Via gli incentivi al “fossile” I partiti italiani concordano

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Stampa ONGVARSAVIA – In attesa di conoscere l’esito finale della COP19 è già possibile trarre una prima conclusione da Varsavia. L’energia ha assunto il ruolo della protagonista del negoziato. Non solo in termini postivi per la centralità che merita il tema, ma anche per il rischio che il settore finisca per esercitare un’azione di lobby troppo forte sul processo dell’UNFCCC.

“Perché alle conferenze dell’OMS è vietata la pubblicità delle sigarette e alle COP sul clima è permessa la sponsorizzazione delle fonti fossili”, chiede la giornalista di Democracy Now a Ban Ki-moon, il quale giustifica la scelta con la necessità di avere un processo inclusivo di tutti nel processo. Anche la capo delegazione polacca, Beata Jaczewska, interpreta come elemento democratico la grande presenza dell’industria del carbone alla COP19, contestata dalle ONG.

Il problema è che, come ricorda Dirk Notz del Max Planck Institute, “per riuscire a restare al di sotto dei 2 °C di aumento di temperatura è necessario che l’80% dei combustibili fossili ancora disponibili rimanga sotto terra”. Ne è cosciente Connie Hedegaard che manifesta la volontà di spostare gli incentivi dalle fonti fossili alle rinnovabili, oggi ancora in rapporto di 6 a 1 a favore delle prime.

Per capire meglio la posizione italiana sull’argomento, abbiamo chiesto il punto di vista di due Deputati e un Senatore, componenti delle rispettive Commissioni Ambiente, presenti a Varsavia.

On. Mariastella Bianchi, Pd, è giunto il momento di attuare questo spostamento di incentivi?

Dobbiamo fare un’operazione di trasparenza verso le fonti fossili. In Italia abbiamo il doppio della potenza installata rispetto al fabbisogno, e ciò comporta un aumento del costo dell’energia. Oggi paghiamo di più l’energia di notte per compensare i costi delle centrali ferme, mentre paghiamo di meno il costo dell’energia di giorno grazie alle fonti rinnovabili. È sfatiamo questo mito che l’energia in Italia costa il 30% in più a causa delle rinnovabili. Vi era lo stesso maggior costo rispetto all’Europa anche prima che partissero le rinnovabili in Italia.

Ma il suo partito vuole promuovere lo spostamento degli incentivi a favore delle rinnovabili?

Si, c’è bisogno di ribilanciare gli incentivi, oggi a favore delle fonti fossili. Ovviamente la cosa va fatta in modo pianificato, per non creare effetti negativi al sistema economico.

Il Movimento 5 Stelle, On. Massimo De Rosa, condivide l’idea di incentivare maggiormente le rinnovabili?

Noi siamo in favore allo spostamento di tutti gli incentivi a favore delle rinnovabili. Basta che ciò non sia realizzato attraverso un sistema di incentivi a pioggia. Ad esempio, non crediamo la scelta giusta sia realizzare dei grandi impianti a biomassa. Si tratta di interventi che, una volta venuta meno la spinta degli incentivi, sono destinati alla chiusura. Tra l’altro, pensiamo che gli impianti di piccola taglia dovrebbero avere un raggio limitato di approvvigionamento delle materie prime, al fine di garantire la sostenibilità della produzione energetica. Dobbiamo però sottolineare che nel governo non vi è una posizione comune. Insieme alle spinte positive a favore dello spostamento degli incentivi, vi sono quelle che la pensano in modo completamente diverso.

È d’accordo, Sen. Gianpiero Dalla Zuanna, Scelta Civica?

Si, all’interno del governo c’è chi ha posizioni più attente a questi temi e chi le ha più focalizzate su aspetti legati alla produzione. Da parte nostra c’è la volontà politica per spostare gli incentivi dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Ovviamente bisogna fare attenzione a come ciò verrà attuato, perché la cosa non è banale da realizzare. Non possiamo dall’oggi al domani togliere gli incentivi ai camionisti, senza pensare che ciò potrà avere delle ripercussioni sull’intero settore.

