Approvato il Lima call for climate change. Ma il mondo è diviso tra ricchi e poveri

 

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Molto resta ancora da fare in vista dell’accordo di Parigi 2015, ma la comunità internazionale ha dimostrato di voler mantenere la temperatura del pianeta sotto i 2° C.

I negoziatori esperti ricordano spesso che un buon accordo dovrebbe essere in grado di scontentare in modo equo tutte le parti in gioco. Da questo punto di vista l’accordo di Limapotrebbe essere visto addirittura come un ottimo accordo, visto le posizioni molto lontane e divergenti dei vari paesi.

Il ruolo dei paesi emergenti: Su un punto invece laConferenza di Lima sembra aver raggiunto un consenso indiscusso. Bisogna registrare che il mondo é diviso in due. Da una parte i paesi industrializzati il cui sviluppo é stato basato su livelli di emissione di CO2 senza limitazione. Dall’altra quelli poveri che vogliono presentare il conto economico e morale alla parte piú ricca del pianeta, responsabile delcambiamento climatico.

Nel mezzo il blocco dei paesi emergenti, primo tra tutti la Cina, i cui mutati livelli di sviluppo degli ultimi decenni portano ad avvicinare sempre di piú al mondo industrializzato. Al di la dei tecnicismi di sigle, meccanismi e procedure oscure alla totalitá degli abitanti del pianeta, esclusi quelli coinvolti nel negoziato, é stato ancora questo dilemma la vera spina dorsale del negoziato di Lima. L’avvio dei lavori era stato sospinto dalla ventata di ottimismo generata dal recente accordo bilaterale Cina-USA, ma quando si é trattato di mettere nero su bianco le direttrici del futuro accordo di Parigi del 2015 si é tornati alla classica dinamica dell’UNFCCC.

Il Lima call for climate action: Prima la proliferazione di un testo ipertrofico in cui

sono stati raccolti i desideri di tutti, poi il tentativo dei co-chair di raccogliere in un documento di quattro pagine una possibile posizione di sintesi e infine le grandi capacitá negoziali del Presidente della COP,Manuel Pulgar Vidal, hanno consentito di raggiungere comunque l’accordo finale e di approvare il Lima call for climate action.

Ora i paesi hanno la base per finalizzare la bozza di testo allegato al documento che dovrá trasformarsi entro la fine del 2015 nell’accordo di Parigi. Al momento sono previste due tappe intermedie. Una in genaio a Ginevra e la seconda in giugno a Bonn.

I punti chiave della decisione: I paesi dovranno presentare possibilmente entro il prossimo marzo i propri impegni volontari di riduzione delle emissioni, denominati INDC. Tali impegni saranno aggregati dal Segretariato entro novembre per capire se sono sufficienti a limitare l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C di temperatura. Oltre che alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra il Lima call presta particolare attenzione al tema dell’adattamento, per limiitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Il tema della finanza: A Lima é stato di fatto attivato il Green Climate Fund, grazie

al contributo principale dei Paesi sviluppati e di particolare significato da parte di Messico, Colombia e Perú. Il fondo ha superato la soglia prevista di 10 miliardi di dollari, di cui quasi la metá proviene da paesi della Ue. il GCF avrá un ruolo centrale anche in futuro per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e a contrastarne le conseguenze. Per tale ragione dovrá avere la disponibilitá entro il 2020 della considerevole somma di 100 miliardi di dollari all’anno. Resta da vedere il percorso di crescita delle contribuzioni da oggi al 2020.

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Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Rapporto ONU, senza dubbi “Il pianeta si sta scaldando”

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Montagne nevePresentati oggi i dati a Stoccolma sul cambiamento del clima. Dal quinto rapporto emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”.

 

La scienza suona le campane e chiama a raccolta la politica, per presentarle lo stato del clima del pianeta. “Gli occhi del mondo sono rivolti a Stoccolma”, sottolinea Ban Ki-moon, “per conoscere il rapporto sulla più grande sfida mondiale”. È il Summary for policy makers dell’IPCC, documento di sintesi considerato da Michel Jarraud, guida dell’Organizzazione meteorologica mondiale WMO, “cruciale per la negoziazione sul cambiamento climatico”.

“Il milione di parole e circa 1.200 grafici che costituiscono il rapporto completo sulle scienze fisiche”, sottolinea Thomas Stocker co-chair del gruppo che ha prodotto il documento, “sono ridotte all’essenzialità di 10 grafici e circa 13.000 parole”.

