Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

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REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

Cambiamenti climatici all’origine delle catastrofi naturali

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PN palazziI recenti drammi avvenuti in Liguria in seguito alle forti alluvioni hanno messo a nudo la grande fragilità italiana in caso di eventi meteo estremi. Come spesso accade in questi casi si è soliti cercare un responsabile cui imputare ogni colpa.

Molto è stato detto riguardo il dissesto idrogeologico e l’incuria del territorio da parte delle pubbliche amministrazioni. Considerazioni ineccepibili, ma che nel contesto del ‘processo alla catastrofe’ ricoprono il ruolo delle aggravanti, per quanto importanti e specifiche.

Come non riconoscere, infatti, che qualsiasi centro abitato o di campagna sarebbe stato messo in ginocchio dal più di mezzo metro d’acqua che si è abbattuto nelle zone di Brugnato (comune in provincia di La Spezia) in poco meno di sei ore? In questo modo non si vuole sollevare dalle responsabilità gli amministratori, soprattutto dopo il decesso di sei persone e danni per milioni di euro. È però necessario partire da questa considerazione prima di ulteriori analisi.

Da decenni ormai i climatologi ci mettono in guardia sul probabile incremento degli eventi meteo estremi legati al cambiamento climatico. Concetto ribadito anche dal rapporto delle Nazioni Unite che verrà presentato il 18 di novembre prossimo, in cui, secondo le indiscrezioni riportate da AFP, verrebbe sottolineata la relazione tra il cambiamento climatico causato dall’uomo e la frequenza/intensità di ondate di calore, incendi, alluvioni e cicloni. Questo significa un aumento delle probabilità “che tali fenomeni si moltiplichino in futuro.”

L’impressione, però, è che si voglia continuare a negare una tale realtà, almeno fino a quando non si è vittime delle sue estreme conseguenze. È come trovarsi di fronte ad una variante della nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), mutata in questo caso in IMB. I cui le coscienze si risvegliano solo quando l’acqua invade lo spazio del proprio giardino. Un po’ come accaduto in Australia nel 2007, quando il governo decise di ratificare il Protocollo di Kyoto dopo le drammatiche ripercussioni causate dalla più grave siccità dell’ultimo secolo.

Da quel tragico evento climatico, alluvioni si sono succedute in Pakistan, Giappone, Thailandia, Cambogia, India, Bangladesh e Cina. Spesso con impatti di dimensioni enormi: migliaia di morti e milioni di persone interessate. Lo scorso anno, solo in Pakistan, furono 20 milioni le persone colpite direttamente dalle piogge incessanti.

Il tempo è ormai agli sgoccioli ed è necessario riconoscere la gravità del fenomeno per intervenire sia sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra, che su quello delle azioni da adottare per ridurre le entità dei danni, ovvero di adattamento.

Per poter prevenire danni e adattarsi a situazioni di questo tipo, la soluzione sta nell’imparare ad intervenire all’interno delle proprie comunità locali, soprattutto come cittadini responsabili. E’ necessario, infine, avere memoria di quanto accaduto. Evitare, quindi, quando il sole sarà tornato a splendere, che il vento spazzi via, oltre alle nuvole cariche di pioggia, anche il ricordo dello sforzo affrontato oggi dai cittadini colpiti dalle alluvioni in Liguria e in altre regioni d’Italia.

ONU, “Caschi verdi” per conflitti dovuti a mancanza risorse naturali?

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PN bambina indiaSiccità, alluvioni, guerre per il controllo delle risorse idriche, carestie e insicurezza. Con queste poche parole si possono riassumere gli ultimi mesi della vita del nostro Pianeta.

In Kenya orientale cresce la tensione tra la popolazione che si è vista negare gli aiuti indirizzati ai vicini somali, sebbene entrambi condividano e stiano subendo una delle peggiori siccità a memoria d’uomo.

Nel giugno scorso, secondo quanto riportato da Al-jazeera, l’esercito israeliano ha distrutto alcuni serbatoi necessari alla raccolta dell’acqua nel villaggio palestinese di Amniyr. Stessa sorte per altri pozzi e infrastrutture nei villaggi di Al-Nasaryah, Al-Akrabanyah e Beit Hassanin situati nella valle del Giordano, in quella che può essere definita una vera e proprio ‘guerra dell’acqua’. Una guerra che, secondo le accuse palestinesi, lascia alla popolazione 50 litri al giorno a fronte dei 280 l/g a disposizione dei coloni.

In Pakistan, le continue alluvioni che hanno afflitto il Paese sud asiatico nel 2010, hanno distrutto quasi due milioni di abitazioni. Coloro che a fatica hanno superato la continua emergenza guardano con timore e paura alla possibilità di nuove e ingenti precipitazioni.

