Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

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Clima, l’Italia maglia nera freno alla politica della Ue

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Il nostro Paese bocciato al vertice di Cancun. Solo Arabia Saudita e Ucraina hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Siamo stati un blocco nella Ue favorevole a un taglio del 30% delle emissioni.

Solo Ucraina e Arabia Saudita hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Questo è quanto emerge dalla classifica tra i 57 Paesi responsabili di più del 90% delle emissioni mondiali di gas serra, presentata ieri a Cancun dalla Ong Germanwatch e da Can Europe. «The Climate Change Performance Index» è diventato ormai lo strumento con cui le Ong monitorano il comportamento dei vari Paesi, in termini di livello assoluto di emissione di gas serra, loro trend nel tempo e, appunto, le politiche climatiche nazionali ed internazionali.

L’Italia non ha mai saputo esprimere leader capaci di mettere il clima al centro dell’agenda di governo come avviene, ad esempio, in Gran Bretagna, Francia e Germania.

La bocciatura della politica climatica del Governo Berlusconi va però oltre l’apatia che caratterizza storicamente su questo tema il nostro Paese. L’indice di Germanwatch sembra denunciare l’assenza di un efficace disegno politico sia a livello interno che per quanto ha saputo dimostrare sui tavoli internazionali.

Secondo Jan Burck, coordinatore della stesura del rapporto, «le mozioni presentate in Senato dalla attuale maggioranza hanno dimostrato posizioni retrograde, più vicine a quelle del negazionismo o dello scetticismo sul cambiamento climatico che a quelle di un Paese intenzionato ad affrontare seriamente un tema complesso come il cambiamento climatico».

La bocciatura maggiore rispetto al passato avviene però, sempre secondo Burck, sul piano internazionale, dove l’Italia ha saputo caratterizzarsi per le posizioni di blocco in ambito Ue rispetto alla volontà di estendere al 30% gli obiettivi europei per il 2020 di riduzione delle emissioni di gas serra. È proprio la lontananza del nostro Paese rispetto a quanto sta avvenendo nel resto della Ue che salta maggiormente all’occhio sfogliando il documento di Germanwatch. Nella classifica generale dell’Indice tra i primi sette Paesi, ben sei appartengono alla Ue, con Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Francia rispettivamente all’inseguimento della posizione di testa del Brasile, premiato per l’efficace azione interna di lotta alla deforestazione e il grande lavoro a livello internazionale in preparazione del Summit «Rio più 20» del 2012.

LA CLASSIFICA

Rispetto alle sole politiche climatiche deludono invece gli Stati Uniti, con la 50esima posizione. Dopo l’avvicendamento Bush-Obama, il mondo intero aveva sperato in un sostanziale cambio di direzione, chiedendo al neo presidente americano di assumersi un ruolo di leader per la lotta al cambiamento climatico del pianeta. Le difficoltà interne per l’approvazione della riforma del sistema sanitario federale hanno però portato a sacrificare la votazione del testo di legge sul clima e l’assenza di ambiziosi impegni di riduzione delle emissioni, ha indebolito la sua posizione allo scorso vertice di Copenhagen. Terzo posto invece in questa sezione per la Cina che, pur rimanendo un Paese pieno di contraddizioni, presenta comunque degli importanti obiettivi nazionali di riduzione dell’intensità energetica e un interessante sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Qualche nota positiva per l’Italia viene invece dal fronte dei valori di emissione. La riduzione registrata nell’ultimo anno è però in sostanza riconducibile alla crisi economica che porta ad un minor consumo energetico complessivo e quindi a minori emissioni di CO2.

In mancanza di una seria politica sul clima trasversale su produzione di energia, mobilità, risparmio energetico e in termini più ampi del mondo del lavoro a favore di un economia a basso contenuto di carbonio è inevitabile che le emissioni di gas serra saranno destinate ad aumentare insieme con l’auspicata ripresa economica. E questo potrebbe cacciarci agli ultimi posti mondiali anche dei livelli e dei trend di emissione nei prossimi rapporti di Germanwatch.

Effetto serra, l’Italia maglia nera Rischio clima più caldo e secco

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Nelle emissioni di CO2 siamo al 44esimo posto su 57, davanti a Russia, Slovenia, Bulgaria. Se nel 2020 la temperatura aumentasse di 2 gradi, sarà difficile coltivare il grano nel Belpaese. Il rapporto di Germanwatch non è forse un documento ufficiale, ma resta uno degli strumenti più efficaci per la comparazione delle performance climatiche dei diversi Paesi a livello internazionale.

