Un’occasione per la diplomazia mondiale

Stampa-Tuttogreen

stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

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The Carbon Footprint of Products: a powerful tool to support existing market dynamics in favour of a low carbon economy

ENEA

The international political negotiation on climate change shows that a top-down approach is not the only way to effectively fight the anthropogenic climate change: also the market can substantially contribute. The existing mechanisms (ETS, CDM and JI) and the carbon tax have been able to generate a new economic value through the carbon price but it shall be considered only the first step towards this direction. Another important economic contribution is expected by the CFP, with its capacity to create new dynamics between producers and consumers.

A fair implementation is needed to fully exploit the CFP opportunity, to carefully take into consideration risks of any possible market distortion, in order to facilitate the creation of a low carbon path, both in developed and developing countries.

A specific interest is expected by the food sector, where the CFP may play a central role to facilitate the promotion of low-distance consumption, also known as “0 km supply”

La Carbon Footprint dei Prodotti (CFP): uno strumento potente a supporto delle dinamiche di mercato a favore di un’economia a bassa emissione di carbonio

Le trattative politiche internazionali sul cambiamento climatico mostrano come l’approccio calato dall’alto non sia l’unico modo per combattere efficacemente il cambiamento climatico antropogenico: anche il mercato può contribuire in maniera sostanziale. I meccanismi esistenti (ETS, CDM e JI) e la tassa sul carbonio hanno generato un nuovo valore economico mediante l’attribuzione di un prezzo al carbonio, ma sarà solo il primo passo in questa direzione. Un altro importante contributo economico è atteso dalla CFP per la sua capacità di creare nuove dinamiche tra produttori e consumatori.

Per valorizzare appieno l’opportunità offerta dalla CFP di tener conto di tutti i rischi di qualunque eventuale distorsione del mercato, al fine di facilitare la creazione di un percorso a bassa emissione di carbonio sia nei paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, è necessario che venga applicata correttamente.

Un interesse particolare è previsto nel settore alimentare, dove la CFP può avere un ruolo chiave per facilitare la promozione del consumo dei prodotti cosiddetti “a km zero”

Daniele Pernigotti

A top-down approach is not enough

Climate change seems to be a problem of eyesight defect.

On the one side scientists may be considered “far-sighted”, as they concentrate on what it will probably happen far from now, in the next decades or, more likely, at the end of the century. That will happen when it is virtually certain that nobody among who is writing or reading this article will have the opportunity to experience the correctness of any climate model projection.

On the other side, politicians are strongly affected by myopia, considering that they generally focus their attention on what it may happen during the few years of their mandate or, in the worst case, on the results of daily polls[1].

Out of focus in between, there is the destiny of billions of people, partially responsible of global warming with their behaviour as well as affected by the consequences of the ongoing changes.

In 2009, during the preparation of COP15, the former UNFCCC Executive Director, Mr. Yvo de Boer, repeated as a mantra that the solution for the climate crisis had to be found right there in Copenhagen because “there is not a Plan B”[2]. Nonetheless, the call for a deeper commitment of the Parties did not work and the plan A failed without excuses[3].

Today, the three-year track of the Durban Platform[4] (which was agreed last year) roughly reproduces the aim of the two-year Bali Road Map (2007) and it seems very similar to the kind of Plan B mentioned by Mr. Yvo de Boer.

The hope is to achieve plan B: that would be enough to stop the most dangerous consequences of climate change by maintaining the increase in temperatures below 2° C. Observing the negotiation process of the latest years, it is easier to find difficulties rather than a substantive will to move together towards a global, ambitious, effective and comprehensive international agreement[5].

In the meanwhile, CO2 emissions are continuously registering new records, year after year (30.6 billion of tons in 2010[6], 31.6 in 2011[7]) such as its concentration in the atmosphere, today close to the symbolic threshold of 400 ppm. The discussion about the Arctic Pole is now more oriented to who has the right and how to use its more easily achievable natural resources[8], rather than if the ice surface reduction should worry the planet. In the media, the extreme weather events are nowadays becoming almost a normal and accepted condition.

In this framework, there is no doubt that an international agreement is fundamental but not enough to solve climate change[9].

The market is already moving

It is not possible to apply an effective solution to climate change without a deep and extensive involvement of people in their double role of citizens and consumers. The first kind of involvement is necessary to create the fundamental bottom-up pressure needed to foster any government towards an ambitious global deal.

