Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

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REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

Amazzonia a rischio. Scontro in Brasile sulla deforestazione

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Battaglia aperta in Senato sulla legge che riammette il taglio delle piante. Nel 2008 Lula si era impegnato per una riduzione dell’80% entro il 2020.

Si fa presto a dire foresta, e sembra a tutti chiaro cosa si intende. Invece Jorge Furagaro Kuetgaje, rappresen-tante degli indigeni colombiani, recrimina che il mondo sviluppato chiama bosco l’insieme di un unico tipo di pianta, l’eucalipto. «Per noi questo non è bosco. Il bosco è l’insieme di fiumi, animali e diverse tipologie di piante che vi vivono assieme», chiarisce.

Concetto che ha ben chiaro in mente Carlos Ritti, il responsabile del Programma sul cambiamento climatico ed energia del Wwf in Brasile. Ritti è allarmato per la foresta amazzonica. «Nei prossimi mesi il governo di Brasilia dovrà decidere prendere posizione circa la distruzione delle nostre foreste – inizia a spiegare – L’Amazzonia non è solo un patrimonio di noi brasiliani, ma anche un polmone fondamentale dell’intero pianeta. La sua distruzione rappresenterebbe un duro colpo alla lotta al cam- biamento climatico e rischierebbe di rendere vani anche gli sforzi più ambiziosi dei paesi sviluppati».

Eppure negli ultimi anni il Brasile aveva raggiunto risultati significativi contro la deforestazione. «Una serie di leggi ha contribuito a produrre risultati molto positivi, come il minor tasso di deforestazione degli ultimi vent’anni, registrato proprio nel 2010. Questo è sicuramente il risultato di una buona governance delle foreste, realizzata attraverso interventi come il taglio degli incentivi agli agricoltori in aree deforestate, i mi-gliori sistemi di monitoraggio e le attività di controllo svolte sul campo da apposite guardie.

Bisogna però riconoscere che anche il mercato esercita un ruolo altrettanto importante. Il crollo del prezzo della carne e di alcuni prodotti agricoli e un cambio svantaggioso per il Real, la moneta brasiliana, proprio nel 2010 hanno contribuito ad una riduzione dell’export, diminuendo alla base le esigenze di nuove deforestazioni».

Il cambio radicale del 2011 non è però legato solo a una variazione della situazione del mercato, ma deve anzi essere ricondotto ad un progetto di legge, il Forest Code, che rischia di riaprire la strada al taglio indiscriminato delle foreste. La sola presentazione della proposta, fortemente voluta dal settore agricolo e dagli ambienti conservatori, è stata interpretata come il se- gnale di un cambio della politica nazionale e ha dato il via ad un nuova ondata di deforestazione. Con questo provvedimento si mette in gioco il futuro stesso dell’Amazzonia, oltre che la possibilità di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, fissati nel 2008. Il Brasile aveva allora dichiarato di voler tagliare entro il 2020, rispetto al trend nazionale delle emissioni, più di 1.000 milioni di t di CO2. Ciò do- vrebbe avvenire anche attra-verso la riduzione dell’80%

del tasso di deforestazione, che il Forest Code rende- rebbe di fatto impossibile da raggiungere. Al momento la proposta di legge è passata alla Camera bassa, ma ora dovrà essere esaminata al Senato. Sono tre le commissioni che dovranno discutere il Forest Code: agricoltura, ambiente e quella costituzionale. La grande sollevazione popolare che ne è derivata ha fatto sì che non siano ancora state fissate le date di questa discussione. E la lista di chi vi si oppone è davvero impressionante. Alle numerose associazione ambientaliste si aggiungono, tra gli altri, i sindacati, il Consiglio nazionale dei vescovi, l’ordine degli avvocati, l’associazione della stampa e addirittura un forum che raccoglie gli ultimi 10 ministri dell’ambiente brasiliani.

