Una speranza per il nuovo accordo sul clima. Sarà a Parigi l’anno prossimo

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Dopo l’intesa Usa Cina sulle emissioni una speranza c’è ma l’unica certezza è che la strada per l’accordo nella capitale francese continua a rimanere in salita, e piena di ostacoli

Il recente patto stipulato tra i Presidenti di USA e Cina sulla riduzione delle emissioni di CO2 ha ravvivato le speranze di riuscire a firmare a Parigi, nel dicembre 2015, il nuovo accordo mondiale sul clima.

Gli impegni assunti volontariamente dai due principali emettitori del pianeta non sono ancora stati confermati nei documenti ufficiali del negoziato UNFCCC, ma tanto è bastato per scatenare il dibattito tra chi evidenzia la portata storica dell’evento e chi sottolinea l’insufficienza degli impegni intrapresi per contenere l’innalzamento della temperatura sotto la fatidica soglia dei 2 °C.

L’unica certezza è che la strada per Parigi continua a rimanere in salita e piena di ostacoli.

Non a caso Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha approfittato dell’occasione per richiamare genericamente anche le altre nazioni a seguire le orme di Cina e USA, chiedendo loro di esprimere gli impegni di riduzione delle emissioni entro i primi mesi del 2015.

Ha voluto così inviare un messaggio al gran numero di paesi sviluppati che da tempo dimostrano con i fatti di non volere un nuovo patto sul clima.

Tra questi spicca il Canada. È noto che la provenienza di Stephen Harper dall’Alberta, zona che trae grandi profitti dalla produzione di petrolio dalle sabbie bituminose, è facilmente collegabile con la retromarcia che il paese ha innestato da tempo nelle politiche climatiche, culminata con la prematura uscita del paese dal Protocollo di Kyoto, a fine 2012. Difficile aspettarsi da Harper un cambio di direzione in vista di Parigi.

In Australia è invece l’industria del carbone che con l’elezione di Tony Abbott ha di fatto vinto la propria battaglia. Non a caso appena eletto Abbott ha subito dichiarato la volontà di cancellare la carbon tax e lo schema emission trading, leggi che con tanta fatica il tandem Kevin Rudd-Julia Gillard era riuscito a far approvare. Difficile che Obama possa aspettarsi un aiuto da questa sponda dell’oceano. Così come dalla vicina Nuova Zelanda in cui John Key, pur adottando un basso profilo sul tema, ha pensato bene di escludere il settore dell’agricoltura, che vale metà delle emissioni complessive del paese, dallo schema di emission trading nazionale.

È comprensibile che la tragedia di Fukushima abbia rimesso in discussione la politica  energetica giapponese, fortemente basata sul nucleare. Con l’elezione di Shinzo Abe sono stati però cancellati anche gli impegni del proprio predecessore, lasciando il Giappone in un limbo di incertezza sui possibili obiettivi di riduzione delle emissioni.

Poca chiarezza viene anche dalla Russia, paese che non ama mettere sotto i riflettori la propria posizione rispetto al cambiamento climatico. Non occorre però esser dei grandi analisti per comprendere il legame tra l’assenza di politiche di riduzione delle emissioni e un’economia basata sulla vendita di gas naturale. A questo vanno poi aggiunte le possibilità di sfruttare nuovi territori che un pianeta più caldo offre alla Russia, fino alle mira di conquista delle risorse dell’artico.

L’aiuto alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima arriverà difficilmente dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi dell’OPEC, che proprio dalla combustione del petrolio traggono la propria ricchezza.

Anche in Europa la lobby delle fonti fossili sembrano essere riuscite a muoversi attivamente per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Secondo voci raccolte dal the guardian, la Polonia, la cui politica energetica è fortemente basata sul carbone, è stata tra i paesi più attivi a limitare gli impegni Ue sulle rinnovabili discussi alla fine dello scorso ottobre.

L’accordo di Parigi sembra così essere ostacolato da uno strano blocco di paesi eterogenei, per nulla intenzionati a raccogliere la richiesta degli scienziati dell’IPCC di arrivare a un’economia libera dalle fonti fossili entro la fine del secolo.

