Una farsa alla Conferenza. Cacciato il ministro polacco

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unita min polaccoVARSAVIA – L’energia fossile continua a essere, direttamente o indirettamente, la protagonista della COP19. È stata proprio la scarsa determinazione del ministro dell’ambiente polacco a favore dello shale gas, gas di scisti al centro delle polemiche per gli impatti legati alla loro estrazione dal sottosuolo, a costargli il posto nel governo. La decisione è parte di un rimpasto più ampio, ma la scelta di rimuovere un Ministro dell’ambiente perché poco aggressivo verso i temi di cui è chiamato a prendersi cura, è già di per se curiosa. Che si trasforma in stupore quando lo stesso ministro sta guidando, come Presidente della COP19, il processo negoziale delle Nazioni Unite sul clima e accoglie a Varsavia i corrispettivi colleghi di tutto il mondo.

L’UNFCCC cerca di minimizzare l’evento, scollegandolo dal processo negoziale, ma l’imbarazzo è tutto nella conferenza stampa in cui Marcin Korolec legge un comunicato telegrafico in inglese e polacco, abbandonando la sala senza lasciare spazio alle domande. La carica resta confermata fino a mercoledì prossimo, garantendo la copertura completa della COP19. Viene però a crearsi uno scollamento importante con l’azione di rappresentanza che il Presidente della COP è chiamato a fare nei prossimi dodici mesi, per facilitare i lavori del prossimo incontro di Lima.

Un altro colpo di scena si è avuto tra la notte di martedì e mercoledì quando i paesi in via di sviluppo, rappresentati dal G77+China hanno abbandonato alle 4 il tavolo negoziale sul Loss and Damage, in risposta al comportamento degli australiani. Secondo le ONG, l’incontro si stava sviluppando in un clima di collaborazione tra le parti, quando gli australiani hanno iniziato a chiedere di riaprire la discussione su alcuni punti già condivisi, senza una logica apparente. “Strano, sono gli stessi negoziatori degli anni scorsi, ma sembrano delle persone diverse” ha ricordato Saleemul Huq di IIED, quasi a voler sottolineare il legame con il nuovo corso del neoeletto Primo ministro Tony Abbott. Non esattamente un paladino della lotta al cambiamento climatico. Lapidario Huq, “l’Australia non sembra venuta a Varsavia per negoziare, ma per bloccare il negoziato”.

Non è che il Canada stia dimostrando maggiore impegno perché, sempre secondo le ONG, sul fronte finanziario ha presentato un testo che “non impegna nessuno e su niente”. Argomento su cui la Commissaria europea Connie Hedegaard sottolinea invece i sostanziali passi avanti fatti dall’anno scorso a Doha. Si dice però preoccupata perché qualche paese sta cercando di fare retromarcia rispetto alle decisioni politiche già prese due anni fa a Durban, teoricamente alla base dell’attuale negoziato.

Resta ancora in alto mare la discussione sui criteri per individuare gli impegni di riduzione delle emissioni, con i paesi in via di sviluppo fermi sulle responsabilità storiche e la Ue che conferma la richiesta di guardare anche alle situazioni presenti e future.

Tutti classici segnali di tensione e contrapposizione in preparazione della fase negoziale finale dei due ultimi giorni, in cui tutto è ancora possibile.

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REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Durban: some progress, vastly outpaced by global warming

COP 17 concluded its work in Durban one week ago and observers of the UNFCCC negotiation meeting are divided between those who see the glass half empty and those focused on the part half full.

Good progress was achieved in the implementation of the Green Climate Fund, the transfer of technology and in the fight against deforestation through the REDD+ (Reduction Emission from Deforestation and Forest Degradation).
World-wide attention is however dedicated to the topic of mitigation. Which country needs to reduce its national greenhouse gas (GHG) emissions, by how much and when: these are the crucial questions still unresolved.
But even on this issue Durban produced very important results.
Ahead of the COP 17 very few experts thought that the Kyoto Protocol (KP), the only existing international legally binding agreement on climate change, would survive beyond, when its first commitment period runs out.
The EU decided to commit to a second period no matter what other developed countries, such as Japan and Russia, will decide for the period after 2012.
Canada’s opposition to the KP was the most clear-cut, having announced its intention to abandon even the KP’s first commitment period. This is only the latest step of Prime Minister Steven Harper’s strategy to renounce any commitment on climate change in exchange for the support of the oil lobby, based mainly in the Alberta Province. Harper’s weakness and lack of political will erode in the long term his predecessor’s reduction commitment of -6%, as defined in the previous KP accord, and the actual national GHG emission level of +30% (data UNFCCC, 2009).
The EU’s willingness to extend its participation for the second commitment period created a bridge between Europe and the majority of developing countries, including the African Group, the Alliance of Small Islands States and the Less Developed Countries: they were all crucial in drafting one of the most important achievements of the COP 17, i.e., the Durban Platform (DP). The DP is a three-year track aimed at defining mandatory emission targets for all major GHG emitters, including the US and China. The new commitment will be part of a new mandatory agreement, whose legal form has not yet been defined, but should be in place by 2020.
From this perspective, the COP17′s results point undoubtedly to a “glass half full,” but any elation is mitigated by the bad news arriving from climate science. A recent study published in the magazine Nature shows a continuous decline in the arctic ice extension in the last decades.
IEA (International Energy Agency) data show that 2010, with global emissions in the atmosphere at 30,6 billion tonnes of CO2, topped all previous records.
Further, data on temperature will almost certainly indicate that 2011 was one of the warmest years since the beginning of physical record-keeping.
But what is probably even more worrying to climate scientists is the status of the permafrost in the Arctic area. This is one of the most important tipping points, a situation where change does not move in a linear way, but rather resembles a switch where, within in a short time, the position can pass from “off” to “on.” If the permafrost, a land area constantly frozen throughout the year and which extends also into the coastal seabed, melts, all the gases trapped therein will be quickly released into the atmosphere. A Russian study presented a few days ago at the American Geophysical Union meeting in San Francisco indicated the existence of huge amounts of methane gas bubbling to the surface of the ocean, a phenomenon never registered in the previous 20 years of research in the area.
A study presented in 2010 by the same group estimated an amount of methane emissions from this area of about 8 million tonnes a year, but now it seems clear that the emissions are underestimated. The situation is particularly critical if we take into consideration that methane is 25 times more damaging for climate change than CO2 and this figure is higher than the entire emission of a country like the Netherlands.
Rethinking the outcome of Durban after these latest news, it becomes clear that the glass is always completely empty when we compare the speed of progress in the political process with the rate of change of climate conditions.

