L’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto? No. Ma ormai dobbiamo guardare avanti

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Nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, gli impegni presi con il Protocollo internazionale non sono stati rispettati. Intervista a Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni

27/07/2015
DANIELE PERNIGOTTI

È passato un anno dall’incontro in cui Ispra ha presentato i dati ufficiali delle emissioni nazionali di gas a effetto serra (GHG) del 2012. Veniva a completarsi così il quadro delle emissioni del quinquennio 2008-2012, necessario per chiarire il raggiungimento dell’obiettivo di Kyoto di tagliare del 6,5%, rispetto ai valori del 1990, le emissioni italiane. Purtroppo, nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, si è dovuto riconoscere il mancato soddisfacimento degli impegni presi con il Protocollo internazionale.

Alcuni recenti articoli sulla stampa italiana hanno però cercato di riaprire il dibattito sul raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Ne parliamo con Domenico Gaudioso, capo dell’unità ISPRA responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni GHG.

Gaudioso, ha ancora senso discutere sulla posizione dell’Italia rispetto a questi obiettivi.  

«No, non ha alcun senso. L’inventario nazionale è ormai congelato. È stato trasmesso all’UNFCCC e abbiamo già subito il riesame indipendente del Segretariato della stessa organizzazione, che ha confermato la correttezza dei dati che avevamo presentato».

E allora perché c’è ancora chi si ostina a mettere in discussione il “fallimento” dell’Italia?  

«Forse perché non è abbastanza chiaro il sistema di contabilizzazione delle emissioni. L’Ue ha scorporato le emissioni dei grandi impianti industriali dalla competenza nazionale, inserendole tutte all’interno del sistema ETS (Emission Trading Scheme, ndr). Le variazioni che hanno luogo in quell’ambito hanno una loro gestione autonoma che esce dal conteggio degli obiettivi nazionali di Kyoto. È un conteggio completamente separato».

Come ostinarsi a contare i gol in fuorigioco per decidere che ha vinto una partita?  

«Esatto. È proprio un altro contesto con proprie regole e sistema di contabilizzazione. La crisi economica ha fatto registrare una forte riduzione delle emissioni produttive all’interno dell’ETS, ma ciò non ha inciso sulla valutazione degli obiettivi di Kyoto».

Quali sono i prossimi passi per compensare il deficit di riduzioni di Kyoto?  

«Adesso siamo in un periodo denominato di “allineamento”, in cui è possibile fare acquisti e transizioni per colmare il deficit di mancate riduzioni delle emissioni ed entro il 2 gennaio 2016 bisogna predisporre il rapporto finale. Alcuni crediti sono già stati recuperati dall’Italia. Bisogna, inoltre, contabilizzare quelli maturati all’interno del Carbon Fund della Banca Mondiale».

L’inventario ha evidenziato degli andamenti positivi?  

«Sicuramente il fronte delle rinnovabili, in cui si sono registrati dei risultati inattesi anche solo fino a qualche anno fa. Del resto la tendenza di crescita delle rinnovabili in tutto il mondo ha già superato gli scenari più ottimisti. La capacità fotovoltaica installata a livello mondiale è nettamente superiore agli scenari d Greenpeace. Quella dell’eolico è sovrapponibile a essi».

L’Italia è in generale in linea con questa tendenza. Ora bisognerebbe iniziare a lavorare di più sulla gestione delle reti e sull’accumulo di energia.

Quali i settori in cui la situazione non è così rosea?  

«L’unico settore che ha fatto registrare una crescita netta delle emissioni di CO2 è quello residenziale e dei servizi. Il settore dei trasporti ha subito invece un aumento fino a metà dello scorso decennio e una riduzione invece negli anni successivi. Un contributo importante si deve alla diffusione della flotta di veicoli a minore emissione, ma l’andamento in questo settore sembra essere ancora troppo legato a quello del PIL».

Non esiste però solo la CO2 tra i GHG

L’N2O, legato principalmente al settore agricolo, registra dei valori in calo, mentre i gas fluorurati, pur essendo presenti in percentuali abbastanza basse, sono in continua crescita. Nel settore agricolo è anche importante registrare l’aumento dell’uso di biomassa da deiezioni animali, che porta alla riduzione delle emissioni di metano. Una forte riduzione delle emissioni di metano si registra anche per le discariche, grazie al minore invio in discarica dei rifiuti e al miglioramento del sistema di captazione del metano.

I miglioramenti registrati sono principalmente legati alla crisi economica o l’Italia ha davvero intrapreso il cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio?  

«La transizione è già in essere, anche se i risultati faticano a vedersi nel breve periodo e ancora meno sugli obiettivi di Kyoto. È più facile osservarla negli scenari di medio periodo al 2020 o al 2030. Si tratta di mutamenti strutturali nel sistema produttivo nazionale. In più vi sono l’espansione delle rinnovabili e il piano di efficienza energetica. Non dobbiamo aver timore di confermare che la transizione è stata avviata».