Quanto l’accordo tra Cina e USA riuscirà realmente a modificare lo scenario esistente lo si vedrà già nelle prossime settimane quando, dall’1 al 12 dicembre, a Lima si terranno i lavori dell’UNFCCC per la preparazione della bozza di un accordo futuro che non è più rimandabile.

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REDD+, i progressi per la difesa delle foreste

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E intanto nella classifica di Germanwatch l’Italia guadagna qualche posizione tra i paesi più climaticamente virtuosi

VARSAVIA – Per avere il quadro completo dei progressi del negoziato di Varsavia bisognerà attendere fino a mercoledì prossimo. Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell’UNFCCC, ci ha tenuto a ricordare l’appuntamento ai giornalisti per infondere fiducia ad un processo che ha bisogno di tornare a credere in se stesso.

Difficile immaginare tra gli innumerevoli settori e sigle dove potrà essere fatto davvero un balzo in avanti. Segnali di moderato ottimismo sembrano iniziare a prendere forma sul REDD+, il meccanismo per la lotta alla deforestazione a lungo oggetto del contendere nelle COP precedenti. Qualche delegato esperto si sbilancia addirittura a ipotizzare che Varsavia potrebbe essere ricordata proprio per il successo in questo ambito.

La logica alla base del REDD+ è che le foreste sono un bene del pianeta, non solo del paese che le ha in dotazione, e come tale è corretto che tutti siano responsabili della sua conservazione nel tempo.

Nella plenaria con i ministri di venerdì prossimo arriverà una proposta che al momento contiene cinque certezze tecniche e due dubbi politici, ancora lontani da una possibile soluzione.

Gli aspetti su cui i tecnici sono arrivati a una condivisione includono come monitorare, documentare, verificare gli assorbimenti delle foreste, a partire dalla quantificazione di quelli relativi all’anno base di riferimento rispetto al quale confrontare le variazioni future. Un’attenzione particolare è dedicata agli aspetti ambientali e sociali, identificati come “salvaguardia” all’interno del REDD+, per evitare che si perdano di vista le enormi differenze esistenti tra una foresta tropicale e una coltivazione di palme. I due aspetti di natura politica ancora in discussione sono gli aspetti finanziari e quelli istituzionali. Sui primi la discussione non è ancora iniziata, ma la cosa non deve stupire in quanto potranno essere consolidati solo nella fase finale del possibile accordo omnicomprensivo di Parigi. Su quelli istituzionali, potrebbe invece essere fatto un importante passo avanti qui a Varsavia.

Si tratta di capire chi dovrà gestire l’intero meccanismo. Già oggi esistono una serie di flussi finanziari finalizzati a combattere la deforestazione, come quelli gestiti dal GEF della Banca mondiale, o attraverso specifici accordi bilaterali. La Coalition for Rainforest Nations chiede che venga fatta maggiore chiarezza su questo fronte. “Deve esserci un coordinamento all’interno dell’UNFCCC,” per Federica Bietta, Managing Director della CfRN, “perché questo è proprio il cuore che decide come gestire i soldi”. E ad oggi non sembra che ciò sia avvenuto equamente visto che, secondo Bietta, “Brasile ed Indonesia sono stati gli unici a trarne davvero vantaggio”. Il settore degli assorbimenti della CO2 si sta nel frattempo espandendo, interessando anche attività non propriamente forestali. Inizia a farsi largo il blue carbon, per adesso ancora su base puramente volontaria, attraverso cui viene considerata l’attività fotosintetica dei vegetali marini.

Nel frattempo, come è ormai tradizione di ogni COP, le ONG hanno presentato le pagelle alle prestazioni climatiche dei diversi paesi. The Climate Change Performance Index è realizzato in collaborazione tra Germanwatch e CAN Europe, il cordinamento regionale della principale rete internazionale di ONG. “Si tratta di un indice relativo”, ricorda Wendel Trio, direttore di CAN Europe, “che mette a confronto quanto attuato dai singoli paesi, perché in termini assoluti nessuno sta ancora facendo abbastanza per il clima”. Escludendo le prime tre posizioni, lasciate come sempre provocatoriamente vuote, la parte alta vede 11 delle 12 posizioni occupate da paesi europei, con la sola presenza aggiuntiva del Marocco.

