C’è l’intesa alla Conferenza sul Clima di Lima

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Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti
14/12/2014
DANIELE PERNIGOTTI

La COP 20 a Lima ha rischiato di fallire, mettendo in crisi non solo l’accordo mondiale sul clima atteso per il 2015 a Parigi, ma l’esistenza stessa dell’UNFCCC, il tavolo delle Nazioni unite dedicato al cambiamento climatico.

É stata l’esplicita minaccia del capo delegazione USA, Todd Stern, quando sembrava che la proposta di sintesi promossa dai due co-chair non fosse in grado di trovare il supporto necessario.

Solo il lavoro di cesello dell’abile Presidente della COP 20, il ministro dell’Ambiente peruviano Manuel Pulgar Vidal, è riuscito a produrre una revisione del testo capace di trasformare il dissenso in un’approvazione per acclamazione.

Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti.

Elemento centrale dell’accordo è innanzitutto la predisposizione della prima bozza di lavoro del possibile accordo di Parigi. Un documento di 37 pagine allegato alla decisione di Lima che contiene un gran numero di opzioni molto diverse tra loro. Vi è un’enorme mole di lavoro da fare per arrivare all’atteso protocollo o trattato finale, ma è sicuramente un percorso gestibile rispetto alle circa 300 pagine con cui si erano aperti i lavori di Copenhagen. Come sia andata allora lo ricorda il Ministro Fabius, nominando in modo scaramantico il fantasma del fallimento della conferenza del 2009.

La versione finale del documento proposto da Pulgar Vidal fa un paio di concessioni all’ampio blocco di paesi in via di sviluppo che si erano inizialmente opposti al documento proposto dai co-chair. è stato eliminato il sistema di valutazione previsto per il 2015 degli impegni di riduzione delle emissioni presi su base volontaria. Inoltre, è previsto che il futuro accordo di Parigi abbia un approccio bilanciato degli aspetti di mitigazione delle emissioni con quelli di adattamento. In sostanza i paesi in via di sviluppo si assicurano cosi di avere degli aiuti economici dai paesi più ricchi per introdurre piani e azioni in grado di limitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Proprio sul fronte dei finanziamenti arriva un’altra importante novità da Lima. Prende sostanza, oltre che forma, il Green Climate Fund, che ha finalmente raggiunto e superato la prevista somma di 10 miliardi di dollari all’anno. A sorpresa Messico, Colombia e Perù, sebbene non tenuti a contribuire al GCF in quanto paesi in via di sviluppo, hanno depositato nel fondo complessivamente 22 milioni di dollari ed è atteso che questa azione volontaria stimolerà ad le contribuzioni future da parte dei paesi sviluppati. Si dovrà infatti arrivare al 2020 con una disponibilità nel GCF di 100 miliardi di dollari all’anno.

Il tema nodale in previsione dell’accordo di Parigi resta però ancora il bilanciamento degli impegni all’interno del blocco dei paesi più ricchi e rispetto alle economie emergenti, tenendo in considerazione che sulla base delle decisioni attuali tali impegni saranno stabiliti su base volontaria dai diversi paesi. è importante però segnalare che rispetto al passato è stata superata negli ultimi anni la netta differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Adesso entrano in gioco in modo più fluido concetti come la responsabilità storica sulle emissioni, la capacità di intervento e le specifiche circostanze nazionali.

Sicuramente attorno alla diversa interpretazione di questi termini avrà luogo buona parte della dura negoziazione nel 2015. Fabius è convinto che, nonostante i numeri non sembrino essere dalla sua parte in termini di confronto tra le riduzioni delle emissioni attese e quelle al momento presentate dai principali paesi, l’accordo di Parigi riuscirà ad essere tanto ambizioso da mantenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C. Ha anche ribadito come non ci si possa permettere un piano B per il clima. Lo stesso diceva Yvo de Boer prima della conferenza di Copenhagen nel 2009. Speriamo che dopo Parigi non si debba iniziare a pensare ad un piano C.

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Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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unita lefevere

VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

Decision time in Durban, outcome as yet unclear

The 9th of December will be remembered as an historical date for the fight against climate change–either for the better or for the worse. The choice lies fully in the hands of ministers and heads of state involved today, and probably tonight, in the final plenary of the COP 17 in Durban and in the decision whether to save the Kyoto Protocol (KP) and the rest of the UN multilateral process or to simply let the KP expire.

Less than 24 hours before the end of the Durban Conference, it would appear that a large majority of countries is in favour of the II Commitment period of the KP and of a further legally binding commitment meant to involve a larger number of countries and emissions controls than the KP. But it is as yet unclear if this can be turned into a consensus-based decision valid for all.
Annie Petsonk, the representative of the NGO Environmental Defence Fund, identifies three possible options for the legal form a new commitment might take.
– The first one, very similar to the EU proposal, is a new Protocol with negotiations starting next year and to be adopted by COP 20 (2014) or by COP 21 (2015).
– The second one is a legally binding instrument, less stringent than the Protocol, without any timetable to conclude the work: this proposal is close to the US position.
– The last one, and the weakest, would involve simply a decision about the next steps: this option appears as the least likely, as it would signify the failure of the multilateral process.