I rapporti del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico, che non conduce studi in proprio, sono basati su quanto pubblicato dalle riviste scientifiche di tutto il mondo. Rayendra Pachauri, chair dell’IPCC, evidenzia che i 2/3 delle 9.200 pubblicazioni prese in considerazione sono state pubblicate dopo il 2007, data del IV rapporto IPCC (AR4).

Quel documento è noto per aver indicato in modo “inequivocabile” che il pianeta si stava scaldando. Ora con il quinto rapporto (AR5) emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”. La probabilità di tale relazione è aumentata nel tempo, passando dal 66% (2001), al 90% (2007) e arrivando ora oltre la soglia del 95%.

Ciò grazie all’affinamento della conoscenza scientifica, che nell’AR5 ha fatto passi da gigante in termini di affinamento dei modelli e di disponibilità di dati. Impressionante il quadro descritto nel documento. Da metà del secolo scorso i livelli dei mari sono cresciuti a un tasso maggiore di quello degli ultimi due millenni, registrando 19 cm in più dall’inizio del ‘900. Le ultime tre decadi si sono succedute con record continui di temperatura da quando esistono i termometri.

Gli oceani, che arrivano ad assorbire oltre il 90% dell’energia accumulata nel sistema, hanno visto aumentare, dal 1971 al 2010, la propria temperatura negli strati più superficiali di 0,11 °C per decennio. Anche se in modo minore, la temperatura è aumentata anche negli strati più profondi. I ghiacci continentali, dell’Artico e della Groenlandia attraversano una fase di continua riduzione della loro estensione e il tasso è aumentato ulteriormente nel primo decennio del 2000.

Su questo argomento, è inevitabile la domanda sull’incremento di estensione dei ghiacci artici registrato quest’anno, rispetto al 2012. Stocker ha ipotizzato possibili legami con alcune cause di variabilità naturale, quali la forte attività vulcanica degli ultimi 5 anni, o il possibile incremento di assorbimento di energia da parte degli oceani. Ha però evitato di dare eccessivo peso alla cosa perché la variabilità annuale non ha alcun significato per la scienza del clima, dove l’unità di misura minima è il decennio. Importanti modifiche dell’AR5, rispetto all’AR4, anche sul fronte dei modelli previsionali. Gli scenari di emissione non sono più costruiti sulla base di possibili modelli di sviluppo, quindi dei valori di emissione, ma sulla concentrazione di gas serra in atmosfera. Si evita così di avere dei fattori, come il grado di assorbimento della CO2 da parte degli oceani, che complicano i modelli previsionali.

Altra novità è che lo scenario peggiore, in cui l’inattività umana potrebbe portare alla fine del secolo a un aumento del livello degli oceani di oltre 60 cm e di circa 4 °C della temperatura, è stato affiancato da due di stabilizzazione e uno di riduzione delle emissioni. Quest’ultimo potrebbe contenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia di 1,5 °C e del livello degli oceani a circa 40 cm. Ciò è possibile contenendo la concentrazione della CO2 sotto i 421 ppm, sfida molto impegnativa, visto che siamo ormai prossimi ai 400 ppm.

Il documento dell’IPCC, passa ora nelle mani dei politici che si incontreranno a Varsavia nel prossimo incontro dell’UNFCCC di metà novembre. Difficile prevedere quanto ne terranno in considerazione, ma difficilmente potranno ignorare il numero 421.

ONU, “Caschi verdi” per conflitti dovuti a mancanza risorse naturali?

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PN bambina indiaSiccità, alluvioni, guerre per il controllo delle risorse idriche, carestie e insicurezza. Con queste poche parole si possono riassumere gli ultimi mesi della vita del nostro Pianeta.

In Kenya orientale cresce la tensione tra la popolazione che si è vista negare gli aiuti indirizzati ai vicini somali, sebbene entrambi condividano e stiano subendo una delle peggiori siccità a memoria d’uomo.

Nel giugno scorso, secondo quanto riportato da Al-jazeera, l’esercito israeliano ha distrutto alcuni serbatoi necessari alla raccolta dell’acqua nel villaggio palestinese di Amniyr. Stessa sorte per altri pozzi e infrastrutture nei villaggi di Al-Nasaryah, Al-Akrabanyah e Beit Hassanin situati nella valle del Giordano, in quella che può essere definita una vera e proprio ‘guerra dell’acqua’. Una guerra che, secondo le accuse palestinesi, lascia alla popolazione 50 litri al giorno a fronte dei 280 l/g a disposizione dei coloni.

In Pakistan, le continue alluvioni che hanno afflitto il Paese sud asiatico nel 2010, hanno distrutto quasi due milioni di abitazioni. Coloro che a fatica hanno superato la continua emergenza guardano con timore e paura alla possibilità di nuove e ingenti precipitazioni.

