Stretta finale, sale la tensione

Stampa-Tuttogreen

unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

Annunci

Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

Stampa-Tuttogreen

unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.

Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

Planetnext

The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.

Con o senza Copenhagen, da Bonn riparte il trattato sul clima

AAA-Sole24Ore

BONN – C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di Bonn, dove si è tenuto il primo incontro dell’Unfccc, il tavolo di lavoro dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo la Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre. L’obiettivo è la definizione dell’agenda di lavoro per il 2010, ma la discussione si sposta inevitabilmente attorno all’Accordo di Copenhagen, il gigante dai piedi di argilla, forte della centinaia di firme di capi di stato e di governo che porta in calce, ma sviluppato attraverso un percorso che ha bypassato le procedure Unfccc. Che farne?

L’accordo è frutto della volontà politica di un ristretto tavolo di capi di stato e di governo volati a Copenhagen negli ultimi due giorni della Conferenza, a cui si sono andate via via sottraendosi le sedie disponibili ed è finito per essere un’intesa al ribasso imposta dalla Cina agli Usa. La stessa Ue del resto non aveva mascherato il malcontento verso un documento alla cui stesura finale era stata esclusa ed in cui erano spariti tutti gli obiettivi numerici di grande significato politico. Come è noto, nella seduta plenaria conclusiva danese alcuni paesi hanno deciso di rifiutare l’adozione formale di un documento sviluppato da pochi capi di stato e di governo in stanze parallele e non ufficiali, quindi all’esterno delle regole Unfccc. L’unica soluzione possibile per l’assemblea è stata quindi di “prendere nota” timidamente dell’accordo sviluppato dai grandi.

Il fronte di chi vuole dimenticare l’Accordo di Copenhagen è cresciuto da dicembre ad oggi, arrivando all’incirca ad un quinto del gruppo del G77, di cui fa parte anche la Cina. Ed è proprio quest’ultima a ricoprire a Bonn, dopo essere stata la mattatrice del negoziato nella capitale danese, una posizione scomoda.

Non è semplice infatti trovarsi nella duplice veste di chi è stato protagonista nella stesura dell’accordo ed è al contempo uno dei soggetti politici principali del gruppo che ne vuole limitare l’utilizzo. Alla fine l’intesa su questo punto all’interno del G77 non c’è stata, costringendoli a presentarsi nella riunione plenaria finale tedesca senza una posizione comune.

Differenze all’interno del G77 che probabilmente sono destinate ad amplificarsi in futuro, visto l’anacronistica coesistenza di giganti economici come Cina e India e di chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, quali le isole del pacifico e i paesi meno sviluppati.

La creazione lo scorso anno della nuova coalizione dei Paesi africani, è probabilmente un segnale che qualcosa all’interno del G77 sta già cambiando e l’attenzione con cui la Ue guarda a loro è un chiaro segnale della speranza di riuscire a differenziare il fronte del G77, creando così un nuovo scenario negoziale.

È certo invece che i lavori del 2010 ripartiranno dai documenti sviluppati negli ultimi due anni all’interno del percorso negoziale ufficiale dell’Unfccc, come richiesto dal mandato del Bali Action Plan. Si tratta di quanto prodotto all’interno dei due gruppi responsabili di definire gli impegni futuri del Protocollo di Kyoto (KP) e quelli (LCA) dei colossi, quali USA e Cina, i cui impegni di riduzione per ragioni diverse sono esclusi dal processo di revisione del protocollo.

La logica vorrebbe che KP e LCA arrivino a fondersi in un tavolo negoziale unico, ma talvolta politica e logica muovono su binari paralleli e far convergere la discussione in un unico gruppo è un’impresa impossibile, vista la netta opposizione dei paesi in via di sviluppo che temono ciò possa portare ad affondare il Protocollo di Kyoto.

Novità certe sono attese alla guida dell’Unfccc, viste le dimissioni presentate a febbraio dal Segretario esecutivo Yvo de Boer, che saranno però effettive solo da inizio luglio, le cui cause sono probabilmente riconducibili al fallimentare esito della Conferenza di Copenhagen.

