L’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto? No. Ma ormai dobbiamo guardare avanti

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Nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, gli impegni presi con il Protocollo internazionale non sono stati rispettati. Intervista a Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni

27/07/2015
DANIELE PERNIGOTTI

È passato un anno dall’incontro in cui Ispra ha presentato i dati ufficiali delle emissioni nazionali di gas a effetto serra (GHG) del 2012. Veniva a completarsi così il quadro delle emissioni del quinquennio 2008-2012, necessario per chiarire il raggiungimento dell’obiettivo di Kyoto di tagliare del 6,5%, rispetto ai valori del 1990, le emissioni italiane. Purtroppo, nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, si è dovuto riconoscere il mancato soddisfacimento degli impegni presi con il Protocollo internazionale.

Alcuni recenti articoli sulla stampa italiana hanno però cercato di riaprire il dibattito sul raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Ne parliamo con Domenico Gaudioso, capo dell’unità ISPRA responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni GHG.

Gaudioso, ha ancora senso discutere sulla posizione dell’Italia rispetto a questi obiettivi.  

«No, non ha alcun senso. L’inventario nazionale è ormai congelato. È stato trasmesso all’UNFCCC e abbiamo già subito il riesame indipendente del Segretariato della stessa organizzazione, che ha confermato la correttezza dei dati che avevamo presentato».

E allora perché c’è ancora chi si ostina a mettere in discussione il “fallimento” dell’Italia?  

«Forse perché non è abbastanza chiaro il sistema di contabilizzazione delle emissioni. L’Ue ha scorporato le emissioni dei grandi impianti industriali dalla competenza nazionale, inserendole tutte all’interno del sistema ETS (Emission Trading Scheme, ndr). Le variazioni che hanno luogo in quell’ambito hanno una loro gestione autonoma che esce dal conteggio degli obiettivi nazionali di Kyoto. È un conteggio completamente separato».

Come ostinarsi a contare i gol in fuorigioco per decidere che ha vinto una partita?  

«Esatto. È proprio un altro contesto con proprie regole e sistema di contabilizzazione. La crisi economica ha fatto registrare una forte riduzione delle emissioni produttive all’interno dell’ETS, ma ciò non ha inciso sulla valutazione degli obiettivi di Kyoto».

Quali sono i prossimi passi per compensare il deficit di riduzioni di Kyoto?  

«Adesso siamo in un periodo denominato di “allineamento”, in cui è possibile fare acquisti e transizioni per colmare il deficit di mancate riduzioni delle emissioni ed entro il 2 gennaio 2016 bisogna predisporre il rapporto finale. Alcuni crediti sono già stati recuperati dall’Italia. Bisogna, inoltre, contabilizzare quelli maturati all’interno del Carbon Fund della Banca Mondiale».

L’inventario ha evidenziato degli andamenti positivi?  

«Sicuramente il fronte delle rinnovabili, in cui si sono registrati dei risultati inattesi anche solo fino a qualche anno fa. Del resto la tendenza di crescita delle rinnovabili in tutto il mondo ha già superato gli scenari più ottimisti. La capacità fotovoltaica installata a livello mondiale è nettamente superiore agli scenari d Greenpeace. Quella dell’eolico è sovrapponibile a essi».

L’Italia è in generale in linea con questa tendenza. Ora bisognerebbe iniziare a lavorare di più sulla gestione delle reti e sull’accumulo di energia.

Quali i settori in cui la situazione non è così rosea?  

«L’unico settore che ha fatto registrare una crescita netta delle emissioni di CO2 è quello residenziale e dei servizi. Il settore dei trasporti ha subito invece un aumento fino a metà dello scorso decennio e una riduzione invece negli anni successivi. Un contributo importante si deve alla diffusione della flotta di veicoli a minore emissione, ma l’andamento in questo settore sembra essere ancora troppo legato a quello del PIL».