Sempre nel 2010, ed esattamente ad agosto, la Russia, colpita da una inattesa siccità, si è vista costretta ad introdurre un embargo sull’esportazione di grano. Lo stato d’emergenza per siccità e incendi e’ stato esteso a 27 regioni agricole della Federazione, obbligando le autorità a ridurre le stime del 20 per cento rispetto ai 97 milioni di tonnellate di grano raccolto nel 2009.Una scelta che si è immediatamente ripercossa sul mercato internazionale in un vortice senza fine. A settembre del 2010 la FAO sottolineava come il prezzo del grano avesse influito a sua volta su quello dei prodotti alimentari con una crescita del 5 per cento solo nel mese precedente. Un’impennata definita come “il più grande aumento mensile dallo scorso novembre” (2009, ndr). Aumenti che secondo alcuni analisti hanno rappresentato l’effetto scatenante delle proteste in Tunisia e a catena in altri Paesi del Nord Africa e Medio Oriente.

“Il cambiamento climatico rappresenta in maniera evidente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come ha sottolineato anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, in apertura del secondo incontro del Consiglio di sicurezza dedicato a ‘Clima e sicurezza mondiale’ tenutosi il 20 luglio scorso. Il primo incontro dell’UNSC su questi temi, organizzato nel 2007 sotto la guida della Gran Bretagna, si era chiuso con un nulla di fatto. Qualche mese più tardi, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC) e l’ex vice presidente statunitense Al Gore si sarebbero visti assegnare il premio Nobel per la pace per gli sforzi da loro compiuti per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti.

Durante questo secondo incontro, Ban Ki-moon ha ricordato che “gli eventi meteorologici estremi si ripetono ormai con maggiore frequenza e intensità creando danni alle persone, alle infrastrutture e ai bilanci nazionali”. Parole che hanno anticipato le forti piogge monsoniche che nei giorni scorsi hanno sconvolto e devastato proprio la sua Corea: 400 mm di pioggia in 17 ore. Un dato spaventoso se si pensa che le precipitazioni annue in Corea del Sud variano dai 1.500 mm di Seul ai 2.000 di Busan.

Nel vicino Giappone, invece, ancora sconvolto dalla distruzione causata dallo tsunami, le autorità stanno provvedendo all’evacuazione di 400.000 persone nel nord est del Paese proprio a causa delle forti precipitazioni.

L’incontro del 20 luglio, avvenuto al riparo del palazzo di vetro di New York, è stato promosso fra gli altri dalla Germania, su spinta iniziale delle nazioni delle piccole isole oceaniche, ovvero i primi a scomparire qualora dovesse verificarsi un innalzamento del livello dei mari. Un incontro passato abbastanza in sordina e fortemente osteggiato dalla Russia.

Entro la fine del secolo il livello del mare si potrebbe alzare di un metro”, ha ribadito il Direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme), Achim Steiner. “Se guardiamo su una mappa le decine di migliaia di km che sarebbero influenzate (dall’innalzamento dei livelli dei mari, ndr), ci renderemmo conto che ciò porterebbe a ridisegnare la mappa mondiale, sia geograficamente che economicamente”, ha spiegato Steiner.

All’interno del Consiglio di sicurezza si è ventilata anche l’ipotesi di introdurre una nuova forza di intervento, quella dei ‘Caschi verdi’, da impiegare in aree di conflitto provocati dalla scarsità di risorse naturali. Al di là delle diverse opinioni in merito, resta il dubbio se un corpo composto da militari chiamati ad agire sulle conseguenze del problema sia o meno adatto, o se dovrebbe essere affiancato da personale tecnicamente qualificato in grado di operare sullo sfruttamento sostenibile delle risorse, le vere cause dei conflitti.

Un dibattito che per ora è morto sul nascere, visto che la risoluzione proposta dalla presidenza è stata bocciata alla luce dell’opposizione di alcuni Paesi. Il debole documento finale arriva quindi a riconoscere solo le possibili implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza globale.

Un risultato duramente attaccato della rappresentante statunitense, Susan Rice, secondo cui, alla richiesta d’aiuto dei Paesi che rischiano di scomparire “il Consiglio, a causa del rifiuto di pochi di assumersi le proprie responsabilità, ha risposto con il silenzio, ovvero come dire semplicemente: ‘Sfortunati’”.

USA, migliaia di sfollati per disastri climatici

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Fenomeni estremi sempre più frequenti. Obama proclama lo stato di calamità nel Tennessee per il Mississippi. Un mese fa 362 tornado in poche ore sull’Alabama.