Consumers are equally important to facilitate the drastic change in the market dynamics in order to realize the revolution expected in the next years.

Something has already started to change in the last decade. The Emission Trading Scheme (ETS) operating from 2005 in the EU, together with the Clean Development Mechanism (CDM) and the Joint Implementation (JI) under the UNFCCC umbrella, introduced the CO2 as a new economic value[10]. At the beginning of May, with almost unanimity, an ETS was approved also in South Korea[11]: in this way the country exceeded the tactical moment existing in Asia, where Japan and China are slowly moving forward on this topics, but avoiding to do the first step in order to control what has been done by the respective big economical competitors. The voluntary movement of China in this area is however interesting, taking into account that it is not part of the group of countries formally committed under the Kyoto Protocol (KP) with greenhouse gas (GHG) targets reduction. In fact, a pilot ETS should be implemented in six provinces of China by 2013 as well as at the national level by 2015[12]. According to Bryony Worthington and Terry Townshend,[13] the reasons why China is moving towards ETS are threefold: to maintain social cohesion through a sustainable growth; since command and control policies applied to date do not stimulate innovation nor encourage enterprises; and, finally, because after the 2011 Durban Conference, China knows that it is expected to take part in an international agreement to cut global emissions from 2020.

In Australia the situation is more complicated:[14] the attempt to introduce ETS was one of the main reasons which pushed Kevin Rudd to resign in favour of the party’s colleague Julia Gillard. She moved straight towards the ETS, despite the strong opposition of the important national lobby of the coal industry[15]. The aim is to introduce ETS after 3 or 5 years from the launch of the carbon tax[16]. The law has been approved in November 2011[17] and a new tax will be on place from July 2012 with a value of A$23 (almost €19) per ton of CO2. An ETS is already on place in New Zealand too, from July 2010[18].

The carbon tax has also been discussed for quite a long time in the EU. France renounced to its carbon tax when the project was already announced[19] because the government was worried that competitiveness might possibly sink[20]. Ireland introduced a carbon tax of 4c a litre in 2010[21]. Italy is ready to introduce a carbon tax of a not yet defined value, included between 4c and 24 c[22].

For many countries (i.e., Norway, Australia, New Zealand) the availability to commit for more ambitious targets in the UNFCCC context is subject to the availability of a market-based mechanism[23].

The Norwegian climate policy is based on the principle to put a price on emissions, through economy-wide measures. From 2013, about 80% of emissions in Norway will be covered by economic instruments (CO2 taxes or emissions trading).

The same applies to the Switzerland, which approved a legislation in December 2011, for the 2013–2020 period, setting several instruments, such as a CO2 levy on fuels used for energy and an ETS for large industries.

A new market-based mechanism has been agreed in the UNFCCC context, although modalities and procedures are yet to be elaborated and a decision is expected by the end of 2012.[24]

The existing and evolving ETS and carbon tax at the international level are confirming the prospect of a growing and extensive CO2 price, which gives extra value to the investments in energy efficiency and facilitates the introduction of low carbon technologies and solutions.

The actual development of the Carbon Footprint of Products

A further and powerful market mechanism is growing very fast with regard to products at the international level, acting on the important producer-consumer relationship.

The crucial importance of the Carbon Footprint of products (CFP) is found in the capacity to condense in a single number the GHG emissions arising from the entire life cycle of a product. Through this tool the producers may have a double set of advantages: internally, they achieve a detailed description of the amount of GHG emitted in the product life cycle, mainly linked to its energy content, besides knowing in which phases this happens. The “external” advantages are probably even more attractive, based on the possibility to use the CFP as the preferred way to communicate the product’s climate characteristics to clients.

This is exactly what consumers are increasingly looking for at the international level, with the awareness that their purchase choices have a central role in the market dynamics in order to address the transition to a low-carbon economy. The idea that, in the near future, there will be a great spread out of information about the CFP, also has a strong potential to increase the consumers’ awareness related to choices and behaviours in daily life.

In June 2012 more than 27.000 products have obtained the CFP Carbon Trust certification in 21 countries[25]. Different national schemes for CFP have been created in several countries, such as UK, Japan, Sweden, Korea and Thailand, and it is expected that several more will be developed in the next few years.

