Resta un secolo per salvare l’Artico

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unita ghiaccio

A Varsavia il Giorno della Criosfera. Un intervento deciso di riduzione delle emissioni di CO2 può ancora evitare la fusione completa della calotta polare nei mesi estivi

VARSAVIA – In teoria alle COP la domenica è giornata dedicata al riposo. I tecnici si preparano a cedere ai politici la propria sedia al tavolo negoziale, nella speranza che questi sapranno sciogliere i nodi ancora irrisolti.

In realtà la chiusura festiva della sede della conferenza, ha solo il risultato di spostare negli hotel gli incontri organizzati per l’intera giornata. Può così capitare di avere in due sale limitrofe dello stesso hotel l’incontro ministeriale dei paesi africani e la giornata di studio sulla situazione dei ghiacci del pianeta organizzata dall’ICCI, International Cryosphere Climate Initiative.

Il “Giorno della Criosfera” è finalizzato alla presentazione del rapporto On Thin ice realizzato dall’ICCI, in collaborazione con la Banca Mondiale, sui possibili interventi da attuare per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, con la doppia finalità di rallentare il riscaldamento del pianeta e salvare milioni di vite umane.

Ne è risultato un evento di alto livello, probabilmente destinato a diventare un appuntamento fisso nelle prossime COP, grazie all’eccellente articolazione del programma e il profilo del panel di relatori selezionati da Pam Pearson, direttore dell’ICCI.

Ha aperto i lavori Georg Kaser, docente all’Università di Innsbruck. Kaser è anche uno degli autori principali del V rapporto IPCC, proprio sulla criosfera, e ha presentato alcuni punti salienti di quanto pubblicato il mese scorso. Interessante sapere che il 93% dell’energia solare assorbita dal pianeta finisce negli oceani, mentre solo il 3% è responsabile della fusione dei ghiacci.

Nonostante ciò, circa la metà del contributo all’innalzamento del livello degli oceani è attribuibile proprio alla fusione dei ghiacci, con un peso relativo di quelli di origine continentale leggermente superiore alla somma di quelli dell’Antartico e della Groenlandia. Netto il messaggio sull’Artico, il cui futuro è riposto nelle nostre mani. Un intervento deciso di riduzione delle emissioni di CO2 può ancora evitare la fusione completa della calotta polare nei mesi estivi, mentre l’inazione ci porterà alla sua scomparsa estiva prima della fine del secolo.

I due scenari estremi comporteranno comunque un innalzamento degli oceani per la fine del secolo compreso tra circa 40 e 80 cm. Sembrerebbe quindi che i veneziani potranno dormire sonni tranquilli, qualora il Mose entrerà in funzione. “Non è detto,” secondo Kaser, “perché questi sono dati medi che non tengono conto delle maree, anche eccezionali, che vanno poi sommate a questi valori”. Impressionanti le ricostruzioni della riduzione dell’estensione dei ghiacci artici dal 1979 a oggi, presentata da Dirk Notz, del Max Planck Institute. “Bisogna, inoltre, considerare anche la riduzione di spessore,” sottolinea il giovane scienziato. “Infatti sommandola alla riduzione del 50% della superficie dei ghiacci, si ha una riduzione di volume del 75%”. Brutte notizie anche dalla Groenlandia che, per la prima volta nell’estate del 2012, ha registrato la fusione dei ghiacci su tutta la sua superficie, anche alle quote più alte.

Vi è poi un dato che potrebbe essere interpretato come un’opportunità o un problema a seconda del punto di vista. Alcuni saranno felici di sapere che la zona artica conserva circa il 25% del petrolio e del gas ancora disponibile sulla terra. Altri saranno invece preoccupati da questa prospettiva, visto che se vogliano percorrere lo scenario meno critico di riscaldamento del pianeta, quel combustibile non dovrà essere toccato. Dobbiamo, anzi, accettare l’idea che l’80% del petrolio non ancora estratto dal sottosuolo dovrà essere lasciato nei giacimenti in cui è conservato.

Margareta Johansson, dell’Università di Lund, ha descritto lo stato del permafrost, altro punto critico della criosfera. Si tratta del terreno perennemente ghiacciato che, a causa del riscaldamento del pianeta ha iniziato a fondere la componente liquida, creando problemi alla popolazione locale con cedimenti di case e strade e liberando grandi quantità di gas. Secondo Johansson, il tema è particolarmente critico perché “la quantità di carbonio contenuta nei primi 3 metri del permafrost è pari al doppio della CO2 attualmente presente in atmosfera”.

