Sul clima c’è la roadmap da Copenhagen a Cancun, manca tutto il resto

AAA-Sole24Ore

BONN – Lo sguardo sconsolato dei delegati presenti all’hotel Maritim di Bonn può fornire spunti per la pubblicità di un farmaco antidepressivo, ma non rassicura certamente gli abitanti del pianeta sulla possibilità di un serio ed ampio accordo internazionale per contrastare il cambiamento climatico

E le difficoltà esistenti si leggono tutte in una plenaria conclusiva il cui inizio è slittato di 4 ore, sebbene la decisione attesa riguardava solo l’agenda dei lavori per il 2010. Dalla tre giorni di lavoro esce la road map con cui si intende arrivare il prossimo novembre a Cancun, in Messico, alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima. Nessuno si illude, come ribadiscono il Segretario esecutivo uscente dell’Unfccc Yvo de Boer e la rappresentante spagnola della Ue Alicia Montalvo, che sarà possibile giungere a quella data con un accordo legalmente vincolante. Sarà però necessario trovare il pieno accordo sull’architettura da dare all’intesa, che dovrà poi essere resa vincolante alla successiva plenaria del Sudafrica di fine 2011.

Del resto l’appuntamento sudafricano sembra rappresentare davvero l’ultima spiaggia, visto che nel 2012 scadono gli attuali vincoli del Protocollo di Kyoto, la cui mancanza di continuità per gli anni successivi avrebbe conseguenze devastanti.

Dal punto di vista tecnico oltre quella data diventerebbe praticamente impossibile seguire l’appello degli scienziati di raggiungere il picco massimo delle emissioni mondiali entro il 2015, per dare poi immediato avvio alla fase concordata di loro diminuzione.

Ma la mancanza di certezze sui livelli di riduzione da assegnare ai diversi paesi porterebbe anche ad enormi danni economici legati al crollo del mercato del carbonio, mandando così in fumo buona parte degli investimenti di chi ha operato fattivamente per la creazione di un’economica a basso contenuto di carbonio.

Per evitare questo, si è deciso di fissare almeno altri due appuntamenti di cinque giorni l’uno, dopo quello di due settimane già in programma a fine maggio nella città tedesca. Stessa sede che sarà utilizzata anche per uno dei due incontri aggiuntivi, con il fine di contenere i costi di eventi la cui spesa complessiva è stimabile tra i 3,5 e i 7,5 milioni di dollari. E dove trovare i soldi per questi continua ad essere un altro bel nodo da risolvere.

Ancora più complicato sembra però poter trovare l’intesa futura rispetto al contenuto di un possibile accordo.

Probabilmente barlumi di speranza ci possono essere sulle situazioni più avanzate, quali i meccanismi per il trasferimento di tecnologie e la gestione complessiva degli aspetti finanziari a favore dei paesi in via di sviluppo, a partire dai 10 miliardi di dollari all’anno promessi per il triennio 2010-2012 all’interno dell’Accordo di Copenhagen.

Quando si entra però nel merito di come spendere questi soldi in termini di aree di intervento e di responsabilità di gestione, la luce torna a spegnersi e il negoziato a brancolare nel buio.

Lo stesso vale per aspetti tecnici quali la contabilizzazione delle emissione legate all’uso dei suoli, con ricadute su temi di agricoltura e gestione delle foreste in grado di fare litigare al proprio interno anche i 27 della Ue.

Il vero nodo cruciale continua comunque ad essere quello degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Gli impegni presentati su base volontaria a gennaio dai paesi sviluppati, come previsto dall’Accordo di Copenhagen, non fanno riferimento ad alcun target condiviso a livello internazionale e ad oggi la riduzione proposta è compresa tra il 10 e il 19%, quindi ancora lontana dal 25-40% richiesto dagli scienziati dell’IPCC.

L’agenda per Cancun ora è definita. Resta solo da fare tutto il resto.

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Con o senza Copenhagen, da Bonn riparte il trattato sul clima

AAA-Sole24Ore

BONN – C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di Bonn, dove si è tenuto il primo incontro dell’Unfccc, il tavolo di lavoro dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo la Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre. L’obiettivo è la definizione dell’agenda di lavoro per il 2010, ma la discussione si sposta inevitabilmente attorno all’Accordo di Copenhagen, il gigante dai piedi di argilla, forte della centinaia di firme di capi di stato e di governo che porta in calce, ma sviluppato attraverso un percorso che ha bypassato le procedure Unfccc. Che farne?

L’accordo è frutto della volontà politica di un ristretto tavolo di capi di stato e di governo volati a Copenhagen negli ultimi due giorni della Conferenza, a cui si sono andate via via sottraendosi le sedie disponibili ed è finito per essere un’intesa al ribasso imposta dalla Cina agli Usa. La stessa Ue del resto non aveva mascherato il malcontento verso un documento alla cui stesura finale era stata esclusa ed in cui erano spariti tutti gli obiettivi numerici di grande significato politico. Come è noto, nella seduta plenaria conclusiva danese alcuni paesi hanno deciso di rifiutare l’adozione formale di un documento sviluppato da pochi capi di stato e di governo in stanze parallele e non ufficiali, quindi all’esterno delle regole Unfccc. L’unica soluzione possibile per l’assemblea è stata quindi di “prendere nota” timidamente dell’accordo sviluppato dai grandi.

Il fronte di chi vuole dimenticare l’Accordo di Copenhagen è cresciuto da dicembre ad oggi, arrivando all’incirca ad un quinto del gruppo del G77, di cui fa parte anche la Cina. Ed è proprio quest’ultima a ricoprire a Bonn, dopo essere stata la mattatrice del negoziato nella capitale danese, una posizione scomoda.