Sembra che siate tutti d’accordo, Mariastella Bianchi, dobbiamo sperare in una rapida evoluzione su questo tema?

La realtà è che tutti i partiti sono caratterizzati da una maggiore o minore consapevolezza e accettazione su problematiche così complesse e articolate. Purtroppo su questo tema non dovrebbero esserci dubbi e sul fronte degli incentivi alle rinnovabili la visione corretta è quella espressa dai membri delle Commissioni Ambiente.

 

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Stretta finale, sale la tensione

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unita mondoVARSAVIA – Si entra nella fase finale delle decisioni. C’è da aspettarsi che oggi e domani numerosi ministri passeranno la notte in bianco con i propri tecnici, unendosi a quanti l’hanno già fatto nei giorni scorsi.

E la tensione si sente nell’aria. Dopo l’abbandono del tavolo Loss and Damage da parte del G77+ China di mercoledì mattina, adesso è la volta delle ONG. Hanno deciso oggi di abbandonare lo stadio nazionale, sede della COP19, per protestare contro gli scarsi progressi del negoziato. Il capo delegazione filippino Yeb Sano, in sciopero della fame dall’inizio del negoziato per le vittime del tifone Hayian se la prende con alcuni paesi sviluppati. “Nelle ultime due settimane siamo stati presi in giro dalle azioni di alcuni paesi sviluppati che hanno ridotto i loro obiettivi di emissione e continuato a bloccare i progressi su finanza e Loss and damage. La politica”, continua Sano, “sembra andare in direzione opposta di dove dovrebbe”.

La Ue ce l’ha invece con la Cina, paese più emerso che emergente e destinato in qualche anno a diventare la prima economia mondiale, oltre ad essere già da tempo il primo emettitore di CO2. Le ONG chiedono che esca allo scoperto, dichiarando i propri impegni di riduzione delle emissioni. L’Ue chiede che tutti i Paesi presentino tali impegni già nel 2014, in modo di avere poi il tempo di poterli revisionare nel 2015, prima dell’atteso accordo di Parigi. Nessuno lo dichiara in modo ufficiale, ma probabilmente la scadenza vorrebbe essere fissata per il 23 settembre, al Summit del clima che Ban Ki-moon ha organizzato contestualmente con l’Assemblea generale dell’ONU.

Le ONG spingono sull’acceleratore, terrorizzate dallo scorrere del tempo. “Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di Copenaghen, quando le carte sono state scoperte gli ultimi due giorni e”, sottolinea Liz Gallagher di E3G, “dobbiamo prendere lezione dal passato”.

Ma gli asiatici non ci sentono. La distanza sembra incolmabile. Ci prova il Ministro Orlando a fare da ponte di collegamento tra due posizioni che sembrano inconciliabili, provando a costruire un percorso di avvicinamento. Al momento non è ancora chiaro quanto il tentativo abbia avuto successo, ma nella notte le posizioni dovrebbero venire allo scoperto.

Sugli altri temi è tutto una miscela di progressi e timori, con singoli paesi che si distinguono per significativi passi avanti e altri che bloccano il negoziato. L’atmosfera di attesa per il confronto finale è anche l’occasione per dare uno sguardo ai nuovi temi destinati ad acquistare centralità nei negoziati futuri. Ad esempio l’N2O o “gas cenerentola”, come l’ha definito Nick Nuttall, direttore della comunicazione dell’UNEP. La sua potente azione come gas a effetto serra, circa 300 volte maggiore della CO2 a parità di peso, è nota da tempo. Il gas è riuscito però a evitare fino a questo momento le luci della ribalta dei negoziati, centrate sul principale responsabile del cambiamento climatico, la CO2.

L’N2O incide attualmente per il solo 6% del riscaldamento del pianeta, ma i suoi livelli di emissione potrebbero raddoppiare entro il 2050. È anche un gas distruttivo dello strato di ozono, tanto da diventare il principale responsabile della sua riduzione, dopo lo stop alle emissione di alcuni gas alogenati banditi dal Protocollo di Montreal. L’UNEP ha prodotto un apposito rapporto per indicare le linee direttrici per l’abbattimento del gas, collegato principalmente con le attività agricole e in particolar modo alla produzione della carne.