Il rapporto On Thin ice, è stato però focalizzato su una serie di interventi per la riduzione di black carbon, classe di inquinanti che può essere semplificata come fuliggine, e il metano. La durata dell’azione di queste emissioni sul riscaldamento del pianeta è generalmente breve, ma resta significativa nel bilancio complessivo, soprattutto su scale regionale. Tra le zone più interessate vi sono l’himalaya e l’Africa centrale. Le azioni proposte nello studio sono state presentate da Elisabetta Vignati, del centro di ricerca europeo JRC. Alcune sono più complesse, come il recupero dei gas nei processi minerari, delle perdite generate dall’estrazione dei combustibili fossili e di quelle dei relativi sistemi di distribuzione. Gli interventi più efficaci sono però in realtà estremamente semplici e legati ai sistemi di cottura, favorendo l’utilizzo di combustibili caratterizzati da minori emissioni di black carbon. L’applicazione degli interventi proposti potrebbe portare, secondo Vignati a ridurre l’innalzamento della temperatura nella zona artica addirittura di 0,75 °C. La valenza del progetto, secondo Karin Kemper, Direttrice del settore politiche climatiche della Banca Mondiale, sta anche negli effetti sulla produzione agricola e sulla salute delle popolazioni locali, stimate nella riduzione della mortalità di 1 milione di persone per i soli interventi sulle stufe.

Nel corso della giornata si sono succeduti altri interventi di università e centri di ricerca, compresi diversi ddl CNR italiano, ma la sintesi migliore dei risultati dei lavori è del Direttore dell’ICCI. “Queste proposte sono azioni importanti per rallentare l’aumento della temperatura del pianeta,” sottolinea Pam Pearson, “ma che debbono essere viste come complementari e non sostitutive a quelle di riduzione delle emissioni di CO2”. Gli scienziati spengono i loro computer e la scena torna sulle delegazioni nazionali.

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Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

Desertificazione, la nuova emergenza

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L’australiana Beverley Henry, uno dei maggiori esperti di agricoltura sostenibile, guida una task force sotto l’egida Onu per diffondere le buone pratiche contro desertificazione e degrado della fertilità dei suoli.

Le Nazioni Unite hanno sviluppato specifiche Convenzioni per cercare il coordinamento internazionale su come affrontare le grandi sfide ambientali. L’importanza di cambiamento climatico, biodiversità, stato dei mari e delle coste e protezione dello strato dell’ozono è ormai riconosciuta anche a livello di opinione pubblica, con frange di detrattori sempre più ristrette e con meno argomenti a disposizione. Non sembra però altrettanto alta l’attenzione per i processi di degradazione dei suoli e di desertificazione, sebbene questi siano stati già riconosciuti come una delle principali sfide allo sviluppo sostenibile nel summit di Rio del 1992 e oggetto, fin dal 1994, della Convenzione UNCCD.

Il fenomeno dovrebbe, invece, preoccupare il singolo cittadino ed essere tra le priorità di ogni seria agenda politica, perché la continua perdita di estensione e fertilità delle aree coltivabili, sommata a una popolazione che si avvia rapidamente verso i 10 miliardi e alla riduzione di produttività complessiva dei suoli legata al cambiamento climatico, delinea uno scenario decisamente preoccupante in termini di disponibilità di cibo. Assume per questo grande importanza la decisione in ambito ISO, l’ente di standardizzazione internazionale, di realizzare una norma per identificare e promuovere le buone pratiche in grado di contrastare i processi di desertificazione. Il progetto è guidato dall’australiana Beverley Henry, professoressa alla Queensland University ed esperta di agricoltura sostenibile e gestione dei suoli. “Abbiamo di fronte un fenomeno preoccupante, in continua espansione”, sostiene Henry. “Ogni anno vengono persi circa 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile e nelle zone asciutte un’area di 12 milioni di ettari, pari a tre volte la Svizzera, diventa deserto.”

La gravità della situazione è confermata dagli impressionanti dati riportati negli studi citati dall’UNCCD sulla degradazione dei suoli, spesso irreversibile, che affligge già il 24% delle terre emerse. Circa 1,5 miliardi di persone, rappresentato principalmente dalle popolazioni più povere, vive in aree già degradate. Nella sola area sub sahariana ogni anno si perdono 76 m2 di terreno arabile per persona.

Le responsabilità umane sono pesanti. Deforestazione, cattiva gestione forestale, agricoltura e pascolo intensivo, sfruttamento minerario, e dinamiche demografiche, oltre al contributo al cambiamento climatico, hanno un ruolo centrale anche nei casi in cui il fenomeno ha origine naturale. “Ne è un esempio l’Australia”, continua Henry, “dove il fenomeno interessa ben i 2/3 dell’intero paese. Nei 40.000 anni di presenza degli indigeni, si sono avute molte modifiche in termini di copertura vegetale, dovute al cambio del clima e all’uso del suolo, ma di tipo reversibile, mentre in soli 200 anni gli occidentali hanno distrutto le foreste delle aree più fertili, per dare spazio all’agricoltura e all’allevamento, avviando processi di degrado irreversibile del territorio.”

