Resta un secolo per salvare l’Artico

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A Varsavia il Giorno della Criosfera. Un intervento deciso di riduzione delle emissioni di CO2 può ancora evitare la fusione completa della calotta polare nei mesi estivi

VARSAVIA – In teoria alle COP la domenica è giornata dedicata al riposo. I tecnici si preparano a cedere ai politici la propria sedia al tavolo negoziale, nella speranza che questi sapranno sciogliere i nodi ancora irrisolti.

In realtà la chiusura festiva della sede della conferenza, ha solo il risultato di spostare negli hotel gli incontri organizzati per l’intera giornata. Può così capitare di avere in due sale limitrofe dello stesso hotel l’incontro ministeriale dei paesi africani e la giornata di studio sulla situazione dei ghiacci del pianeta organizzata dall’ICCI, International Cryosphere Climate Initiative.

Il “Giorno della Criosfera” è finalizzato alla presentazione del rapporto On Thin ice realizzato dall’ICCI, in collaborazione con la Banca Mondiale, sui possibili interventi da attuare per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, con la doppia finalità di rallentare il riscaldamento del pianeta e salvare milioni di vite umane.

Ne è risultato un evento di alto livello, probabilmente destinato a diventare un appuntamento fisso nelle prossime COP, grazie all’eccellente articolazione del programma e il profilo del panel di relatori selezionati da Pam Pearson, direttore dell’ICCI.

Ha aperto i lavori Georg Kaser, docente all’Università di Innsbruck. Kaser è anche uno degli autori principali del V rapporto IPCC, proprio sulla criosfera, e ha presentato alcuni punti salienti di quanto pubblicato il mese scorso. Interessante sapere che il 93% dell’energia solare assorbita dal pianeta finisce negli oceani, mentre solo il 3% è responsabile della fusione dei ghiacci.

Nonostante ciò, circa la metà del contributo all’innalzamento del livello degli oceani è attribuibile proprio alla fusione dei ghiacci, con un peso relativo di quelli di origine continentale leggermente superiore alla somma di quelli dell’Antartico e della Groenlandia. Netto il messaggio sull’Artico, il cui futuro è riposto nelle nostre mani. Un intervento deciso di riduzione delle emissioni di CO2 può ancora evitare la fusione completa della calotta polare nei mesi estivi, mentre l’inazione ci porterà alla sua scomparsa estiva prima della fine del secolo.

I due scenari estremi comporteranno comunque un innalzamento degli oceani per la fine del secolo compreso tra circa 40 e 80 cm. Sembrerebbe quindi che i veneziani potranno dormire sonni tranquilli, qualora il Mose entrerà in funzione. “Non è detto,” secondo Kaser, “perché questi sono dati medi che non tengono conto delle maree, anche eccezionali, che vanno poi sommate a questi valori”. Impressionanti le ricostruzioni della riduzione dell’estensione dei ghiacci artici dal 1979 a oggi, presentata da Dirk Notz, del Max Planck Institute. “Bisogna, inoltre, considerare anche la riduzione di spessore,” sottolinea il giovane scienziato. “Infatti sommandola alla riduzione del 50% della superficie dei ghiacci, si ha una riduzione di volume del 75%”. Brutte notizie anche dalla Groenlandia che, per la prima volta nell’estate del 2012, ha registrato la fusione dei ghiacci su tutta la sua superficie, anche alle quote più alte.

Vi è poi un dato che potrebbe essere interpretato come un’opportunità o un problema a seconda del punto di vista. Alcuni saranno felici di sapere che la zona artica conserva circa il 25% del petrolio e del gas ancora disponibile sulla terra. Altri saranno invece preoccupati da questa prospettiva, visto che se vogliano percorrere lo scenario meno critico di riscaldamento del pianeta, quel combustibile non dovrà essere toccato. Dobbiamo, anzi, accettare l’idea che l’80% del petrolio non ancora estratto dal sottosuolo dovrà essere lasciato nei giacimenti in cui è conservato.

Margareta Johansson, dell’Università di Lund, ha descritto lo stato del permafrost, altro punto critico della criosfera. Si tratta del terreno perennemente ghiacciato che, a causa del riscaldamento del pianeta ha iniziato a fondere la componente liquida, creando problemi alla popolazione locale con cedimenti di case e strade e liberando grandi quantità di gas. Secondo Johansson, il tema è particolarmente critico perché “la quantità di carbonio contenuta nei primi 3 metri del permafrost è pari al doppio della CO2 attualmente presente in atmosfera”.

