Via gli incentivi al “fossile” I partiti italiani concordano

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Stampa ONGVARSAVIA – In attesa di conoscere l’esito finale della COP19 è già possibile trarre una prima conclusione da Varsavia. L’energia ha assunto il ruolo della protagonista del negoziato. Non solo in termini postivi per la centralità che merita il tema, ma anche per il rischio che il settore finisca per esercitare un’azione di lobby troppo forte sul processo dell’UNFCCC.

“Perché alle conferenze dell’OMS è vietata la pubblicità delle sigarette e alle COP sul clima è permessa la sponsorizzazione delle fonti fossili”, chiede la giornalista di Democracy Now a Ban Ki-moon, il quale giustifica la scelta con la necessità di avere un processo inclusivo di tutti nel processo. Anche la capo delegazione polacca, Beata Jaczewska, interpreta come elemento democratico la grande presenza dell’industria del carbone alla COP19, contestata dalle ONG.

Il problema è che, come ricorda Dirk Notz del Max Planck Institute, “per riuscire a restare al di sotto dei 2 °C di aumento di temperatura è necessario che l’80% dei combustibili fossili ancora disponibili rimanga sotto terra”. Ne è cosciente Connie Hedegaard che manifesta la volontà di spostare gli incentivi dalle fonti fossili alle rinnovabili, oggi ancora in rapporto di 6 a 1 a favore delle prime.

Per capire meglio la posizione italiana sull’argomento, abbiamo chiesto il punto di vista di due Deputati e un Senatore, componenti delle rispettive Commissioni Ambiente, presenti a Varsavia.

On. Mariastella Bianchi, Pd, è giunto il momento di attuare questo spostamento di incentivi?

Dobbiamo fare un’operazione di trasparenza verso le fonti fossili. In Italia abbiamo il doppio della potenza installata rispetto al fabbisogno, e ciò comporta un aumento del costo dell’energia. Oggi paghiamo di più l’energia di notte per compensare i costi delle centrali ferme, mentre paghiamo di meno il costo dell’energia di giorno grazie alle fonti rinnovabili. È sfatiamo questo mito che l’energia in Italia costa il 30% in più a causa delle rinnovabili. Vi era lo stesso maggior costo rispetto all’Europa anche prima che partissero le rinnovabili in Italia.

Ma il suo partito vuole promuovere lo spostamento degli incentivi a favore delle rinnovabili?

Si, c’è bisogno di ribilanciare gli incentivi, oggi a favore delle fonti fossili. Ovviamente la cosa va fatta in modo pianificato, per non creare effetti negativi al sistema economico.

Il Movimento 5 Stelle, On. Massimo De Rosa, condivide l’idea di incentivare maggiormente le rinnovabili?

Noi siamo in favore allo spostamento di tutti gli incentivi a favore delle rinnovabili. Basta che ciò non sia realizzato attraverso un sistema di incentivi a pioggia. Ad esempio, non crediamo la scelta giusta sia realizzare dei grandi impianti a biomassa. Si tratta di interventi che, una volta venuta meno la spinta degli incentivi, sono destinati alla chiusura. Tra l’altro, pensiamo che gli impianti di piccola taglia dovrebbero avere un raggio limitato di approvvigionamento delle materie prime, al fine di garantire la sostenibilità della produzione energetica. Dobbiamo però sottolineare che nel governo non vi è una posizione comune. Insieme alle spinte positive a favore dello spostamento degli incentivi, vi sono quelle che la pensano in modo completamente diverso.

È d’accordo, Sen. Gianpiero Dalla Zuanna, Scelta Civica?

Si, all’interno del governo c’è chi ha posizioni più attente a questi temi e chi le ha più focalizzate su aspetti legati alla produzione. Da parte nostra c’è la volontà politica per spostare gli incentivi dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Ovviamente bisogna fare attenzione a come ciò verrà attuato, perché la cosa non è banale da realizzare. Non possiamo dall’oggi al domani togliere gli incentivi ai camionisti, senza pensare che ciò potrà avere delle ripercussioni sull’intero settore.