La degradazione dei suoli è il primo passo verso la desertificazione e le conseguenze sulla produzione di cibo sono evidenti, visto che in questo modo vengono sottratti ogni anno una quantità di terreni potenzialmente in grado di produrre 20 milioni di tonnellate di grano. Secondo Lester Brown siamo già entrati nella fase critica per il cibo. Nel libro “9 miliardi di posti a tavola”, cita impressionanti dati della FAO sull’incremento del costo degli alimenti di base e uno studio del Dipartimento di Stato USA, in cui è evidenziato come dal 2007 al 2009 vi siano già state delle rivolte per il cibo in 60 nazioni.

Ma qual è la situazione in Italia? “Secondo recenti studi,” sostiene ancora Henry, “i paesi del Mediterraneo stanno diventando più sensibili alla degradazione dei suoli e ciò aumenta le difficoltà ad attuare efficienti strategie politiche contro la desertificazione. Ma la situazione, per quanto critica, non è ancora fuori controllo. Ci sono evidenze che negli ultimi 20 anni sono stati raggiunti risultati significativi nel recupero di aree degradate. Si possono attuare pratiche agricole e forestali che in Africa, ad esempio, hanno portato a migliorare la qualità di 6 milioni di ettari di suolo. E la diffusione di queste e altre buone pratiche è proprio quello che ci proponiamo di fare con lo sviluppo della ISO 14055. Ma è necessario fare presto.”

The Carbon Footprint of Products: a powerful tool to support existing market dynamics in favour of a low carbon economy

ENEA

The international political negotiation on climate change shows that a top-down approach is not the only way to effectively fight the anthropogenic climate change: also the market can substantially contribute. The existing mechanisms (ETS, CDM and JI) and the carbon tax have been able to generate a new economic value through the carbon price but it shall be considered only the first step towards this direction. Another important economic contribution is expected by the CFP, with its capacity to create new dynamics between producers and consumers.

A fair implementation is needed to fully exploit the CFP opportunity, to carefully take into consideration risks of any possible market distortion, in order to facilitate the creation of a low carbon path, both in developed and developing countries.

A specific interest is expected by the food sector, where the CFP may play a central role to facilitate the promotion of low-distance consumption, also known as “0 km supply”

La Carbon Footprint dei Prodotti (CFP): uno strumento potente a supporto delle dinamiche di mercato a favore di un’economia a bassa emissione di carbonio

Le trattative politiche internazionali sul cambiamento climatico mostrano come l’approccio calato dall’alto non sia l’unico modo per combattere efficacemente il cambiamento climatico antropogenico: anche il mercato può contribuire in maniera sostanziale. I meccanismi esistenti (ETS, CDM e JI) e la tassa sul carbonio hanno generato un nuovo valore economico mediante l’attribuzione di un prezzo al carbonio, ma sarà solo il primo passo in questa direzione. Un altro importante contributo economico è atteso dalla CFP per la sua capacità di creare nuove dinamiche tra produttori e consumatori.

Per valorizzare appieno l’opportunità offerta dalla CFP di tener conto di tutti i rischi di qualunque eventuale distorsione del mercato, al fine di facilitare la creazione di un percorso a bassa emissione di carbonio sia nei paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, è necessario che venga applicata correttamente.

Un interesse particolare è previsto nel settore alimentare, dove la CFP può avere un ruolo chiave per facilitare la promozione del consumo dei prodotti cosiddetti “a km zero”

Daniele Pernigotti

A top-down approach is not enough

Climate change seems to be a problem of eyesight defect.

On the one side scientists may be considered “far-sighted”, as they concentrate on what it will probably happen far from now, in the next decades or, more likely, at the end of the century. That will happen when it is virtually certain that nobody among who is writing or reading this article will have the opportunity to experience the correctness of any climate model projection.

On the other side, politicians are strongly affected by myopia, considering that they generally focus their attention on what it may happen during the few years of their mandate or, in the worst case, on the results of daily polls[1].

Out of focus in between, there is the destiny of billions of people, partially responsible of global warming with their behaviour as well as affected by the consequences of the ongoing changes.

In 2009, during the preparation of COP15, the former UNFCCC Executive Director, Mr. Yvo de Boer, repeated as a mantra that the solution for the climate crisis had to be found right there in Copenhagen because “there is not a Plan B”[2]. Nonetheless, the call for a deeper commitment of the Parties did not work and the plan A failed without excuses[3].

Today, the three-year track of the Durban Platform[4] (which was agreed last year) roughly reproduces the aim of the two-year Bali Road Map (2007) and it seems very similar to the kind of Plan B mentioned by Mr. Yvo de Boer.