Sette sono i candidati possibili, ma sembra che l’inserimento nella triade finale da sottoporre a Ban Ki-moon, sia un gioco già chiuso tra l’ungherese Janos Pasztor, il sudafricano Marthinus van Schalkwyk, l’indiano Vijai Sharma e la costaricana Christiana Figueres. È probabile che alla fine la scelta cadrà, per normale avvicendamento, ad un rappresentante dei paesi in via di sviluppo e la Figueres sembra giocare il ruolo della favorita, anche se la sua vicinanza per ragioni professionali al mondo imprenditoriale dei paesi sviluppati potrebbe giocare a suo sfavore.

E’ più alta la febbre del Continente nero

AAA-Unita

I 2 gradi dei Paesi occidentali in Africa diventano 3.5 E i meno responsabili del riscaldamento globale saranno i più duramente colpiti dalle sue conseguenze

 

Copenaghen – La maggioranza dei politici a Copenhagen concorda sulla necessità di bloccare la febbre del pianeta al di sotto dei 2 gradi, rispetto al periodo preindustriale. I delegati africani, però, sanno che per loro questo potrebbe già essere un dramma. Gli scienziati non lasciano dubbi. I 2 gradi di aumento della temperatura sono un dato medio, ma alcune aree del pianeta si scalderanno molto di più. Per l’Africa le previsioni indicano un aumento fino a 3,5 gradi.

A pagare di più saranno i meno responsabili. L’Africa intera emette al- l’incirca come il Giappone e ci vogliono venti africani per raggiungere il peso di un singolo statunitense sulle emissioni di gas serra.

I singoli interessi che da sempre caratterizzano il continente africano si traducono in un peso politico negoziale fondato solo sui principi. La situazione, però, è cambiata improvvisamente quando a novembre i Paesi africani hanno deciso di bloccare i lavori preparatori per Copenhagen, causa le continue promesse da parte dei Paesi industrializzati, restii a mettere sul tavolo negoziale nuovi impegni per una seconda fase del Protocollo di Kyoto.

Lo strappo, mai definitivamente ricucito, è del 7 dicembre con l’apertura dei lavori della Cop15. Dopo un secondo abbandono, l’Africa si presenta con un unico nome, attraverso la voce della Oua (Organizzazione dell’Unione Africana), per «metter in campo un singolo gruppo negoziale», come ha ribadito il Primo ministro etiope, e portavoce Oua, Meles Zenawi. L’obiettivo, portare avanti i bisogni dell’intero continente piuttosto che dei singoli paesi. Immediata la replica degli industrializzati, disponibili a dare risposta alle richieste di finanziamento con 30 miliardi di dollari, favorendo una frattura interna al gruppo G77. L’obiettivo è isolare le principali economie emergenti, come la Cina, per costringerle ad assumersi maggiori responsabilità sui tagli delle emissioni. Il continente africano paga già i danni maggiori per il cambiamento climatico causato dai paesi ricchi. Per questo non può permettersi la morte del Protocollo di Kyoto, né il fallimento di Copenhagen. Da oggi c’è un protagonista nuovo nella politica climatica.

Dal caos una spinta all’intesa

AAA-Unita

Incontri annullati, procedure saltate, scalette stravolte e documenti teoricamente cruciali per il negoziato di cui non è certa ne- anche l’esistenza.

L’unica cosa che non è mancata in questi ultimi giorni a Copenhagen è la confusione.

Ma spesso, nei negoziati, la crisi o il rischio di collasso è essenziale per il successo, perché obbligano ad affrontare i nodi irrisolti e spingono al compromesso.