Sembra che siate tutti d’accordo, Mariastella Bianchi, dobbiamo sperare in una rapida evoluzione su questo tema?

La realtà è che tutti i partiti sono caratterizzati da una maggiore o minore consapevolezza e accettazione su problematiche così complesse e articolate. Purtroppo su questo tema non dovrebbero esserci dubbi e sul fronte degli incentivi alle rinnovabili la visione corretta è quella espressa dai membri delle Commissioni Ambiente.

 

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Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

L’energia per il mondo? E’ un “trilemma”

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Ogni paese deve necessariamente trovare una soluzione bilanciata a tre diverse esigenze: la sicurezza energetica, l’equità energetica e la sostenibilità ambientale.

VARSAVIA – Sul cambiamento climatico c’è almeno una certezza. È causato dall’incremento della concentrazione di CO2 in atmosfera, osservato dalla rivoluzione industriale a oggi. E le oltre 30 miliardi di tonnellate che le attività umane aggiungono ogni anno, sono legate principalmente all’uso dell’energia. Quando si parla di energia, però, le certezze finiscono e inizia il dilemma, o meglio il trilemma. World Energy Trilemma è, infatti, il titolo del rapporto presentato a Varsavia dal World Energy Council.

La tesi è che ogni paese deve necessariamente trovare una soluzione bilanciata a tre diverse esigenze: la sicurezza energetica, l’equità energetica e la sostenibilità ambientale. In altre parole, bisogna riuscire a soddisfare la domanda attuale e futura di energia, garantirne l’accesso a costi ragionevoli alla popolazione e farlo assicurando la sostenibilità ambientale.

Secondo Joan Mac Naughton, responsabile dello studio del WEC, “è innanzitutto una questione di volontà politica e non ha senso cercare di nascondere l’inattività dietro alle condizioni economiche di un paese”.

Il rapporto analizza le prestazioni dei vari paesi sulle tre dimensioni di sicurezza, equità e sostenibilità, confrontandole con quelle dei due anni precedenti.

Ottimo il giudizio sull’Italia in termini di sostenibilità, premiato con la categoria A. Scende invece al livello B per l’equità e ancora più giù, al C, per la sicurezza energetica. Da segnalare però come quest’ultimo parametro sia continuamente migliorato nel tempo, dal 2011 a oggi, portandoci dalla posizione 83 alla 69, dei 129 paesi oggetti di valutazione.

La buona prestazione in termini di sostenibilità è legata alla grande quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, pari al 28% della produzione totale per il 2012.

“In realtà, secondo i dati recentemente pubblicati da Terna”, sottolinea Piero Pelizzaro, esperto di politiche climatiche di Kyoto Club, “la percentuale di produzione da fonti rinnovabili dei primi 10 mesi del 2013 è stata addirittura pari al 34% della domanda nazionale”.

La cosa impressionante è che la promozione delle rinnovabili potrebbe essere ancora più efficace, con conseguenze positive per tutte le facce del trilemma. “Una logica puramente economica, suggerirebbe una diversa struttura degli incentivi”, continua Pelizzaro, “invece di averne uno fisso, la riduzione del suo ammontare nel tempo, liberebbe risorse finanziare per stimolare l’ulteriore incremento della capacità installata”.

Secondo Marion Vieweg, di Climate Analytics, vi è poi la necessità di spostare la distribuzione delle sovvenzioni economiche per la produzione di energia dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, al momento sbilanciate nettamente a favore delle prime.

Il World Energy Outlook 2013, recentemente pubblicato dall’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), registra per lo scorso anno ben 544 miliardi di dollari a favore delle fonti fossili e solo 101 per la promozione delle rinnovabili. La speranza di un cambiamento arriva da Jacub Koniecki, membro del gruppo di Connie Hedeegard in Commissione europea, che informa dell’esistenza di un progetto di direttiva finalizzato proprio a spostare gli incentivi a favore delle rinnovabili.