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Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

Protocollo di Kyoto, flop Italia. Mancati gli obiettivi sulla CO2

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L’Ispra nell’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012 certifica il fallimento del nostro paese sugli obiettivi di Kyoto. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6
Il tempo delle stime e dei rapporti preventivi è ormai passato. L’Ispra ha messo oggi la parola definitiva sugli obiettivi del Protocollo di Kyoto, sottoscritti dall’Italia nel lontano 1997, presentando l’Inventario nazionale delle emissioni di gas serra del 2012. E, purtroppo, si tratta di un fallimento. Dovevamo ridurre le emissioni medie, nel quinquennio 2008-2012, del 6,5% rispetto ai valori registrati nel 1990 e ci siamo fermati a una riduzione del 4,6%.
Il dato sarà validato ufficialmente dall’UNFCCC, il tavolo ONU dedicato al cambiamento climatico, solo a settembre. Per Marina Vitullo, responsabile della parte dell’inventario relativo alle foreste, “c’è ancora la possibilità che il numero finale possa subire delle piccole modifiche a causa di alcune peculiarità specifiche del settore forestale, che prevedono una specifica verifica da parte dell’UNFCCC”. È difficile però che il nostro deficit delle emissioni si discosti molto dalle 16,9 milioni di tonnellate di CO2 di cui risultiamo oggi deficitari e che dovremo acquistare sul mercato. Si tratta di un vero e proprio debito economico di cui siamo responsabili perché, come ricorda Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra che ha redatto l’inventario, “dal 2011 esiste una legge che obbliga a riportare nel DEF anche questo bilancio di CO2”. La monetizzazione del nostro debito di CO2 è ipotizzata da Riccardo De Lauretis del gruppo di Gaudioso. “La quotazione di mercato della tonnellata di CO2 è variata ultimamente tra gli 0,25 e i 4 euro a tonnellata e mediamente si attesta su circa 1 euro”. Dobbiamo quindi mettere a budget per il pianeta circa 17 milioni di euro per il nostro eccesso di emissioni.

Vi è un aspetto particolare tra i sottoscrittori del Protocollo, specifico per i soli paesi Ue, e destinato a fare discutere i tecnici del settore. Tra le attività e le passività del bilancio emissivo di CO2 entrano in gioco quelle gestite nel sistema di scambio delle emissioni delle industrie, l’Emission trading europeo. Nel caso italiano lo strano mix di crisi economica, aumento dell’efficienza energetica in alcuni impianti e quote di CO2 assegnate in eccesso in altri ha di fatto trasferito un credito di circa 42 Mt di CO2 dal sistema paese alle aziende ETS, quantità che sarebbe stata sufficiente a raggiungere l’obiettivo mancato.

Altro aspetto interessante dell’analisi delle performance italiane degli ultimi 5 anni è l’incidenza della crisi economica sulla riduzione delle emissioni, pari addirittura al 75-80%, secondo De Lauretis, di tale riduzione. Una rapida occhiata alle fonti di emissione e ai gas più significativi. “Le emissioni nazionali sono per più del 50% attribuibili alla produzione di energia e ai trasporti, uno dei pochi settori ancora in crescita rispetto al 1990”, secondo Daniela Romano di Ispra. “Se invece consideriamo i singoli gas è da registrare l’aumento di quasi il 250% dei gas fluorurati, usati nei sistemi di condizionamento, ma anche nel settore farmaceutico”.

Segnali positivi si registrano invece in molti settori. A partire dal settore chimico, dove nuove tecnologie in alcuni processi ha portato alla riduzione del 96,5% delle emissioni del gas N2O o nel settore agricolo, dove la riduzione del numero di bovini allevati va a sommarsi con il minor uso di fertilizzanti azotati e all’incremento dello sfruttamento delle deiezioni animali per produrre biogas.

Sul fronte energetico alle riduzioni avviate nel 2003 grazie al cambio di mix di combustibili, si sono poi venute e sommare quelle più significative avute recentemente con la diffusione della produzione da fonti rinnovabili. Interessante notare come ciò abbia portato a un significativo disaccoppiamento negli ultimi anni del PIL dalle emissioni di CO2, la base per lo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio.

Secondo Andrea Barbabella, di Fondazione Sviluppo Sostenibile, il mantenimento del trend avviato è già sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni nazionali del 40% entro il 2030. Stella Bianchi, Commissione Ambiente della Camera per il PD, ritiene invece che sia necessario fare molto di più, per arrivare all’ambizioso ma necessario obiettivo di zero emissioni entro il 2050. “Bisogna spingere ancora di più con le fonti rinnovabili. Non attraverso l’incentivazione del fotovoltaico ma, come già avviene in Germania, dei sistemi di accumulo di energia o con l’adeguamento della rete. Come segnale positivo in tal senso dovrebbe essere vista la recente nomina di Starace alla guida di ENEl, considerata la precedente esperienza in ENEL Green Power e la sua piena consapevolezza di quanto le rinnovabili rappresentino prima di tutto un affare per il paese.”

La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.