L’Italia è ancora fuori dal gruppo di eccellenza, guidato da Danimarca, Gran Bretagna e Portogallo, ma per la prima volta esce dalla zona bassa della classifica degli “scarsi” e “molto scarsi”, per entrare nell’area di giudizio positivo “moderato”. Dal 2010, quando eravamo tra gli ultimi 10 della classifica mondiale, a oggi il recupero è stato costante. Siamo infatti passati dalla posizione 50 alla 18. Secondo Jan Burck, coordinatore del lavoro per Germanwatch, il miglioramento del quadro nazionale “è sicuramente influenzato dalla riduzione delle emissioni connesse alla crisi economica, ma vi è un’importante componente legata agli interventi attuati in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica”. Cinque i criteri di valutazione: livelli delle emissioni, loro andamento nel tempo, energia rinnovabile, efficienza e politiche sul clima. I punti critici restano i livelli di emissione e le politiche, soprattutto quelle nazionali in cui abbiamo un punteggio da retro classifica.

In compenso nella classifica generale siamo riusciti a superare la Germania, penalizzata dalle decisioni dell’ultimo governo. “Il Ministro dell’economia”, riprende Burck, “sta ostacolando le politiche climatiche europee. Ha bloccato l’incremento degli impegni di riduzione e il ritiro temporaneo di quote di emissione dell’Emission trading, il cosiddetto backloading, finalizzato a rilanciare il mercato della CO2. E poi c’è il noto intervento della Merkel per congelare il provvedimento sulla limitazione delle emissioni delle auto”. Sulla soglia dei più cattivi la Polonia, per la mancanza di volontà politica in difesa del clima e l’incapacità di un governo di ascoltare il 75% dei cittadini che chiedono un maggiore sviluppo delle rinnovabili. Ma la parte bassa della classifica è ben frequentata da molti pezzi grossi come il Giappone e ancora più in giù Russia, Australia e Canada.

L’Europa viene promossa a pieni voti dalle ONG, anche se i compagni di classe sembrano eccellere più per svogliatezza che per impegno.

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

The Carbon Footprint of Products: a powerful tool to support existing market dynamics in favour of a low carbon economy

ENEA

The international political negotiation on climate change shows that a top-down approach is not the only way to effectively fight the anthropogenic climate change: also the market can substantially contribute. The existing mechanisms (ETS, CDM and JI) and the carbon tax have been able to generate a new economic value through the carbon price but it shall be considered only the first step towards this direction. Another important economic contribution is expected by the CFP, with its capacity to create new dynamics between producers and consumers.

A fair implementation is needed to fully exploit the CFP opportunity, to carefully take into consideration risks of any possible market distortion, in order to facilitate the creation of a low carbon path, both in developed and developing countries.

A specific interest is expected by the food sector, where the CFP may play a central role to facilitate the promotion of low-distance consumption, also known as “0 km supply”

La Carbon Footprint dei Prodotti (CFP): uno strumento potente a supporto delle dinamiche di mercato a favore di un’economia a bassa emissione di carbonio

Le trattative politiche internazionali sul cambiamento climatico mostrano come l’approccio calato dall’alto non sia l’unico modo per combattere efficacemente il cambiamento climatico antropogenico: anche il mercato può contribuire in maniera sostanziale. I meccanismi esistenti (ETS, CDM e JI) e la tassa sul carbonio hanno generato un nuovo valore economico mediante l’attribuzione di un prezzo al carbonio, ma sarà solo il primo passo in questa direzione. Un altro importante contributo economico è atteso dalla CFP per la sua capacità di creare nuove dinamiche tra produttori e consumatori.

Per valorizzare appieno l’opportunità offerta dalla CFP di tener conto di tutti i rischi di qualunque eventuale distorsione del mercato, al fine di facilitare la creazione di un percorso a bassa emissione di carbonio sia nei paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, è necessario che venga applicata correttamente.

Un interesse particolare è previsto nel settore alimentare, dove la CFP può avere un ruolo chiave per facilitare la promozione del consumo dei prodotti cosiddetti “a km zero”

Daniele Pernigotti

A top-down approach is not enough

Climate change seems to be a problem of eyesight defect.

