Copenhagen Il miracolo sul clima

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Difficile immaginare il volto dell’addetto alla sicurezza del vertice Fao a Roma, all’arrivo in bicicletta dell’ambasciatore danese Gunnar Ortmann. Contagiosa invece è la risata con cui il diplomatico ricorda le difficoltà a passare il varco.

Un gesto dimostrativo prima della conferenza sul clima di Copenaghen?

«No, assolutamente. Vado sempre ai vertici ufficiali in bici qui a Roma, così come lo facevo a Berlino. Mi piace ed è più comodo. Al vertice Fao sono arrivato in circa 20 minuti, in auto sarebbe stata un’ora».

Non corre il rischio di essere preso un po’ per matto dai suoi colleghi?

«Non credo. Quando spiego le mie ragioni, tutti le trovano razionali e condivisibili, soprattutto se sono appena stati bloccati nel traffico»

Siamo alla vigilia di Copenaghen. Come vede la proposta del suo Primo ministro di puntare ad un accordo solo politicamente e non legalmente vin- colante?

«Credo sia frutto di realismo politico. È ovvio che sarebbe meglio arrivare ad un accordo legalmente vincolante, ma non ci sono i tempi. Noi siamo impegnati a fare il massimo di ciò che è possibile e credo che impuntarsi ad ottenere l’impossibile possa alla fine essere un danno per il clima».

E cos’è il massimo per lei?

«Copenaghen deve produrre un accordo ambizioso in termini di contenuto, demandando al prossimo anno la definizione dei vincoli legali. Dobbiamo lavorare insieme per limitare l’aumento della temperatura ai 2 ̊C, Attenzione, volere di più potrebbe portare all’opposizione di alcuni paesi ed al rischio di restare con nulla in mano».

Ritiene che il cambio di politica degli Usa sia sufficiente?

«La scelta di Obama di venire a Copenhagen è un segnale molto importante per il vertice; aspettiamo tutti di sapere cosa il presidente degli Usa vorrà dire in occasione della sua visi- ta. Solo dopo sarà possibile esprimere giudizi».

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Carbon Tax: solo un’altra tassa o l’inizio di un cambiamento reale?

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unita worldQuando si parla di tasse c’è sempre qualcuno che storce il naso: a nessuno piace l’idea di doverne pagare di più.

Forse per questo, anche la Carbon Tax, tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera, ha sempre trovato più ostacoli che sostenitori. Negli ultimi mesi, però, sembra che qualcosa sia cambiato e ora i tempi potrebbero essere davvero maturi per una sua introduzione su ampia scala.

Già due anni fa, da Parigi, era partita l’idea di una tassa comune a livello UE sulla CO2, sostenuta da un disegno di legge nazionale che pero’ non ha mai visto la luce, causa anche l’ingente crisi economica mondiale.

Successivamente, nel 2010, l’ipotesi di una tassa comune fu rilanciata dalla Svezia, proprio durante il semestre di presidenza dell’Unione. Un secondo falso allarme, a tal punto che alcuni Paesi hanno deciso di procedere in modo unilaterale, adottando, come ha fatto l’Irlanda lo scorso anno, l’imposta pigouviana. Il governo irlandese ha scelto di applicare la Carbon Tax su tutti quei settori rimasti al di fuori dell’Emission Trading europeo (ETS), schema che obbliga oltre 12000 installazioni industriali europee a gestire le proprie emissioni di biossido di carbonio.

Al momento restano esclusi dal governo di Dublino carbone e torba, le cui ampie distese vengono utilizzate proprio per la combustione. “In realtà, sebbene non ancora approvato ufficialmente e senza che sia stata fissata una scadenza precisa, si è già deciso che carbone e torba rientreranno nel sistema di tassazione”, spiega a PlanetNext Stefano Verde, ricercatore al Trinity College di Dublino, con uno studio proprio sugli effetti distributivi della Carbon Tax in Irlanda. Riguardo ai prezzi e al costo di una tonnellata di CO2, “in Irlanda siamo sui 15 euro, ma dovrebbe arrivare a 25 nel corso del 2012 e aumentare di altri 5 euro entro la fine del 2014”, specifica Verde.

Sulle coste opposte al Canale di San Giorgio, invece, la Carbon Tax assume caratteristiche leggermente differenti. La tassazione inglese, infatti, operativa dal 2013, non farà distinzioni tra chi già opera all’interno dell’ETS e il resto del mercato. “Verrà applicata indistintamente a tutti, fin dalla fase iniziale di vendita del carburante […] in funzione del tasso medio di intensità di carbonio della singola fonte – quale il carbone per esempio – e in base ai dati raccolti da DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs), l’Agenzia per l’ambiente britannica”, come spiega a PlanetNext Sebastian Mankowski, analista di Thomson Reuters Point Carbon.