L’UNEP è coinvolto anche nel Climate and Clean Air Coalition, insieme di paesi, organizzazioni e ONG finalizzata a promuovere la riduzione dei gas a effetto serra a vita ridotta, come il black carbon e il metano. L’interesse su questi gas è molto grande anche per la loro azione sulla salute dell’uomo, tanto che l’OMS è parte della coalizione. Da segnalare, infine, una serie di presentazioni della NASA di materiale didattico semplicemente eccezionale. Si tratta di dati satellitari ritornati in modo interattivo, relativi al cambiamento climatico e ad altri importanti inquinanti del pianeta che possono essere scaricati in modo gratuito. Una sorta d’indimenticabile viaggio attorno alla terra che dovrebbe essere compiuto da tutti i cittadini, negoziatori inclusi. I siti della Nasa sono http://science.nasa.gov/hyperwall e svs.gsfc.nasa.gov

Emissioni, verso un nuovo criterio di “responsabilità storica”?

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VARSAVIA – “A Doha ci avevano promesso che questa sarebbe stata la COP della finanza, ma non abbiamo visto ancora niente”. Per Alix Mazouine, della ONG Climate Action, “al momento l’incontro di Varsavia “è come una torta al cioccolato, senza cioccolato”.

Tesi in qualche modo supportata anche da Helà Cheikhrouhou, fresca di nomina come Direttore esecutivo del Green Climate Fund. “Nei prossimi 6-12 mesi il GCF sarà pienamente operativo e ci aspettiamo che sia alimentato da risorse pubbliche e private”.

“Il GCF è il primo organismo di supporto finanziario con presenza equivalente di paesi sviluppati e in via di sviluppo”, sottolinea Manfred Konukiewitz, uno dei due Co-chair del board di GCF. “Abbiamo sempre operato per consenso, dimostrando rapidità di azione. Dovrebbe essere un esempio positivo dell’operatività dell’UNFCCC. Ci aspettiamo che i ministri apprezzino il lavoro fatto”.

In materia di finanza ci pensa la sempre combattiva Connie Hedegaard, Commissario Ue per il clima, a dimostrare che la Ue fa sul serio. “Ho il piacere di comunicare che pochi minuti fa a Strasburgo è stato adottato il budget Ue per i prossimi sette anni. Il 20% del suo ammontare, in modo trasversale nei vari settori quali il trasporto, l’agricoltura e l’innovazione, ha connessioni con il tema climatico. Valore che fino al 2020 potrà arrivare a 180 miliardi di euro. Abbiamo deciso di adottare la stessa quota percentuale nella ripartizione dei fondi di sostegno ai paesi in via di sviluppo. Ciò si traduce in 1,7 miliardi di euro per il 2014 e il 2015 di aiuti sul cambiamento climatico ai paesi in via di sviluppo”.

Sarà felice della notizia Ban Ki-moon, che sta chiedendo con forza a tutti i paesi di aumentare l’impegno finanziario e di taglio delle emissioni di CO2. Per il 23 settembre 2014 ha organizzato a New York un Summit sul clima e c’è la sensazione che stia lavorando per utilizzare quella data come scadenza ultima per la raccolta delle proposte nazionali.

Intanto a Varsavia è battaglia aperta su come arrivare alla definizione degli impegni di riduzione dei vari paesi. Il Brasile ha portato in discussione il tema nel SBSTA, l’organismo tecnico scientifico dell’UNFCCC. La posizione dei sudamericani è che debba essere definita una metodologia ufficiale, basata sulle responsabilità storiche delle emissioni, coinvolgendo il gruppo degli scienziati dell’IPCC. Posizione contrastata con forza dalla Ue. Abbiamo chiesto di chiarire la posizione europea al negoziatore della Commissione europea sulle Politiche sul Clima, Jurgen Lefevere.