On the one side scientists may be considered “far-sighted”, as they concentrate on what it will probably happen far from now, in the next decades or, more likely, at the end of the century. That will happen when it is virtually certain that nobody among who is writing or reading this article will have the opportunity to experience the correctness of any climate model projection.

On the other side, politicians are strongly affected by myopia, considering that they generally focus their attention on what it may happen during the few years of their mandate or, in the worst case, on the results of daily polls[1].

Out of focus in between, there is the destiny of billions of people, partially responsible of global warming with their behaviour as well as affected by the consequences of the ongoing changes.

In 2009, during the preparation of COP15, the former UNFCCC Executive Director, Mr. Yvo de Boer, repeated as a mantra that the solution for the climate crisis had to be found right there in Copenhagen because “there is not a Plan B”[2]. Nonetheless, the call for a deeper commitment of the Parties did not work and the plan A failed without excuses[3].

Today, the three-year track of the Durban Platform[4] (which was agreed last year) roughly reproduces the aim of the two-year Bali Road Map (2007) and it seems very similar to the kind of Plan B mentioned by Mr. Yvo de Boer.

The hope is to achieve plan B: that would be enough to stop the most dangerous consequences of climate change by maintaining the increase in temperatures below 2° C. Observing the negotiation process of the latest years, it is easier to find difficulties rather than a substantive will to move together towards a global, ambitious, effective and comprehensive international agreement[5].

In the meanwhile, CO2 emissions are continuously registering new records, year after year (30.6 billion of tons in 2010[6], 31.6 in 2011[7]) such as its concentration in the atmosphere, today close to the symbolic threshold of 400 ppm. The discussion about the Arctic Pole is now more oriented to who has the right and how to use its more easily achievable natural resources[8], rather than if the ice surface reduction should worry the planet. In the media, the extreme weather events are nowadays becoming almost a normal and accepted condition.

In this framework, there is no doubt that an international agreement is fundamental but not enough to solve climate change[9].

The market is already moving

It is not possible to apply an effective solution to climate change without a deep and extensive involvement of people in their double role of citizens and consumers. The first kind of involvement is necessary to create the fundamental bottom-up pressure needed to foster any government towards an ambitious global deal.

Consumers are equally important to facilitate the drastic change in the market dynamics in order to realize the revolution expected in the next years.

Something has already started to change in the last decade. The Emission Trading Scheme (ETS) operating from 2005 in the EU, together with the Clean Development Mechanism (CDM) and the Joint Implementation (JI) under the UNFCCC umbrella, introduced the CO2 as a new economic value[10]. At the beginning of May, with almost unanimity, an ETS was approved also in South Korea[11]: in this way the country exceeded the tactical moment existing in Asia, where Japan and China are slowly moving forward on this topics, but avoiding to do the first step in order to control what has been done by the respective big economical competitors. The voluntary movement of China in this area is however interesting, taking into account that it is not part of the group of countries formally committed under the Kyoto Protocol (KP) with greenhouse gas (GHG) targets reduction. In fact, a pilot ETS should be implemented in six provinces of China by 2013 as well as at the national level by 2015[12]. According to Bryony Worthington and Terry Townshend,[13] the reasons why China is moving towards ETS are threefold: to maintain social cohesion through a sustainable growth; since command and control policies applied to date do not stimulate innovation nor encourage enterprises; and, finally, because after the 2011 Durban Conference, China knows that it is expected to take part in an international agreement to cut global emissions from 2020.

In Australia the situation is more complicated:[14] the attempt to introduce ETS was one of the main reasons which pushed Kevin Rudd to resign in favour of the party’s colleague Julia Gillard. She moved straight towards the ETS, despite the strong opposition of the important national lobby of the coal industry[15]. The aim is to introduce ETS after 3 or 5 years from the launch of the carbon tax[16]. The law has been approved in November 2011[17] and a new tax will be on place from July 2012 with a value of A$23 (almost €19) per ton of CO2. An ETS is already on place in New Zealand too, from July 2010[18].