Tax the bad and reward the good” (Tassa il cattivo e premia il buono), era lo slogan elettorale dell’attuale primo ministro britannico, David Cameron, convinto che tale strumento fiscale possa influenzare la competitività dei prodotti sul mercato e favorire quelli a minore impatto ambientale. Secondo dati ‘Point Carbon’, l’introduzione della Carbon Tax nel Regno Unito – annunciata a fine di marzo – potrebbe portare ad una riduzione delle emissioni di 67 milioni di tonnellate di CO2. Ovvero una quantità pari al 5,3 per cento delle missioni d’oltre Manica, pari a quelle di sei centrali a gas di media potenza (circa 400 MW).

Riguardo invece ai prezzi, si dovrebbe partire da una base di 6 euro la tonnellata. “Successivamente – spiega ancora Mankowski – il valore della tassa verrà definito annualmente attraverso la differenza tra quello della CO2 che il governo britannico si pone come traguardo e il suo reale prezzo di mercato ed altri fattori, tra cui l’inflazione e i tassi di cambio tra sterlina e euro”.

Nell’Europa continentale, e in particolare in Italia, la riforma del sistema fiscale annunciata dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, sembra destinata a spostare una parte significativa di tassazione diretta verso quella di tipo indiretto, di cui fa parte anche la Carbon Tax. Bisognerà però attendere la presentazione del documento di riforma finale per capire se il governo italiano deciderà di introdurre ciò che è considerato uno degli strumenti più efficaci per la lotta al cambiamento climatico, sia in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che di rapporto costo-beneficio degli interventi.

Al di fuori dei confini europei, invece, l’imposta sul carbonio ha trovato nuovi sostenitori in Australia, dove la primo ministro, Julia Gillard, ha annunciato l’introduzione della Carbon Tax entro il mese di luglio del prossimo anno. Un impegno importante dopo il primo cambio di rotta sulle politiche ambientali voluto dal suo predecessore, Kevin Rudd, cui si deve il merito di aver ratificato il

Protocollo di Kyoto. Il prezzo ipotizzato per una tonnellata di CO2 potrebbe variare dai 15 ai 29 euro, con l’obiettivo di istituire, entro tre anni, uno schema di Emission Trading nazionale, capace di integrarsi con gli altri esistenti a livello internazionale.

Sempre nel 2012, la Carbon Tax potrebbe trovare spazio anche in Sudafrica, che a dicembre prossimo ospiterà l’incontro annuale dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), in cui si deciderà il futuro del Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante in materia climatica. In Sudafrica, il prezzo di riferimento per una tonnellata di CO2 sarebbe nettamente minore di quello prospettato in Australia, con un range che potrebbe variare dai 7 ai 20 euro.

Un orizzonte grigio e nebuloso è invece quello che si intravede dalle coste atlantiche del Nord America. Nonostante gli elogi da parte di Barack Obama per il sistema che tassa le emissioni di gas serra alla fonte, gli USA non hanno ancora compiuto alcun passo concreto in questa direzione.

Il Congresso si è sempre opposto a qualsiasi trattato internazionale vincolante in materia di clima, ovvero fin dalla nascita del Protocollo di Kyoto, che Washington non ha mai ratificato. L’amministrazione Obama ha cercato di aggirare l’ostacolo sopperendo ad una debolezza politica percorrendo le vie amministrative, a partire dall’inserimento di Lisa Jackson a capo dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia per la protezione dell’ambiente. E’ proprio dagli uffici della Jackson che sono partite le prime azioni nazionali in riferimento alla lotta al cambiamento climatico. Come la classificazione dei gas serra come problema di salute pubblica, in un Paese che fino a qualche anno prima negava l’esistenza stessa del cambiamento climatico come diretta conseguenza dell’azione umana. Se nei prossimi mesi gli USA adotteranno una tassazione sul carbonio, lo si dovrà probabilmente all’ingegnera chimica, fortemente voluta da Obama.

Il problema, in passato come adesso, è il rischio di scontrarsi con l’opinione pubblica, sempre poco comprensiva quando si tratta di metter mano al portafogli. Affinché il sistema di tassazione possa funzionare ed essere sostenibile nel tempo è necessario che a fronte dell’introduzione della Carbon Tax corrisponda una diminuzione della pressione fiscale su altri fronti, in particolare quello del lavoro. Questa, infatti, la tesi sostenuta in più occasioni dall’ex Commissario europeo per la Fiscalità e l’Unione Doganale nella Commissione Barroso I, Laszlo Kovacs.

A 13 anni da Kyoto e a pochi mesi dalla Conference of Parties di Durban, la Carbon Tax sembra essere tornata ad alimentare il dibattito sul panorama politico internazionale. Il tempo sembra quindi essere maturo per dare forza a quello che potrebbe diventare uno degli strumenti principali per la lotta al cambiamento climatico.

