Il punto – Un accordo piccolo piccolo

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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.

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