«Ci sono due aspetti da tenere in considerazione rispetto alla proposta del Brasile – spiega Lefevere – uno procedurale e uno di natura sostanziale. In termini procedurali loro hanno proposto un percorso separato per discutere delle responsabilità storiche all’interno del SBSTA. Ciò implica il coinvolgimento in questo processo l’IPCC. I risultati dovrebbero poi tornare al SBSTA e infine nel percorso negoziale ordinario.

Una prospettiva che non piace alla Ue?

Dobbiamo due problemi fondamentali su questo approccio. Innanzitutto attraverso il singolo indicatore la discussione per il nuovo accordo viene spostata al di fuori del percorso negoziale. Inoltre, i tempi tecnici collegati alla proposta brasiliana, non consentono di poter arrivare ad un accordo nel 2015.

Quindi è un tentativo del Brasile di spostare l’accordo oltre il 2015?

Penso che lei e molti altri possano interpretare questo percorso come un modo per dire: “abbiamo iniziato questo lavoro tecnico, non è ancora stato ultimato per cui dobbiamo aspettare prima di finalizzare il nuovo accordo. La nostra maggiore preoccupazione è che la definizione delle responsabilità storiche è un tema di natura politico e siamo preoccupati a trasferirlo a un contesto tecnico.

Quali sono invece le ragioni di sostanza?

La Ue vuole avere la discussione sugli indicatori, ma questa non può essere incentrata su un singolo indicatore. Inoltre, non si può guardare solo al passato. È un dato di fatto che la UE è attualmente responsabile solo dell’11% delle emissioni globali. I paesi in via di sviluppo emettono globalmente il 56% delle emissioni globali e la loro quota continua a crescere. Non c’è quindi modo di affrontare oggi il problema del futuro, guardando solo al passato. Abbiamo bisogno di vedere i livelli di emissione attuali, le proiezioni di come varieranno nel tempo, dove vi sono le opportunità di riduzione delle emissioni, dove costa meno ed è più efficace intervenire. C’è un insieme molto più ampio di indicatori che siamo interessati a discutere e che riteniamo debbano essere considerati nel contesto del negoziato per il nuovo accordo.

Quali sono i criteri che la UE propone di tenere in considerazione?

Siamo aperti alla discussione che riteniamo debba svolgersi nell’ADP, la sede dell’UNFCCC dedicata al nuovo accordo. Non vogliamo spendere il prossimo anno a identificare i 5-6 criteri, discutendo i loro minimi dettagli. Riteniamo importante aprire un confronto su quali siano i criteri che i vari paesi ritengono cruciali per il nuovo accordo. Questo esercizio aiuta molto a capire in che modo i singoli stati stanno lavorando e valutano le proprie ambizioni rispetto a quelle degli altri paesi. Quando saranno sul tavolo potremmo, inoltre, valutare gli elementi comuni che li caratterizzano. Non è nostro obiettivo arrivare a identificare una lista di 5, 10 o 20 criteri dettagliati, ma penso che sia utile creare una lista di elementi di comprensione di cosa questi criteri rappresentino e dei bisogni dei diversi paesi. Dobbiamo spiegare al resto del mondo perché riteniamo che i nostri impegni di riduzione siano equi e non solo sulla base dei nostri criteri, ma anche di quelli messi sul tavolo da altri.

Ma ne esistono alcuni più importanti per la Ue?

Non abbiamo una proposta della Ue su specifici criteri. Ne avevamo proposti 4 o 5 prima della Conferenza di Copenaghen, quali il PIL pro-capita e il tasso di crescita della popolazione, ma in questa fase non abbiamo proposto alcuna lista specifica di criteri.

Siete quindi aperti alle proposte che vengono da altri Paesi.

Si. È importante sottolineare che non intendiamo lanciare un processo di definizione di specifici criteri, ma vogliamo favorire la comprensione di quali siano quelli che stanno a cuore ai vari paesi. Una sorta di esercizio per spingere i paesi a dimostrare cosa vogliono o cosa sono disposti ad offrire. Come faccio a comparare le mie ambizioni di riduzione con quelle di altri paesi? Perché penso che la mia offerta debba essere considerata equa? Qualcuno potrà dire che sono le emissioni storiche, altri le capacità di riduzione, oppure il livello di ricchezza. Ci sono paesi che hanno livelli di inefficienza energetica molto alti, e per contro opportunità di riduzione delle emissioni elevatissimi, con tempo di ritorno dei relativi investimenti di appena 2-3 anni.

