Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

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REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

CO2 spikes, remedial action slumps

The question about addressing climate change is becoming increasingly warped as the gap between what should be done and what countries actually are doing grows. This was vividly demonstrated at the United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) Talks, which ended last Friday in Bonn, Germany.

The level of awareness on this topic is growing throughout the world, as is the perception of its connection to the increasing number and magnitude of extreme climate events1 .

These perceptions are specifically supported by an accumulation of scientific evidence2, including the confirmed rise of CO2 levels in the atmosphere. Only a few days ago, the International Energy Agency (IEA) published its official data related to 2011 CO2 emissions from fossil fuel combustion: it recorded a new high, exceeding the 2010 level by 3,2%. In 2011, the global emission of CO2 from fossil fuel was 31,6 Gt (billion tons), 1 Gt more than in 2010. In order to have even a 50% chance of limiting the increase of the average global temperature to 2°C, which is the “450 Scenario” of the IEA’s World Energy Outlook 2011, CO2 emissions would have to peak at 32,6 Gt before 2017. Considering the increase recorded between 2010 and 2011, it is likely that this threshold will already be reached next year.

There is a sliver of hope despite the dire outlook: with proper action, the world could still achieve the CO2 emission level recommended by scientists.

At the UN General Assembly in New York last February, Felix Finkbeiner, a 13-year- old boy, shared his personal qualms about climate change with the international audience: “The adults know exactly what challenges we face and they know the solutions to these challenges, but we don’t understand why there is so little action.” Everyone applauded the young man’s statement, but nobody had a satisfactory reply to it.

Only recently, another report, “Bridging the Emission Gap,” published by UNEP, indicated that a short-term CO2 emissions reduction, needed to keep the increase in global temperatures below 2°C, is still achievable. Achim Steiner, the UNEP Executive Director, declared that the necessary emissions reduction would be “possible by 2020, even without any significant technical or financial breakthroughs.” But this would require strong and rapid action, propelled by unified international political will.

And what was the outcome of the latest UNFCCC Climate Talks just concluded in Bonn?

After two weeks of negotiations among delegates from every part of the world on the new ADP (Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action), they only managed to agree on the work agenda, and this not until the the very last day, following heated debates that people outside the conference would have trouble understanding.

Obviously, the issue is not straightforward, as it concerns the interests and roles of developed countries and major emerging economies on the path to CO2 reduction. Still, it would be difficult to explain to little Felix the applause at the end of the Bonn Conference, when in reality, instead of addressing substantial concerns, conference attendees whittled away the time discussing terminolgy and protocol.

Artur Runge Metzer, the Director of International and Climate Strategy of the European Commission, conceded that “we spent too much time on procedures,” and he pointed to a small group of countries that were hindering the process. He didn’t refer directly to any specific nation, but a senior delegate mentioned the US as part of this group, in particular Washington’s attempt to consistently block discussion on certain issues, for example, the request to organize a workshop on research, proposed by CfRN (Coalition for Rainforest Nations). But during a press conference, Jonathan Pershing, the USA Deputy Special Envoy for Climate Change, deflected the blame, declaring that he was “disappointed and frustrated that the discussion of this meeting focused largely on procedural issues.”

The UNFCCC Executive Secretary, Christiana Figueres, also conceded that the weeks of negotiating had been “boring”. PlanetNext pointed out to her the lack of progress in the ongoing process, only 6 months away from the conclusion of the present Kyoto Protocol (KP) commitment period and the expiration of LCA (the ad hoc working group including countries not part of the KP).

After 6 years of negotiations on the KP, it has still not been decided if the second commitment period will be 5 or 8 years. The KP was never underwritten by the US, and Canada left it just last year. Now it looks probable that other important countries such as Japan and Russia will follow suit, meaning that after 2012 the KP will consist of countries collectively responsible for only 15% of global CO2 emissions. The voluntary commitment so far expressed by countries at the Copenhagen Accord and later covers around 50% of scientists’ CO2 reduction request by 2020. After 20 years of negotiations, rich countries have committed to economically help developing countries, but the money is not yet on the table.

Following the debacle in Bonn, is it even reasonable to expect the next COP in Doha to achieve positive results or to awaken the necessary political will? Figueres was not fazed by the lack of ambition of the process and simply stated that Doha will be an important COP.

But Bali was “an important COP” too, as were Copenhagen, Cancun and Durban. The question is not whether a COP is deemed to be important or not, but rather whether this negotiation process is actually able to produce results at the level required by science–or admit that it has failed.

At the moment, it is not known if an additional conference will be held in Bangkok next September, to better prepare for Doha, due to a lack of funding which, according to Christiana Figueres, runs at around 4,8 million €. Word has it that developed countries (such as the EU) would offer the necessary financial support, on the condition that developing countries accepted the policy of reaching an agreement on the election of the ADP chairs by consensus, as has been the case in the past, in order to avoid a vote by majority, which is very unusual for this process. But the real concern is that the next meeting in September could again become stuck on secondary issues, failing to address and solve the most critical and important items.

Wael Hmaidan, Director of CAN, the international umbrella of NGOs on climate change, blames the problem world-wide on a political class unwilling to address the real interests of its citizens, who are however directly affected by climate change. According to Hmaidan, politicians take a short-term view in order to protect their own interests and maintain the political consensus needed to guarantee re-election.

Looking at what the international climate change negotiations have produced until now, it is difficult to refute Hmaidan’s argument. The UNFCCC process urgently needs to shift gears and to show that it is capable of producing concrete results. Maybe, then, the international political establishment will prove Hmaidan wrong.

In the meantime the level of CO2 is continuously rising in the atmosphere, while the time for effective action is drastically shrinking. Christiana Figueres is completely right when she says that Doha will be an important COP. In particular if it can show a change in the participants’ attitudes.

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“Ma è un altro passo in avanti”

AAA-Corriere Sera

Fondamentale il ruolo delle donne nel vertice sudafricano

«Quella di Durban è stata la più lunga COP di sempre», ha ricordato il portavoce dell’Unfccc John Hay alle 5.30 di domenica mattina, dopo 14 giorni di lavoro, con le ultime 20 ore senza interruzione. Anche questa volta, come a Cancun, è stata una COP delle donne, con il ruolo fondamentale della presidente Maite Nkoana-Mashabane, della segretaria esecutiva dell’Unfccc Christiana Figueres e della commissaria Ue del Clima, Connie Hedegaard.

Ben 36 le decisioni formali. Comprenderne tutte le conseguenze richiederà un’analisi approfondita per i singoli temi in discussione, ma è già possibile evidenziare i principali risultati. Il tavolo negoziale sugli impegni di riduzione delle emissioni a lungo termine, che include tutti i Paesi, è stato prolungato di un anno e dovrà dare risposte sugli impegni vincolanti di riduzione delle emissioni. Nello stesso ambito bisognerà definire il termine in cui raggiungere il picco globale delle emissioni, dopo il quale il pianeta intero dovrà iniziare a ridurre la quantità di gas serra emesse annualmente in atmosfera.

Fondamentale anche la decisione di rendere operativo il Green Climate Fund e il meccanismo per il trasferimento delle tecnologie entro il 2012. Importanti infine delle decisioni tecniche sulle linee guida per i Piani nazionali di adattamento, sul Fondo per i Paesi meno sviluppati, il programma di lavoro sulle perdite e i danni ambientali attribuibili ai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili e le procedure per i progetti di cattura e stoccaggio di carbonio. Non è stato quindi un fallimento, ma un importante passo in avanti nella lenta azione globale contro i cambiamenti climatici.

Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

Planetnext

The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.