The hope is to achieve plan B: that would be enough to stop the most dangerous consequences of climate change by maintaining the increase in temperatures below 2° C. Observing the negotiation process of the latest years, it is easier to find difficulties rather than a substantive will to move together towards a global, ambitious, effective and comprehensive international agreement[5].

In the meanwhile, CO2 emissions are continuously registering new records, year after year (30.6 billion of tons in 2010[6], 31.6 in 2011[7]) such as its concentration in the atmosphere, today close to the symbolic threshold of 400 ppm. The discussion about the Arctic Pole is now more oriented to who has the right and how to use its more easily achievable natural resources[8], rather than if the ice surface reduction should worry the planet. In the media, the extreme weather events are nowadays becoming almost a normal and accepted condition.

In this framework, there is no doubt that an international agreement is fundamental but not enough to solve climate change[9].

The market is already moving

It is not possible to apply an effective solution to climate change without a deep and extensive involvement of people in their double role of citizens and consumers. The first kind of involvement is necessary to create the fundamental bottom-up pressure needed to foster any government towards an ambitious global deal.

Consumers are equally important to facilitate the drastic change in the market dynamics in order to realize the revolution expected in the next years.

Something has already started to change in the last decade. The Emission Trading Scheme (ETS) operating from 2005 in the EU, together with the Clean Development Mechanism (CDM) and the Joint Implementation (JI) under the UNFCCC umbrella, introduced the CO2 as a new economic value[10]. At the beginning of May, with almost unanimity, an ETS was approved also in South Korea[11]: in this way the country exceeded the tactical moment existing in Asia, where Japan and China are slowly moving forward on this topics, but avoiding to do the first step in order to control what has been done by the respective big economical competitors. The voluntary movement of China in this area is however interesting, taking into account that it is not part of the group of countries formally committed under the Kyoto Protocol (KP) with greenhouse gas (GHG) targets reduction. In fact, a pilot ETS should be implemented in six provinces of China by 2013 as well as at the national level by 2015[12]. According to Bryony Worthington and Terry Townshend,[13] the reasons why China is moving towards ETS are threefold: to maintain social cohesion through a sustainable growth; since command and control policies applied to date do not stimulate innovation nor encourage enterprises; and, finally, because after the 2011 Durban Conference, China knows that it is expected to take part in an international agreement to cut global emissions from 2020.

In Australia the situation is more complicated:[14] the attempt to introduce ETS was one of the main reasons which pushed Kevin Rudd to resign in favour of the party’s colleague Julia Gillard. She moved straight towards the ETS, despite the strong opposition of the important national lobby of the coal industry[15]. The aim is to introduce ETS after 3 or 5 years from the launch of the carbon tax[16]. The law has been approved in November 2011[17] and a new tax will be on place from July 2012 with a value of A$23 (almost €19) per ton of CO2. An ETS is already on place in New Zealand too, from July 2010[18].

The carbon tax has also been discussed for quite a long time in the EU. France renounced to its carbon tax when the project was already announced[19] because the government was worried that competitiveness might possibly sink[20]. Ireland introduced a carbon tax of 4c a litre in 2010[21]. Italy is ready to introduce a carbon tax of a not yet defined value, included between 4c and 24 c[22].

For many countries (i.e., Norway, Australia, New Zealand) the availability to commit for more ambitious targets in the UNFCCC context is subject to the availability of a market-based mechanism[23].

The Norwegian climate policy is based on the principle to put a price on emissions, through economy-wide measures. From 2013, about 80% of emissions in Norway will be covered by economic instruments (CO2 taxes or emissions trading).

The same applies to the Switzerland, which approved a legislation in December 2011, for the 2013–2020 period, setting several instruments, such as a CO2 levy on fuels used for energy and an ETS for large industries.

A new market-based mechanism has been agreed in the UNFCCC context, although modalities and procedures are yet to be elaborated and a decision is expected by the end of 2012.[24]

The existing and evolving ETS and carbon tax at the international level are confirming the prospect of a growing and extensive CO2 price, which gives extra value to the investments in energy efficiency and facilitates the introduction of low carbon technologies and solutions.

The actual development of the Carbon Footprint of Products

A further and powerful market mechanism is growing very fast with regard to products at the international level, acting on the important producer-consumer relationship.

The crucial importance of the Carbon Footprint of products (CFP) is found in the capacity to condense in a single number the GHG emissions arising from the entire life cycle of a product. Through this tool the producers may have a double set of advantages: internally, they achieve a detailed description of the amount of GHG emitted in the product life cycle, mainly linked to its energy content, besides knowing in which phases this happens. The “external” advantages are probably even more attractive, based on the possibility to use the CFP as the preferred way to communicate the product’s climate characteristics to clients.