Intende quindi promuovere più il processo che l’adozione di uno particolare approccio.

Vogliamo indicare la direzione più che lo specifico indicatore. Bisogna guardare avanti, non solo indietro, dobbiamo guardare alle responsabilità e alle capacità.

In risposta alle richieste della Ue, l’Ambasciatore brasiliano José Marcondes de Carvalho torna a difendere la proposta del suo paese in termini di equità. Più netto il negoziatore incaricato Raphael Azeredo. “Le emissioni del passato sono un fatto, mentre quelle future non possono essere contabilizzate”. Lo possono essere però quelle presenti ed è spontaneo chiedere se il Brasile è disposto a considerare anche queste, oltre a quelle storiche. La risposta affermativa a denti stretti lascia immaginare la possibile disponibilità dei brasiliani ad aprire su questo punto. Comunque un possibile secondo criterio da mettere sul tavolo

Rapporto ONU, senza dubbi “Il pianeta si sta scaldando”

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Montagne nevePresentati oggi i dati a Stoccolma sul cambiamento del clima. Dal quinto rapporto emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”.

 

La scienza suona le campane e chiama a raccolta la politica, per presentarle lo stato del clima del pianeta. “Gli occhi del mondo sono rivolti a Stoccolma”, sottolinea Ban Ki-moon, “per conoscere il rapporto sulla più grande sfida mondiale”. È il Summary for policy makers dell’IPCC, documento di sintesi considerato da Michel Jarraud, guida dell’Organizzazione meteorologica mondiale WMO, “cruciale per la negoziazione sul cambiamento climatico”.

“Il milione di parole e circa 1.200 grafici che costituiscono il rapporto completo sulle scienze fisiche”, sottolinea Thomas Stocker co-chair del gruppo che ha prodotto il documento, “sono ridotte all’essenzialità di 10 grafici e circa 13.000 parole”.

I rapporti del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico, che non conduce studi in proprio, sono basati su quanto pubblicato dalle riviste scientifiche di tutto il mondo. Rayendra Pachauri, chair dell’IPCC, evidenzia che i 2/3 delle 9.200 pubblicazioni prese in considerazione sono state pubblicate dopo il 2007, data del IV rapporto IPCC (AR4).

Quel documento è noto per aver indicato in modo “inequivocabile” che il pianeta si stava scaldando. Ora con il quinto rapporto (AR5) emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”. La probabilità di tale relazione è aumentata nel tempo, passando dal 66% (2001), al 90% (2007) e arrivando ora oltre la soglia del 95%.

Ciò grazie all’affinamento della conoscenza scientifica, che nell’AR5 ha fatto passi da gigante in termini di affinamento dei modelli e di disponibilità di dati. Impressionante il quadro descritto nel documento. Da metà del secolo scorso i livelli dei mari sono cresciuti a un tasso maggiore di quello degli ultimi due millenni, registrando 19 cm in più dall’inizio del ‘900. Le ultime tre decadi si sono succedute con record continui di temperatura da quando esistono i termometri.

Gli oceani, che arrivano ad assorbire oltre il 90% dell’energia accumulata nel sistema, hanno visto aumentare, dal 1971 al 2010, la propria temperatura negli strati più superficiali di 0,11 °C per decennio. Anche se in modo minore, la temperatura è aumentata anche negli strati più profondi. I ghiacci continentali, dell’Artico e della Groenlandia attraversano una fase di continua riduzione della loro estensione e il tasso è aumentato ulteriormente nel primo decennio del 2000.

