Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

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Rapporto ONU, senza dubbi “Il pianeta si sta scaldando”

Stampa-Tuttogreen

Montagne nevePresentati oggi i dati a Stoccolma sul cambiamento del clima. Dal quinto rapporto emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”.

 

La scienza suona le campane e chiama a raccolta la politica, per presentarle lo stato del clima del pianeta. “Gli occhi del mondo sono rivolti a Stoccolma”, sottolinea Ban Ki-moon, “per conoscere il rapporto sulla più grande sfida mondiale”. È il Summary for policy makers dell’IPCC, documento di sintesi considerato da Michel Jarraud, guida dell’Organizzazione meteorologica mondiale WMO, “cruciale per la negoziazione sul cambiamento climatico”.

“Il milione di parole e circa 1.200 grafici che costituiscono il rapporto completo sulle scienze fisiche”, sottolinea Thomas Stocker co-chair del gruppo che ha prodotto il documento, “sono ridotte all’essenzialità di 10 grafici e circa 13.000 parole”.

I rapporti del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico, che non conduce studi in proprio, sono basati su quanto pubblicato dalle riviste scientifiche di tutto il mondo. Rayendra Pachauri, chair dell’IPCC, evidenzia che i 2/3 delle 9.200 pubblicazioni prese in considerazione sono state pubblicate dopo il 2007, data del IV rapporto IPCC (AR4).

Quel documento è noto per aver indicato in modo “inequivocabile” che il pianeta si stava scaldando. Ora con il quinto rapporto (AR5) emerge chiaramente che “l’influenza umana sul sistema climatico è chiara”. La probabilità di tale relazione è aumentata nel tempo, passando dal 66% (2001), al 90% (2007) e arrivando ora oltre la soglia del 95%.

Ciò grazie all’affinamento della conoscenza scientifica, che nell’AR5 ha fatto passi da gigante in termini di affinamento dei modelli e di disponibilità di dati. Impressionante il quadro descritto nel documento. Da metà del secolo scorso i livelli dei mari sono cresciuti a un tasso maggiore di quello degli ultimi due millenni, registrando 19 cm in più dall’inizio del ‘900. Le ultime tre decadi si sono succedute con record continui di temperatura da quando esistono i termometri.

Gli oceani, che arrivano ad assorbire oltre il 90% dell’energia accumulata nel sistema, hanno visto aumentare, dal 1971 al 2010, la propria temperatura negli strati più superficiali di 0,11 °C per decennio. Anche se in modo minore, la temperatura è aumentata anche negli strati più profondi. I ghiacci continentali, dell’Artico e della Groenlandia attraversano una fase di continua riduzione della loro estensione e il tasso è aumentato ulteriormente nel primo decennio del 2000.

Su questo argomento, è inevitabile la domanda sull’incremento di estensione dei ghiacci artici registrato quest’anno, rispetto al 2012. Stocker ha ipotizzato possibili legami con alcune cause di variabilità naturale, quali la forte attività vulcanica degli ultimi 5 anni, o il possibile incremento di assorbimento di energia da parte degli oceani. Ha però evitato di dare eccessivo peso alla cosa perché la variabilità annuale non ha alcun significato per la scienza del clima, dove l’unità di misura minima è il decennio. Importanti modifiche dell’AR5, rispetto all’AR4, anche sul fronte dei modelli previsionali. Gli scenari di emissione non sono più costruiti sulla base di possibili modelli di sviluppo, quindi dei valori di emissione, ma sulla concentrazione di gas serra in atmosfera. Si evita così di avere dei fattori, come il grado di assorbimento della CO2 da parte degli oceani, che complicano i modelli previsionali.

Altra novità è che lo scenario peggiore, in cui l’inattività umana potrebbe portare alla fine del secolo a un aumento del livello degli oceani di oltre 60 cm e di circa 4 °C della temperatura, è stato affiancato da due di stabilizzazione e uno di riduzione delle emissioni. Quest’ultimo potrebbe contenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia di 1,5 °C e del livello degli oceani a circa 40 cm. Ciò è possibile contenendo la concentrazione della CO2 sotto i 421 ppm, sfida molto impegnativa, visto che siamo ormai prossimi ai 400 ppm.

Il documento dell’IPCC, passa ora nelle mani dei politici che si incontreranno a Varsavia nel prossimo incontro dell’UNFCCC di metà novembre. Difficile prevedere quanto ne terranno in considerazione, ma difficilmente potranno ignorare il numero 421.

Molto peggio del previsto

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Quanto lontana è l’Italia da Copenhagen! Da noi c’è ancora chi specula sul furto di mail dell’East Anglia per mettere in discussione la credibilità dell’Ipcc e nel frattempo nella capitale danese vengono presentati dati scientifici che descrivono una situazione ancora più grave di quella che gli scienziati avevano sintetizzato nel IV Rapporto del 2007.

Le stringenti procedure di revisione degli studi dell’Ipcc, elemento di garanzia dal punto di vista scientifico, introducono però necessariamente dei limite sull’aggiornamento dei dati. Quelli del IV rapporto arrivavano fino al 2005. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma lo sta facendo con una velocità sempre maggiore, ripercorrendo talvolta gli scenari più severi tra quelli ipotizzati. È quanto emerge da The Copenhagen Diagnosis, la raccolta aggiornata a solo qualche mese fa di studi scientifici sul clima e presentata ieri nella capitale danese.

Il trend di innalzamento del livello del mare ripercorre in modo impressionante la peggiore delle ipotesi di crescita previste nel III rapporto Ipcc, confermando l’affidabilità dei modelli climatici allora utilizzati, ma costringendo ad aggiornare la previsione di crescita del livello del mare da 0,4 m a circa 1 m entro la fine del secolo. Inevitabile tornare con il pensiero al pianto del delegato di Tuvalu per il subacqueo futuro a cui sem- brano destinate le sue isole. Ancora più grave la situazione dell’artico, dove la velocità di scioglimento dei ghiacci risulta peggiore di ogni previsione. L’elenco potrebbe continuare con i ghiacci della Groenlandia, l’innalzamento della temperatura o con il sempre maggiore rischio di rilascio dei gas intrappolati nel permafrost.

È il messaggio di urgenza che lanciano gli scienziati del clima. Nel frattempo i politici si riuniscono in stanze poco distanti e sembrano preoccuparsi d’altro.

Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.

Terra terra – Bufale climatiche

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Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la “bufala” sui giornali sapendo che la forza d’urto dell’onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite.

Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l’effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all’inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l’esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.

Non si trattava in questo caso del classico “al lupo, al lupo” gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.

Molti giornali hanno infatti rilanciato all’unisono la notizia che l’estensione dei ghiacci dell’artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all’estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell’Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l’Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.

C’è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l’analisi delle tendenze delle temperature nel tempo.

Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.

La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.

Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura , perché gli scienziati dell’Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.

Da una parte vi è l’ampia convinzione, supportata anche dall’oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell’estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.

Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all’aumento dell’umidità nell’aria e alle temperature sempre rigide di quell’area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell’Ipcc.

Negare l’esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l’ipotesi stessa di cambiamento del clima. Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? E’ colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento?

Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.