The carbon tax has also been discussed for quite a long time in the EU. France renounced to its carbon tax when the project was already announced[19] because the government was worried that competitiveness might possibly sink[20]. Ireland introduced a carbon tax of 4c a litre in 2010[21]. Italy is ready to introduce a carbon tax of a not yet defined value, included between 4c and 24 c[22].

For many countries (i.e., Norway, Australia, New Zealand) the availability to commit for more ambitious targets in the UNFCCC context is subject to the availability of a market-based mechanism[23].

The Norwegian climate policy is based on the principle to put a price on emissions, through economy-wide measures. From 2013, about 80% of emissions in Norway will be covered by economic instruments (CO2 taxes or emissions trading).

The same applies to the Switzerland, which approved a legislation in December 2011, for the 2013–2020 period, setting several instruments, such as a CO2 levy on fuels used for energy and an ETS for large industries.

A new market-based mechanism has been agreed in the UNFCCC context, although modalities and procedures are yet to be elaborated and a decision is expected by the end of 2012.[24]

The existing and evolving ETS and carbon tax at the international level are confirming the prospect of a growing and extensive CO2 price, which gives extra value to the investments in energy efficiency and facilitates the introduction of low carbon technologies and solutions.

The actual development of the Carbon Footprint of Products

A further and powerful market mechanism is growing very fast with regard to products at the international level, acting on the important producer-consumer relationship.

The crucial importance of the Carbon Footprint of products (CFP) is found in the capacity to condense in a single number the GHG emissions arising from the entire life cycle of a product. Through this tool the producers may have a double set of advantages: internally, they achieve a detailed description of the amount of GHG emitted in the product life cycle, mainly linked to its energy content, besides knowing in which phases this happens. The “external” advantages are probably even more attractive, based on the possibility to use the CFP as the preferred way to communicate the product’s climate characteristics to clients.

This is exactly what consumers are increasingly looking for at the international level, with the awareness that their purchase choices have a central role in the market dynamics in order to address the transition to a low-carbon economy. The idea that, in the near future, there will be a great spread out of information about the CFP, also has a strong potential to increase the consumers’ awareness related to choices and behaviours in daily life.

In June 2012 more than 27.000 products have obtained the CFP Carbon Trust certification in 21 countries[25]. Different national schemes for CFP have been created in several countries, such as UK, Japan, Sweden, Korea and Thailand, and it is expected that several more will be developed in the next few years.

Also in Italy the situation on this topic is changing very quickly and the Minister of the Environment, Mr. Corrado Clini, is showing particular attention to the CFP as may be understood by the creation of a pilot project involving 22 different products of large use (Table 1). It is not excluded that the forthcoming months may lead to the creation of a National scheme of CFP.

All these examples of strong attention already achieved in so many countries may be explained only taking into account the combination of opportunities for producers and consumers and the consequent possibility to create new market dynamics among these actors. Nevertheless, a single international standard reference is still missing.

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An international standard by summer 2013

The first reference document on CFP has been the PAS 2050, published in 2008 by BSI, the British Standardization Institute. Technically speaking this is not a standard but a Public Available Specification. The difference between the two levels of documents is mainly related to the involvement of stakeholders in the development process and the time needed to complete and publish them. Both kinds of documents may introduce specifications and requirements and, probably for this reason, now everyone calls the PAS 2050 a CFP “standard”.

The choice to develop a PAS has been related to the awareness of an already existing market request for this kind of tool. Therefore, the “time” factor has been considered crucial for the success of the project and, as a matter of fact, the PAS 2050 has been produced only in one year. Carbon Trust – a private company created in 2001 by the UK government to foster low-carbon technologies and solutions – and DEFRA – the UK Environmental Agency – promoted the document. The revision published in 2011 has been sponsored by different actors, all part of the UK national departments: DECC (Department for Environment and Climate Change) and BIS (Department for Business, Innovation and Skills), together with DEFRA[26]. This is a clear evidence of the UK Government’s attention to the market opportunity for the CFP.