Su questo argomento, è inevitabile la domanda sull’incremento di estensione dei ghiacci artici registrato quest’anno, rispetto al 2012. Stocker ha ipotizzato possibili legami con alcune cause di variabilità naturale, quali la forte attività vulcanica degli ultimi 5 anni, o il possibile incremento di assorbimento di energia da parte degli oceani. Ha però evitato di dare eccessivo peso alla cosa perché la variabilità annuale non ha alcun significato per la scienza del clima, dove l’unità di misura minima è il decennio. Importanti modifiche dell’AR5, rispetto all’AR4, anche sul fronte dei modelli previsionali. Gli scenari di emissione non sono più costruiti sulla base di possibili modelli di sviluppo, quindi dei valori di emissione, ma sulla concentrazione di gas serra in atmosfera. Si evita così di avere dei fattori, come il grado di assorbimento della CO2 da parte degli oceani, che complicano i modelli previsionali.

Altra novità è che lo scenario peggiore, in cui l’inattività umana potrebbe portare alla fine del secolo a un aumento del livello degli oceani di oltre 60 cm e di circa 4 °C della temperatura, è stato affiancato da due di stabilizzazione e uno di riduzione delle emissioni. Quest’ultimo potrebbe contenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia di 1,5 °C e del livello degli oceani a circa 40 cm. Ciò è possibile contenendo la concentrazione della CO2 sotto i 421 ppm, sfida molto impegnativa, visto che siamo ormai prossimi ai 400 ppm.

Il documento dell’IPCC, passa ora nelle mani dei politici che si incontreranno a Varsavia nel prossimo incontro dell’UNFCCC di metà novembre. Difficile prevedere quanto ne terranno in considerazione, ma difficilmente potranno ignorare il numero 421.

Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

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The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.

ONU, “Caschi verdi” per conflitti dovuti a mancanza risorse naturali?

Planetnext

PN bambina indiaSiccità, alluvioni, guerre per il controllo delle risorse idriche, carestie e insicurezza. Con queste poche parole si possono riassumere gli ultimi mesi della vita del nostro Pianeta.

In Kenya orientale cresce la tensione tra la popolazione che si è vista negare gli aiuti indirizzati ai vicini somali, sebbene entrambi condividano e stiano subendo una delle peggiori siccità a memoria d’uomo.

Nel giugno scorso, secondo quanto riportato da Al-jazeera, l’esercito israeliano ha distrutto alcuni serbatoi necessari alla raccolta dell’acqua nel villaggio palestinese di Amniyr. Stessa sorte per altri pozzi e infrastrutture nei villaggi di Al-Nasaryah, Al-Akrabanyah e Beit Hassanin situati nella valle del Giordano, in quella che può essere definita una vera e proprio ‘guerra dell’acqua’. Una guerra che, secondo le accuse palestinesi, lascia alla popolazione 50 litri al giorno a fronte dei 280 l/g a disposizione dei coloni.

In Pakistan, le continue alluvioni che hanno afflitto il Paese sud asiatico nel 2010, hanno distrutto quasi due milioni di abitazioni. Coloro che a fatica hanno superato la continua emergenza guardano con timore e paura alla possibilità di nuove e ingenti precipitazioni.

Sempre nel 2010, ed esattamente ad agosto, la Russia, colpita da una inattesa siccità, si è vista costretta ad introdurre un embargo sull’esportazione di grano. Lo stato d’emergenza per siccità e incendi e’ stato esteso a 27 regioni agricole della Federazione, obbligando le autorità a ridurre le stime del 20 per cento rispetto ai 97 milioni di tonnellate di grano raccolto nel 2009.Una scelta che si è immediatamente ripercossa sul mercato internazionale in un vortice senza fine. A settembre del 2010 la FAO sottolineava come il prezzo del grano avesse influito a sua volta su quello dei prodotti alimentari con una crescita del 5 per cento solo nel mese precedente. Un’impennata definita come “il più grande aumento mensile dallo scorso novembre” (2009, ndr). Aumenti che secondo alcuni analisti hanno rappresentato l’effetto scatenante delle proteste in Tunisia e a catena in altri Paesi del Nord Africa e Medio Oriente.