Non esiste però solo la CO2 tra i GHG

L’N2O, legato principalmente al settore agricolo, registra dei valori in calo, mentre i gas fluorurati, pur essendo presenti in percentuali abbastanza basse, sono in continua crescita. Nel settore agricolo è anche importante registrare l’aumento dell’uso di biomassa da deiezioni animali, che porta alla riduzione delle emissioni di metano. Una forte riduzione delle emissioni di metano si registra anche per le discariche, grazie al minore invio in discarica dei rifiuti e al miglioramento del sistema di captazione del metano.

I miglioramenti registrati sono principalmente legati alla crisi economica o l’Italia ha davvero intrapreso il cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio?  

«La transizione è già in essere, anche se i risultati faticano a vedersi nel breve periodo e ancora meno sugli obiettivi di Kyoto. È più facile osservarla negli scenari di medio periodo al 2020 o al 2030. Si tratta di mutamenti strutturali nel sistema produttivo nazionale. In più vi sono l’espansione delle rinnovabili e il piano di efficienza energetica. Non dobbiamo aver timore di confermare che la transizione è stata avviata».

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Un Codice della Strada su misura per la bici?

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Il 10 e l’11 maggio la Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente; novità in vista per la mobilità sostenibile nel nuovo Codice allo studio del governo

Strade italiane come quelle del nord Europa. la stampa biciPoche auto in lento movimento, pedoni cheattraversano sereni i passaggi zebrati e una moltitudine di biciclette che sfrecciano in una fitta rete di piste ciclabili.

Non è il sogno di chi, per scelta o necessità, affronta ogni giorno la pericolosa invadenza delle auto, ma il progetto di mobilità sostenibile che dovrebbe vedere la luce con la riforma del Codice della strada. Ne parla il Sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo, prima firmataria della proposta, in occasione della Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente il 10 e 11 maggio. “Il nuovo Codice è attualmente in discussione alle Commissioni parlamentari e riconoscerà alla bicicletta un ruolo centrale nella mobilità urbana. A Firenze abbiamo scelto di festeggiare l’evento nella giornata di sabato, invece che domenica, proprio per sottolineare come la bici debba essere protagonista della mobilità urbana e non un semplice mezzo di svago”.

Si parte dalle parole. Chi cammina e usa la bicicletta non sarà più considerato un utente debole, ma vulnerabile, per evidenziare il legame in termini di sicurezza con i comportamenti altrui. Per questo si prevede di ridurre la velocità delle auto nelle strade urbane dai 50 ai 30 km/h. Un cambiamento in grado di ridurre in caso d’incidente il tasso di mortalità degli utenti vulnerabili dal 70 al 30%. Secondo Valerio Parigi, vice presidente FIAB, “si deve recuperare un ritardo cronico rispetto al resto d’Europa, perché da noi c’è lo strapotere dell’auto. Negli altri paesi in caso d’incidente l’onere della prova è inversamente proporzionale alle dimensioni del soggetto coinvolto, per tutelare gli utenti vulnerabili. In Italia se un bambino scende dal marciapiede e viene investito da un auto la colpa del bambino, nel resto della Ue la responsabilità e dell’autista.”

“Siamo la pecora nera d’Europa in termini di congestione”, continua il rappresentante FIAB, “con una media di 60 auto ogni 100 abitanti, quando Parigi ne conta 25 e Berlino, tra le peggiori città del continente, arriva a 40”.

Il nuovo Codice della strada dovrebbe rendere più semplice anche la realizzazione delle piste ciclabili, ma su questo fronte è necessario agire con decisione anche a livello amministrativo. “Abbiamo aperto un tavolo tecnico con le parti interessate, proprio con l’obiettivo di trarre insegnamento dalle migliori esperienze sviluppate a livello nazionale”, precisa Velo, “e fare partire in diversi Comuni i progetti ancora bloccati, anche se finanziati, in grado di favorire lo sviluppo delle smart city”. Per Parigi “bisogna intervenire rapidamente per correggere delle assurde distorsioni esistenti in alcuni Comuni che non hanno eguali nella Ue, come l’interruzione delle piste ciclabili davanti ai passi carrai o il divieto di pedalare liberamente nei sensi unici cittadini”.

