Un Codice della Strada su misura per la bici?

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Il 10 e l’11 maggio la Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente; novità in vista per la mobilità sostenibile nel nuovo Codice allo studio del governo

Strade italiane come quelle del nord Europa. la stampa biciPoche auto in lento movimento, pedoni cheattraversano sereni i passaggi zebrati e una moltitudine di biciclette che sfrecciano in una fitta rete di piste ciclabili.

Non è il sogno di chi, per scelta o necessità, affronta ogni giorno la pericolosa invadenza delle auto, ma il progetto di mobilità sostenibile che dovrebbe vedere la luce con la riforma del Codice della strada. Ne parla il Sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo, prima firmataria della proposta, in occasione della Giornata della bicicletta organizzata dal Ministero dell’Ambiente il 10 e 11 maggio. “Il nuovo Codice è attualmente in discussione alle Commissioni parlamentari e riconoscerà alla bicicletta un ruolo centrale nella mobilità urbana. A Firenze abbiamo scelto di festeggiare l’evento nella giornata di sabato, invece che domenica, proprio per sottolineare come la bici debba essere protagonista della mobilità urbana e non un semplice mezzo di svago”.

Si parte dalle parole. Chi cammina e usa la bicicletta non sarà più considerato un utente debole, ma vulnerabile, per evidenziare il legame in termini di sicurezza con i comportamenti altrui. Per questo si prevede di ridurre la velocità delle auto nelle strade urbane dai 50 ai 30 km/h. Un cambiamento in grado di ridurre in caso d’incidente il tasso di mortalità degli utenti vulnerabili dal 70 al 30%. Secondo Valerio Parigi, vice presidente FIAB, “si deve recuperare un ritardo cronico rispetto al resto d’Europa, perché da noi c’è lo strapotere dell’auto. Negli altri paesi in caso d’incidente l’onere della prova è inversamente proporzionale alle dimensioni del soggetto coinvolto, per tutelare gli utenti vulnerabili. In Italia se un bambino scende dal marciapiede e viene investito da un auto la colpa del bambino, nel resto della Ue la responsabilità e dell’autista.”

“Siamo la pecora nera d’Europa in termini di congestione”, continua il rappresentante FIAB, “con una media di 60 auto ogni 100 abitanti, quando Parigi ne conta 25 e Berlino, tra le peggiori città del continente, arriva a 40”.

Il nuovo Codice della strada dovrebbe rendere più semplice anche la realizzazione delle piste ciclabili, ma su questo fronte è necessario agire con decisione anche a livello amministrativo. “Abbiamo aperto un tavolo tecnico con le parti interessate, proprio con l’obiettivo di trarre insegnamento dalle migliori esperienze sviluppate a livello nazionale”, precisa Velo, “e fare partire in diversi Comuni i progetti ancora bloccati, anche se finanziati, in grado di favorire lo sviluppo delle smart city”. Per Parigi “bisogna intervenire rapidamente per correggere delle assurde distorsioni esistenti in alcuni Comuni che non hanno eguali nella Ue, come l’interruzione delle piste ciclabili davanti ai passi carrai o il divieto di pedalare liberamente nei sensi unici cittadini”.

Si spinge più in là Stefano Bonazzoli, presidente dell’associazione Propulsione umana, dedita alla promozione delle curiose bici in cui si pedala quasi da sdraiati. “Stiamo lanciando un velocipede carenato con la pedalata assistita che potrebbe cambiare in modo significativo la mobilità urbana. Già la bici reclinata sfrutta meglio la potenza delle gambe. Ad esempio, con una potenza di 250 W si possono tranquillamente superare i 40 km/h, rispetto ai 35 km/h sviluppabili dallo stesso ciclista con una bici da corsa. Aggiungendo la carenatura al mezzo si migliora l’aerodinamicità del mezzo e, quindi, l’efficienza della pedalata. Si possono così raggiungere addirittura i 70 km/h, per non parlare del record assoluto stabilito negli USA di 130 km/h, con una comodità neanche immaginabile per chi è abituato alle normali biciclette.” Bonazzoli ritiene che i nuovi velocipedi carenati siano la soluzione più semplice ed economica per il trasporto sostenibile di singole persone dotate di un modesto bagaglio. “L’obiettivo è di creare delle soluzioni personalizzate in logica modulare sulle singole esigenze, con un costo orientativo di 7.000 euro e un’autonomia di circa 70 km”.

Nel frattempo continuano a registrarsi segnali incoraggianti sulla crescita della mobilità ciclistica. “Mentre le federazioni del ciclismo sportivo perdono associati, anche a causa degli scandali legati al doping, negli ultimi 3-4 anni noi”, continua Parigi,”stiamo crescendo ad un tasso di circa il 10% annuo e ciò è sicuramente legato anche alla crescente diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto. Per contro il sistema ferroviario mostra sia nelle strutture e sia nei mezzi uno sconcertante disinteresse verso il trasporto ciclistico”.