Also in Italy the situation on this topic is changing very quickly and the Minister of the Environment, Mr. Corrado Clini, is showing particular attention to the CFP as may be understood by the creation of a pilot project involving 22 different products of large use (Table 1). It is not excluded that the forthcoming months may lead to the creation of a National scheme of CFP.

All these examples of strong attention already achieved in so many countries may be explained only taking into account the combination of opportunities for producers and consumers and the consequent possibility to create new market dynamics among these actors. Nevertheless, a single international standard reference is still missing.

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An international standard by summer 2013

The first reference document on CFP has been the PAS 2050, published in 2008 by BSI, the British Standardization Institute. Technically speaking this is not a standard but a Public Available Specification. The difference between the two levels of documents is mainly related to the involvement of stakeholders in the development process and the time needed to complete and publish them. Both kinds of documents may introduce specifications and requirements and, probably for this reason, now everyone calls the PAS 2050 a CFP “standard”.

The choice to develop a PAS has been related to the awareness of an already existing market request for this kind of tool. Therefore, the “time” factor has been considered crucial for the success of the project and, as a matter of fact, the PAS 2050 has been produced only in one year. Carbon Trust – a private company created in 2001 by the UK government to foster low-carbon technologies and solutions – and DEFRA – the UK Environmental Agency – promoted the document. The revision published in 2011 has been sponsored by different actors, all part of the UK national departments: DECC (Department for Environment and Climate Change) and BIS (Department for Business, Innovation and Skills), together with DEFRA[26]. This is a clear evidence of the UK Government’s attention to the market opportunity for the CFP.

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Also in 2011 the PAS 2050 revision has been published and another CFP reference document has been issued by WRI (World Resources Institute) and WBCSD (World Business Council for Sustainable Development). The publishing of both documents has been delayed with regard to the original time schedule due to the focus that the two processes reserved to the ongoing decision on ISO 14067. The high level of attention to this standard is justified by the awareness that this will become the main standard reference, once published. However, the development path towards the ISO standard is not so easy. In the past there have been more stops to its mandatory development steps (WD, CD, DIS and FDIS), documented by the three revisions of the Working Draft and the three revisions of the Committee Draft. Nowadays, the balloting to move from DIS to FDIS failed with a 33% of negative vote against the maximum accepted threshold of 25% (Table 2)[27] forcing to a second DIS 2 stage.

A tool facilitating low-carbon economy rather than building up trade barriers

Why such an important and expected standard is finding all these difficulties in its development, being forced to repeat time after time the same development steps (WD and CD) and then failing the ballot from DIS to FDIS? Probably there exist some internal causes in ISO because this process has not always been managed in an effective way. However, the main reasons are related to the number and importance of different interests, rather than lobbies, acting around this topic. It is normal to expect that any powerful tool may generate big opportunities as well as big risks. There is no doubt that ISO 14067 will play a very powerful role in the international market and the level of pressure influencing the Standard’s text and its requirements becomes evident.

There are, for example, different expectations on ISO 14067 among fossil and palm oil companies, concrete and wood industries, or the view of the consumers and the industrial associations. Yet, probably one of the most crucial factors that will decide the future success of the Standard is its potential role in the market relation between developed and developing countries.

For a deeper understanding of this area of interest it might be useful to describe a couple of examples.

The first one is already 5 year old. In 2007 Tesco, the big UK retail company, decided to evaluate the CFP of a set of products. Among them, there were flowers produced in Kenya. The most important contribution of the CFP on these flowers was connected with the aircraft transportation. For this reason, Tesco decided to halve the amount of flowers supplied by Kenya. A broad discussion followed these decisions in the UK, due to another kind of considerations, such as the role of agriculture for a sustainable development path in Kenya[28] or technical considerations about the environmental impact evaluation during the cold season, when the flowers coming from the Netherlands have a CFP 5 times as bigger as the African one[29], due to the additional energy input for their cultivation in greenhouses.

Anyhow, the Kenya Flower Council called for a risk of creation of trade barriers[30].

Probably this situation forced the developing countries to ask and obtain the introduction of the requirement to report separately the aircraft emissions in the current version of the ISO 14067, despite the complete absence of technical reasons to treat this emission differently than the ones arising from sail and road transportation.

The other crucial example happened before the Oslo meeting in June 2011, when a decision had to be taken on the possible upgrade of the ISO 14067 CD2 to the DIS level.