Il rapporto On Thin ice, è stato però focalizzato su una serie di interventi per la riduzione di black carbon, classe di inquinanti che può essere semplificata come fuliggine, e il metano. La durata dell’azione di queste emissioni sul riscaldamento del pianeta è generalmente breve, ma resta significativa nel bilancio complessivo, soprattutto su scale regionale. Tra le zone più interessate vi sono l’himalaya e l’Africa centrale. Le azioni proposte nello studio sono state presentate da Elisabetta Vignati, del centro di ricerca europeo JRC. Alcune sono più complesse, come il recupero dei gas nei processi minerari, delle perdite generate dall’estrazione dei combustibili fossili e di quelle dei relativi sistemi di distribuzione. Gli interventi più efficaci sono però in realtà estremamente semplici e legati ai sistemi di cottura, favorendo l’utilizzo di combustibili caratterizzati da minori emissioni di black carbon. L’applicazione degli interventi proposti potrebbe portare, secondo Vignati a ridurre l’innalzamento della temperatura nella zona artica addirittura di 0,75 °C. La valenza del progetto, secondo Karin Kemper, Direttrice del settore politiche climatiche della Banca Mondiale, sta anche negli effetti sulla produzione agricola e sulla salute delle popolazioni locali, stimate nella riduzione della mortalità di 1 milione di persone per i soli interventi sulle stufe.

Nel corso della giornata si sono succeduti altri interventi di università e centri di ricerca, compresi diversi ddl CNR italiano, ma la sintesi migliore dei risultati dei lavori è del Direttore dell’ICCI. “Queste proposte sono azioni importanti per rallentare l’aumento della temperatura del pianeta,” sottolinea Pam Pearson, “ma che debbono essere viste come complementari e non sostitutive a quelle di riduzione delle emissioni di CO2”. Gli scienziati spengono i loro computer e la scena torna sulle delegazioni nazionali.

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Conversando con… Rajendra Kumur Pachauri

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Per chi si dovesse trovare seduto vicino a Rajendra K. Pachauri negli spalti di una partita di cricket, sport per cui  nutre una vera passione, non deve essere facile immaginare di avere al proprio fianco la guida dell’IPCC, il più importante gruppo di scienziati esperti di cambiamenti climatici.

Sarà per la curiosa striscia bianca che gli attraversa la barba e la capigliatura all’apparenza indomabile o per il suo modo di fare mite e cordiale, ma l’impressione è più quella di avere a che fare con il professore in pensione della porta accanto che con una delle figure di maggiore responsabilità del nostro tempo.

La posta in gioco sono i periodici rapporti scientifici prodotti dall’IPCC, organismo che questo ingegnere indiano dall’impressionante curriculum professionale nel settore dell’energia, delle foreste e dell’economia guida dal 2002, in cui è descritta l’evoluzione del clima del pianeta e i possibili spazi di intervento per l’uomo.

Questi rapporti guidano il dibattito politico sul futuro climatico della terra nelle stanze di governo di tutto il mondo e soprattutto all’in- terno dell’UNFCCC, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite appositamente creato per concordare le strategie e le azioni a livello internazionale.

Il IV rapporto, pubblicato nel 2007, frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati, è stato così decisivo da far meritare all’IPCC il Premio Nobel per la pace.

200 di questi scienziati si sono trovati la scorsa settimana a Venezia per definire la struttura che dovrà avere il futuro V rapporto, la cui pubblicazione è prevista per il 2014.

Dottor Pachauri, quali sono gli elementi di maggiore novità che avrà il V rapporto?

«Non è possibile anticipare i contenuti di dettaglio perché l’approvazione formale dovrà avvenire ad ottobre, ma il V rapporto coprirà sicuramente di più gli aspetti economici e sociali. I cambiamenti climatici non possono essere considerati solo una questione di parametri geofisici o biofisici, ma è fondamentale comprendere anche le ricadute e le azioni a livello sociale».

Non le crea un senso di frustrazione vedere il divario esistente tra le urgenti richieste di intervento provenienti dagli scienziati e le ancora limitate azioni di risposta da parte del mondo politico?

«No, anzi io sono ottimista. Basta pensare a quanto è stato utile l’apporto di conoscenza fornito dal IV Rapporto dell’IPCC nel 2007. Chi avrebbe immaginato prima di allora, ad esempio, che la Ue si sarebbe impegnata su base praticamente volontaria con il noto obiettivo 20-20-20 (di riduzione delle emissioni e dei consumi energetici e di incremento delle rinnovabili, ndr)?