 

Clima, l’Italia maglia nera freno alla politica della Ue

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Il nostro Paese bocciato al vertice di Cancun. Solo Arabia Saudita e Ucraina hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Siamo stati un blocco nella Ue favorevole a un taglio del 30% delle emissioni.

Solo Ucraina e Arabia Saudita hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Questo è quanto emerge dalla classifica tra i 57 Paesi responsabili di più del 90% delle emissioni mondiali di gas serra, presentata ieri a Cancun dalla Ong Germanwatch e da Can Europe. «The Climate Change Performance Index» è diventato ormai lo strumento con cui le Ong monitorano il comportamento dei vari Paesi, in termini di livello assoluto di emissione di gas serra, loro trend nel tempo e, appunto, le politiche climatiche nazionali ed internazionali.

L’Italia non ha mai saputo esprimere leader capaci di mettere il clima al centro dell’agenda di governo come avviene, ad esempio, in Gran Bretagna, Francia e Germania.

La bocciatura della politica climatica del Governo Berlusconi va però oltre l’apatia che caratterizza storicamente su questo tema il nostro Paese. L’indice di Germanwatch sembra denunciare l’assenza di un efficace disegno politico sia a livello interno che per quanto ha saputo dimostrare sui tavoli internazionali.

Secondo Jan Burck, coordinatore della stesura del rapporto, «le mozioni presentate in Senato dalla attuale maggioranza hanno dimostrato posizioni retrograde, più vicine a quelle del negazionismo o dello scetticismo sul cambiamento climatico che a quelle di un Paese intenzionato ad affrontare seriamente un tema complesso come il cambiamento climatico».

La bocciatura maggiore rispetto al passato avviene però, sempre secondo Burck, sul piano internazionale, dove l’Italia ha saputo caratterizzarsi per le posizioni di blocco in ambito Ue rispetto alla volontà di estendere al 30% gli obiettivi europei per il 2020 di riduzione delle emissioni di gas serra. È proprio la lontananza del nostro Paese rispetto a quanto sta avvenendo nel resto della Ue che salta maggiormente all’occhio sfogliando il documento di Germanwatch. Nella classifica generale dell’Indice tra i primi sette Paesi, ben sei appartengono alla Ue, con Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Francia rispettivamente all’inseguimento della posizione di testa del Brasile, premiato per l’efficace azione interna di lotta alla deforestazione e il grande lavoro a livello internazionale in preparazione del Summit «Rio più 20» del 2012.

LA CLASSIFICA

Rispetto alle sole politiche climatiche deludono invece gli Stati Uniti, con la 50esima posizione. Dopo l’avvicendamento Bush-Obama, il mondo intero aveva sperato in un sostanziale cambio di direzione, chiedendo al neo presidente americano di assumersi un ruolo di leader per la lotta al cambiamento climatico del pianeta. Le difficoltà interne per l’approvazione della riforma del sistema sanitario federale hanno però portato a sacrificare la votazione del testo di legge sul clima e l’assenza di ambiziosi impegni di riduzione delle emissioni, ha indebolito la sua posizione allo scorso vertice di Copenhagen. Terzo posto invece in questa sezione per la Cina che, pur rimanendo un Paese pieno di contraddizioni, presenta comunque degli importanti obiettivi nazionali di riduzione dell’intensità energetica e un interessante sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Qualche nota positiva per l’Italia viene invece dal fronte dei valori di emissione. La riduzione registrata nell’ultimo anno è però in sostanza riconducibile alla crisi economica che porta ad un minor consumo energetico complessivo e quindi a minori emissioni di CO2.

In mancanza di una seria politica sul clima trasversale su produzione di energia, mobilità, risparmio energetico e in termini più ampi del mondo del lavoro a favore di un economia a basso contenuto di carbonio è inevitabile che le emissioni di gas serra saranno destinate ad aumentare insieme con l’auspicata ripresa economica. E questo potrebbe cacciarci agli ultimi posti mondiali anche dei livelli e dei trend di emissione nei prossimi rapporti di Germanwatch.

Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

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“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.

Dal caos una spinta all’intesa

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Incontri annullati, procedure saltate, scalette stravolte e documenti teoricamente cruciali per il negoziato di cui non è certa ne- anche l’esistenza.

L’unica cosa che non è mancata in questi ultimi giorni a Copenhagen è la confusione.

Ma spesso, nei negoziati, la crisi o il rischio di collasso è essenziale per il successo, perché obbligano ad affrontare i nodi irrisolti e spingono al compromesso.