“Il cambiamento climatico rappresenta in maniera evidente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come ha sottolineato anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, in apertura del secondo incontro del Consiglio di sicurezza dedicato a ‘Clima e sicurezza mondiale’ tenutosi il 20 luglio scorso. Il primo incontro dell’UNSC su questi temi, organizzato nel 2007 sotto la guida della Gran Bretagna, si era chiuso con un nulla di fatto. Qualche mese più tardi, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC) e l’ex vice presidente statunitense Al Gore si sarebbero visti assegnare il premio Nobel per la pace per gli sforzi da loro compiuti per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti.

Durante questo secondo incontro, Ban Ki-moon ha ricordato che “gli eventi meteorologici estremi si ripetono ormai con maggiore frequenza e intensità creando danni alle persone, alle infrastrutture e ai bilanci nazionali”. Parole che hanno anticipato le forti piogge monsoniche che nei giorni scorsi hanno sconvolto e devastato proprio la sua Corea: 400 mm di pioggia in 17 ore. Un dato spaventoso se si pensa che le precipitazioni annue in Corea del Sud variano dai 1.500 mm di Seul ai 2.000 di Busan.

Nel vicino Giappone, invece, ancora sconvolto dalla distruzione causata dallo tsunami, le autorità stanno provvedendo all’evacuazione di 400.000 persone nel nord est del Paese proprio a causa delle forti precipitazioni.

L’incontro del 20 luglio, avvenuto al riparo del palazzo di vetro di New York, è stato promosso fra gli altri dalla Germania, su spinta iniziale delle nazioni delle piccole isole oceaniche, ovvero i primi a scomparire qualora dovesse verificarsi un innalzamento del livello dei mari. Un incontro passato abbastanza in sordina e fortemente osteggiato dalla Russia.

Entro la fine del secolo il livello del mare si potrebbe alzare di un metro”, ha ribadito il Direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme), Achim Steiner. “Se guardiamo su una mappa le decine di migliaia di km che sarebbero influenzate (dall’innalzamento dei livelli dei mari, ndr), ci renderemmo conto che ciò porterebbe a ridisegnare la mappa mondiale, sia geograficamente che economicamente”, ha spiegato Steiner.

All’interno del Consiglio di sicurezza si è ventilata anche l’ipotesi di introdurre una nuova forza di intervento, quella dei ‘Caschi verdi’, da impiegare in aree di conflitto provocati dalla scarsità di risorse naturali. Al di là delle diverse opinioni in merito, resta il dubbio se un corpo composto da militari chiamati ad agire sulle conseguenze del problema sia o meno adatto, o se dovrebbe essere affiancato da personale tecnicamente qualificato in grado di operare sullo sfruttamento sostenibile delle risorse, le vere cause dei conflitti.

Un dibattito che per ora è morto sul nascere, visto che la risoluzione proposta dalla presidenza è stata bocciata alla luce dell’opposizione di alcuni Paesi. Il debole documento finale arriva quindi a riconoscere solo le possibili implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza globale.

Un risultato duramente attaccato della rappresentante statunitense, Susan Rice, secondo cui, alla richiesta d’aiuto dei Paesi che rischiano di scomparire “il Consiglio, a causa del rifiuto di pochi di assumersi le proprie responsabilità, ha risposto con il silenzio, ovvero come dire semplicemente: ‘Sfortunati’”.

Dopo Copenhagen i grandi del clima cercano un nuovo accordo a Bonn

AAA-Sole24Ore

Almeno su un punto vi è accordo completo nell’incontro dell’Unfccc, il tavolo negoziale sui cambiamenti climatici dell’Onu (United framework convention on climate change), in corso a Bonn. Ora tutti riconoscono il fallimento di Copenhagen e chiedono la ricostruzione del clima di fiducia e collaborazione venuto meno nella fase preparatoria della Conferenza dello scorso dicembre. «A Copenhagen è stata distrutta l’atmosfera di dialogo costruttivo – sostiene l’alto delegato cinese Qingtai Yu – ora è necessario ritornare alle basi negoziali precedenti».