Pensiamo poi agli USA. Inizialmente lontani dal riconoscere le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, ma pronti a riconoscere l’esistenza del problema e la necessità di intervenire già prima del termine del mandato dell’amministrazione Bush. Senza parlare di Obama che in diverse occasioni ha ammesso l’enorme ritardo accumulato dagli USA e ribadito la necessità di prendere la guida su questo tema. Nella mia visione tutti questi sono degli importanti passi avanti».

E qual’è il suo giudizio sul risultato del G8 all’Aquila?

«In parte incoraggiante e in parte deludente. Mi incoraggia vedere l’obiettivo dei paesi sviluppati di voler ridurre le proprie emissioni dell’80% entro il 2050, così come è un passo avanti l’impegno della maggior parte dei paesi del mondo a voler mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2 °C. Mi ha invece deluso non trovare alcun obiettivo di riduzione per il 2020.

Ci sono poi state anche chiare indicazioni in merito alla fornitura di abbondanti flussi economici verso i paesi che già soffrono le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui si trovano anche i più poveri paesi nel mondo. Ciò pone un tema di equità nel mondo, con il rischio di aumentare sempre di più il divario tra paesi ricchi e poveri.

Al G8 si è parlato di Africa e di sostenibilità, ma non sembra essere stato concretamente affrontato il tema dell’equità legato ai cambiamenti climatici».

Come trovare una soluzione ai cambiamenti climatici?

«È necessario agire a più livelli. Abbiamo sicuramente bisogno di un accordo globale, ma servono poi le azioni dei singole governi. Vi è poi il livello di consapevolezza sul problema che deve continuamente aumentare all’interno di ogni democrazia e non possiamo tralasciare l’importanza delle azioni a livello individuale. Ogni essere umano deve realizzare che se da una parte può godere dei beni che il mondo ci fornisce, dall’altra ha la responsabilità di fare qualcosa in cambio».

Cosa pensa del crescente movimento dei «negazionisti» dell’effetto serra in Italia?

«Ogni volta che nella storia dell’uomo è iniziata una nuova era c’è stato qualcuno che l’ha criticata e che ha cercato di non farla emergere, ma con gli sforzi della società nel suo complesso e con il lavoro di informazione dei media tutto sta cambiando. È un dato di fatto che il numero dei «negazionisti» a livello mondiale oggi è molto minore di quello di 10 anni fa».

Pensa che questo accadrà anche in Italia?

«Lo spero. Penso anche che la leadership politica dovrebbe mostrare la via. Prenda il caso degli USA. I «negazionisti» erano in pratica seduti alla Casa Bianca pochi anni fa e oggi c’è qualcuno che vuole far fare davvero dei passi avanti al paese. Mi piacerebbe vedere accadere lo stesso in Italia. Io sto cercando un’opportunità per incontrare il Presidente del Consiglio per dirgli perché è importante per l’Italia agire su questo tema».

E quali sono queste ragioni?

«La prima è legata alla sicurezza, visto che ci sono paesi non molto lontani dall’Italia che saranno destinati in questo contesto a diventare degli stati deboli, condizione ideale per aumentare l’instabilità politica e far prosperare terrorismo, traffico di droga e di armi.

Vi è poi una ragione di opportunità visto che l’Italia ha una notevole capacità tecnologica. Se intraprende un percorso di sviluppo di tecnologie rinnovabili può diventare un leader mondiale nel settore e questa è un’opportunità economica che non credo valga la pena di lasciarsi scappare».

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L PERSONAGGIO

 

In prima linea nella battaglia sul clima

 

Vegetariano convinto, appassionato di cricket, l’indiano Rajendra Pachauri nel 2002 è stato eletto presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l’istituto dell’Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 ex aequo con Al Gore. Chioma e barba color pepe e sale, Pachauri già collaborava per l’Icpp da anni e ha partecipato all’elaborazione del secondo rapporto sul clima (1995) come autore principale, ed era vice presidente dell’Ipcc quando fu pubblicato il Terzo rapporto. Pachauri, è subentrato al vertice dell’Ipcc all’ americano Robert Watson, non senza polemiche. Nato il 20 agosto 1940, cresciuto sui contrafforti dell’ Himalaya ha lavorato come scienziato, ingegnere ed economista prima di assumere la guida – alla sua fondazione, 25 anni fa del Centro di ricerca sulle energie sostenibili (Teri), a New Dheli, finanziato dal gruppo industriale indiano Tata. Nel 2001, il presidente indiano gli ha conferito il prestigoso Padma Bushan e nel 2006 ha ricevuto dal governo francese l’onorificenza di Officier de la Legion d’Honneur.