Una delle principali criticità emersa è la ormai superata rappresentatività del G77, che raccoglie Paesi in via di sviluppo molto diversi, quali Cina ed Etiopia. Lo scontro interno è latente da anni, ma ora sono aumentate le richieste di un maggiore impegno verso le economie emergenti. La proposta della Ue di dedicare il proprio finanziamento per il 2010-2012 ai Paesi più poveri diventa così un grimaldello che favorisce la rottura del fronte del G77. Del resto l’unione africana ha manifestato la priorità di avere un aiuto finanziario immediato per combattere il cambiamento climatico. I Paesi ricchi di foreste, come Brasile, Indonesia e Papua, cercano invece nell’accordo la creazione di un meccanismo, il Redd, che garantisca un flusso economico a chi combatte la deforestazione. La Ue chiede agli altri grandi di fare uno sforzo «comparabile» per elevare il proprio obiettivo di riduzione dal 20 al 30%. Per gli Usa ciò non può significare una magiore riduzione delle emissioni rispetto a quanto promesso, se non minima, , perché non si può chiedere a Obama di fare un miracolo dopo l’immobilismo di Bush. La comparabilità potrebbe così essere monetizzata in un maggiore aiuto economico per i Paesi poveri. Per contro gli Usa potrebbero chiedere di vedere espressi gli obiettivi di riduzione anche rispetto al 2005. Per la Cina invece potrebbe significare l’adozione di impegni vincolanti rispetto ai trend di emissione futuri, che il gigante asiatico potrebbe contrattare in cambio del trasferimento di tecnologia. Le richieste sul tavolo sembrano essere chiare. Resta da vedere se 24 ore saranno sufficienti a costruire il compromesso.

Usa, svolta in Senato E l’Epa riconosce che il CO2 è nocivo

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L’Ente per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti ora potrebbe decidere autonomamente la riduzione dei gas serra anche senza alcuna legge nazionale

Bush negava l’esistenza del cambiamento climatico, mentre Obama lo riconosce come priorità assoluta per il mondo intero. La svolta nella politica degli Usa è palese, ma gli americani restano l’anello debole del negoziato anche a Copenhagen. Di fatto la Casa bianca è ostaggio del Senato, a causa di una risicata maggioranza democratica e dell’ampia presenza di lobby trasversali nei diversi partiti. Era stato così anche nel 1997, quando il vice presidente Al Gore è rientrato da Kyoto con il famoso Protocollo appena sottoscritto, senza immaginare però che il Senato gli avrebbe negato la ratifica finale. Gli Usa sono ancora tra i pochissimi paesi a non riconoscere la validità dell’accordo internazionale, un’eccezione nel panorama politico sul riscaldamento globale. La peculiarità americana ha costretto l’Unfccc, nel 2007 a Bali, ad affiancare al tavolo in cui discutere i futuri impegni degli aderenti al Protocollo di Kyoto, uno parallelo in grado di coinvolgere anche gli Usa. Il timore è che ora a Copenhagen si ripeta quel che avvenne nel 1997. Per ridurre questo rischio è pronta al Senato una proposta di legge, la cui gestazione è iniziata già qualche anno fa quando, dopo il cambio di maggioranza del Congresso nel novembre del 2006, i democratici chiesero a Bush l’inversione della politica climatica degli Stati Uniti.

La svolta. L’incertezza sulla reale possibilità della legge di passare le forche caudine del Senato è rimasta molto alta,

fino alla pubblicazione di un provvedimento dell’Epa che riconosce la CO2 come sostanza pericolosa per l’uomo. Ciò consente all’Agenzia per la protezione dell’ambiente americana di produrre regolamenti tecnici sulle emissioni di gas serra, pur in assenza di una legge nazionale, riducendo di fatto il potere politico del Senato.

Secondo Dean Scott, esperto di cambiamento climatico a Washington per Bna, i senatori saranno persuasi ad approvare la proposta di legge perché in sua assenza l’Epa potrebbe comunque limitare le emissioni di CO2 agli impianti industriali. Ed infatti ieri i leader dei tre gruppi politici del Senato hanno inviato a Barack Obama una lettera in cui si dichiarano «uniti nel dire che è giunto il tempo di affrontare i cambiamenti climatici». Scott però invita alla cautela, vista la possibile ricaduta sugli interessi delle lobby toccate dalla legge e la necessità di verificare gli effettivi numeri della maggioranza. E c’è un ultimo elemento cruciale. Una legge federale avrebbe bisogno della maggioranza semplice, ma di fatto per superare l’ostruzionismo al Senato è richiesto il 60% dei voti, che sale al 67% quando è richiesta l’approvazione di un trattato internazionale. Per garantire quel margine di sicurezza del 7% di votanti diventa fondamentale che l’approvazione della legge federale preceda quella di un protocollo internazionale. E visto che il possibile calendario per la legge Usa al Senato è previsto per la primavera del 2010, sembra inevitabile che la firma del Trattato di Copenhagen venga rimandata nel giugno del 2010 a Bonn.