La notte della “plenaria”

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VARSAVIA – Stanno procedendo senza sosta i lavori della COP 19 a Varsavia e non è possibile ancora ipotizzare se la conclusione dei lavori potrà giungere entro la nottata o proseguirà addirittura fino alla giornata di domenica.

Nel frattempo la riunione plenaria sta affrontando i temi procedurali e le decisioni già condivise, per probabilmente interrompersi al momento in cui andranno in discussione i temi più spinosi, destinati a essere affrontati in ulteriori incontri ad hoc tra i ministri.

Si conferma il grande passo avanti sul fronte delle foreste, dove il meccanismo di lotta alla deforestazione, il REDD+, sembra essere il vero successo della COP19. Dopo molti anni di discussione vedono, infatti, il traguardo le modalità tecniche per la gestione degli assorbimenti di CO2 delle foreste e, soprattutto, gli aspetti istituzionali di gestione del meccanismo. È stato concordato di creare una rappresentanza di tutti i paesi che compongono l’UNFCCC. Nel 2017 si potrà poi decidere se trasformare il tutto in un vero e proprio organismo indipendente. Il pacchetto trova la piena soddisfazione della Coalition for Rainforest Nations, con delle richieste minori sul fronte finanziario da discutere in futuro. Per molti paesi in via di sviluppo questo è un’importante passo avanti, anche per cercare di regimentare i flussi finanziari che già oggi fluiscono attraverso altri organismi. L’UN REDD, agenzia dell’ONU, e il FCPF, della banca mondiale, gestiscono infatti già dei fondi di lotta alla deforestazione. A loro volta fanno parte della REDD+ Partnership la cui efficacia è messa talvolta in discussione, come nel caso dei 990.000 dollari stanziati per la creazione del database volontario del REDD+.

La decisione di Varsavia dovrebbe essere molto importante anche per riequilibrare il flusso di fondi tra i vari paesi, oggi indirizzati principalmente a favore del Brasile e pochi altri. Potrebbe essere questo il primo passo della diplomazia Ue e degli USA per cercare di rompere il fronte tra i paesi in via di sviluppo e il blocco dei BASIC.

Le richieste dei paesi in via di sviluppo sono state largamente accettate anche sul fronte finanziario, dove si è vista la disponibilità sia sul fronte del finanziamento di lungo periodo che su quello del GCF, Green Climate Fund. La bozza finale del documento, che al momento gode di ampio consenso, permette una maggiore trasparenza dei meccanismi complessivi di funzionamento, oltre a prevedere delle verifiche biennali sull’efficacia di quanto stabilito. La grande novità, che raccoglie anche in questo caso le richieste dei paesi in via di sviluppo, è di accettare che la quantificazione degli impegni finanziari possa avvenire non più su base volontaria ma sulla base di una ripartizione ben definita degli impegni per i singoli paesi.

Ma l’azione di avvicinamento più importante in questa direzione è la decisione, presente nella bozza finale del documento sul Loss and Damage, di accettare la richiesta dei paesi più poveri di creare un apposito organismo per la gestione di questa tematica, creando quella che il capo delegazione USA Todd Stern ha definito la terza gamba dellUNFCCC, insieme con la mitigazione e l’adattamento. Stern aveva comunicato solo questa mattina di essere fermamente contrario alla creazione del nuovo organismo, posizione condivisa con altrettanta forza dalla Ue. Aver ceduto su questo fronte, così importante per i paesi più poveri e le piccole isole, è un chiaro segnale di attenzione per cercare il loro supporto per il tema più importante in discussione, quello degli impegni futuri di riduzione delle emissioni.

Per i paesi sviluppati aver ceduto su tutti questi fronti ha senso solo se utili a far uscire allo scoperto i paesi BASIC, in particolare la Cina, per far si che si assumano degli impegni formali di riduzione già nell’accordo di Parigi. Sempre Stern questa mattina aveva segnato due punti importanti su questo tema. Il primo era la proposta di un percorso a due fasi, in cui raccogliere gli impegni di tutti, seguito da una revisione e la fase di finalizzazione degli impegni di tutti i paesi. Ciò presuppone che la prima fase possa avere luogo tra l’autunno del 2014, magari nel Summit sul clima organizzato da Ban Ki-moon a New York per il 23 settembre, o nella primavera del 2015. Ma il messaggio più importante lanciato da Stern è la disponibilità di intrecciare una serie molto fitta di incontri bilaterali con la Cina su questo tema, probabilmente nella consapevolezza che solo trovando un accordo tra quei due paesi è possibile sperare di arrivare al nuovo patto per il clima a Parigi.

