Terra terra – Un trattato per il clima

AAA-manifesto

La rete internazionale delle organizzazioni ambientaliste è scesa in campo. Ieri a Bonn ha diffuso un “Trattato sul clima”, per formulare una proposta su come affrontare la più grave crisi ambientale del pianeta.

È un contributo in vista della conferenza dell’Onu sul cambiamento del clima, in programma in dicembre a Copenhagen, che dovrebbe definire impegni e azioni che tutto il mondo dovrà intraprendere dopo il 2012, termine di scadenza della prima fase del Protocollo di Kyoto. In altri termini, le associazioni di tutto il mondo vogliono mettere i propri “paletti”. Nel documento infatti enunciano tre linee-guida. Primo: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi (è la soglia raccomandata dall’Ipcc, Comitato Internazionale sul cambiamento del clima, il consesso scientifico internazionale che opera per l’Onu). Secondo, tagliare le emissioni di gas “di serra” dell’80% rispetto al livello del 1990 entro il 2050. Terzo, investire 115 miliardi di euro l’anno per le misure necessarie a “mitigare” l’effetto del cambiamento climatico ormai innescato.

Le proposte presentate ieri a Bonn sono il frutto di quasi un anno di lavoro. Le reti ambientaliste vogliono così avere la propria voce nella complessa diplomazia che sta lavorando in vista del vertice di Copenhagen – un po’ nelle riunioni tecniche che si svolgono a Bonn presso la Convenzione Onu sul clima, un po’ in occasione di conferenze e vertici mondiali: dalla riunione dei principali emettitori di CO2, voluta da Obama, al G8 di luglio dell’Aquila. “È la prima volta che una coalizione di gruppi della società civile compie un simile passo” precisa il responsabile mondiale per i cambiamenti climatici del Wwf, Kim Carstensen: “insieme abbiamo prodotto ciò che a oggi può essere considerato il più coerente documento legale in grado di presentare soluzioni bilanciate e credibili sul clima, basate su equità e dati scientifici”.

Il piano non esclude nessuno: ai paesi industrializzati propone di adottare Piani di azione “Zero emission”, a quelli in via di sviluppo piani “Low emission”. La combinazione di questi impegni dovrebbe riportare le emissioni mondiali di gas serra, dopo aver toccato un picco (tra il 2013 e il 2017) ai valori del 1990 intorno al 2020, con l’ambizioso obiettivo di ridurle dell’80% entro il 2050.

Il funzionamento di un simile meccanismo richiede l’introduzione di un limite di emissione mondiale delle emissioni di gas serra, una sorta di budget di carbonio, da cui far derivare gli impegni per i singoli paesi. Le ong chiedono che il Protocollo di Kyoto non sia abbandonato, ma anzi arrivi a definire degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra per i paesi industrializzati ancora più stringenti. A questo dovrà essere affiancato il nuovo Protocollo di Copenhagen, per stabilire impegni di riduzione delle emissioni vincolanti anche per gli USA, che come è noto non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, e per concretizzare un percorso a basso contenuto di carbonio per i Paesi in via di sviluppo. E poiché non basteranno per definire tutto questo i sei mesi che ci separano dalla Conferenza di Copenhagen, le ong chiedono un percorso di tre anni di lavoro successivi per definire in che modo strutturare i meccanismi di sussidio, di compensazione e di assicurazioni a favore dei paesi che già oggi subiscono i danni del caos climatico in atto. E di quello da attendersi nel futuro vicino, inclusi i flussi migratori, guerre per lo sfruttamento delle risorse naturali, rifugiati climatici in genere.

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L’aria inquinata in un’Italia distratta

AAA-Adige

Adige ciminiereLa campagna elettorale appena conclusa ha messo a nudo la scarsa attenzione della politica italiana verso i cambiamenti climatici.

L’assoluta assenza di questo tema tra le priorità di governo dei principali candidati non può essere interpretato come un problema di schieramento politico, quanto come la conferma del ritardo culturale che ci allontana da un’Europa in grado invece di dimostrare su questo un impegno bipartisan.