In the official balloting before the meeting, Egypt voted to move the document from CD to DIS. After that, the India Foreign Minister wrote a letter to the Egyptian Foreign Minister to claim for the positive vote of the Mediterranean country. It is really unusual, almost surely the first time in the environmental sector, that such a high level politician takes part directly in an ISO technical process.

As a consequence, Egypt expressed a negative vote in the following ballot in June 2012 (to decide if moving the DIS to FDIS), although it is possible that additional causes contributed to this change of position. Informal confirmation of a broader lobby activity from India pushed other countries to decide for a negative vote. For example, Armenia expressed, with its negative vote, full support to the Indian position[31] and, on the “secondary data” item, India and other three countries expressed exactly the same comment. The large majority of negative votes from other countries were justified by the concern that ISO 14067 would have created a new kind of trade barrier (Table 3).

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To give an answer to this concern, in the same month, at the Bangkok meeting, a specific clause was been proposed (4. Application) in the ISO/DIS2 14067, improving the previous Oslo’s version[32] and specifying that the standard shall not be adopted or applied in a manner that results in barriers to trade that contradict WTO requirements, aiming at solving the developing countries’ opposition.

Carbon will play an important role in future markets

The CFP is, therefore, just in the middle between the risk to facilitate the creation of an unattended trade barrier and the strong need to use the market potentiality to build up the needed pressure from the bottom, in order to complement (or substitute, in the worst case) the necessary international top-down new political deals.

As a matter of fact, bottom-up and top-down approaches have a complementary role and the hurdle of politically achieving an international deal may force some countries to ask for the introduction of different kinds of market tools. In this respect, the choice of Mr. A. Montebourg, the France Minister of Industrial Renewal, to introduce a carbon tax on goods imported from outside Europe should be understood [33]. This was thought in order to balance the European situation with other developed countries, whereas the absence of any commitment on GHG reduction may generate a different structure of costs for goods’ production hence creating a clear market distortion.

The possibility to create trade barriers is therefore deeply connected with the existence of strong, comprehensive and effective international agreements.

Within this framework, the possible role of CFP as trade barrier should be considered more connected with external factors and political choices rather than with technical characteristics, such as requirements introduced in an ISO standard.

Global and local food

The CFP may play an important role in the food sector to facilitate the development of local markets as possible alternative of the globalization. This may generate large discussions on the implication of this case in terms of lack of economic opportunities, but it is fundamental to always keep in mind the dimension of the challenge that climate change is asking to face.

This implies that strong changes in consumer behaviours are not more deferrable. Just last year, on the occasion of the ISO meeting in Toronto to develop the ISO 14067, in a restaurant a maitre served me a bottle of water produced less than 100 km from my house in Italy. And this happened in a country that does not have any problem of water availability. H

ow is it possible to imagine 50% of global GHG reduction by 2050 (compared with 1990) without changing this kind of market pattern? This personal experience could be probably replicated for large part of the food sector, where the main contribution of foods and beverages to CFP may be due to their long transportation distances.

In order to reduce the importance of this kind of GHG global emissions and to promote local agriculture, several movements promoting the “0 km products” approach in the food sector were initiated in the last years . In this context, the CFP could play an important role to support with objectivity this evolution that started to be part of the market dynamics before the idea of CFP was launched.

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A radical change from the globalization to the localization approaches may seem today unlikely considering the actual market dynamics. Reality is also expected to change radically in the next years to build up an effective answer to the anthropogenic global warming, and it is very likely that what today seems impossible in few years may become simply the reality.

Conclusion

The high level of attention paid to the development of the CFP standard ISO 14067 shows the important role this document will have at the international level when published. Some developing countries are worried that the new standard may create undesired trade barriers but this seems to be related more to the international political negotiation than to the content of a technical standard. The ISO 14067 development process has been largely delayed, as evidence of the large level of existing interests, but it does not seem possible it will fail considering that other CFP standards are already present in the market. The CFP will probably play a key role, particularly in the food sector, where it may objectively support the already existing dynamics in favour of the local agriculture production.

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it

Daniele Pernigotti – Italian delegate to ISO/TC 207/SC7/WG2, National Coordinator of UNI WG on GHG

Dopo Copenhagen i grandi del clima cercano un nuovo accordo a Bonn

AAA-Sole24Ore

Almeno su un punto vi è accordo completo nell’incontro dell’Unfccc, il tavolo negoziale sui cambiamenti climatici dell’Onu (United framework convention on climate change), in corso a Bonn. Ora tutti riconoscono il fallimento di Copenhagen e chiedono la ricostruzione del clima di fiducia e collaborazione venuto meno nella fase preparatoria della Conferenza dello scorso dicembre. «A Copenhagen è stata distrutta l’atmosfera di dialogo costruttivo – sostiene l’alto delegato cinese Qingtai Yu – ora è necessario ritornare alle basi negoziali precedenti».