Nessun climatologo ricondurrebbe mai un singolo evento estremo, sia un alluvione o un tornado, direttamente al riscaldamento del pianeta di origine antropica. Siamo in genere abituati a ricerca un rapporto diretto causa-effetto nella comprensione dei fenomeni che ci circondano, ma nel caso del cambiamento climatico è indispensabile ragionare in termini statistici e di probabilità. Non possiamo pertanto considerare i 14,6 m di altezza raggiunti dal Mississipi, solo 21 cm al di sotto della devastante alluvione del 1927, come la prova che l’enormità dei gas serra emessi in atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi abbiano già cambiato la struttura del clima del pianeta. Così come non si può attribuire direttamente alla stessa causa il tornado che ha attraversato una settimana fa Auckland, in Nuova Zelanda, a più di 200 chilometri orari. Per la stessa ragione dobbiamo escludere ogni relazione diretta con l’inondazione che lo scorso anno ha colpito – dati Unicef – 21 milioni di persone in Pakistan per lo straripamento dell’Indo, causato dai monsoni più violenti registrati negli ultimi decenni. E lo stesso vale per le tremende alluvioni dello scorso anno nel Queensland, Australia, o per ognuno della centinaia di tornadi che hanno colpito recentemente gli Usa.

Anche lo sguardo meno esperto riconosce però nel quadro d’insieme una situazione anomala, tanto da far pensare che il clima sia letteralmente impazzito. La brutta notizia è che tutto questo è in linea con quanto l’Ipcc, l’organismo deputato dalle Nazioni Unite a fare sintesi scientifica sul cambiamento climatico, aveva già dichiarato senza esitazione quattro anni fa. Il principale verdetto del IV Rapporto nel 2007 riteneva come «inequivocabile» il fatto che il clima stesse cambiando e vedeva nell’uomo il protagonista di tale cambiamento. Tra le pagine dello stesso documento si prevedeva per gli anni a venire l’aumento degli eventi meteorologici estremi, con una distribuzione e di entità diversa nelle varie aree del pianeta. Nello scorso febbraio l’Asian Development Bank ha riconosciuto con un proprio studio che, proprio a causa delle inondazioni e degli uragani dovuti al cambiamento climatico, quel continente dovrà prepararsi a sopportare un flusso migratorio interno senza precedenti. In Italia, invece, molti hanno cercato di non ascoltare il richiamo degli scienziati dell’Ipcc. Nel marzo del 2009 in Senato è stata presentata una mozione in cui si metteva in discussione l’esistenza stessa del cambiamento climatico e si invitava il Governo a ridurre il proprio impegno nella riduzione delle emis-sioni di gas serra. Note preoccupanti sullo stato della cultura scientifica del nostro Paese giungono addirittura dal vertice del Centro Nazionale delle Ricerche. Il vicepresidente De Mattei è arrivato infatti a giustificare il terremoto in Giappone come un castigo divino e non fa mistero di mettere in discussione addirittura lo stesso evoluzionismo di Darwin.

Eppure non occorre essere grandi scienziati per capire quanto la situazione sia seria. Basterebbe fare più attenzione proprio alla frequenza con cui si verificano gli eventi climatici estremi. Dovrebbe sorprendere il vedere che l’incredibile inondazione in Pakistan è seguita a meno di un mese di distanza da un’altra importante esondazione in Sri Lanka. Esempi simili, seppure in scala nettamente minore, si sono verificati anche da noi, come nel caso di Vicenza. Dopo solo poche settimane dalla grave esondazione che ha colpito la cittadina veneta nel novembre dell’anno scorso si è registrato un nuovo rischio esondazione e quest’ultimo accadimento dovrebbe forse preoccupare ancora più di quanto si è verificato a novembre.

 

Clima e adattamento Non ci resta che convin-cerci dell’inequivocabile cambiamento del clima ed iniziare a vedere anche noi in questo problema una priorità nazionale. La discussione deve spostarsi sul come ridurre le emissioni e come ridurre l’entità degli impatti che inevitabilmente colpiranno il nostro Paese. L’ondata eccezionale di calore che nel 2003 ha fatto più di 15.000 morti in Francia potrebbe essere un feno-meno non così improba-bile in futuro.

Negli scorsi giorni l’Ipcc ha prodotto un nuovo rapporto, questa volta dedicato esclusivamente all’energie rinnovabili. La notizia sorprendente è che sarà possibile arrivare nel 2050 a produrre da fonti rinnovabili ben l’80% dell’energia che verrà consumata. Per fare questo è però indispensabile sup- portare la transizione con adeguate politiche pubbliche. Sarebbe il caso di ascoltare con attenzione il nuovo invito degli scienziati, anche perché il mondo inizierà a correre in quella direzione.