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Also in 2011 the PAS 2050 revision has been published and another CFP reference document has been issued by WRI (World Resources Institute) and WBCSD (World Business Council for Sustainable Development). The publishing of both documents has been delayed with regard to the original time schedule due to the focus that the two processes reserved to the ongoing decision on ISO 14067. The high level of attention to this standard is justified by the awareness that this will become the main standard reference, once published. However, the development path towards the ISO standard is not so easy. In the past there have been more stops to its mandatory development steps (WD, CD, DIS and FDIS), documented by the three revisions of the Working Draft and the three revisions of the Committee Draft. Nowadays, the balloting to move from DIS to FDIS failed with a 33% of negative vote against the maximum accepted threshold of 25% (Table 2)[27] forcing to a second DIS 2 stage.

A tool facilitating low-carbon economy rather than building up trade barriers

Why such an important and expected standard is finding all these difficulties in its development, being forced to repeat time after time the same development steps (WD and CD) and then failing the ballot from DIS to FDIS? Probably there exist some internal causes in ISO because this process has not always been managed in an effective way. However, the main reasons are related to the number and importance of different interests, rather than lobbies, acting around this topic. It is normal to expect that any powerful tool may generate big opportunities as well as big risks. There is no doubt that ISO 14067 will play a very powerful role in the international market and the level of pressure influencing the Standard’s text and its requirements becomes evident.

There are, for example, different expectations on ISO 14067 among fossil and palm oil companies, concrete and wood industries, or the view of the consumers and the industrial associations. Yet, probably one of the most crucial factors that will decide the future success of the Standard is its potential role in the market relation between developed and developing countries.

For a deeper understanding of this area of interest it might be useful to describe a couple of examples.

The first one is already 5 year old. In 2007 Tesco, the big UK retail company, decided to evaluate the CFP of a set of products. Among them, there were flowers produced in Kenya. The most important contribution of the CFP on these flowers was connected with the aircraft transportation. For this reason, Tesco decided to halve the amount of flowers supplied by Kenya. A broad discussion followed these decisions in the UK, due to another kind of considerations, such as the role of agriculture for a sustainable development path in Kenya[28] or technical considerations about the environmental impact evaluation during the cold season, when the flowers coming from the Netherlands have a CFP 5 times as bigger as the African one[29], due to the additional energy input for their cultivation in greenhouses.

Anyhow, the Kenya Flower Council called for a risk of creation of trade barriers[30].

Probably this situation forced the developing countries to ask and obtain the introduction of the requirement to report separately the aircraft emissions in the current version of the ISO 14067, despite the complete absence of technical reasons to treat this emission differently than the ones arising from sail and road transportation.

The other crucial example happened before the Oslo meeting in June 2011, when a decision had to be taken on the possible upgrade of the ISO 14067 CD2 to the DIS level.

In the official balloting before the meeting, Egypt voted to move the document from CD to DIS. After that, the India Foreign Minister wrote a letter to the Egyptian Foreign Minister to claim for the positive vote of the Mediterranean country. It is really unusual, almost surely the first time in the environmental sector, that such a high level politician takes part directly in an ISO technical process.

As a consequence, Egypt expressed a negative vote in the following ballot in June 2012 (to decide if moving the DIS to FDIS), although it is possible that additional causes contributed to this change of position. Informal confirmation of a broader lobby activity from India pushed other countries to decide for a negative vote. For example, Armenia expressed, with its negative vote, full support to the Indian position[31] and, on the “secondary data” item, India and other three countries expressed exactly the same comment. The large majority of negative votes from other countries were justified by the concern that ISO 14067 would have created a new kind of trade barrier (Table 3).

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To give an answer to this concern, in the same month, at the Bangkok meeting, a specific clause was been proposed (4. Application) in the ISO/DIS2 14067, improving the previous Oslo’s version[32] and specifying that the standard shall not be adopted or applied in a manner that results in barriers to trade that contradict WTO requirements, aiming at solving the developing countries’ opposition.

Carbon will play an important role in future markets

The CFP is, therefore, just in the middle between the risk to facilitate the creation of an unattended trade barrier and the strong need to use the market potentiality to build up the needed pressure from the bottom, in order to complement (or substitute, in the worst case) the necessary international top-down new political deals.