L’indice, pubblicato annualmente dall’Ong tedesca in occasione delle conferenze dell’Unfccc, analizza i 57 paesi che assieme sono responsabili di più del 90% delle emissioni complessive di gas serra. La comparazione viene effettuata su tre livelli: emissioni assolute di gas serra, tendenze evolutive nel tempo e politiche climatiche attuate a livello domestico ed internazionale.

FANALINO DI CODA

L’Italia non ha mai brillato in questa competizione, scendendo anzi negli ultimi anni sempre più in basso nella classifica complessiva. Ora siamo al 44 ̊ posto, alla guida di un’ipotetica serie C del clima con Russia, Slovenia e Bulgaria.

La nota parzialmente positiva di quest’anno è che non abbiamo perso posizioni rispetto alla classifica generale del 2009. Quella negativa, invece, è che siamo scivolati al terz’ultimo posto nella classifica parziale delle politiche a livello internazionale. Dopo di noi il Canada, forse l’ultimo paese rimasto ancora legato alla visione di politica climatica di Bush, che ha Copenhagen ha vinto quasi quotidianamente il Fossile del giorno, premio assegnato dalle Ong a chi si distingue in senso negativo sul negoziato.

Chiude la classifica parziale delle politiche internazionali l’Arabia Saudita, capace di contraddistinguersi in ambito Onu nello sbandierare la propria preoccupazione per la perdita di Pil, collegata allo sviluppo di un’economia a basso contenuto di carbonio, anche davanti al grido di allarme delle isole del Pacifico.

 

Usa, svolta in Senato E l’Epa riconosce che il CO2 è nocivo

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L’Ente per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti ora potrebbe decidere autonomamente la riduzione dei gas serra anche senza alcuna legge nazionale

Bush negava l’esistenza del cambiamento climatico, mentre Obama lo riconosce come priorità assoluta per il mondo intero. La svolta nella politica degli Usa è palese, ma gli americani restano l’anello debole del negoziato anche a Copenhagen. Di fatto la Casa bianca è ostaggio del Senato, a causa di una risicata maggioranza democratica e dell’ampia presenza di lobby trasversali nei diversi partiti. Era stato così anche nel 1997, quando il vice presidente Al Gore è rientrato da Kyoto con il famoso Protocollo appena sottoscritto, senza immaginare però che il Senato gli avrebbe negato la ratifica finale. Gli Usa sono ancora tra i pochissimi paesi a non riconoscere la validità dell’accordo internazionale, un’eccezione nel panorama politico sul riscaldamento globale. La peculiarità americana ha costretto l’Unfccc, nel 2007 a Bali, ad affiancare al tavolo in cui discutere i futuri impegni degli aderenti al Protocollo di Kyoto, uno parallelo in grado di coinvolgere anche gli Usa. Il timore è che ora a Copenhagen si ripeta quel che avvenne nel 1997. Per ridurre questo rischio è pronta al Senato una proposta di legge, la cui gestazione è iniziata già qualche anno fa quando, dopo il cambio di maggioranza del Congresso nel novembre del 2006, i democratici chiesero a Bush l’inversione della politica climatica degli Stati Uniti.

La svolta. L’incertezza sulla reale possibilità della legge di passare le forche caudine del Senato è rimasta molto alta,

fino alla pubblicazione di un provvedimento dell’Epa che riconosce la CO2 come sostanza pericolosa per l’uomo. Ciò consente all’Agenzia per la protezione dell’ambiente americana di produrre regolamenti tecnici sulle emissioni di gas serra, pur in assenza di una legge nazionale, riducendo di fatto il potere politico del Senato.