Si spinge più in là Stefano Bonazzoli, presidente dell’associazione Propulsione umana, dedita alla promozione delle curiose bici in cui si pedala quasi da sdraiati. “Stiamo lanciando un velocipede carenato con la pedalata assistita che potrebbe cambiare in modo significativo la mobilità urbana. Già la bici reclinata sfrutta meglio la potenza delle gambe. Ad esempio, con una potenza di 250 W si possono tranquillamente superare i 40 km/h, rispetto ai 35 km/h sviluppabili dallo stesso ciclista con una bici da corsa. Aggiungendo la carenatura al mezzo si migliora l’aerodinamicità del mezzo e, quindi, l’efficienza della pedalata. Si possono così raggiungere addirittura i 70 km/h, per non parlare del record assoluto stabilito negli USA di 130 km/h, con una comodità neanche immaginabile per chi è abituato alle normali biciclette.” Bonazzoli ritiene che i nuovi velocipedi carenati siano la soluzione più semplice ed economica per il trasporto sostenibile di singole persone dotate di un modesto bagaglio. “L’obiettivo è di creare delle soluzioni personalizzate in logica modulare sulle singole esigenze, con un costo orientativo di 7.000 euro e un’autonomia di circa 70 km”.

Nel frattempo continuano a registrarsi segnali incoraggianti sulla crescita della mobilità ciclistica. “Mentre le federazioni del ciclismo sportivo perdono associati, anche a causa degli scandali legati al doping, negli ultimi 3-4 anni noi”, continua Parigi,”stiamo crescendo ad un tasso di circa il 10% annuo e ciò è sicuramente legato anche alla crescente diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto. Per contro il sistema ferroviario mostra sia nelle strutture e sia nei mezzi uno sconcertante disinteresse verso il trasporto ciclistico”.

Il nuovo Codice della strada punta anche a integrare maggiormente l’utilizzo della bicicletta con quello dei mezzi pubblici, ma quello del trasporto ferroviario resta un nodo difficile da affrontare in cui “regna l’incertezza per i treni regionali e sulla lunga percorrenza siamo costretti a fare affidamento ai soli vettori svizzeri e tedeschi che operano nel territorio nazionale.”

Importanti passi avanti potrebbe essere fatti anche con semplici azioni di scarso impatto economico, come attrezzare i sottopassaggi ferroviari di scivoli per le biciclette o comunicare la posizione del vagone per le biciclette, evitando ai ciclisti assurde corse lungo i binari affollati di passeggeri.

“Per fare questo è necessario che al Ministero dei trasporti comprendano come la bicicletta sia non solo un mezzo non inquinante, ma anche un potente strumento per diminuire la congestione del traffico”, ribadisce il vice presidente della FIAB, “e sarebbe auspicabile l’anno prossimo vederlo, a fianco del Ministero dell’ambiente, quale soggetto attivo della Giornata della bicicletta”.

REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Clima, l’Italia maglia nera freno alla politica della Ue

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Il nostro Paese bocciato al vertice di Cancun. Solo Arabia Saudita e Ucraina hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Siamo stati un blocco nella Ue favorevole a un taglio del 30% delle emissioni.

Solo Ucraina e Arabia Saudita hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Questo è quanto emerge dalla classifica tra i 57 Paesi responsabili di più del 90% delle emissioni mondiali di gas serra, presentata ieri a Cancun dalla Ong Germanwatch e da Can Europe. «The Climate Change Performance Index» è diventato ormai lo strumento con cui le Ong monitorano il comportamento dei vari Paesi, in termini di livello assoluto di emissione di gas serra, loro trend nel tempo e, appunto, le politiche climatiche nazionali ed internazionali.

L’Italia non ha mai saputo esprimere leader capaci di mettere il clima al centro dell’agenda di governo come avviene, ad esempio, in Gran Bretagna, Francia e Germania.

