dei diversi Paesi a livello internazionale.

L’indice, pubblicato annualmente dall’Ong tedesca in occasione delle conferenze dell’Unfccc, analizza i 57 paesi che assieme sono responsabili di più del 90% delle emissioni complessive di gas serra. La comparazione viene effettuata su tre livelli: emissioni assolute di gas serra, tendenze evolutive nel tempo e politiche climatiche attuate a livello domestico ed internazionale.

FANALINO DI CODA

L’Italia non ha mai brillato in questa competizione, scendendo anzi negli ultimi anni sempre più in basso nella classifica complessiva. Ora siamo al 44 ̊ posto, alla guida di un’ipotetica serie C del clima con Russia, Slovenia e Bulgaria.

La nota parzialmente positiva di quest’anno è che non abbiamo perso posizioni rispetto alla classifica generale del 2009. Quella negativa, invece, è che siamo scivolati al terz’ultimo posto nella classifica parziale delle politiche a livello internazionale. Dopo di noi il Canada, forse l’ultimo paese rimasto ancora legato alla visione di politica climatica di Bush, che ha Copenhagen ha vinto quasi quotidianamente il Fossile del giorno, premio assegnato dalle Ong a chi si distingue in senso negativo sul negoziato.

Chiude la classifica parziale delle politiche internazionali l’Arabia Saudita, capace di contraddistinguersi in ambito Onu nello sbandierare la propria preoccupazione per la perdita di Pil, collegata allo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio, anche davanti al grido di allarme delle isole del Pacifico.

 

Copenhagen, “quanti anni avrai nel 2050?”

 

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unita 2050Alla fine i giovani delle ONG per attirare l’attenzione dei media si sono messi in mutande all’esterno del Bella Center, protetti dal freddo solo da una sciarpa arancione. Dello stesso colore all’interno sono le magliette con cui viene rilanciato ai negoziatori un messaggio già lanciato l’anno scorso a Poznan: “Quanti anni avrai nel 2050?”.La domanda è rivolta ad una classe politica matura che sembra nei fatti mostrare scarso interesse per i diritti di chi nel 2050 avrà la loro età. E con la stessa maglietta in plenaria una ragazza africana attacca i paesi sviluppati: “il 20% del mondo ha prodotto il 60% delle emissioni di CO2 in atmosfera” e poi rincara la dose “i vostri miliardi non sono abbastanza per pagare le nostre bare”.

La giornata di ieri è ruotata ancora attorno alla richiesta delle Isole Tuvalu di valutare la reale possibilità di un accordo legalmente vincolante a Copenhagen da affiancare al Protocollo di Kyoto, che il G77 spera ancora di vedere ratificato dagli USA di Barak Obama.
Su questo la Ue manifesta un comprensibile scetticismo. Non cede però dalla propria richiesta di realizzare un tavolo contestuale con USA e le principali economie emergenti, per definire i nuovi obiettivi di riduzione al di là dei confini dell’attuale Protocollo di Kyoto.
Per fare questo è però necessario che si stabiliscano a priori chiari regole sulle emissioni dalle foreste e dai diversi usi del suolo, in grado di spostare significativamente l’ammontare delle emissioni complessive di gas serra dei diversi paesi.
Importanti progressi si sono registrati, invece, sul fronte del trasferimento di tecnologie.
Un documento di alcune economie emergenti in risposta a quello danese di martedì ha movimentato ieri il dibattito, ma sembra destinato a sgonfiarsi nei prossimi giorni come uno dei tanti estratti dal cilindro per fare pressione sui tavoli negoziali.