This is exactly what consumers are increasingly looking for at the international level, with the awareness that their purchase choices have a central role in the market dynamics in order to address the transition to a low-carbon economy. The idea that, in the near future, there will be a great spread out of information about the CFP, also has a strong potential to increase the consumers’ awareness related to choices and behaviours in daily life.

In June 2012 more than 27.000 products have obtained the CFP Carbon Trust certification in 21 countries[25]. Different national schemes for CFP have been created in several countries, such as UK, Japan, Sweden, Korea and Thailand, and it is expected that several more will be developed in the next few years.

Also in Italy the situation on this topic is changing very quickly and the Minister of the Environment, Mr. Corrado Clini, is showing particular attention to the CFP as may be understood by the creation of a pilot project involving 22 different products of large use (Table 1). It is not excluded that the forthcoming months may lead to the creation of a National scheme of CFP.

All these examples of strong attention already achieved in so many countries may be explained only taking into account the combination of opportunities for producers and consumers and the consequent possibility to create new market dynamics among these actors. Nevertheless, a single international standard reference is still missing.

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An international standard by summer 2013

The first reference document on CFP has been the PAS 2050, published in 2008 by BSI, the British Standardization Institute. Technically speaking this is not a standard but a Public Available Specification. The difference between the two levels of documents is mainly related to the involvement of stakeholders in the development process and the time needed to complete and publish them. Both kinds of documents may introduce specifications and requirements and, probably for this reason, now everyone calls the PAS 2050 a CFP “standard”.

The choice to develop a PAS has been related to the awareness of an already existing market request for this kind of tool. Therefore, the “time” factor has been considered crucial for the success of the project and, as a matter of fact, the PAS 2050 has been produced only in one year. Carbon Trust – a private company created in 2001 by the UK government to foster low-carbon technologies and solutions – and DEFRA – the UK Environmental Agency – promoted the document. The revision published in 2011 has been sponsored by different actors, all part of the UK national departments: DECC (Department for Environment and Climate Change) and BIS (Department for Business, Innovation and Skills), together with DEFRA[26]. This is a clear evidence of the UK Government’s attention to the market opportunity for the CFP.

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Also in 2011 the PAS 2050 revision has been published and another CFP reference document has been issued by WRI (World Resources Institute) and WBCSD (World Business Council for Sustainable Development). The publishing of both documents has been delayed with regard to the original time schedule due to the focus that the two processes reserved to the ongoing decision on ISO 14067. The high level of attention to this standard is justified by the awareness that this will become the main standard reference, once published. However, the development path towards the ISO standard is not so easy. In the past there have been more stops to its mandatory development steps (WD, CD, DIS and FDIS), documented by the three revisions of the Working Draft and the three revisions of the Committee Draft. Nowadays, the balloting to move from DIS to FDIS failed with a 33% of negative vote against the maximum accepted threshold of 25% (Table 2)[27] forcing to a second DIS 2 stage.

A tool facilitating low-carbon economy rather than building up trade barriers

Why such an important and expected standard is finding all these difficulties in its development, being forced to repeat time after time the same development steps (WD and CD) and then failing the ballot from DIS to FDIS? Probably there exist some internal causes in ISO because this process has not always been managed in an effective way. However, the main reasons are related to the number and importance of different interests, rather than lobbies, acting around this topic. It is normal to expect that any powerful tool may generate big opportunities as well as big risks. There is no doubt that ISO 14067 will play a very powerful role in the international market and the level of pressure influencing the Standard’s text and its requirements becomes evident.

There are, for example, different expectations on ISO 14067 among fossil and palm oil companies, concrete and wood industries, or the view of the consumers and the industrial associations. Yet, probably one of the most crucial factors that will decide the future success of the Standard is its potential role in the market relation between developed and developing countries.

For a deeper understanding of this area of interest it might be useful to describe a couple of examples.

The first one is already 5 year old. In 2007 Tesco, the big UK retail company, decided to evaluate the CFP of a set of products. Among them, there were flowers produced in Kenya. The most important contribution of the CFP on these flowers was connected with the aircraft transportation. For this reason, Tesco decided to halve the amount of flowers supplied by Kenya. A broad discussion followed these decisions in the UK, due to another kind of considerations, such as the role of agriculture for a sustainable development path in Kenya[28] or technical considerations about the environmental impact evaluation during the cold season, when the flowers coming from the Netherlands have a CFP 5 times as bigger as the African one[29], due to the additional energy input for their cultivation in greenhouses.

Anyhow, the Kenya Flower Council called for a risk of creation of trade barriers[30].

Probably this situation forced the developing countries to ask and obtain the introduction of the requirement to report separately the aircraft emissions in the current version of the ISO 14067, despite the complete absence of technical reasons to treat this emission differently than the ones arising from sail and road transportation.

The other crucial example happened before the Oslo meeting in June 2011, when a decision had to be taken on the possible upgrade of the ISO 14067 CD2 to the DIS level.