Sempre nel 2010, ed esattamente ad agosto, la Russia, colpita da una inattesa siccità, si è vista costretta ad introdurre un embargo sull’esportazione di grano. Lo stato d’emergenza per siccità e incendi e’ stato esteso a 27 regioni agricole della Federazione, obbligando le autorità a ridurre le stime del 20 per cento rispetto ai 97 milioni di tonnellate di grano raccolto nel 2009.Una scelta che si è immediatamente ripercossa sul mercato internazionale in un vortice senza fine. A settembre del 2010 la FAO sottolineava come il prezzo del grano avesse influito a sua volta su quello dei prodotti alimentari con una crescita del 5 per cento solo nel mese precedente. Un’impennata definita come “il più grande aumento mensile dallo scorso novembre” (2009, ndr). Aumenti che secondo alcuni analisti hanno rappresentato l’effetto scatenante delle proteste in Tunisia e a catena in altri Paesi del Nord Africa e Medio Oriente.

“Il cambiamento climatico rappresenta in maniera evidente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come ha sottolineato anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, in apertura del secondo incontro del Consiglio di sicurezza dedicato a ‘Clima e sicurezza mondiale’ tenutosi il 20 luglio scorso. Il primo incontro dell’UNSC su questi temi, organizzato nel 2007 sotto la guida della Gran Bretagna, si era chiuso con un nulla di fatto. Qualche mese più tardi, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC) e l’ex vice presidente statunitense Al Gore si sarebbero visti assegnare il premio Nobel per la pace per gli sforzi da loro compiuti per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti.

Durante questo secondo incontro, Ban Ki-moon ha ricordato che “gli eventi meteorologici estremi si ripetono ormai con maggiore frequenza e intensità creando danni alle persone, alle infrastrutture e ai bilanci nazionali”. Parole che hanno anticipato le forti piogge monsoniche che nei giorni scorsi hanno sconvolto e devastato proprio la sua Corea: 400 mm di pioggia in 17 ore. Un dato spaventoso se si pensa che le precipitazioni annue in Corea del Sud variano dai 1.500 mm di Seul ai 2.000 di Busan.

Nel vicino Giappone, invece, ancora sconvolto dalla distruzione causata dallo tsunami, le autorità stanno provvedendo all’evacuazione di 400.000 persone nel nord est del Paese proprio a causa delle forti precipitazioni.

L’incontro del 20 luglio, avvenuto al riparo del palazzo di vetro di New York, è stato promosso fra gli altri dalla Germania, su spinta iniziale delle nazioni delle piccole isole oceaniche, ovvero i primi a scomparire qualora dovesse verificarsi un innalzamento del livello dei mari. Un incontro passato abbastanza in sordina e fortemente osteggiato dalla Russia.

Entro la fine del secolo il livello del mare si potrebbe alzare di un metro”, ha ribadito il Direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme), Achim Steiner. “Se guardiamo su una mappa le decine di migliaia di km che sarebbero influenzate (dall’innalzamento dei livelli dei mari, ndr), ci renderemmo conto che ciò porterebbe a ridisegnare la mappa mondiale, sia geograficamente che economicamente”, ha spiegato Steiner.

All’interno del Consiglio di sicurezza si è ventilata anche l’ipotesi di introdurre una nuova forza di intervento, quella dei ‘Caschi verdi’, da impiegare in aree di conflitto provocati dalla scarsità di risorse naturali. Al di là delle diverse opinioni in merito, resta il dubbio se un corpo composto da militari chiamati ad agire sulle conseguenze del problema sia o meno adatto, o se dovrebbe essere affiancato da personale tecnicamente qualificato in grado di operare sullo sfruttamento sostenibile delle risorse, le vere cause dei conflitti.

Un dibattito che per ora è morto sul nascere, visto che la risoluzione proposta dalla presidenza è stata bocciata alla luce dell’opposizione di alcuni Paesi. Il debole documento finale arriva quindi a riconoscere solo le possibili implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza globale.

Un risultato duramente attaccato della rappresentante statunitense, Susan Rice, secondo cui, alla richiesta d’aiuto dei Paesi che rischiano di scomparire “il Consiglio, a causa del rifiuto di pochi di assumersi le proprie responsabilità, ha risposto con il silenzio, ovvero come dire semplicemente: ‘Sfortunati’”.

USA, migliaia di sfollati per disastri climatici

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Fenomeni estremi sempre più frequenti. Obama proclama lo stato di calamità nel Tennessee per il Mississippi. Un mese fa 362 tornado in poche ore sull’Alabama.