Sorprende che una simile dichiarazione giunga proprio dalla Cina, visto che è considerata, assieme agli Usa, la principale responsabile dello svuotamento di contenuti dell’accordo di Copenhagen. Davanti alla richiesta di assunzione di responsabilità Yu, senza riuscire a nascondere un certo imbarazzo, giustifica l’accordo come il male minore e necessario per evitare che dalla capitale danese si dovesse tornare a mani vuote.

Pochi sembrano credere davvero a questa spiegazione, ma il clima di riconciliazione richiede anche la disponibilità a chiudere un occhio sugli errori passati. La svolta positiva di Bonn è riconosciuta anche dal capo delegazione indiano Mauskar, che riconosce come dopo due anni si sia tornati ad ascoltarsi gli uni con gli altri.

Il rappresentante delle Isole Salomon, Collin Beck, interpreta la perdita dell’approccio multilaterale come una delle principali cause del fallimento di Copenhagen, ma a volte “si ha bisogno di attraversare una fase di crisi per arrivare a capire che si era sulla strada sbagliata”.

Chiuso il capitolo danese, parte ora la costruzione del percorso in direzione di Cancun. E anche qui si registra un importante punto di accordo tra le parti. La conferma che l’ambito di negoziazione sul clima deve restare quello dell’Unfccc è particolarmente importante, visto che la Convenzione sta attraversando forse una delle più grandi crisi dalla sua creazione nel 1992. Solo lunedì il Segretario Esecutivo uscente, Yvo de Boer, ammetteva l’evidenza dell’incapacità politica di ottenere entro i prossimi dieci anni obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con le richieste degli scienziati.

Bisognerà vedere ora se il rinnovato clima di fiducia sarà sufficiente per riuscire a produrre un nuovo accordo sul clima. Il negoziatore brasiliano Sergio Serra non crede ciò potrà essere raggiunto entro l’incontro di Cancun del prossimo dicembre, rimandando così l’appuntamento al 2011 in Sudafrica. La pensa diversamente Islam Chowdhury, in rappresentanza del Bangladesh e del blocco di circa 50 paesi meno sviluppati, che insiste per un accordo legalmente vincolante già in Messico.

I paesi in via di sviluppo chiedono intanto di discutere dei soldi che il mondo industrializzato ha promesso loro sulla base della propria responsabilità storica sul cambiamento climatico. Si parte dai 30 miliardi di dollari che l’accordo di Copenhagen prevede siano trasferiti nel triennio 2010-2012. Poco ancora si sa, però, sulle modalità e le tempistiche di concessione di questi finanziamenti, su cui Serra non nasconde un certo scetticismo, visto che ad oggi quelli previsti per 2010 non sono ancora disponibili.

La Ue, dal canto suo, intende svelare a breve tempi e modi di questo trasferimento, anche se la situazione non è ancora chiara in tutti i paesi. Nel caso dell’Italia, ad esempio, a fronte di un impegno annuo di 200 milioni di euro, risulta esservi al momento la disponibilità della metà.

Si pone poi il problema di come spendere questi soldi, visto che i paesi sviluppati sono più orientati ad interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra, mentre quelli in via di sviluppo chiedono un aiuto maggiore sul fronte dell’adattamento, quindi della riduzione degli impatti causati dal cambiamento climatico, ed il Fondo di adattamento è oggi una scatola vuota con solo 100 milioni di dollari.

Il panorama dei finanziamenti si completa con il Redd, meccanismo rivolto alla lotta alla deforestazione, attualmente in fase di definizione. In modo ufficioso si ipotizzano cifre variabili tra i 4,5 e i 5,4 miliardi di dollari, ma su modalità di concessione e di utilizzo la discussione non sembra nemmeno avviata.

Come cercare di far fluire una quantità maggiore di fondi alla lotta del cambiamento climatico resta un tema cruciale, tanto che lo stesso Ban Ki-moon ha creato un gruppo di alto livello con il compito di investigare tutti i percorsi possibili, dal mercato del carbonio, alle tasse sulle transazioni finanziarie o sui trasporti internazionali. Il rapporto finale sarà pronto ad ottobre ed avrà sicuramente un posto di riguardo a Cancun sul tavolo di lavoro di ogni negoziatore.