Il nuovo Codice della strada punta anche a integrare maggiormente l’utilizzo della bicicletta con quello dei mezzi pubblici, ma quello del trasporto ferroviario resta un nodo difficile da affrontare in cui “regna l’incertezza per i treni regionali e sulla lunga percorrenza siamo costretti a fare affidamento ai soli vettori svizzeri e tedeschi che operano nel territorio nazionale.”

Importanti passi avanti potrebbe essere fatti anche con semplici azioni di scarso impatto economico, come attrezzare i sottopassaggi ferroviari di scivoli per le biciclette o comunicare la posizione del vagone per le biciclette, evitando ai ciclisti assurde corse lungo i binari affollati di passeggeri.

“Per fare questo è necessario che al Ministero dei trasporti comprendano come la bicicletta sia non solo un mezzo non inquinante, ma anche un potente strumento per diminuire la congestione del traffico”, ribadisce il vice presidente della FIAB, “e sarebbe auspicabile l’anno prossimo vederlo, a fianco del Ministero dell’ambiente, quale soggetto attivo della Giornata della bicicletta”.

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Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

E’ l’anno mondiale delle foreste ma non c’è accordo per salvarle

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Ospitano 1 miliardo e mezzo di abitanti della Terra, tra i più poveri. Un polmone di biodiversità che potrebbe ridurre riscaldamento climatico e gas serra. La deforestazione non si arresta.

Il 2011 è stato indetto dalle Nazioni Unite come l’anno internazionale delle foreste. La ricorrenza è l’occasione per ricordare il ruolo centrale che questi ecosistemi hanno per il cambiamento climatico, visto che la loro gestione può incidere sia sulle cause che sugli effetti del problema. Da una parte, infatti, il mancato assorbimento di CO2 delle foreste abbattute contribuisce per circa il 20% dell’effetto serra complessivo di origine umana ed è pertanto evidente come in questo settore vi siano ampi margini per agire sulla riduzione complessiva delle emissioni. Allo stesso tempo queste grandi aree verdi hanno una funzione essenziale per ridurre gli impatti sul territorio generati dal riscaldamento globale del pianeta oltre che un immenso valore sociale ed economico per le generazioni attuali e future.

Non si sta tratta solo delle foreste tropicali, perché anche nelle zone continentali vi sono grandi aree destinate a questo utilizzo. Nella sola Europa, includendo anche la Russia, è presente il 25% della copertura mondiale di foreste, pari a circa un miliardo di ettari. Per cercare di sviluppare una strategia comune sulla gestione di questi territori a metà giugno a Oslo si è tenuta una Conferenza ministeriale sulle foreste a cui hanno partecipato alti rappresentanti di 46 paesi. Il principe ereditario Haakon di Norvegia riba- dendo l’importanza dell’incontro, ricordava che «le foreste forniscono significativi benefici sociali, ambientali ed economici. Sono importanti per la biodiversità, il bilancio idrico, il ciclo del carbonio e il suo assorbimento dall’atmosfera. La Banca Mondiale indica che 1,6 miliardi degli abitanti più poveri del pianeta vivono delle e nelle foreste».

Secondo il rapporto «Stato delle foreste del 2011», presentato in oc- casione dell’evento di Oslo, le foreste europee ricoprono un ruolo es- senziale per il cambiamento climatico, visto che rimuovono annual- mente dall’atmosfera circa 870 milioni di tonnellate di CO2, valore che corrisponde, ad esempio, al 10% delle emissioni europee di gas serra nel 2008.

La conclusione della conferenza è stata la storica decisione di lan- ciare un negoziato per la creazione in Europa di un accordo legalmente vincolante sulle foreste e l’adozione di target per il 2020. A una sola settimana di distanza dall’incontro ministeriale, la Norvegia ha ospitato anche un meeting internazionale sul «Redd», strumento di protezione delle foreste che da diversi anni è al centro del negoziato internazionale sul clima dell’Unfccc, l’ambito delle Nazioni Unite dedicato al cambiamento climatico.

È un meccanismo di aiuto finanziario dei paesi ricchi a favore di quelli in via di sviluppo, con cui si vuole superare la logica del supporto alla riforestazione per passare a quella di sostegno di chi impedisce la deforestazione. Attraverso il Redd si apre così una sorta di interessante cambio di prospettiva, in quanto è come se il singolo paese non sia più solo il semplice proprietario delle foreste presenti sul suo territorio, ma diventi il custode di un pezzo di patrimonio dell’intera umanità. Il finanzia- mento che riceverà attraverso il Redd assume i contorni del ricono- scimento internazionale proprio per la sua attività di protezione di un bene essenziale, ad esempio, per la lotta globale al cambiamento climatico. Questo strumento di compensazione lanciato lo scorso dicembre a Cancun, non è però ancora stato reso operativo. Per avere ulteriori progressi bisognerà ora attendere la prossima Conferenza Unfccc in programma a Durban a fine novembre.

