Political progress registered, but China and US may be undermining EU goals

Planetnext

“The USA is blocking, blocking, blocking!” The assessment of Tim Gore, the Oxfam representative, during yesterday’s NGO press conference is quite clear. His request that the EU and the developing countries move forward in any case, even if the US do not, resembles events at the COP 15 in Bali. In 2007 it was Al Gore who put forward a similar demand, echoed during the final plenary session by Kevin Conrad, the Special Envoy and Ambassador for Environment & Climate Change of Papua New Guinea. The roar of approval in the assembly forced the US to accept the Bali Road Map.

It now seems possible that the same script will play out next Friday night in order to launch the 3-year Durban Road Map proposed by the EU.

The first target in Durban is undoubtedly the need to assure a future to the Kyoto Protocol (KP) through the II commitment period, beyond 2012. But the second goal seems to be the need to find a way to involve the US, which in political terms stands on tenuous ground. Everyone knows that it is very difficult to negotiate with a government that seems unable to impose to its own Senate the ratification of any agreement.

Yesterday there was a bilateral meeting between China and the US, probably crucial for the development of the COP 17. No official statement was issued.

But the previous day, Minister Xie Zhenhua, the Head of the Chinese Delegation, had sent an indirect message, almost certainly meant for US negotiators: “It is time to see who is acting in a responsible way to solve a common challenge for the human race.”

Rumours circulated by Greenpeace suggest an agreement between China and the US to postpone the deadline of a new global deal until after 2015, the date on which the EU is instead insisting as a condition for it to subscribe to a second KP commitment period. The situation is further complicated by China’s announcement to be ready for a legally binding agreement, without clearly specifying whether this means Beijing’s acceptance of the year 2020 as a deadline for the introduction of its own absolute mitigation target.

At the same time, the uncertainty and the shifting of political positions might be interpreted as a positive sign, showing that negotiations are having an effect on the original positions of the parties involved.

In the meanwhile, progress is being reported on financing issues as the idea to collect funds for developing countries from taxation of international aviation and shipping is gaining ground and could be one of the Durban conference’s positive results.

Growing attention is also being given to Mexico’s and Papua New Guinea’s proposal for the introduction of a threefourths majority voting for the COP decisions. What could be seen as a simple procedural aspect may became one of the most interesting outcomes of the COP and facilitate the future of the Durban Road Map.

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L’accordo non c’è. Ma si “prende nota”

AAA-Unita

L’assemblea Onu non vota. E il documento finale del summit, nonostante le assicurazioni di Ban Ki-moon, non è vincolante se non per i paesi che lo vogliano.

Loro dicono di averlo realizzato, ma non è vero», dice Kim Christansen, leader mondiale del Wwf, replicando ai media che annunciano l’Accordo di Copenhagen.

Si parla del documento prodotto venerdì nell’incontro ristretto di capi di stato e di governo in una serie di incontri informali all’interno della Conferenza dell’Unfccc. Per recepirlo all’interno della Convenzione sul clima è necessaria l’approvazione all’unanimità in Plenaria.

Il documento calato dall’alto e privo di contenuti ambiziosi è stato ieri però bloccato per l’opposizione di Tuvalu e di alcuni paesi del sud America. Non bastano dieci ore tra trattative e sospensioni tecniche per superare il dissenso. Ci mette del suo anche Rasmussen, la cui presidenza è definita dal capo delegazione dell’Arabia Saudita la peggiore nella sua esperienza.

La settimana precedente Kevin Conrad, capo delegazione della Papua Nuova Guinea, aveva proposto di cambiare le regole di voto per evitare simili situazioni di impasse ma, ironia della sorte, era stato bloccato proprio da chi ora vorrebbe non tenere conto del dissenso di Tuvalu.

L’Unfccc mette in movimento i propri esperti legali per trovare una soluzione. Alla nuova apertura dei lavori, chi prende temporaneamente il posto di Rasmussen, in 30 secondi, con una sorta di blitz, recepisce il documento con la formula «prende nota».

Ban Ki-moon dichiara fatto l’accordo, aprendo teoricamente la strada all’interno dell’Unfccc per rendere operative le azioni previste nel documento. Di fatto si tratterebbe della prima volta di un testo che viene calato dall’alto e diventa operativo senza passare dal dibattito puntuale della plenaria e del gruppo di lavoro. Tra l’altro verrebbe meno la tanto sbandierata trasparenza della presidenza danese, visto che il processo non ha visto il coinvolgimento di tutti i paesi.

Immediata la levata di scudi contro l’interpretazione di Ban Ki-moon e di alcuni paesi. La rappresentante venezuelana sottolinea che «prendere nota» significa solo recepire l’esistenza di un documento a cui chiunque può decidere di aderire volontariamente, ma al di fuori dell’Unfccc.

Un documento sul clima che non fosse parte del tavolo Onu sui cambiamenti climatici si svuoterebbe però di ogni significato politico. I giganti della terra rischiano così di rimetterci la faccia, per il solito colpo di fionda di un Davide impertinente.