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Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

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The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.

Canada announces withdrawal from Kyoto pact

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In 2007, during the 14th Conference of the Parties (COP 14), Australia surprised  the world positively with the decision of  Prime Minister Kevin Rudd to ratify the Kyoto Protocol (KP)–a decision encouraged by the worst drought to afflict Australia in the last century. This emergency went a long way in radically changing people’s awareness of climate change in a country which until then had given it barely a thought.

November 27 the Canadian government shocked the 195 countries present at the COP 17 in Durban with the announcement that next month it would unilaterally withdraw from the KP.

The current climatic conditions in Canada, where they are experiencing  an unusually warm autumn, are preventing  people in north America from perceiving the climate changes feared  by those who live in the warmer parts of the world. But the main reason behind the Canadian Conservative government’s decision to withdraw from the KP is related to the oil lobby. Alberta, the home of Prime Minister Stephen Harper, is responsible for the main GHG  national emissions due to the large use of coal and,  in particular, of oil sand production, as  described aptly by William Marsden in “Stupid to the last drop.”

These  different national positions are revealing the reality of the UNFCCC process. On the one hand we have countries being directly affected by the cost of climate change. They are mainly developing countries, but increasingly also developed nations located in warmer parts of the world.  Until now this has meant Australia, but it will probably soon also include  countries in  southern Europe.

On the other side stand those  lucky enough to live in  more favourable climates, such as Russia,  which does not want to have any limitation on its use (and often waste) of energy.  Canada stands as a prime example for both positions. The official communication, as reported by CTV.ca on 27 November, to withdraw from the KP comes as a rude shock just as the COP 17 gets under way and  will have undoubtedly serious consequences for the negotiation process.

Durban COP opens, tactical posturing begins

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stampa durbanThe 17th Conference of the Parties (COP) opened yesterday in Durban. From 28 November until 9 December delegations from 190 countries will try to work out a new global agreement on climate change.

But what can the average reader really understand about climate issues when he faces abstruse technical matters and dozens of incomprehensible acronyms such LULUCF, REDD, KP, LCA, SBSTA, SBI.

In these two weeks, PlanetNext will try to make intelligible to its readers the complexity of these crucial global negotiations.

The meeting’s agenda, as always, is intense: mitigation (reduction) of emissions, combating deforestation, funding mechanisms and technology transfer for developing countries, and last but not least the issue of adapting to the current climate, which is already showing significant changes in most parts of the planet.

Beyond the individual chapters, the real protagonist of the COP 17 is the Kyoto Protocol (KP), to date the only binding instrument on climate worldwide. A protocol that was adopted in 1997, came into force on 16 February 2005 and will expire next year.

In Durban the Parties will have to decide whether to extend the deadlines or let the protocol elapse. The developing countries and the UNFCCC Executive Secretary, Christiana Figueres, have launched an appeal for an extension.

At the moment 191 states have signed and ratified the KP. The only remaining signatory not to have ratified the protocol is the United States. (Afghanistan, Andorra and South Sudan have neither signed on nor ratified, whereas Somalia ratified on 26 July 2010.)

The fact that the U.S. has so far withheld ratification of the KP is strengthening the misgivings on the part of the developed countries gathered in the so-called Umbrella Group (among them Australia, Canada and Russia), which now advocate a single international agreement (LCA), able to include major emerging economies such as Brazil, China and India. The latter, however, appear diffident toward any discussion of mitigation, regardless of which countries would be involved. They are afraid to be lured into climate-related agreements that would limit the scope for their own future development and for poverty reduction targets.

A possible solution may be provided by the proposal launched by the European Union at the opening of the Durban COP. The EU stated that it is committed to reaching an agreement on the extension of the KP, with the further aim to create a transitional mechanism of binding instruments, to be finalized by 2015 and requiring stricter commitments ffrom a larger number of countries. In this context, although not explicitly stated by UE, the intention is to convince and include the major emerging economies and the U.S..

The watchword for the KP in Durban could be “limited commitment period II.” But the games have just started!

Photo: Minister Maite Nkoana-Mashabane, President of COP 17 by UNclimatechange