In the official balloting before the meeting, Egypt voted to move the document from CD to DIS. After that, the India Foreign Minister wrote a letter to the Egyptian Foreign Minister to claim for the positive vote of the Mediterranean country. It is really unusual, almost surely the first time in the environmental sector, that such a high level politician takes part directly in an ISO technical process.

As a consequence, Egypt expressed a negative vote in the following ballot in June 2012 (to decide if moving the DIS to FDIS), although it is possible that additional causes contributed to this change of position. Informal confirmation of a broader lobby activity from India pushed other countries to decide for a negative vote. For example, Armenia expressed, with its negative vote, full support to the Indian position[31] and, on the “secondary data” item, India and other three countries expressed exactly the same comment. The large majority of negative votes from other countries were justified by the concern that ISO 14067 would have created a new kind of trade barrier (Table 3).

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To give an answer to this concern, in the same month, at the Bangkok meeting, a specific clause was been proposed (4. Application) in the ISO/DIS2 14067, improving the previous Oslo’s version[32] and specifying that the standard shall not be adopted or applied in a manner that results in barriers to trade that contradict WTO requirements, aiming at solving the developing countries’ opposition.

Carbon will play an important role in future markets

The CFP is, therefore, just in the middle between the risk to facilitate the creation of an unattended trade barrier and the strong need to use the market potentiality to build up the needed pressure from the bottom, in order to complement (or substitute, in the worst case) the necessary international top-down new political deals.

As a matter of fact, bottom-up and top-down approaches have a complementary role and the hurdle of politically achieving an international deal may force some countries to ask for the introduction of different kinds of market tools. In this respect, the choice of Mr. A. Montebourg, the France Minister of Industrial Renewal, to introduce a carbon tax on goods imported from outside Europe should be understood [33]. This was thought in order to balance the European situation with other developed countries, whereas the absence of any commitment on GHG reduction may generate a different structure of costs for goods’ production hence creating a clear market distortion.

The possibility to create trade barriers is therefore deeply connected with the existence of strong, comprehensive and effective international agreements.

Within this framework, the possible role of CFP as trade barrier should be considered more connected with external factors and political choices rather than with technical characteristics, such as requirements introduced in an ISO standard.

Global and local food

The CFP may play an important role in the food sector to facilitate the development of local markets as possible alternative of the globalization. This may generate large discussions on the implication of this case in terms of lack of economic opportunities, but it is fundamental to always keep in mind the dimension of the challenge that climate change is asking to face.

This implies that strong changes in consumer behaviours are not more deferrable. Just last year, on the occasion of the ISO meeting in Toronto to develop the ISO 14067, in a restaurant a maitre served me a bottle of water produced less than 100 km from my house in Italy. And this happened in a country that does not have any problem of water availability. H

ow is it possible to imagine 50% of global GHG reduction by 2050 (compared with 1990) without changing this kind of market pattern? This personal experience could be probably replicated for large part of the food sector, where the main contribution of foods and beverages to CFP may be due to their long transportation distances.

In order to reduce the importance of this kind of GHG global emissions and to promote local agriculture, several movements promoting the “0 km products” approach in the food sector were initiated in the last years . In this context, the CFP could play an important role to support with objectivity this evolution that started to be part of the market dynamics before the idea of CFP was launched.

ENEA-Biblio

A radical change from the globalization to the localization approaches may seem today unlikely considering the actual market dynamics. Reality is also expected to change radically in the next years to build up an effective answer to the anthropogenic global warming, and it is very likely that what today seems impossible in few years may become simply the reality.

Conclusion

The high level of attention paid to the development of the CFP standard ISO 14067 shows the important role this document will have at the international level when published. Some developing countries are worried that the new standard may create undesired trade barriers but this seems to be related more to the international political negotiation than to the content of a technical standard. The ISO 14067 development process has been largely delayed, as evidence of the large level of existing interests, but it does not seem possible it will fail considering that other CFP standards are already present in the market. The CFP will probably play a key role, particularly in the food sector, where it may objectively support the already existing dynamics in favour of the local agriculture production.

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it

Daniele Pernigotti – Italian delegate to ISO/TC 207/SC7/WG2, National Coordinator of UNI WG on GHG

ONU, “Caschi verdi” per conflitti dovuti a mancanza risorse naturali?

Planetnext

PN bambina indiaSiccità, alluvioni, guerre per il controllo delle risorse idriche, carestie e insicurezza. Con queste poche parole si possono riassumere gli ultimi mesi della vita del nostro Pianeta.

In Kenya orientale cresce la tensione tra la popolazione che si è vista negare gli aiuti indirizzati ai vicini somali, sebbene entrambi condividano e stiano subendo una delle peggiori siccità a memoria d’uomo.