Non è semplice infatti trovarsi nella duplice veste di chi è stato protagonista nella stesura dell’accordo ed è al contempo uno dei soggetti politici principali del gruppo che ne vuole limitare l’utilizzo. Alla fine l’intesa su questo punto all’interno del G77 non c’è stata, costringendoli a presentarsi nella riunione plenaria finale tedesca senza una posizione comune.

Differenze all’interno del G77 che probabilmente sono destinate ad amplificarsi in futuro, visto l’anacronistica coesistenza di giganti economici come Cina e India e di chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, quali le isole del pacifico e i paesi meno sviluppati.

La creazione lo scorso anno della nuova coalizione dei Paesi africani, è probabilmente un segnale che qualcosa all’interno del G77 sta già cambiando e l’attenzione con cui la Ue guarda a loro è un chiaro segnale della speranza di riuscire a differenziare il fronte del G77, creando così un nuovo scenario negoziale.

È certo invece che i lavori del 2010 ripartiranno dai documenti sviluppati negli ultimi due anni all’interno del percorso negoziale ufficiale dell’Unfccc, come richiesto dal mandato del Bali Action Plan. Si tratta di quanto prodotto all’interno dei due gruppi responsabili di definire gli impegni futuri del Protocollo di Kyoto (KP) e quelli (LCA) dei colossi, quali USA e Cina, i cui impegni di riduzione per ragioni diverse sono esclusi dal processo di revisione del protocollo.

La logica vorrebbe che KP e LCA arrivino a fondersi in un tavolo negoziale unico, ma talvolta politica e logica muovono su binari paralleli e far convergere la discussione in un unico gruppo è un’impresa impossibile, vista la netta opposizione dei paesi in via di sviluppo che temono ciò possa portare ad affondare il Protocollo di Kyoto.

Novità certe sono attese alla guida dell’Unfccc, viste le dimissioni presentate a febbraio dal Segretario esecutivo Yvo de Boer, che saranno però effettive solo da inizio luglio, le cui cause sono probabilmente riconducibili al fallimentare esito della Conferenza di Copenhagen.

Sette sono i candidati possibili, ma sembra che l’inserimento nella triade finale da sottoporre a Ban Ki-moon, sia un gioco già chiuso tra l’ungherese Janos Pasztor, il sudafricano Marthinus van Schalkwyk, l’indiano Vijai Sharma e la costaricana Christiana Figueres. È probabile che alla fine la scelta cadrà, per normale avvicendamento, ad un rappresentante dei paesi in via di sviluppo e la Figueres sembra giocare il ruolo della favorita, anche se la sua vicinanza per ragioni professionali al mondo imprenditoriale dei paesi sviluppati potrebbe giocare a suo sfavore.

L’accordo non c’è. Ma si “prende nota”

AAA-Unita

L’assemblea Onu non vota. E il documento finale del summit, nonostante le assicurazioni di Ban Ki-moon, non è vincolante se non per i paesi che lo vogliano.

Loro dicono di averlo realizzato, ma non è vero», dice Kim Christansen, leader mondiale del Wwf, replicando ai media che annunciano l’Accordo di Copenhagen.

Si parla del documento prodotto venerdì nell’incontro ristretto di capi di stato e di governo in una serie di incontri informali all’interno della Conferenza dell’Unfccc. Per recepirlo all’interno della Convenzione sul clima è necessaria l’approvazione all’unanimità in Plenaria.

Il documento calato dall’alto e privo di contenuti ambiziosi è stato ieri però bloccato per l’opposizione di Tuvalu e di alcuni paesi del sud America. Non bastano dieci ore tra trattative e sospensioni tecniche per superare il dissenso. Ci mette del suo anche Rasmussen, la cui presidenza è definita dal capo delegazione dell’Arabia Saudita la peggiore nella sua esperienza.

La settimana precedente Kevin Conrad, capo delegazione della Papua Nuova Guinea, aveva proposto di cambiare le regole di voto per evitare simili situazioni di impasse ma, ironia della sorte, era stato bloccato proprio da chi ora vorrebbe non tenere conto del dissenso di Tuvalu.

L’Unfccc mette in movimento i propri esperti legali per trovare una soluzione. Alla nuova apertura dei lavori, chi prende temporaneamente il posto di Rasmussen, in 30 secondi, con una sorta di blitz, recepisce il documento con la formula «prende nota».

Ban Ki-moon dichiara fatto l’accordo, aprendo teoricamente la strada all’interno dell’Unfccc per rendere operative le azioni previste nel documento. Di fatto si tratterebbe della prima volta di un testo che viene calato dall’alto e diventa operativo senza passare dal dibattito puntuale della plenaria e del gruppo di lavoro. Tra l’altro verrebbe meno la tanto sbandierata trasparenza della presidenza danese, visto che il processo non ha visto il coinvolgimento di tutti i paesi.

Immediata la levata di scudi contro l’interpretazione di Ban Ki-moon e di alcuni paesi. La rappresentante venezuelana sottolinea che «prendere nota» significa solo recepire l’esistenza di un documento a cui chiunque può decidere di aderire volontariamente, ma al di fuori dell’Unfccc.

Un documento sul clima che non fosse parte del tavolo Onu sui cambiamenti climatici si svuoterebbe però di ogni significato politico. I giganti della terra rischiano così di rimetterci la faccia, per il solito colpo di fionda di un Davide impertinente.