La bocciatura della politica climatica del Governo Berlusconi va però oltre l’apatia che caratterizza storicamente su questo tema il nostro Paese. L’indice di Germanwatch sembra denunciare l’assenza di un efficace disegno politico sia a livello interno che per quanto ha saputo dimostrare sui tavoli internazionali.

Secondo Jan Burck, coordinatore della stesura del rapporto, «le mozioni presentate in Senato dalla attuale maggioranza hanno dimostrato posizioni retrograde, più vicine a quelle del negazionismo o dello scetticismo sul cambiamento climatico che a quelle di un Paese intenzionato ad affrontare seriamente un tema complesso come il cambiamento climatico».

La bocciatura maggiore rispetto al passato avviene però, sempre secondo Burck, sul piano internazionale, dove l’Italia ha saputo caratterizzarsi per le posizioni di blocco in ambito Ue rispetto alla volontà di estendere al 30% gli obiettivi europei per il 2020 di riduzione delle emissioni di gas serra. È proprio la lontananza del nostro Paese rispetto a quanto sta avvenendo nel resto della Ue che salta maggiormente all’occhio sfogliando il documento di Germanwatch. Nella classifica generale dell’Indice tra i primi sette Paesi, ben sei appartengono alla Ue, con Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Francia rispettivamente all’inseguimento della posizione di testa del Brasile, premiato per l’efficace azione interna di lotta alla deforestazione e il grande lavoro a livello internazionale in preparazione del Summit «Rio più 20» del 2012.

LA CLASSIFICA

Rispetto alle sole politiche climatiche deludono invece gli Stati Uniti, con la 50esima posizione. Dopo l’avvicendamento Bush-Obama, il mondo intero aveva sperato in un sostanziale cambio di direzione, chiedendo al neo presidente americano di assumersi un ruolo di leader per la lotta al cambiamento climatico del pianeta. Le difficoltà interne per l’approvazione della riforma del sistema sanitario federale hanno però portato a sacrificare la votazione del testo di legge sul clima e l’assenza di ambiziosi impegni di riduzione delle emissioni, ha indebolito la sua posizione allo scorso vertice di Copenhagen. Terzo posto invece in questa sezione per la Cina che, pur rimanendo un Paese pieno di contraddizioni, presenta comunque degli importanti obiettivi nazionali di riduzione dell’intensità energetica e un interessante sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Qualche nota positiva per l’Italia viene invece dal fronte dei valori di emissione. La riduzione registrata nell’ultimo anno è però in sostanza riconducibile alla crisi economica che porta ad un minor consumo energetico complessivo e quindi a minori emissioni di CO2.

In mancanza di una seria politica sul clima trasversale su produzione di energia, mobilità, risparmio energetico e in termini più ampi del mondo del lavoro a favore di un economia a basso contenuto di carbonio è inevitabile che le emissioni di gas serra saranno destinate ad aumentare insieme con l’auspicata ripresa economica. E questo potrebbe cacciarci agli ultimi posti mondiali anche dei livelli e dei trend di emissione nei prossimi rapporti di Germanwatch.

Dopo Copenhagen i grandi del clima cercano un nuovo accordo a Bonn

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Almeno su un punto vi è accordo completo nell’incontro dell’Unfccc, il tavolo negoziale sui cambiamenti climatici dell’Onu (United framework convention on climate change), in corso a Bonn. Ora tutti riconoscono il fallimento di Copenhagen e chiedono la ricostruzione del clima di fiducia e collaborazione venuto meno nella fase preparatoria della Conferenza dello scorso dicembre. «A Copenhagen è stata distrutta l’atmosfera di dialogo costruttivo – sostiene l’alto delegato cinese Qingtai Yu – ora è necessario ritornare alle basi negoziali precedenti».

