Intervista a Yvo de Boer – “Sono ottimista. A Copenaghen si farà l’accordo sul clima”

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Da domani per due settimane gli occhi del mondo intero saranno puntati su di lui. Yvo de Boer, il Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc), sa che la prossima Conferenza di Copenhagen dovrà riuscire a dimostrare la reale volontà della comunità internazionale di affrontare quella che è stata definita la più grande sfida il genere umano abbia mai dovuto affrontare collegialmente.

Le premesse non sono delle migliori visto che gli impegni complessivi di riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi sviluppati sono ancora lontani dal 25 – 40% che gli scienziati chiedono siano raggiunti entro il 2020, rispetto ai valori registrati nel 1990.

Cosa significherebbe non riuscire a raggiungere un accordo su questi valori a Copenhagen?

«Ripiegare su un impegno più debole in questa fase significherà necessariamente la richiesta di uno sforzo molto più grande in futuro».

Ma lei ritiene ancora possibile un accordo su quei numeri?

«Si. Io credo che quei valori siano ancora possibili o comunque che si possa arrivare molto, molto vicino».

Gli USA, nonostante il radicale cambio di politica sul clima del Presidente Obama rispetto al predecessore Bush, rischiano però di rappresentare ancora il freno del negoziato a causa di un Senato in grado di bloccare ogni accordo.

«Il Senatore Kerry, cofirmatario della proposta di legge americana ha confermato nei giorni scorsi la sua convinzione che la legge federale passerà, dopo Copenhagen. Molti altri Paesi hanno dimostrato la stessa disponibilità a ratificare l’eventuale trattato a livello nazionale. Quello che sta accadendo negli USA non è in fondo così critico come sembra».

La proposta contenuta nel disegno di legge USA però, comparata con i valori del 1990, rappresenta un impegno di riduzione del solo 4% per il 2020, ancora minore del 7% già previsto dal Protocollo di Kyoto per il 2012.

«La realtà è che le emissioni attuali degli USA sono aumentate del 14% rispetto al 1990 e non possiamo portare indietro l’orologio. Rispetto a questi valori di partenza il loro impegno diventa molto significativo».

Se lo sforzo degli USA non sarà comparabile a quello europeo rispetto ai valori del 1990 c’è però il rischio che la Ue rifiuti di estendere il proprio impegno di riduzione al 30%.

«Dipende tutto dal punto di partenza rispetto al quale verrà misurata la comparabilità degli sforzi nel corso delle prossime due settimane a Copenhagen. Si potrebbe anche dire che la Ue è già impegnata con il Protocollo di Kyoto a ridurre dell’8% le proprie emissioni, per cui l’obiettivo del -20% che ha sottoscritto per il 2020 significa attualmente una riduzione del 12%, minore così del -17% americano».

Anche se si raggiungerà un buon accordo politico a Copenhagen, sarà poi necessario un incontro successivo per la stesura di un accordo legalmente vincolante. Si dovrà aspettare il prossimo dicembre a Città del Messico o è pensabile che possa essere chiuso prima?

«È possibile arrivare alla finalizzazione di un accordo legale in giugno. È già in programma un incontro Unfccc a Bonn in quel periodo e questo potrebbe tranquillamente fungere da “seconda parte” della conferenza di Copenhagen».

Altro tema critico è quello degli aiuti finanziari a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ci sono diverse cifre in ballo rispetto al 2020, ma lei spinge perché vi siano soldi disponibili fin da subito.

«I Paesi sviluppati debbono mettere a disposizione 10 miliardi di dollari all’anno per il periodo 2010-2012. Cifre che sono state condivise in diversi contesti in questo ultimo periodo e trovano ormai un ampio consenso».

Ma esiste anche un importante flusso economico che può derivare dal mercato della CO2.

«Certamente. Anzi, è importante ricordare che il 95% degli investimenti nel settore energetico proviene da investitori privati ed anche in futuro questi soggetti giocheranno il ruolo principale. Noi però abbiamo bisogno di fondi pubblici per l’adattamento e per il trasferimento di tecnologie a basso impatto che difficil- mente troveranno l’interesse del settore privato».

C’è, infine, chi vorrebbe eliminare il Protocollo di Kyoto. Lei crede che questo sia un rischio reale?

«Il Protocollo di Kyoto è l’unico strumento legalmente vincolante a livello internazionale sul cambiamento climatico ed i paesi in via di sviluppo non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’unica vera certezza. Ad oggi vi è un ampio consenso a proseguire con questo strumento, a meno che Copenhagen non sarà in grado di produrre un accordo più attrattivo dell’esistente».

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E’ il numero uno delle Nazioni Unite in materia di clima. Ricopre la carica di Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Diplomatico olandese, ha il compito di negoziare il cosiddetto Kyoto Bis, il nuovo accordo internazionale per ridurre le emissioni di anidride carbonica dopo il 2012. Una trattativa difficile da condurre con 192 Stati. Nato a Vienna nel 1954, è sposato e ha tre figli.

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Barcellona, riapre la trattativa sull’impegno per il clima

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Il blocco dei lavori sul futuro del Protocollo di Kyoto voluto dai paesi africani ha costretto i delegati di tutto il mondo, a Barcellona per preparare la Conferenza sul clima di Copenhagen, agli straordinari notturni. Alla fine lo strappo è stato parzialmente ricucito. Si è concordato di dedicare il 60% del tempo rimanente proprio alla discussione degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei paesi sviluppati.

Il portavoce dei paesi africani sottolinea come questa sia solo una tregua: dedicare più tempo a questo punto non equivale necessariamente a maggiore serietà nei negoziati. Da più parti però si inizia a manifestare un cauto ottimismo, nonostante i numeri stentino ancora e le posizioni siano estremamente diverse. Gli scienziati dell’Ipcc chiedono ai paesi sviluppati di tagliare entro il 2020 le proprie emissioni tra il 25 e il 40%, rispetto ai livelli del 1990. G77 e Cina dichiara di non voler prendere neanche in considerazione una riduzione minore del 40%, mentre le piccole isole chiedono la riduzione del 45% per la loro sopravvivenza e le popolazioni indigene si spingono fino al 49%. Per contro alcuni paesi, Usa in testa, non sembrano disponibili neanche verso l’ipotesi minimale del 25%, spegnendo ogni barlume per un possibile accordo. Ci pensa però lo svedese Anders Torresen, a riaccendere le speranze, ricordando come nei negoziati sia normale ribadire che le proprie posizioni non sono negoziabili. Fino alla fine della Conferenza di Copenhagen tutto sembra ancora possibile, ma almeno ora la trattativa sembra essere entrata davvero nel vivo.

Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.