Il grande discorso di  insediamento all’Eliseo di Nicolas Sarkozy, leader della destra francese, gli impegni a tagliare del 60% le proprie emissioni di gas serra entro il 2050 presi dal laburista inglese Tony Blair e la priorità attribuita alla lotta ai cambiamenti climatici dalla leader della Grande coalizione tedesca, Angela Merkel, durante la guida del semestre di presidenza Ue e il G8 di Heiligendamm, evidenziano che i leader europei di ogni schieramento politico hanno di fatto riconosciuto la centralità di ciò che viene definita come la più grande sfida che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare collegialmente.

Ma la situazione italiana è destinata a cambiare radicalmente nei prossimi anni, visto che la prima scadenza del Protocollo di Kyoto, il 2012, è ormai alle porte e che le nostre emissioni di gas serra invece di diminuire verso la riduzione sottoscritta del 6,5% sono aumentate quasi del 10%, costringendoci così oggi a dover ottenere un taglio proibitivo del 16,5%.

La netta vittoria della coalizione di centrodestra consente di ipotizzare come il traghettamento del nostro Paese verso la scadenza del 2012 sia una responsabilità pienamente sulle spalle del governo di prossimo insediamento, che dovrà perciò dimostrare di saper intraprendere azioni rapide ed efficaci.

Proprio il confronto sulla situazione italiana è uno dei principali temi in discussione lunedì sera a Trento all’Hotel America, in occasione della presentazione del volume “Come affrontare i cambiamenti climatici”, edito dal Sole 24 Ore.

Gli ambiti di intervento sono molteplici, alcuni dei quali dovrebbero essere ormai acquisiti, come la necessità di intervenire direttamente sul fronte energetico, attraverso il risparmio e la produzione da rinnovabili. Così come si ritiene non ci debbano essere più dubbi neanche sulla necessità di continuare nel percorso di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, attraverso il rafforzamento degli strumenti di incentivazione messi in atto dal precedente governo e la valorizzazione di esperienze come, ad esempio, Casa Clima.

Ma il fronte in cui ci si attende la più forte inversione di tendenza è probabilmente quello dei trasporti.

Già nel 2000 il “Libro verde” sullo scambio dei diritti di emissione della UE indicava questo come uno dei settori in cui le emissioni di CO2 erano in maggiore crescita e in cui era tanto auspicabile quanto complesso un intervento deciso. Questa evoluzione è stata confermata anche nell’ultimo inventario europeo delle emissioni, in cui i soli trasporti su gomma risultano pesare quasi un quarto delle emissioni complessive di CO2 e possiedono il maggiore tasso di crescita settoriale nella Ue dal 1990.

Forte sviluppo del trasporto pubblico cittadino e del sistema ferroviario nazionale ed europeo, diffusione dei sistemi intermodali, realizzazione di una rete di trasporto fluviale e marina, dovrebbero essere le direttrici da intraprendere per poter disegnare nei prossimi anni un diverso sistema di movimentazione delle persone e delle merci in Italia.

Il continuo aumento del prezzo del petrolio potrebbe addirittura rappresentare un incentivo per accelerare la realizzazione di un più efficiente sistema di trasporto nazionale.

Già oggi gli amministratori locali possono però attuare azioni efficaci per ridurre le emissioni da traffico cittadino. Come quella annunciata a Londra di introdurre un pedaggio per le auto in ingresso in città, maggiorato per le auto ad alta emissione di CO2, o quella del Sindaco di New York, Michael Bloomberg, di sostituire entro il 2011 i famosi taxi gialli con delle vetture a motore ibrido caratterizzate da minori valore di emissione.

Vi è un altro filone d’intervento estremamente importante, già al centro del dibattito europeo, quello delle cosiddette “tasse verdi” in grado di differenziare il carico fiscale sui prodotti in funzione del loro impatto sull’ambiente e sul riscaldamento del pianeta in particolare.

Ciò non deve essere inteso come un’ulteriore balzello a carico dei contribuenti, quanto come una piccola rivoluzione fiscale in grado di “spostare le tasse dal mondo del lavoro all’inquinamento per supportare lo sforzo al taglio delle emissioni di CO2”, come dichiarato più di un anno fa dal commissario europeo alla Fiscalità Laszlo Kovacs.

Si tratta di intervenire in un settore estremamente complesso e delicato ma il ritardo che il nostro paese ha accumulato fino ad oggi sembra aver ormai messo fuori gioco le soluzioni semplici.

La questione ora è dimostrare con i fatti di voler davvero rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra intrapresi a livello internazionale.