Se la legge dovesse passare in Senato, la Presidente Dilma Roussef ha comunque la possibilità di esercitare il suo diritto di veto. In un recente sondaggio condotto da alcune associazioni am-bientaliste è risultato che il 79% dei brasiliani sarebbe a favore di questa soluzione. «Noi siamo convinti di avere ancora tutte le possibilità di cambiare radicalmente il testo – dice Carlos Ritti – nella discussione che si avrà in Senato, ma in caso contrario confidiamo che la Presidente metta il veto a tutto il provvedimento, o almeno agli articoli che sono davvero irricevibili». Tra l’altro il Forest Code potrebbe mettere a rischio anche l’arrivo del grande flusso di denaro che i progetti internazionali stanno indirizzando alla protezione delle più importanti foreste del pianeta. «Ad oggi la cooperazione inter-nazionale fatica un po’ a partire perché il sistema è ancora molto burocratico e le banche brasiliane hanno perso troppo tempo nell’approvazione dei progetti – continua Ritti -ma nel lungo periodo ci aspettiamo risultati di grande rilevanza da questi meccanismi internazionali».

È ovvio che una legge di questo tipo darebbe un segnale negativo a chi è intenzionato a supportare finanziariamente la lotta alla deforestazione in Brasile. Il Wwf Brasile spera che la pressione internazionale possa portare a un esito positivo la vicenda. L’anno prossimo il Brasile ospiterà la conferenza Rio+20 che metterà il Paese sotto i riflettori del mondo intero. La successora di Lula non vorrà arrivare all’appuntamento a mani vuote.

Clima, l’Italia maglia nera freno alla politica della Ue

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Il nostro Paese bocciato al vertice di Cancun. Solo Arabia Saudita e Ucraina hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Siamo stati un blocco nella Ue favorevole a un taglio del 30% delle emissioni.

Solo Ucraina e Arabia Saudita hanno una politica sul clima peggiore di quella italiana. Questo è quanto emerge dalla classifica tra i 57 Paesi responsabili di più del 90% delle emissioni mondiali di gas serra, presentata ieri a Cancun dalla Ong Germanwatch e da Can Europe. «The Climate Change Performance Index» è diventato ormai lo strumento con cui le Ong monitorano il comportamento dei vari Paesi, in termini di livello assoluto di emissione di gas serra, loro trend nel tempo e, appunto, le politiche climatiche nazionali ed internazionali.

L’Italia non ha mai saputo esprimere leader capaci di mettere il clima al centro dell’agenda di governo come avviene, ad esempio, in Gran Bretagna, Francia e Germania.

La bocciatura della politica climatica del Governo Berlusconi va però oltre l’apatia che caratterizza storicamente su questo tema il nostro Paese. L’indice di Germanwatch sembra denunciare l’assenza di un efficace disegno politico sia a livello interno che per quanto ha saputo dimostrare sui tavoli internazionali.

Secondo Jan Burck, coordinatore della stesura del rapporto, «le mozioni presentate in Senato dalla attuale maggioranza hanno dimostrato posizioni retrograde, più vicine a quelle del negazionismo o dello scetticismo sul cambiamento climatico che a quelle di un Paese intenzionato ad affrontare seriamente un tema complesso come il cambiamento climatico».

La bocciatura maggiore rispetto al passato avviene però, sempre secondo Burck, sul piano internazionale, dove l’Italia ha saputo caratterizzarsi per le posizioni di blocco in ambito Ue rispetto alla volontà di estendere al 30% gli obiettivi europei per il 2020 di riduzione delle emissioni di gas serra. È proprio la lontananza del nostro Paese rispetto a quanto sta avvenendo nel resto della Ue che salta maggiormente all’occhio sfogliando il documento di Germanwatch. Nella classifica generale dell’Indice tra i primi sette Paesi, ben sei appartengono alla Ue, con Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Francia rispettivamente all’inseguimento della posizione di testa del Brasile, premiato per l’efficace azione interna di lotta alla deforestazione e il grande lavoro a livello internazionale in preparazione del Summit «Rio più 20» del 2012.