Sorprende che una simile dichiarazione giunga proprio dalla Cina, visto che è considerata, assieme agli Usa, la principale responsabile dello svuotamento di contenuti dell’accordo di Copenhagen. Davanti alla richiesta di assunzione di responsabilità Yu, senza riuscire a nascondere un certo imbarazzo, giustifica l’accordo come il male minore e necessario per evitare che dalla capitale danese si dovesse tornare a mani vuote.

Pochi sembrano credere davvero a questa spiegazione, ma il clima di riconciliazione richiede anche la disponibilità a chiudere un occhio sugli errori passati. La svolta positiva di Bonn è riconosciuta anche dal capo delegazione indiano Mauskar, che riconosce come dopo due anni si sia tornati ad ascoltarsi gli uni con gli altri.

Il rappresentante delle Isole Salomon, Collin Beck, interpreta la perdita dell’approccio multilaterale come una delle principali cause del fallimento di Copenhagen, ma a volte “si ha bisogno di attraversare una fase di crisi per arrivare a capire che si era sulla strada sbagliata”.

Chiuso il capitolo danese, parte ora la costruzione del percorso in direzione di Cancun. E anche qui si registra un importante punto di accordo tra le parti. La conferma che l’ambito di negoziazione sul clima deve restare quello dell’Unfccc è particolarmente importante, visto che la Convenzione sta attraversando forse una delle più grandi crisi dalla sua creazione nel 1992. Solo lunedì il Segretario Esecutivo uscente, Yvo de Boer, ammetteva l’evidenza dell’incapacità politica di ottenere entro i prossimi dieci anni obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con le richieste degli scienziati.

Bisognerà vedere ora se il rinnovato clima di fiducia sarà sufficiente per riuscire a produrre un nuovo accordo sul clima. Il negoziatore brasiliano Sergio Serra non crede ciò potrà essere raggiunto entro l’incontro di Cancun del prossimo dicembre, rimandando così l’appuntamento al 2011 in Sudafrica. La pensa diversamente Islam Chowdhury, in rappresentanza del Bangladesh e del blocco di circa 50 paesi meno sviluppati, che insiste per un accordo legalmente vincolante già in Messico.

I paesi in via di sviluppo chiedono intanto di discutere dei soldi che il mondo industrializzato ha promesso loro sulla base della propria responsabilità storica sul cambiamento climatico. Si parte dai 30 miliardi di dollari che l’accordo di Copenhagen prevede siano trasferiti nel triennio 2010-2012. Poco ancora si sa, però, sulle modalità e le tempistiche di concessione di questi finanziamenti, su cui Serra non nasconde un certo scetticismo, visto che ad oggi quelli previsti per 2010 non sono ancora disponibili.

La Ue, dal canto suo, intende svelare a breve tempi e modi di questo trasferimento, anche se la situazione non è ancora chiara in tutti i paesi. Nel caso dell’Italia, ad esempio, a fronte di un impegno annuo di 200 milioni di euro, risulta esservi al momento la disponibilità della metà.

Si pone poi il problema di come spendere questi soldi, visto che i paesi sviluppati sono più orientati ad interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra, mentre quelli in via di sviluppo chiedono un aiuto maggiore sul fronte dell’adattamento, quindi della riduzione degli impatti causati dal cambiamento climatico, ed il Fondo di adattamento è oggi una scatola vuota con solo 100 milioni di dollari.

Il panorama dei finanziamenti si completa con il Redd, meccanismo rivolto alla lotta alla deforestazione, attualmente in fase di definizione. In modo ufficioso si ipotizzano cifre variabili tra i 4,5 e i 5,4 miliardi di dollari, ma su modalità di concessione e di utilizzo la discussione non sembra nemmeno avviata.

Come cercare di far fluire una quantità maggiore di fondi alla lotta del cambiamento climatico resta un tema cruciale, tanto che lo stesso Ban Ki-moon ha creato un gruppo di alto livello con il compito di investigare tutti i percorsi possibili, dal mercato del carbonio, alle tasse sulle transazioni finanziarie o sui trasporti internazionali. Il rapporto finale sarà pronto ad ottobre ed avrà sicuramente un posto di riguardo a Cancun sul tavolo di lavoro di ogni negoziatore.