Nel giugno scorso, secondo quanto riportato da Al-jazeera, l’esercito israeliano ha distrutto alcuni serbatoi necessari alla raccolta dell’acqua nel villaggio palestinese di Amniyr. Stessa sorte per altri pozzi e infrastrutture nei villaggi di Al-Nasaryah, Al-Akrabanyah e Beit Hassanin situati nella valle del Giordano, in quella che può essere definita una vera e proprio ‘guerra dell’acqua’. Una guerra che, secondo le accuse palestinesi, lascia alla popolazione 50 litri al giorno a fronte dei 280 l/g a disposizione dei coloni.

In Pakistan, le continue alluvioni che hanno afflitto il Paese sud asiatico nel 2010, hanno distrutto quasi due milioni di abitazioni. Coloro che a fatica hanno superato la continua emergenza guardano con timore e paura alla possibilità di nuove e ingenti precipitazioni.

Sempre nel 2010, ed esattamente ad agosto, la Russia, colpita da una inattesa siccità, si è vista costretta ad introdurre un embargo sull’esportazione di grano. Lo stato d’emergenza per siccità e incendi e’ stato esteso a 27 regioni agricole della Federazione, obbligando le autorità a ridurre le stime del 20 per cento rispetto ai 97 milioni di tonnellate di grano raccolto nel 2009.Una scelta che si è immediatamente ripercossa sul mercato internazionale in un vortice senza fine. A settembre del 2010 la FAO sottolineava come il prezzo del grano avesse influito a sua volta su quello dei prodotti alimentari con una crescita del 5 per cento solo nel mese precedente. Un’impennata definita come “il più grande aumento mensile dallo scorso novembre” (2009, ndr). Aumenti che secondo alcuni analisti hanno rappresentato l’effetto scatenante delle proteste in Tunisia e a catena in altri Paesi del Nord Africa e Medio Oriente.

“Il cambiamento climatico rappresenta in maniera evidente una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come ha sottolineato anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, in apertura del secondo incontro del Consiglio di sicurezza dedicato a ‘Clima e sicurezza mondiale’ tenutosi il 20 luglio scorso. Il primo incontro dell’UNSC su questi temi, organizzato nel 2007 sotto la guida della Gran Bretagna, si era chiuso con un nulla di fatto. Qualche mese più tardi, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC) e l’ex vice presidente statunitense Al Gore si sarebbero visti assegnare il premio Nobel per la pace per gli sforzi da loro compiuti per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti.

Durante questo secondo incontro, Ban Ki-moon ha ricordato che “gli eventi meteorologici estremi si ripetono ormai con maggiore frequenza e intensità creando danni alle persone, alle infrastrutture e ai bilanci nazionali”. Parole che hanno anticipato le forti piogge monsoniche che nei giorni scorsi hanno sconvolto e devastato proprio la sua Corea: 400 mm di pioggia in 17 ore. Un dato spaventoso se si pensa che le precipitazioni annue in Corea del Sud variano dai 1.500 mm di Seul ai 2.000 di Busan.

Nel vicino Giappone, invece, ancora sconvolto dalla distruzione causata dallo tsunami, le autorità stanno provvedendo all’evacuazione di 400.000 persone nel nord est del Paese proprio a causa delle forti precipitazioni.

L’incontro del 20 luglio, avvenuto al riparo del palazzo di vetro di New York, è stato promosso fra gli altri dalla Germania, su spinta iniziale delle nazioni delle piccole isole oceaniche, ovvero i primi a scomparire qualora dovesse verificarsi un innalzamento del livello dei mari. Un incontro passato abbastanza in sordina e fortemente osteggiato dalla Russia.

Entro la fine del secolo il livello del mare si potrebbe alzare di un metro”, ha ribadito il Direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme), Achim Steiner. “Se guardiamo su una mappa le decine di migliaia di km che sarebbero influenzate (dall’innalzamento dei livelli dei mari, ndr), ci renderemmo conto che ciò porterebbe a ridisegnare la mappa mondiale, sia geograficamente che economicamente”, ha spiegato Steiner.

All’interno del Consiglio di sicurezza si è ventilata anche l’ipotesi di introdurre una nuova forza di intervento, quella dei ‘Caschi verdi’, da impiegare in aree di conflitto provocati dalla scarsità di risorse naturali. Al di là delle diverse opinioni in merito, resta il dubbio se un corpo composto da militari chiamati ad agire sulle conseguenze del problema sia o meno adatto, o se dovrebbe essere affiancato da personale tecnicamente qualificato in grado di operare sullo sfruttamento sostenibile delle risorse, le vere cause dei conflitti.

Un dibattito che per ora è morto sul nascere, visto che la risoluzione proposta dalla presidenza è stata bocciata alla luce dell’opposizione di alcuni Paesi. Il debole documento finale arriva quindi a riconoscere solo le possibili implicazioni del cambiamento climatico sulla sicurezza globale.