Pelizzaro non si lascia andare a facili entusiasmi. “Ci sono alcuni segnali poco positivi che è importante continuare a monitorare. Innanzitutto il sistema d’incentivazione europeo delle rinnovabili non si è dimostrato sempre altamente efficace. Bisogna, poi, restare vigili su come mutano nel tempo i mix di produzione energetica. La maggiore esportazione di gas degli USA, ha fatto crollare il prezzo del carbone, rendendolo più appetibile anche per i paesi europei”.

Ne sa qualcosa il Presidente polacco della COP19, Marcin Korolec, che proprio ieri ha ricevuto in omaggio da una ONG una maglietta con la scritta provocatoria“Cittadino fiero di appartenere al paese del carbone”.

Il rapporto sul trilemma non ha però risolto tutti i dubbi sull’energia. La produzione della Francia, caratterizzata dal 76% di energia nucleare, è stata premiata addirittura con il 9 posto della classifica ambientale, dimostrando come lo studio abbia di fatto considerato le emissioni di CO2 e non la sostenibilità ambientale complessiva. Resta quindi il dubbio sul nucleare? In realtà dopo l’esperienza di Fukushima e la retromarcia di ieri del Giappone dai propri obiettivi di riduzione delle emissioni il dilemma sembrava risolto. Trilemma a parte.

“Ma è un altro passo in avanti”

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Fondamentale il ruolo delle donne nel vertice sudafricano

«Quella di Durban è stata la più lunga COP di sempre», ha ricordato il portavoce dell’Unfccc John Hay alle 5.30 di domenica mattina, dopo 14 giorni di lavoro, con le ultime 20 ore senza interruzione. Anche questa volta, come a Cancun, è stata una COP delle donne, con il ruolo fondamentale della presidente Maite Nkoana-Mashabane, della segretaria esecutiva dell’Unfccc Christiana Figueres e della commissaria Ue del Clima, Connie Hedegaard.

Ben 36 le decisioni formali. Comprenderne tutte le conseguenze richiederà un’analisi approfondita per i singoli temi in discussione, ma è già possibile evidenziare i principali risultati. Il tavolo negoziale sugli impegni di riduzione delle emissioni a lungo termine, che include tutti i Paesi, è stato prolungato di un anno e dovrà dare risposte sugli impegni vincolanti di riduzione delle emissioni. Nello stesso ambito bisognerà definire il termine in cui raggiungere il picco globale delle emissioni, dopo il quale il pianeta intero dovrà iniziare a ridurre la quantità di gas serra emesse annualmente in atmosfera.

Fondamentale anche la decisione di rendere operativo il Green Climate Fund e il meccanismo per il trasferimento delle tecnologie entro il 2012. Importanti infine delle decisioni tecniche sulle linee guida per i Piani nazionali di adattamento, sul Fondo per i Paesi meno sviluppati, il programma di lavoro sulle perdite e i danni ambientali attribuibili ai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili e le procedure per i progetti di cattura e stoccaggio di carbonio. Non è stato quindi un fallimento, ma un importante passo in avanti nella lenta azione globale contro i cambiamenti climatici.

Il punto – Ma una speranza c’è

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Finalmente il nodo è venuto al pettine! E l’ha fatto nel modo più eclatante possibile.

Negli ultimi giorni molti delegati, a denti stretti, hanno riconosciuto nella mancanza di impegni di riduzione delle emissioni per le economie emergenti il principale scoglio da superare per arrivare ad un accordo ambizioso entro venerdì. Non si mette in discussione il loro diritto di continuare il processo di sviluppo e la lotta alla povertà, ma di garantire che questo sia intrapreso attraverso un modello a basso contenuto di carbonio. Nel linguaggio di Copenhagen ciò significa: non chiedere alla Cina di ridurre le proprie emissioni in termini assoluti, ma di farlo rispetto al trend di crescita previsto in mancanza di azioni specifiche (il cosiddetto Business As Usual).