Sul clima c’è la roadmap da Copenhagen a Cancun, manca tutto il resto

AAA-Sole24Ore

BONN – Lo sguardo sconsolato dei delegati presenti all’hotel Maritim di Bonn può fornire spunti per la pubblicità di un farmaco antidepressivo, ma non rassicura certamente gli abitanti del pianeta sulla possibilità di un serio ed ampio accordo internazionale per contrastare il cambiamento climatico

E le difficoltà esistenti si leggono tutte in una plenaria conclusiva il cui inizio è slittato di 4 ore, sebbene la decisione attesa riguardava solo l’agenda dei lavori per il 2010. Dalla tre giorni di lavoro esce la road map con cui si intende arrivare il prossimo novembre a Cancun, in Messico, alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima. Nessuno si illude, come ribadiscono il Segretario esecutivo uscente dell’Unfccc Yvo de Boer e la rappresentante spagnola della Ue Alicia Montalvo, che sarà possibile giungere a quella data con un accordo legalmente vincolante. Sarà però necessario trovare il pieno accordo sull’architettura da dare all’intesa, che dovrà poi essere resa vincolante alla successiva plenaria del Sudafrica di fine 2011.

Del resto l’appuntamento sudafricano sembra rappresentare davvero l’ultima spiaggia, visto che nel 2012 scadono gli attuali vincoli del Protocollo di Kyoto, la cui mancanza di continuità per gli anni successivi avrebbe conseguenze devastanti.

Dal punto di vista tecnico oltre quella data diventerebbe praticamente impossibile seguire l’appello degli scienziati di raggiungere il picco massimo delle emissioni mondiali entro il 2015, per dare poi immediato avvio alla fase concordata di loro diminuzione.

Ma la mancanza di certezze sui livelli di riduzione da assegnare ai diversi paesi porterebbe anche ad enormi danni economici legati al crollo del mercato del carbonio, mandando così in fumo buona parte degli investimenti di chi ha operato fattivamente per la creazione di un’economica a basso contenuto di carbonio.

Per evitare questo, si è deciso di fissare almeno altri due appuntamenti di cinque giorni l’uno, dopo quello di due settimane già in programma a fine maggio nella città tedesca. Stessa sede che sarà utilizzata anche per uno dei due incontri aggiuntivi, con il fine di contenere i costi di eventi la cui spesa complessiva è stimabile tra i 3,5 e i 7,5 milioni di dollari. E dove trovare i soldi per questi continua ad essere un altro bel nodo da risolvere.

Ancora più complicato sembra però poter trovare l’intesa futura rispetto al contenuto di un possibile accordo.

Probabilmente barlumi di speranza ci possono essere sulle situazioni più avanzate, quali i meccanismi per il trasferimento di tecnologie e la gestione complessiva degli aspetti finanziari a favore dei paesi in via di sviluppo, a partire dai 10 miliardi di dollari all’anno promessi per il triennio 2010-2012 all’interno dell’Accordo di Copenhagen.

Quando si entra però nel merito di come spendere questi soldi in termini di aree di intervento e di responsabilità di gestione, la luce torna a spegnersi e il negoziato a brancolare nel buio.

Lo stesso vale per aspetti tecnici quali la contabilizzazione delle emissione legate all’uso dei suoli, con ricadute su temi di agricoltura e gestione delle foreste in grado di fare litigare al proprio interno anche i 27 della Ue.

Il vero nodo cruciale continua comunque ad essere quello degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Gli impegni presentati su base volontaria a gennaio dai paesi sviluppati, come previsto dall’Accordo di Copenhagen, non fanno riferimento ad alcun target condiviso a livello internazionale e ad oggi la riduzione proposta è compresa tra il 10 e il 19%, quindi ancora lontana dal 25-40% richiesto dagli scienziati dell’IPCC.

L’agenda per Cancun ora è definita. Resta solo da fare tutto il resto.