Una delle principali criticità emersa è la ormai superata rappresentatività del G77, che raccoglie Paesi in via di sviluppo molto diversi, quali Cina ed Etiopia. Lo scontro interno è latente da anni, ma ora sono aumentate le richieste di un maggiore impegno verso le economie emergenti. La proposta della Ue di dedicare il proprio finanziamento per il 2010-2012 ai Paesi più poveri diventa così un grimaldello che favorisce la rottura del fronte del G77. Del resto l’unione africana ha manifestato la priorità di avere un aiuto finanziario immediato per combattere il cambiamento climatico. I Paesi ricchi di foreste, come Brasile, Indonesia e Papua, cercano invece nell’accordo la creazione di un meccanismo, il Redd, che garantisca un flusso economico a chi combatte la deforestazione. La Ue chiede agli altri grandi di fare uno sforzo «comparabile» per elevare il proprio obiettivo di riduzione dal 20 al 30%. Per gli Usa ciò non può significare una magiore riduzione delle emissioni rispetto a quanto promesso, se non minima, , perché non si può chiedere a Obama di fare un miracolo dopo l’immobilismo di Bush. La comparabilità potrebbe così essere monetizzata in un maggiore aiuto economico per i Paesi poveri. Per contro gli Usa potrebbero chiedere di vedere espressi gli obiettivi di riduzione anche rispetto al 2005. Per la Cina invece potrebbe significare l’adozione di impegni vincolanti rispetto ai trend di emissione futuri, che il gigante asiatico potrebbe contrattare in cambio del trasferimento di tecnologia. Le richieste sul tavolo sembrano essere chiare. Resta da vedere se 24 ore saranno sufficienti a costruire il compromesso.

Il punto – Ma una speranza c’è

AAA-Unita

unita dormire

Finalmente il nodo è venuto al pettine! E l’ha fatto nel modo più eclatante possibile.

Negli ultimi giorni molti delegati, a denti stretti, hanno riconosciuto nella mancanza di impegni di riduzione delle emissioni per le economie emergenti il principale scoglio da superare per arrivare ad un accordo ambizioso entro venerdì. Non si mette in discussione il loro diritto di continuare il processo di sviluppo e la lotta alla povertà, ma di garantire che questo sia intrapreso attraverso un modello a basso contenuto di carbonio. Nel linguaggio di Copenhagen ciò significa: non chiedere alla Cina di ridurre le proprie emissioni in termini assoluti, ma di farlo rispetto al trend di crescita previsto in mancanza di azioni specifiche (il cosiddetto Business As Usual).

Non è stato un passaggio indolore. Gli sherpa hanno lavorato tutta la notte tra martedì e mercoledì per preparare il documento per i ministri. Alle 5 di mattina il coordinatore del gruppo ottiene l’assenso del G77 sul testo. La delegazione americana però non ci stà e impone ulteriori modifiche che complicano ulteriormente il quadro. Alle 7 si arriva comunque ad un testo finale. All’avvio dei lavori, però, il colpo di scena.

Rasmussen, che ha preso la presidenza della COP15 per la sessione dei ministri e dei capi di governo al posto di Connie Hedegaard, annuncia la prossima presentazione di un proprio documento di compromesso. Si alzano le barricate dei paesi emergenti, che secondo le indiscrezioni sarebbero chiamati nel nuovo documento ad assumersi maggiori responsabilità, appoggiati più tardi anche da un appassionato Hugo Chavez che denuncia un metodo non democratico.

Lapidarie le parole di Rasmussen, all’insegna della concretezza: “il mondo aspetta una risposta sul cambiamento climatico, non può essere una questione solo di procedure”.

L’inizio della riunione di presentazione del documento viene aggiornato alle 13.00 e poi posticipato più volte fino ad aprirsi alle 22.00. Nel frattempo il lavoro è trasferito in altre sale, quelle che contano realmente.

In tarda serata arriva la notizia che il Giappone è disposto a mettere 11 miliardi di dollari dal 2010 al 2012 in aggiunta ai 10,5 della Ue, se l’accordo ci sarà. A questo punto l’attesa è che USA offrano ancora di più, per compensare il minore impegno di riduzione delle emissioni.

Tutto è ancora molto difficile, ma un accordo non sembra più impossibile.