Sorprende che una simile dichiarazione giunga proprio dalla Cina, visto che è considerata, assieme agli Usa, la principale responsabile dello svuotamento di contenuti dell’accordo di Copenhagen. Davanti alla richiesta di assunzione di responsabilità Yu, senza riuscire a nascondere un certo imbarazzo, giustifica l’accordo come il male minore e necessario per evitare che dalla capitale danese si dovesse tornare a mani vuote.

Pochi sembrano credere davvero a questa spiegazione, ma il clima di riconciliazione richiede anche la disponibilità a chiudere un occhio sugli errori passati. La svolta positiva di Bonn è riconosciuta anche dal capo delegazione indiano Mauskar, che riconosce come dopo due anni si sia tornati ad ascoltarsi gli uni con gli altri.

Il rappresentante delle Isole Salomon, Collin Beck, interpreta la perdita dell’approccio multilaterale come una delle principali cause del fallimento di Copenhagen, ma a volte “si ha bisogno di attraversare una fase di crisi per arrivare a capire che si era sulla strada sbagliata”.

Chiuso il capitolo danese, parte ora la costruzione del percorso in direzione di Cancun. E anche qui si registra un importante punto di accordo tra le parti. La conferma che l’ambito di negoziazione sul clima deve restare quello dell’Unfccc è particolarmente importante, visto che la Convenzione sta attraversando forse una delle più grandi crisi dalla sua creazione nel 1992. Solo lunedì il Segretario Esecutivo uscente, Yvo de Boer, ammetteva l’evidenza dell’incapacità politica di ottenere entro i prossimi dieci anni obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con le richieste degli scienziati.

Bisognerà vedere ora se il rinnovato clima di fiducia sarà sufficiente per riuscire a produrre un nuovo accordo sul clima. Il negoziatore brasiliano Sergio Serra non crede ciò potrà essere raggiunto entro l’incontro di Cancun del prossimo dicembre, rimandando così l’appuntamento al 2011 in Sudafrica. La pensa diversamente Islam Chowdhury, in rappresentanza del Bangladesh e del blocco di circa 50 paesi meno sviluppati, che insiste per un accordo legalmente vincolante già in Messico.

I paesi in via di sviluppo chiedono intanto di discutere dei soldi che il mondo industrializzato ha promesso loro sulla base della propria responsabilità storica sul cambiamento climatico. Si parte dai 30 miliardi di dollari che l’accordo di Copenhagen prevede siano trasferiti nel triennio 2010-2012. Poco ancora si sa, però, sulle modalità e le tempistiche di concessione di questi finanziamenti, su cui Serra non nasconde un certo scetticismo, visto che ad oggi quelli previsti per 2010 non sono ancora disponibili.

La Ue, dal canto suo, intende svelare a breve tempi e modi di questo trasferimento, anche se la situazione non è ancora chiara in tutti i paesi. Nel caso dell’Italia, ad esempio, a fronte di un impegno annuo di 200 milioni di euro, risulta esservi al momento la disponibilità della metà.

Si pone poi il problema di come spendere questi soldi, visto che i paesi sviluppati sono più orientati ad interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra, mentre quelli in via di sviluppo chiedono un aiuto maggiore sul fronte dell’adattamento, quindi della riduzione degli impatti causati dal cambiamento climatico, ed il Fondo di adattamento è oggi una scatola vuota con solo 100 milioni di dollari.

Il panorama dei finanziamenti si completa con il Redd, meccanismo rivolto alla lotta alla deforestazione, attualmente in fase di definizione. In modo ufficioso si ipotizzano cifre variabili tra i 4,5 e i 5,4 miliardi di dollari, ma su modalità di concessione e di utilizzo la discussione non sembra nemmeno avviata.

Come cercare di far fluire una quantità maggiore di fondi alla lotta del cambiamento climatico resta un tema cruciale, tanto che lo stesso Ban Ki-moon ha creato un gruppo di alto livello con il compito di investigare tutti i percorsi possibili, dal mercato del carbonio, alle tasse sulle transazioni finanziarie o sui trasporti internazionali. Il rapporto finale sarà pronto ad ottobre ed avrà sicuramente un posto di riguardo a Cancun sul tavolo di lavoro di ogni negoziatore.