Con o senza Copenhagen, da Bonn riparte il trattato sul clima

AAA-Sole24Ore

BONN – C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di Bonn, dove si è tenuto il primo incontro dell’Unfccc, il tavolo di lavoro dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo la Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre. L’obiettivo è la definizione dell’agenda di lavoro per il 2010, ma la discussione si sposta inevitabilmente attorno all’Accordo di Copenhagen, il gigante dai piedi di argilla, forte della centinaia di firme di capi di stato e di governo che porta in calce, ma sviluppato attraverso un percorso che ha bypassato le procedure Unfccc. Che farne?

L’accordo è frutto della volontà politica di un ristretto tavolo di capi di stato e di governo volati a Copenhagen negli ultimi due giorni della Conferenza, a cui si sono andate via via sottraendosi le sedie disponibili ed è finito per essere un’intesa al ribasso imposta dalla Cina agli Usa. La stessa Ue del resto non aveva mascherato il malcontento verso un documento alla cui stesura finale era stata esclusa ed in cui erano spariti tutti gli obiettivi numerici di grande significato politico. Come è noto, nella seduta plenaria conclusiva danese alcuni paesi hanno deciso di rifiutare l’adozione formale di un documento sviluppato da pochi capi di stato e di governo in stanze parallele e non ufficiali, quindi all’esterno delle regole Unfccc. L’unica soluzione possibile per l’assemblea è stata quindi di “prendere nota” timidamente dell’accordo sviluppato dai grandi.

Il fronte di chi vuole dimenticare l’Accordo di Copenhagen è cresciuto da dicembre ad oggi, arrivando all’incirca ad un quinto del gruppo del G77, di cui fa parte anche la Cina. Ed è proprio quest’ultima a ricoprire a Bonn, dopo essere stata la mattatrice del negoziato nella capitale danese, una posizione scomoda.

Non è semplice infatti trovarsi nella duplice veste di chi è stato protagonista nella stesura dell’accordo ed è al contempo uno dei soggetti politici principali del gruppo che ne vuole limitare l’utilizzo. Alla fine l’intesa su questo punto all’interno del G77 non c’è stata, costringendoli a presentarsi nella riunione plenaria finale tedesca senza una posizione comune.

Differenze all’interno del G77 che probabilmente sono destinate ad amplificarsi in futuro, visto l’anacronistica coesistenza di giganti economici come Cina e India e di chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, quali le isole del pacifico e i paesi meno sviluppati.

La creazione lo scorso anno della nuova coalizione dei Paesi africani, è probabilmente un segnale che qualcosa all’interno del G77 sta già cambiando e l’attenzione con cui la Ue guarda a loro è un chiaro segnale della speranza di riuscire a differenziare il fronte del G77, creando così un nuovo scenario negoziale.

È certo invece che i lavori del 2010 ripartiranno dai documenti sviluppati negli ultimi due anni all’interno del percorso negoziale ufficiale dell’Unfccc, come richiesto dal mandato del Bali Action Plan. Si tratta di quanto prodotto all’interno dei due gruppi responsabili di definire gli impegni futuri del Protocollo di Kyoto (KP) e quelli (LCA) dei colossi, quali USA e Cina, i cui impegni di riduzione per ragioni diverse sono esclusi dal processo di revisione del protocollo.

La logica vorrebbe che KP e LCA arrivino a fondersi in un tavolo negoziale unico, ma talvolta politica e logica muovono su binari paralleli e far convergere la discussione in un unico gruppo è un’impresa impossibile, vista la netta opposizione dei paesi in via di sviluppo che temono ciò possa portare ad affondare il Protocollo di Kyoto.

Novità certe sono attese alla guida dell’Unfccc, viste le dimissioni presentate a febbraio dal Segretario esecutivo Yvo de Boer, che saranno però effettive solo da inizio luglio, le cui cause sono probabilmente riconducibili al fallimentare esito della Conferenza di Copenhagen.

Sette sono i candidati possibili, ma sembra che l’inserimento nella triade finale da sottoporre a Ban Ki-moon, sia un gioco già chiuso tra l’ungherese Janos Pasztor, il sudafricano Marthinus van Schalkwyk, l’indiano Vijai Sharma e la costaricana Christiana Figueres. È probabile che alla fine la scelta cadrà, per normale avvicendamento, ad un rappresentante dei paesi in via di sviluppo e la Figueres sembra giocare il ruolo della favorita, anche se la sua vicinanza per ragioni professionali al mondo imprenditoriale dei paesi sviluppati potrebbe giocare a suo sfavore.

Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

AAA-Unita

“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

AAA-Unita

unita planet b

“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.