As a matter of fact, bottom-up and top-down approaches have a complementary role and the hurdle of politically achieving an international deal may force some countries to ask for the introduction of different kinds of market tools. In this respect, the choice of Mr. A. Montebourg, the France Minister of Industrial Renewal, to introduce a carbon tax on goods imported from outside Europe should be understood [33]. This was thought in order to balance the European situation with other developed countries, whereas the absence of any commitment on GHG reduction may generate a different structure of costs for goods’ production hence creating a clear market distortion.

The possibility to create trade barriers is therefore deeply connected with the existence of strong, comprehensive and effective international agreements.

Within this framework, the possible role of CFP as trade barrier should be considered more connected with external factors and political choices rather than with technical characteristics, such as requirements introduced in an ISO standard.

Global and local food

The CFP may play an important role in the food sector to facilitate the development of local markets as possible alternative of the globalization. This may generate large discussions on the implication of this case in terms of lack of economic opportunities, but it is fundamental to always keep in mind the dimension of the challenge that climate change is asking to face.

This implies that strong changes in consumer behaviours are not more deferrable. Just last year, on the occasion of the ISO meeting in Toronto to develop the ISO 14067, in a restaurant a maitre served me a bottle of water produced less than 100 km from my house in Italy. And this happened in a country that does not have any problem of water availability. H

ow is it possible to imagine 50% of global GHG reduction by 2050 (compared with 1990) without changing this kind of market pattern? This personal experience could be probably replicated for large part of the food sector, where the main contribution of foods and beverages to CFP may be due to their long transportation distances.

In order to reduce the importance of this kind of GHG global emissions and to promote local agriculture, several movements promoting the “0 km products” approach in the food sector were initiated in the last years . In this context, the CFP could play an important role to support with objectivity this evolution that started to be part of the market dynamics before the idea of CFP was launched.

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A radical change from the globalization to the localization approaches may seem today unlikely considering the actual market dynamics. Reality is also expected to change radically in the next years to build up an effective answer to the anthropogenic global warming, and it is very likely that what today seems impossible in few years may become simply the reality.

Conclusion

The high level of attention paid to the development of the CFP standard ISO 14067 shows the important role this document will have at the international level when published. Some developing countries are worried that the new standard may create undesired trade barriers but this seems to be related more to the international political negotiation than to the content of a technical standard. The ISO 14067 development process has been largely delayed, as evidence of the large level of existing interests, but it does not seem possible it will fail considering that other CFP standards are already present in the market. The CFP will probably play a key role, particularly in the food sector, where it may objectively support the already existing dynamics in favour of the local agriculture production.

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it

Daniele Pernigotti – Italian delegate to ISO/TC 207/SC7/WG2, National Coordinator of UNI WG on GHG

Canada announces withdrawal from Kyoto pact

Planetnext

In 2007, during the 14th Conference of the Parties (COP 14), Australia surprised  the world positively with the decision of  Prime Minister Kevin Rudd to ratify the Kyoto Protocol (KP)–a decision encouraged by the worst drought to afflict Australia in the last century. This emergency went a long way in radically changing people’s awareness of climate change in a country which until then had given it barely a thought.

November 27 the Canadian government shocked the 195 countries present at the COP 17 in Durban with the announcement that next month it would unilaterally withdraw from the KP.

The current climatic conditions in Canada, where they are experiencing  an unusually warm autumn, are preventing  people in north America from perceiving the climate changes feared  by those who live in the warmer parts of the world. But the main reason behind the Canadian Conservative government’s decision to withdraw from the KP is related to the oil lobby. Alberta, the home of Prime Minister Stephen Harper, is responsible for the main GHG  national emissions due to the large use of coal and,  in particular, of oil sand production, as  described aptly by William Marsden in “Stupid to the last drop.”

These  different national positions are revealing the reality of the UNFCCC process. On the one hand we have countries being directly affected by the cost of climate change. They are mainly developing countries, but increasingly also developed nations located in warmer parts of the world.  Until now this has meant Australia, but it will probably soon also include  countries in  southern Europe.

On the other side stand those  lucky enough to live in  more favourable climates, such as Russia,  which does not want to have any limitation on its use (and often waste) of energy.  Canada stands as a prime example for both positions. The official communication, as reported by CTV.ca on 27 November, to withdraw from the KP comes as a rude shock just as the COP 17 gets under way and  will have undoubtedly serious consequences for the negotiation process.