Negotiations continued during the night of 8 December and from the delegates there is positive feedback for an agreement and even rumours of new margins for Russia and Japan to be part of the II Commitment period of the KP.
Karl Hodd, Grenada’s Minister for Foreign Affairs and Chair of AOSIS (Alliance of Small Island States), reminded everyone of the reason for this meeting during his Thursday speech in the High Level section. “We must lift our sights and not let national interest overtake global interests. I want to challenge you today to demonstrate to the world over the next few days that we have that political will.” He also warned participants to behave in an honourable way: “Let us not speak one thing outside the negotiating room and another inside the room.” Another AOSIS country, Fiji, asked all parties to support a stronger commitment. Samuela Saumatua, Minister for local government, urban development, housing and environment of the island, remarked that “Durban presents a unique chance to renew faith in the multilateral process.”
Hodd used less diplomatic language during the AOSIS press conference, underlining that “there is not enough seriousness in this negotiation,” adding: “if we believe there is a problem on the planet, why don’t we address it?”
This is a feeling shared by many participants. During the same press conference, Saumatua said that in Fiji “we have to relocate people due to costal erosion. It is not a fairy tale, it is reality.” References to the very real consequences of climate change come from several other countries, including the Maldives, Tuvalu, Iceland, Venezuela, Papua New Guinea and Iraq. Most of the speeches in the High Level section sent a clear message: stop the talking and start acting. Soon.
Hood pointed out that scientists are asking for decisive action before 2017 and that there is no point in postponing pledges until after 2020: “We totally reject the hypothesis of 2020. Waiting is a disaster.”
Venezuela used its time to link global warming to capitalist economies. “The market is the problem, not the solution,” said Claudia Salerno Caldera, the special envoy for Climate Change. She repeated what Hugo Chavez said in Copenhagen two years ago. “If climate change had been a bank it would already have been saved…; it is not possible to have money to save the banks and pay for wars but not for climate change and for life”, she said, receiving a loud round of applause.
The urgent plight of some countries was summarized thus by Amberoti Nikora, the Minister of the Environment of Kiribati, a group of islands in the Pacific Ocean: “I hope you’ll have the opportunity to visit my country and to see our children before it is too late.”

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EU praised for its effort to save Kyoto

Planetnext“I have to congratulate the EU for the leadership shown here.” It is rare to hear such praise during speeches in the High Level segment of a COP. But the words uttered yesterday by Mohamed Aslam, the Maldives’ Minister of Housing and Environment, are something more than a simple recognition of the effort made by the EU for a II commitment period of the Kyoto Protocol (KP). For all developing countries it is fundamental to save the only legally binding climate instrument, the KP, in order to preserve the hope for a further international deal against climate change. But for Small Island States the EU represents the only real life-vest for their future, considering that water levels in the oceans are already increasing by circa 1 cm every 3 years.

For several years the EU has been showing a strong commitment in the fight against climate change, but now in Durban it has the opportunity to strongly lead the process. And it appears unwilling to accept a secondary role, as had happened in Copenhagen where the main decisions were thrashed out mostly by the US and the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China).
As Connie Hedegard, the EU Commissioner for climate change, underlined in last Monday’s press conference, the EU has been working for the past 14 years within the framework of the KP. “All our legislation is based on the KP principle and you cannot find another country in the world where this happens.” There is thus no desire to go backwards, as many measures are in place and fully operational. The EU CO2 market connected with the Emission Trading Scheme (ETS) will probably continue to be implemented in the future regardless of what the Durban Conference will decide for the KP, because it is something already fully integrated in the European market.
Theoretically the EU could adhere to the II commitment of KP without any further political and technical measures, simply by introducing the -20% target by 2020, which has been enshrined in European legislation since 2008. This strengthens significantly the EU position in the negotiations. For this reason a new “Durban Road Map” appears more likely every day and this time the new three-year negotiation process needs to have all major emitters onboard, including the USA and China.
It is possible that China’s new willingness to discuss changes in its approach is the result of internal shifts within the G77 + China group, faced with the need to address new scenarios for the future. Already in 2007, during the Barcelona climate talks, the African countries started to speak with a single voice in order to better defend the interests of a continent strongly affected by climate change and with an economy lightyears behind that of China. Later in Copenhagen and Cancun it was the turn of the Less Developed Countries to ask for more financial assistance than the rest of the emerging economies. Now in Durban the insistent request for change comes from the small oceanic islands.
Tuvalu’s Minister of Foreign Affairs, Trade, Tourism, Environment and Labour, Apisai Ielemia, remarked during his High Level speech that his islands are suffering not only for the rising sea levels, but also by the worst drought in memory. “We have to act now. Not in 2015 and definitely not in 2020. We have no time to wait!” But Ielemia spent a good part of his three minutes of time, normally dedicated to sound the alarm for the climate change affecting his islands, to ask for the participation of Taiwan in the UNFCCC.
This has to be interpreted as a clear message to China to begin acting as a major contributor to the reduction of the global CO2 emissions. Minister Mohamed Aslam was more blunt: “Not all developing countries are in the same basket. We are different in terms of emissions and we need to differentiate our commitments.
A possible signal of inside movement in the BASIC group comes from Tuesday’s press conference, where the Head of the Chinese Delegation, Minister Xie Zhenhua, decided to open his remarks by denying rumours of internal division within the BASIC countries.
Once more, Durban confirms that the real problem is, as always, that climate change progresses at a much faster pace than political decisions.
For Mohamed Aslam, “to postpone action until after 2020 is not acceptable for us” and probably for this reason he decided to thank the EU more than the G77 + China.

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Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

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The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.