Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

AAA-Unita

“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.

Annunci

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

AAA-Unita

unita planet b

“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.