Secondo Dean Scott, esperto di cambiamento climatico a Washington per Bna, i senatori saranno persuasi ad approvare la proposta di legge perché in sua assenza l’Epa potrebbe comunque limitare le emissioni di CO2 agli impianti industriali. Ed infatti ieri i leader dei tre gruppi politici del Senato hanno inviato a Barack Obama una lettera in cui si dichiarano «uniti nel dire che è giunto il tempo di affrontare i cambiamenti climatici». Scott però invita alla cautela, vista la possibile ricaduta sugli interessi delle lobby toccate dalla legge e la necessità di verificare gli effettivi numeri della maggioranza. E c’è un ultimo elemento cruciale. Una legge federale avrebbe bisogno della maggioranza semplice, ma di fatto per superare l’ostruzionismo al Senato è richiesto il 60% dei voti, che sale al 67% quando è richiesta l’approvazione di un trattato internazionale. Per garantire quel margine di sicurezza del 7% di votanti diventa fondamentale che l’approvazione della legge federale preceda quella di un protocollo internazionale. E visto che il possibile calendario per la legge Usa al Senato è previsto per la primavera del 2010, sembra inevitabile che la firma del Trattato di Copenhagen venga rimandata nel giugno del 2010 a Bonn.

Intervista a Yvo de Boer – “Sono ottimista. A Copenaghen si farà l’accordo sul clima”

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Da domani per due settimane gli occhi del mondo intero saranno puntati su di lui. Yvo de Boer, il Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc), sa che la prossima Conferenza di Copenhagen dovrà riuscire a dimostrare la reale volontà della comunità internazionale di affrontare quella che è stata definita la più grande sfida il genere umano abbia mai dovuto affrontare collegialmente.

Le premesse non sono delle migliori visto che gli impegni complessivi di riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi sviluppati sono ancora lontani dal 25 – 40% che gli scienziati chiedono siano raggiunti entro il 2020, rispetto ai valori registrati nel 1990.

Cosa significherebbe non riuscire a raggiungere un accordo su questi valori a Copenhagen?

«Ripiegare su un impegno più debole in questa fase significherà necessariamente la richiesta di uno sforzo molto più grande in futuro».

Ma lei ritiene ancora possibile un accordo su quei numeri?

«Si. Io credo che quei valori siano ancora possibili o comunque che si possa arrivare molto, molto vicino».

Gli USA, nonostante il radicale cambio di politica sul clima del Presidente Obama rispetto al predecessore Bush, rischiano però di rappresentare ancora il freno del negoziato a causa di un Senato in grado di bloccare ogni accordo.

«Il Senatore Kerry, cofirmatario della proposta di legge americana ha confermato nei giorni scorsi la sua convinzione che la legge federale passerà, dopo Copenhagen. Molti altri Paesi hanno dimostrato la stessa disponibilità a ratificare l’eventuale trattato a livello nazionale. Quello che sta accadendo negli USA non è in fondo così critico come sembra».

La proposta contenuta nel disegno di legge USA però, comparata con i valori del 1990, rappresenta un impegno di riduzione del solo 4% per il 2020, ancora minore del 7% già previsto dal Protocollo di Kyoto per il 2012.

«La realtà è che le emissioni attuali degli USA sono aumentate del 14% rispetto al 1990 e non possiamo portare indietro l’orologio. Rispetto a questi valori di partenza il loro impegno diventa molto significativo».

Se lo sforzo degli USA non sarà comparabile a quello europeo rispetto ai valori del 1990 c’è però il rischio che la Ue rifiuti di estendere il proprio impegno di riduzione al 30%.

«Dipende tutto dal punto di partenza rispetto al quale verrà misurata la comparabilità degli sforzi nel corso delle prossime due settimane a Copenhagen. Si potrebbe anche dire che la Ue è già impegnata con il Protocollo di Kyoto a ridurre dell’8% le proprie emissioni, per cui l’obiettivo del -20% che ha sottoscritto per il 2020 significa attualmente una riduzione del 12%, minore così del -17% americano».

Anche se si raggiungerà un buon accordo politico a Copenhagen, sarà poi necessario un incontro successivo per la stesura di un accordo legalmente vincolante. Si dovrà aspettare il prossimo dicembre a Città del Messico o è pensabile che possa essere chiuso prima?

«È possibile arrivare alla finalizzazione di un accordo legale in giugno. È già in programma un incontro Unfccc a Bonn in quel periodo e questo potrebbe tranquillamente fungere da “seconda parte” della conferenza di Copenhagen».

Altro tema critico è quello degli aiuti finanziari a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ci sono diverse cifre in ballo rispetto al 2020, ma lei spinge perché vi siano soldi disponibili fin da subito.

«I Paesi sviluppati debbono mettere a disposizione 10 miliardi di dollari all’anno per il periodo 2010-2012. Cifre che sono state condivise in diversi contesti in questo ultimo periodo e trovano ormai un ampio consenso».