Molto peggio del previsto

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Quanto lontana è l’Italia da Copenhagen! Da noi c’è ancora chi specula sul furto di mail dell’East Anglia per mettere in discussione la credibilità dell’Ipcc e nel frattempo nella capitale danese vengono presentati dati scientifici che descrivono una situazione ancora più grave di quella che gli scienziati avevano sintetizzato nel IV Rapporto del 2007.

Le stringenti procedure di revisione degli studi dell’Ipcc, elemento di garanzia dal punto di vista scientifico, introducono però necessariamente dei limite sull’aggiornamento dei dati. Quelli del IV rapporto arrivavano fino al 2005. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma lo sta facendo con una velocità sempre maggiore, ripercorrendo talvolta gli scenari più severi tra quelli ipotizzati. È quanto emerge da The Copenhagen Diagnosis, la raccolta aggiornata a solo qualche mese fa di studi scientifici sul clima e presentata ieri nella capitale danese.

Il trend di innalzamento del livello del mare ripercorre in modo impressionante la peggiore delle ipotesi di crescita previste nel III rapporto Ipcc, confermando l’affidabilità dei modelli climatici allora utilizzati, ma costringendo ad aggiornare la previsione di crescita del livello del mare da 0,4 m a circa 1 m entro la fine del secolo. Inevitabile tornare con il pensiero al pianto del delegato di Tuvalu per il subacqueo futuro a cui sem- brano destinate le sue isole. Ancora più grave la situazione dell’artico, dove la velocità di scioglimento dei ghiacci risulta peggiore di ogni previsione. L’elenco potrebbe continuare con i ghiacci della Groenlandia, l’innalzamento della temperatura o con il sempre maggiore rischio di rilascio dei gas intrappolati nel permafrost.

È il messaggio di urgenza che lanciano gli scienziati del clima. Nel frattempo i politici si riuniscono in stanze poco distanti e sembrano preoccuparsi d’altro.

Effetto serra, l’Italia maglia nera Rischio clima più caldo e secco

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Nelle emissioni di CO2 siamo al 44esimo posto su 57, davanti a Russia, Slovenia, Bulgaria. Se nel 2020 la temperatura aumentasse di 2 gradi, sarà difficile coltivare il grano nel Belpaese. Il rapporto di Germanwatch non è forse un documento ufficiale, ma resta uno degli strumenti più efficaci per la comparazione delle performance climatiche dei diversi Paesi a livello internazionale.

L’indice, pubblicato annualmente dall’Ong tedesca in occasione delle conferenze dell’Unfccc, analizza i 57 paesi che assieme sono responsabili di più del 90% delle emissioni complessive di gas serra. La comparazione viene effettuata su tre livelli: emissioni assolute di gas serra, tendenze evolutive nel tempo e politiche climatiche attuate a livello domestico ed internazionale.

FANALINO DI CODA

L’Italia non ha mai brillato in questa competizione, scendendo anzi negli ultimi anni sempre più in basso nella classifica complessiva. Ora siamo al 44 ̊ posto, alla guida di un’ipotetica serie C del clima con Russia, Slovenia e Bulgaria.

La nota parzialmente positiva di quest’anno è che non abbiamo perso posizioni rispetto alla classifica generale del 2009. Quella negativa, invece, è che siamo scivolati al terz’ultimo posto nella classifica parziale delle politiche a livello internazionale. Dopo di noi il Canada, forse l’ultimo paese rimasto ancora legato alla visione di politica climatica di Bush, che ha Copenhagen ha vinto quasi quotidianamente il Fossile del giorno, premio assegnato dalle Ong a chi si distingue in senso negativo sul negoziato.

Chiude la classifica parziale delle politiche internazionali l’Arabia Saudita, capace di contraddistinguersi in ambito Onu nello sbandierare la propria preoccupazione per la perdita di Pil, collegata allo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio, anche davanti al grido di allarme delle isole del Pacifico.