In questo momento la discussione in plenaria si sta svolgendo in un clima molto positivo e collaborativo, aumentando in questo modo la responsabilità e la pressione sulla Cina, quando la plenaria sarà sospesa per discutere gli impegni di riduzione futura delle emissioni.

La conferenza sembra quindi avviarsi verso una positiva chiusura ma la notte, o le notti, possono essere ancora molto lunghe e il negoziato potrebbe saltare in ogni momento. Quasi sette miliardi di dita incrociate sperano che ciò non accada.

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EU praised for its effort to save Kyoto

Planetnext“I have to congratulate the EU for the leadership shown here.” It is rare to hear such praise during speeches in the High Level segment of a COP. But the words uttered yesterday by Mohamed Aslam, the Maldives’ Minister of Housing and Environment, are something more than a simple recognition of the effort made by the EU for a II commitment period of the Kyoto Protocol (KP). For all developing countries it is fundamental to save the only legally binding climate instrument, the KP, in order to preserve the hope for a further international deal against climate change. But for Small Island States the EU represents the only real life-vest for their future, considering that water levels in the oceans are already increasing by circa 1 cm every 3 years.

For several years the EU has been showing a strong commitment in the fight against climate change, but now in Durban it has the opportunity to strongly lead the process. And it appears unwilling to accept a secondary role, as had happened in Copenhagen where the main decisions were thrashed out mostly by the US and the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China).
As Connie Hedegard, the EU Commissioner for climate change, underlined in last Monday’s press conference, the EU has been working for the past 14 years within the framework of the KP. “All our legislation is based on the KP principle and you cannot find another country in the world where this happens.” There is thus no desire to go backwards, as many measures are in place and fully operational. The EU CO2 market connected with the Emission Trading Scheme (ETS) will probably continue to be implemented in the future regardless of what the Durban Conference will decide for the KP, because it is something already fully integrated in the European market.
Theoretically the EU could adhere to the II commitment of KP without any further political and technical measures, simply by introducing the -20% target by 2020, which has been enshrined in European legislation since 2008. This strengthens significantly the EU position in the negotiations. For this reason a new “Durban Road Map” appears more likely every day and this time the new three-year negotiation process needs to have all major emitters onboard, including the USA and China.
It is possible that China’s new willingness to discuss changes in its approach is the result of internal shifts within the G77 + China group, faced with the need to address new scenarios for the future. Already in 2007, during the Barcelona climate talks, the African countries started to speak with a single voice in order to better defend the interests of a continent strongly affected by climate change and with an economy lightyears behind that of China. Later in Copenhagen and Cancun it was the turn of the Less Developed Countries to ask for more financial assistance than the rest of the emerging economies. Now in Durban the insistent request for change comes from the small oceanic islands.
Tuvalu’s Minister of Foreign Affairs, Trade, Tourism, Environment and Labour, Apisai Ielemia, remarked during his High Level speech that his islands are suffering not only for the rising sea levels, but also by the worst drought in memory. “We have to act now. Not in 2015 and definitely not in 2020. We have no time to wait!” But Ielemia spent a good part of his three minutes of time, normally dedicated to sound the alarm for the climate change affecting his islands, to ask for the participation of Taiwan in the UNFCCC.
This has to be interpreted as a clear message to China to begin acting as a major contributor to the reduction of the global CO2 emissions. Minister Mohamed Aslam was more blunt: “Not all developing countries are in the same basket. We are different in terms of emissions and we need to differentiate our commitments.
A possible signal of inside movement in the BASIC group comes from Tuesday’s press conference, where the Head of the Chinese Delegation, Minister Xie Zhenhua, decided to open his remarks by denying rumours of internal division within the BASIC countries.
Once more, Durban confirms that the real problem is, as always, that climate change progresses at a much faster pace than political decisions.
For Mohamed Aslam, “to postpone action until after 2020 is not acceptable for us” and probably for this reason he decided to thank the EU more than the G77 + China.

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