Non è stato un passaggio indolore. Gli sherpa hanno lavorato tutta la notte tra martedì e mercoledì per preparare il documento per i ministri. Alle 5 di mattina il coordinatore del gruppo ottiene l’assenso del G77 sul testo. La delegazione americana però non ci stà e impone ulteriori modifiche che complicano ulteriormente il quadro. Alle 7 si arriva comunque ad un testo finale. All’avvio dei lavori, però, il colpo di scena.

Rasmussen, che ha preso la presidenza della COP15 per la sessione dei ministri e dei capi di governo al posto di Connie Hedegaard, annuncia la prossima presentazione di un proprio documento di compromesso. Si alzano le barricate dei paesi emergenti, che secondo le indiscrezioni sarebbero chiamati nel nuovo documento ad assumersi maggiori responsabilità, appoggiati più tardi anche da un appassionato Hugo Chavez che denuncia un metodo non democratico.

Lapidarie le parole di Rasmussen, all’insegna della concretezza: “il mondo aspetta una risposta sul cambiamento climatico, non può essere una questione solo di procedure”.

L’inizio della riunione di presentazione del documento viene aggiornato alle 13.00 e poi posticipato più volte fino ad aprirsi alle 22.00. Nel frattempo il lavoro è trasferito in altre sale, quelle che contano realmente.

In tarda serata arriva la notizia che il Giappone è disposto a mettere 11 miliardi di dollari dal 2010 al 2012 in aggiunta ai 10,5 della Ue, se l’accordo ci sarà. A questo punto l’attesa è che USA offrano ancora di più, per compensare il minore impegno di riduzione delle emissioni.

Tutto è ancora molto difficile, ma un accordo non sembra più impossibile.

Il punto – L’importanza di Connie Hedegaard

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Si è aperta ieri la sezione politica plenaria della COP15 di Copenhagen, con la presenza di Ban Ki-moon, il Principe Carlo ed il premio Nobel Wangari Maathai. A brillare di più è stata però ancora lei: Connie Hedegaard. Se mai la Conferenza sul clima arriverà ad un accordo ambizioso, una buona parte del merito dovrà essere riconosciuto a questo politico capace e carismatico, venerato anche da chi si dichiara appartenente all’opposizione.

Da lunedì i lavori degli sherpa sono proseguiti in modo schizofrenico, con lunghissime riunioni fino a notte fonda e continui rinvii nel corso della giornata. La priorità è quella di completare la stesura dei documenti politici che da questa mattina dovranno essere trasferiti nelle mani dei ministri e più problemi resteranno aperti sul tavolo, più complessa sarà la fase politica. Gli ingredienti per una possibile soluzione sono tutti contenuti nei discorsi di apertura della sessione plenaria.

La Hedegaard si appella subito ai governi “Noi non possiamo fare niente senza di voi. È a voi che sarà riconosciuto il successo o il fallimento”. Lo stato dei lavori è nelle parole di Yvo de Boer “Ci sono stati dei progressi importanti, ma non abbastanza per arrivare al successo.” Rasmussen enfatizza la valenza unica del momento, ricordando che mai come in questo momento l’attenzione è stata così alta sul cambiamento climatico, con la consapevolezza diffusa che gli impatti si ripercuoteranno sul mondo intero nessuno incluso. Riprende poi una frase di Churchill “Ci vuole coraggio per alzarsi e parlare, ma ci vuole anche coraggio per sedersi ed ascoltare”. E ancora la Hedegaard  “C’è il rischio di un fallimento. La parola chiave deve essere il compromesso. Bisogna agire e agire subito”.

Da oggi ai ministri spetta la risoluzione dei problemi ed ai capi di governo la passerella mediatica, in cui far capire al mondo intero cosa vogliono chiedere e soprattutto a cosa sono disposti a rinunciare.