Ma esiste anche un importante flusso economico che può derivare dal mercato della CO2.

«Certamente. Anzi, è importante ricordare che il 95% degli investimenti nel settore energetico proviene da investitori privati ed anche in futuro questi soggetti giocheranno il ruolo principale. Noi però abbiamo bisogno di fondi pubblici per l’adattamento e per il trasferimento di tecnologie a basso impatto che difficil- mente troveranno l’interesse del settore privato».

C’è, infine, chi vorrebbe eliminare il Protocollo di Kyoto. Lei crede che questo sia un rischio reale?

«Il Protocollo di Kyoto è l’unico strumento legalmente vincolante a livello internazionale sul cambiamento climatico ed i paesi in via di sviluppo non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’unica vera certezza. Ad oggi vi è un ampio consenso a proseguire con questo strumento, a meno che Copenhagen non sarà in grado di produrre un accordo più attrattivo dell’esistente».

unita de boer

E’ il numero uno delle Nazioni Unite in materia di clima. Ricopre la carica di Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Diplomatico olandese, ha il compito di negoziare il cosiddetto Kyoto Bis, il nuovo accordo internazionale per ridurre le emissioni di anidride carbonica dopo il 2012. Una trattativa difficile da condurre con 192 Stati. Nato a Vienna nel 1954, è sposato e ha tre figli.

Conversando con… Rajendra Kumur Pachauri

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Per chi si dovesse trovare seduto vicino a Rajendra K. Pachauri negli spalti di una partita di cricket, sport per cui  nutre una vera passione, non deve essere facile immaginare di avere al proprio fianco la guida dell’IPCC, il più importante gruppo di scienziati esperti di cambiamenti climatici.

Sarà per la curiosa striscia bianca che gli attraversa la barba e la capigliatura all’apparenza indomabile o per il suo modo di fare mite e cordiale, ma l’impressione è più quella di avere a che fare con il professore in pensione della porta accanto che con una delle figure di maggiore responsabilità del nostro tempo.

La posta in gioco sono i periodici rapporti scientifici prodotti dall’IPCC, organismo che questo ingegnere indiano dall’impressionante curriculum professionale nel settore dell’energia, delle foreste e dell’economia guida dal 2002, in cui è descritta l’evoluzione del clima del pianeta e i possibili spazi di intervento per l’uomo.

Questi rapporti guidano il dibattito politico sul futuro climatico della terra nelle stanze di governo di tutto il mondo e soprattutto all’in- terno dell’UNFCCC, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite appositamente creato per concordare le strategie e le azioni a livello internazionale.

Il IV rapporto, pubblicato nel 2007, frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati, è stato così decisivo da far meritare all’IPCC il Premio Nobel per la pace.

200 di questi scienziati si sono trovati la scorsa settimana a Venezia per definire la struttura che dovrà avere il futuro V rapporto, la cui pubblicazione è prevista per il 2014.

Dottor Pachauri, quali sono gli elementi di maggiore novità che avrà il V rapporto?

«Non è possibile anticipare i contenuti di dettaglio perché l’approvazione formale dovrà avvenire ad ottobre, ma il V rapporto coprirà sicuramente di più gli aspetti economici e sociali. I cambiamenti climatici non possono essere considerati solo una questione di parametri geofisici o biofisici, ma è fondamentale comprendere anche le ricadute e le azioni a livello sociale».

Non le crea un senso di frustrazione vedere il divario esistente tra le urgenti richieste di intervento provenienti dagli scienziati e le ancora limitate azioni di risposta da parte del mondo politico?

«No, anzi io sono ottimista. Basta pensare a quanto è stato utile l’apporto di conoscenza fornito dal IV Rapporto dell’IPCC nel 2007. Chi avrebbe immaginato prima di allora, ad esempio, che la Ue si sarebbe impegnata su base praticamente volontaria con il noto obiettivo 20-20-20 (di riduzione delle emissioni e dei consumi energetici e di incremento delle rinnovabili, ndr)?

Pensiamo poi agli USA. Inizialmente lontani dal riconoscere le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, ma pronti a riconoscere l’esistenza del problema e la necessità di intervenire già prima del termine del mandato dell’amministrazione Bush. Senza parlare di Obama che in diverse occasioni ha ammesso l’enorme ritardo accumulato dagli USA e ribadito la necessità di prendere la guida su questo tema. Nella mia visione tutti questi sono degli importanti passi avanti».