Nessun climatologo ricondurrebbe mai un singolo evento estremo, sia un alluvione o un tornado, direttamente al riscaldamento del pianeta di origine antropica. Siamo in genere abituati a ricerca un rapporto diretto causa-effetto nella comprensione dei fenomeni che ci circondano, ma nel caso del cambiamento climatico è indispensabile ragionare in termini statistici e di probabilità. Non possiamo pertanto considerare i 14,6 m di altezza raggiunti dal Mississipi, solo 21 cm al di sotto della devastante alluvione del 1927, come la prova che l’enormità dei gas serra emessi in atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi abbiano già cambiato la struttura del clima del pianeta. Così come non si può attribuire direttamente alla stessa causa il tornado che ha attraversato una settimana fa Auckland, in Nuova Zelanda, a più di 200 chilometri orari. Per la stessa ragione dobbiamo escludere ogni relazione diretta con l’inondazione che lo scorso anno ha colpito – dati Unicef – 21 milioni di persone in Pakistan per lo straripamento dell’Indo, causato dai monsoni più violenti registrati negli ultimi decenni. E lo stesso vale per le tremende alluvioni dello scorso anno nel Queensland, Australia, o per ognuno della centinaia di tornadi che hanno colpito recentemente gli Usa.

Anche lo sguardo meno esperto riconosce però nel quadro d’insieme una situazione anomala, tanto da far pensare che il clima sia letteralmente impazzito. La brutta notizia è che tutto questo è in linea con quanto l’Ipcc, l’organismo deputato dalle Nazioni Unite a fare sintesi scientifica sul cambiamento climatico, aveva già dichiarato senza esitazione quattro anni fa. Il principale verdetto del IV Rapporto nel 2007 riteneva come «inequivocabile» il fatto che il clima stesse cambiando e vedeva nell’uomo il protagonista di tale cambiamento. Tra le pagine dello stesso documento si prevedeva per gli anni a venire l’aumento degli eventi meteorologici estremi, con una distribuzione e di entità diversa nelle varie aree del pianeta. Nello scorso febbraio l’Asian Development Bank ha riconosciuto con un proprio studio che, proprio a causa delle inondazioni e degli uragani dovuti al cambiamento climatico, quel continente dovrà prepararsi a sopportare un flusso migratorio interno senza precedenti. In Italia, invece, molti hanno cercato di non ascoltare il richiamo degli scienziati dell’Ipcc. Nel marzo del 2009 in Senato è stata presentata una mozione in cui si metteva in discussione l’esistenza stessa del cambiamento climatico e si invitava il Governo a ridurre il proprio impegno nella riduzione delle emis-sioni di gas serra. Note preoccupanti sullo stato della cultura scientifica del nostro Paese giungono addirittura dal vertice del Centro Nazionale delle Ricerche. Il vicepresidente De Mattei è arrivato infatti a giustificare il terremoto in Giappone come un castigo divino e non fa mistero di mettere in discussione addirittura lo stesso evoluzionismo di Darwin.

Eppure non occorre essere grandi scienziati per capire quanto la situazione sia seria. Basterebbe fare più attenzione proprio alla frequenza con cui si verificano gli eventi climatici estremi. Dovrebbe sorprendere il vedere che l’incredibile inondazione in Pakistan è seguita a meno di un mese di distanza da un’altra importante esondazione in Sri Lanka. Esempi simili, seppure in scala nettamente minore, si sono verificati anche da noi, come nel caso di Vicenza. Dopo solo poche settimane dalla grave esondazione che ha colpito la cittadina veneta nel novembre dell’anno scorso si è registrato un nuovo rischio esondazione e quest’ultimo accadimento dovrebbe forse preoccupare ancora più di quanto si è verificato a novembre.

 

Clima e adattamento Non ci resta che convin-cerci dell’inequivocabile cambiamento del clima ed iniziare a vedere anche noi in questo problema una priorità nazionale. La discussione deve spostarsi sul come ridurre le emissioni e come ridurre l’entità degli impatti che inevitabilmente colpiranno il nostro Paese. L’ondata eccezionale di calore che nel 2003 ha fatto più di 15.000 morti in Francia potrebbe essere un feno-meno non così improba-bile in futuro.

Negli scorsi giorni l’Ipcc ha prodotto un nuovo rapporto, questa volta dedicato esclusivamente all’energie rinnovabili. La notizia sorprendente è che sarà possibile arrivare nel 2050 a produrre da fonti rinnovabili ben l’80% dell’energia che verrà consumata. Per fare questo è però indispensabile sup- portare la transizione con adeguate politiche pubbliche. Sarebbe il caso di ascoltare con attenzione il nuovo invito degli scienziati, anche perché il mondo inizierà a correre in quella direzione.