L’aria inquinata in un’Italia distratta

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Adige ciminiereLa campagna elettorale appena conclusa ha messo a nudo la scarsa attenzione della politica italiana verso i cambiamenti climatici.

L’assoluta assenza di questo tema tra le priorità di governo dei principali candidati non può essere interpretato come un problema di schieramento politico, quanto come la conferma del ritardo culturale che ci allontana da un’Europa in grado invece di dimostrare su questo un impegno bipartisan.

Il grande discorso di  insediamento all’Eliseo di Nicolas Sarkozy, leader della destra francese, gli impegni a tagliare del 60% le proprie emissioni di gas serra entro il 2050 presi dal laburista inglese Tony Blair e la priorità attribuita alla lotta ai cambiamenti climatici dalla leader della Grande coalizione tedesca, Angela Merkel, durante la guida del semestre di presidenza Ue e il G8 di Heiligendamm, evidenziano che i leader europei di ogni schieramento politico hanno di fatto riconosciuto la centralità di ciò che viene definita come la più grande sfida che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare collegialmente.

Ma la situazione italiana è destinata a cambiare radicalmente nei prossimi anni, visto che la prima scadenza del Protocollo di Kyoto, il 2012, è ormai alle porte e che le nostre emissioni di gas serra invece di diminuire verso la riduzione sottoscritta del 6,5% sono aumentate quasi del 10%, costringendoci così oggi a dover ottenere un taglio proibitivo del 16,5%.

La netta vittoria della coalizione di centrodestra consente di ipotizzare come il traghettamento del nostro Paese verso la scadenza del 2012 sia una responsabilità pienamente sulle spalle del governo di prossimo insediamento, che dovrà perciò dimostrare di saper intraprendere azioni rapide ed efficaci.

Proprio il confronto sulla situazione italiana è uno dei principali temi in discussione lunedì sera a Trento all’Hotel America, in occasione della presentazione del volume “Come affrontare i cambiamenti climatici”, edito dal Sole 24 Ore.

Gli ambiti di intervento sono molteplici, alcuni dei quali dovrebbero essere ormai acquisiti, come la necessità di intervenire direttamente sul fronte energetico, attraverso il risparmio e la produzione da rinnovabili. Così come si ritiene non ci debbano essere più dubbi neanche sulla necessità di continuare nel percorso di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, attraverso il rafforzamento degli strumenti di incentivazione messi in atto dal precedente governo e la valorizzazione di esperienze come, ad esempio, Casa Clima.

Ma il fronte in cui ci si attende la più forte inversione di tendenza è probabilmente quello dei trasporti.

Già nel 2000 il “Libro verde” sullo scambio dei diritti di emissione della UE indicava questo come uno dei settori in cui le emissioni di CO2 erano in maggiore crescita e in cui era tanto auspicabile quanto complesso un intervento deciso. Questa evoluzione è stata confermata anche nell’ultimo inventario europeo delle emissioni, in cui i soli trasporti su gomma risultano pesare quasi un quarto delle emissioni complessive di CO2 e possiedono il maggiore tasso di crescita settoriale nella Ue dal 1990.

Forte sviluppo del trasporto pubblico cittadino e del sistema ferroviario nazionale ed europeo, diffusione dei sistemi intermodali, realizzazione di una rete di trasporto fluviale e marina, dovrebbero essere le direttrici da intraprendere per poter disegnare nei prossimi anni un diverso sistema di movimentazione delle persone e delle merci in Italia.

Il continuo aumento del prezzo del petrolio potrebbe addirittura rappresentare un incentivo per accelerare la realizzazione di un più efficiente sistema di trasporto nazionale.

Già oggi gli amministratori locali possono però attuare azioni efficaci per ridurre le emissioni da traffico cittadino. Come quella annunciata a Londra di introdurre un pedaggio per le auto in ingresso in città, maggiorato per le auto ad alta emissione di CO2, o quella del Sindaco di New York, Michael Bloomberg, di sostituire entro il 2011 i famosi taxi gialli con delle vetture a motore ibrido caratterizzate da minori valore di emissione.

Vi è un altro filone d’intervento estremamente importante, già al centro del dibattito europeo, quello delle cosiddette “tasse verdi” in grado di differenziare il carico fiscale sui prodotti in funzione del loro impatto sull’ambiente e sul riscaldamento del pianeta in particolare.

Ciò non deve essere inteso come un’ulteriore balzello a carico dei contribuenti, quanto come una piccola rivoluzione fiscale in grado di “spostare le tasse dal mondo del lavoro all’inquinamento per supportare lo sforzo al taglio delle emissioni di CO2”, come dichiarato più di un anno fa dal commissario europeo alla Fiscalità Laszlo Kovacs.

Si tratta di intervenire in un settore estremamente complesso e delicato ma il ritardo che il nostro paese ha accumulato fino ad oggi sembra aver ormai messo fuori gioco le soluzioni semplici.

La questione ora è dimostrare con i fatti di voler davvero rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra intrapresi a livello internazionale.