E qual’è il suo giudizio sul risultato del G8 all’Aquila?

«In parte incoraggiante e in parte deludente. Mi incoraggia vedere l’obiettivo dei paesi sviluppati di voler ridurre le proprie emissioni dell’80% entro il 2050, così come è un passo avanti l’impegno della maggior parte dei paesi del mondo a voler mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2 °C. Mi ha invece deluso non trovare alcun obiettivo di riduzione per il 2020.

Ci sono poi state anche chiare indicazioni in merito alla fornitura di abbondanti flussi economici verso i paesi che già soffrono le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui si trovano anche i più poveri paesi nel mondo. Ciò pone un tema di equità nel mondo, con il rischio di aumentare sempre di più il divario tra paesi ricchi e poveri.

Al G8 si è parlato di Africa e di sostenibilità, ma non sembra essere stato concretamente affrontato il tema dell’equità legato ai cambiamenti climatici».

Come trovare una soluzione ai cambiamenti climatici?

«È necessario agire a più livelli. Abbiamo sicuramente bisogno di un accordo globale, ma servono poi le azioni dei singole governi. Vi è poi il livello di consapevolezza sul problema che deve continuamente aumentare all’interno di ogni democrazia e non possiamo tralasciare l’importanza delle azioni a livello individuale. Ogni essere umano deve realizzare che se da una parte può godere dei beni che il mondo ci fornisce, dall’altra ha la responsabilità di fare qualcosa in cambio».

Cosa pensa del crescente movimento dei «negazionisti» dell’effetto serra in Italia?

«Ogni volta che nella storia dell’uomo è iniziata una nuova era c’è stato qualcuno che l’ha criticata e che ha cercato di non farla emergere, ma con gli sforzi della società nel suo complesso e con il lavoro di informazione dei media tutto sta cambiando. È un dato di fatto che il numero dei «negazionisti» a livello mondiale oggi è molto minore di quello di 10 anni fa».

Pensa che questo accadrà anche in Italia?

«Lo spero. Penso anche che la leadership politica dovrebbe mostrare la via. Prenda il caso degli USA. I «negazionisti» erano in pratica seduti alla Casa Bianca pochi anni fa e oggi c’è qualcuno che vuole far fare davvero dei passi avanti al paese. Mi piacerebbe vedere accadere lo stesso in Italia. Io sto cercando un’opportunità per incontrare il Presidente del Consiglio per dirgli perché è importante per l’Italia agire su questo tema».

E quali sono queste ragioni?

«La prima è legata alla sicurezza, visto che ci sono paesi non molto lontani dall’Italia che saranno destinati in questo contesto a diventare degli stati deboli, condizione ideale per aumentare l’instabilità politica e far prosperare terrorismo, traffico di droga e di armi.

Vi è poi una ragione di opportunità visto che l’Italia ha una notevole capacità tecnologica. Se intraprende un percorso di sviluppo di tecnologie rinnovabili può diventare un leader mondiale nel settore e questa è un’opportunità economica che non credo valga la pena di lasciarsi scappare».

Pachauri Cricket 1

L PERSONAGGIO

 

In prima linea nella battaglia sul clima

 

Vegetariano convinto, appassionato di cricket, l’indiano Rajendra Pachauri nel 2002 è stato eletto presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l’istituto dell’Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 ex aequo con Al Gore. Chioma e barba color pepe e sale, Pachauri già collaborava per l’Icpp da anni e ha partecipato all’elaborazione del secondo rapporto sul clima (1995) come autore principale, ed era vice presidente dell’Ipcc quando fu pubblicato il Terzo rapporto. Pachauri, è subentrato al vertice dell’Ipcc all’ americano Robert Watson, non senza polemiche. Nato il 20 agosto 1940, cresciuto sui contrafforti dell’ Himalaya ha lavorato come scienziato, ingegnere ed economista prima di assumere la guida – alla sua fondazione, 25 anni fa del Centro di ricerca sulle energie sostenibili (Teri), a New Dheli, finanziato dal gruppo industriale indiano Tata. Nel 2001, il presidente indiano gli ha conferito il prestigoso Padma Bushan e nel 2006 ha ricevuto dal governo francese l’onorificenza di Officier de la Legion d’Honneur.

 

Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.