LA CLASSIFICA

Rispetto alle sole politiche climatiche deludono invece gli Stati Uniti, con la 50esima posizione. Dopo l’avvicendamento Bush-Obama, il mondo intero aveva sperato in un sostanziale cambio di direzione, chiedendo al neo presidente americano di assumersi un ruolo di leader per la lotta al cambiamento climatico del pianeta. Le difficoltà interne per l’approvazione della riforma del sistema sanitario federale hanno però portato a sacrificare la votazione del testo di legge sul clima e l’assenza di ambiziosi impegni di riduzione delle emissioni, ha indebolito la sua posizione allo scorso vertice di Copenhagen. Terzo posto invece in questa sezione per la Cina che, pur rimanendo un Paese pieno di contraddizioni, presenta comunque degli importanti obiettivi nazionali di riduzione dell’intensità energetica e un interessante sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Qualche nota positiva per l’Italia viene invece dal fronte dei valori di emissione. La riduzione registrata nell’ultimo anno è però in sostanza riconducibile alla crisi economica che porta ad un minor consumo energetico complessivo e quindi a minori emissioni di CO2.

In mancanza di una seria politica sul clima trasversale su produzione di energia, mobilità, risparmio energetico e in termini più ampi del mondo del lavoro a favore di un economia a basso contenuto di carbonio è inevitabile che le emissioni di gas serra saranno destinate ad aumentare insieme con l’auspicata ripresa economica. E questo potrebbe cacciarci agli ultimi posti mondiali anche dei livelli e dei trend di emissione nei prossimi rapporti di Germanwatch.

Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

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“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.

Dal caos una spinta all’intesa

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Incontri annullati, procedure saltate, scalette stravolte e documenti teoricamente cruciali per il negoziato di cui non è certa ne- anche l’esistenza.

L’unica cosa che non è mancata in questi ultimi giorni a Copenhagen è la confusione.

Ma spesso, nei negoziati, la crisi o il rischio di collasso è essenziale per il successo, perché obbligano ad affrontare i nodi irrisolti e spingono al compromesso.

Una delle principali criticità emersa è la ormai superata rappresentatività del G77, che raccoglie Paesi in via di sviluppo molto diversi, quali Cina ed Etiopia. Lo scontro interno è latente da anni, ma ora sono aumentate le richieste di un maggiore impegno verso le economie emergenti. La proposta della Ue di dedicare il proprio finanziamento per il 2010-2012 ai Paesi più poveri diventa così un grimaldello che favorisce la rottura del fronte del G77. Del resto l’unione africana ha manifestato la priorità di avere un aiuto finanziario immediato per combattere il cambiamento climatico. I Paesi ricchi di foreste, come Brasile, Indonesia e Papua, cercano invece nell’accordo la creazione di un meccanismo, il Redd, che garantisca un flusso economico a chi combatte la deforestazione. La Ue chiede agli altri grandi di fare uno sforzo «comparabile» per elevare il proprio obiettivo di riduzione dal 20 al 30%. Per gli Usa ciò non può significare una magiore riduzione delle emissioni rispetto a quanto promesso, se non minima, , perché non si può chiedere a Obama di fare un miracolo dopo l’immobilismo di Bush. La comparabilità potrebbe così essere monetizzata in un maggiore aiuto economico per i Paesi poveri. Per contro gli Usa potrebbero chiedere di vedere espressi gli obiettivi di riduzione anche rispetto al 2005. Per la Cina invece potrebbe significare l’adozione di impegni vincolanti rispetto ai trend di emissione futuri, che il gigante asiatico potrebbe contrattare in cambio del trasferimento di tecnologia. Le richieste sul tavolo sembrano essere chiare. Resta da vedere se 24 ore saranno sufficienti a costruire il compromesso.