Un risultato duramente attaccato della rappresentante statunitense, Susan Rice, secondo cui, alla richiesta d’aiuto dei Paesi che rischiano di scomparire “il Consiglio, a causa del rifiuto di pochi di assumersi le proprie responsabilità, ha risposto con il silenzio, ovvero come dire semplicemente: ‘Sfortunati’”.

E’ più alta la febbre del Continente nero

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I 2 gradi dei Paesi occidentali in Africa diventano 3.5 E i meno responsabili del riscaldamento globale saranno i più duramente colpiti dalle sue conseguenze

 

Copenaghen – La maggioranza dei politici a Copenhagen concorda sulla necessità di bloccare la febbre del pianeta al di sotto dei 2 gradi, rispetto al periodo preindustriale. I delegati africani, però, sanno che per loro questo potrebbe già essere un dramma. Gli scienziati non lasciano dubbi. I 2 gradi di aumento della temperatura sono un dato medio, ma alcune aree del pianeta si scalderanno molto di più. Per l’Africa le previsioni indicano un aumento fino a 3,5 gradi.

A pagare di più saranno i meno responsabili. L’Africa intera emette al- l’incirca come il Giappone e ci vogliono venti africani per raggiungere il peso di un singolo statunitense sulle emissioni di gas serra.

I singoli interessi che da sempre caratterizzano il continente africano si traducono in un peso politico negoziale fondato solo sui principi. La situazione, però, è cambiata improvvisamente quando a novembre i Paesi africani hanno deciso di bloccare i lavori preparatori per Copenhagen, causa le continue promesse da parte dei Paesi industrializzati, restii a mettere sul tavolo negoziale nuovi impegni per una seconda fase del Protocollo di Kyoto.

Lo strappo, mai definitivamente ricucito, è del 7 dicembre con l’apertura dei lavori della Cop15. Dopo un secondo abbandono, l’Africa si presenta con un unico nome, attraverso la voce della Oua (Organizzazione dell’Unione Africana), per «metter in campo un singolo gruppo negoziale», come ha ribadito il Primo ministro etiope, e portavoce Oua, Meles Zenawi. L’obiettivo, portare avanti i bisogni dell’intero continente piuttosto che dei singoli paesi. Immediata la replica degli industrializzati, disponibili a dare risposta alle richieste di finanziamento con 30 miliardi di dollari, favorendo una frattura interna al gruppo G77. L’obiettivo è isolare le principali economie emergenti, come la Cina, per costringerle ad assumersi maggiori responsabilità sui tagli delle emissioni. Il continente africano paga già i danni maggiori per il cambiamento climatico causato dai paesi ricchi. Per questo non può permettersi la morte del Protocollo di Kyoto, né il fallimento di Copenhagen. Da oggi c’è un protagonista nuovo nella politica climatica.

Il punto – La rabbia africana

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Lo avevano fatto a novembre a Barcellona e lo hanno ripetuto a Copenhagen. I paesi africani non ci stanno più a fare la parte delle comparse nei negoziati sul clima e ieri hanno bloccato nuovamente i lavori. La volontà di cambiare registro era nell’aria, considerata la decisione presa ancora in primavera di parlare nella sezione politica di Copenhagen attraverso la voce unica del Primo ministro etiope Meles Zenawi. Il motivo del blocco è sempre lo stesso: i paesi sviluppati debbono discutere in via prioritario dei loro obiettivi di riduzione all’interno del Protocollo di Kyoto. La pensa diversamente la Ue che non è disposta ad affrontare un punto così delicato senza la partecipazione degli USA che come è noto non hanno aderito al protocollo. A loro volta gli USA non accettano di parlare di impegni di riduzione senza coinvolgere la Cina, oggi primo emettitore assoluto di gas serra.

La sensazione è che si sia di fronte ad una fase di pieno stallo e tra riunioni convocate in sede plenaria e poi disdette ed una moltitudine di incontri informali la confusione è massima. Anche i delegati, tra i corridoi, ammettono di non capirci più niente e di aspettarsi lunghe ed improvvise riunioni notturne. Il rappresentante algerino lamenta anche la scarsa disponibilità di informazioni per i paesi più piccoli, spesso esclusi dalle riunioni informali e costretti a prendere atto delle decisione prese o dei documenti definiti. Tirare e lasciare la corda delle richieste e delle concessioni è il gioco principale dei negoziati, ma questa volta sembra davvero difficile capire se ci si trovi davanti ad una prova di muscoli o all’orlo del baratro. Qualcuno inizia ormai a pensare di rimandare ogni accordo a maggio-giugno di quest’anno, ma il confronto con i ministri e con i capi di governo dei prossimi giorni lascia aperte ancora tutte le prospettive.