Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

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Il punto – Il fallimento, il prezzo della Cina

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“A Copenhagen ci dovranno essere gli impegni di riduzione delle emissioni nero su bianco”. “Bisognerà arrivare ad un accordo politico, che diventi legalmente vincolante entro sei mesi”. Queste le richieste che Yvo de Boer andava facendo da mesi per poter considerare la COP15 un successo. Nessuna delle due è stata raggiunta e quindi il giudizio non può essere altro che quello di un fallimento.

Eppure la costruzione strategica della conferenza sembrava fatta ad hoc. Tensione mediatica e politica altissima, trasferita direttamente sugli sherpa fin dal primo momento. Spesso la stanchezza facilita le possibilità di mediazione in queste situazioni e tra attese snervanti e sessioni notturne lo stress già nella prima settimana è stato forse unico rispetto al passato. Il lavoro è stato qui concentrato su aspetti tecnici (REDD, LULUCF, trasferimento di tecnologie, adattamento) lasciando fuori i due aspetti principali: mitigazione e finanziamento. Per questi c’era l’incontro dei capi di stato degli ultimi due giorni, pensato per condividere ad alto livello gli impegni di riduzione delle emissioni e i soldi da mettere sul tavolo per i più poveri.

Fino all’ultima bozza del documento dei grandi sembrava quasi fatta. Poi la versione finale è stata annacquata. Il dietro le quinte racconta di un Obama che interrompe un incontro tra Cina, India, Brasile e Sudafrica, per convincere soprattutto la Cina ad aprire le porte a maggiori controlli esterni sulle emissioni. La sola incrinatura della muraglia cinese sul tema della verifica ha un costo altissimo. Via gli obiettivi al 2050 per tutto il mondo (50%) e quelli per i paesi sviluppati (80%), con la motivazione che anche quest’ultimo numero potrebbe essere un appiglio futuro nei confronti della Cina. E allora via anche quello al 2020, perché su questo un accordo non si trova.

Ne esce un documento debole che subisce l’umiliazione ulteriore della plenaria che non lo recepisce in toto, ma ne “prende nota”, aprendo un tema di riflessione anche sui sistemi di voto dell’UNFCCC. Quanto gli USA abbiano perso in questo confronto è leggibile nello sguardo e nel tono della conferenza stampa di Obama. Quanto ci abbiano perso i cittadini di tutto il mondo è nel pianto di un delegato brasiliano che mi confessa l’adesione del suo paese ad un “accordo” vuoto.

Gli scienziati ci avvisano che il picco delle emissioni deve arrivare al 2015, e dopo quella data devono iniziare a calare per evitare il peggio. Andare oltre quella data richiederebbe ipotesi di riduzione delle emissioni future così repentine da rischiare di essere tecnicamente irraggiungibili, almeno nelle condizioni di stabilità politica internazionale attuali. Ora ci sono sei mesi di tempi supplementari delle decisioni. Vediamo se i politici decideranno di smettere questa partita di Risiko sulla pelle degli abitanti della terra e riusciranno a dimostrare la grandezza necessaria per le responsabilità che ricoprono.

Il punto – Un accordo piccolo piccolo

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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.
L’unica cosa che va davvero in porto è il finanziamento rapido per il triennio 2010-2012, anche se non raggiunge i 10 miliardi all’anno richiesti da Yvo de Boer per l’insufficiente supporto da parte degli USA. Soldi che finiscono per assomigliare troppo al tentativo di comprare il consenso dei paesi più poveri. Che però non ci stanno.
Dopo quattro ore dall’annuncio in pompa magna da parte di Barack Obama, arriva la rivolta dei paesi in via di sviluppo. “Non accettiamo 30 denari per tradire il nostro popolo” riprende Ian Fry, denunciando la bozza costruita nelle stanze chiuse dai potenti del mondo e la negoziazione tramite i media, come irrispettosa dell’intero UNFCCC. Il Venezuela arriva addirittura ad intravedere in questo percorso un colpo di stato alla carta dell’ONU.
Alle 3 di notte crolla l’impalcatura di un possibile accordo costruito in modo troppo artificiale e fatto cadere dall’alto. Le 193 nazioni che hanno lavorato per due anni per questo appuntamento finiscono per assomigliare a dei soprammobili per la fotografia dei grandi, invece che ai soggetti che soffrono gli impatti del cambiamento climatico e debbono essere i protagonisti di ogni iniziativa a livello globale per contrastare il riscaldamento del pianeta.
Copenhagen va in archivio. Si gira pagina, ma si è  persa anche una grande occasione per dimostrare davvero che “è finito il tempo delle parole è che è arrivato quello delle azioni”, come ricordava Rasmussen all’avvio dei lavori, favorendo realmente il processo trasparente più volte sventolato, ma poco attuato a Copenhagen.

Copenhagen, “quanti anni avrai nel 2050?”

 

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unita 2050Alla fine i giovani delle ONG per attirare l’attenzione dei media si sono messi in mutande all’esterno del Bella Center, protetti dal freddo solo da una sciarpa arancione. Dello stesso colore all’interno sono le magliette con cui viene rilanciato ai negoziatori un messaggio già lanciato l’anno scorso a Poznan: “Quanti anni avrai nel 2050?”.La domanda è rivolta ad una classe politica matura che sembra nei fatti mostrare scarso interesse per i diritti di chi nel 2050 avrà la loro età. E con la stessa maglietta in plenaria una ragazza africana attacca i paesi sviluppati: “il 20% del mondo ha prodotto il 60% delle emissioni di CO2 in atmosfera” e poi rincara la dose “i vostri miliardi non sono abbastanza per pagare le nostre bare”.

La giornata di ieri è ruotata ancora attorno alla richiesta delle Isole Tuvalu di valutare la reale possibilità di un accordo legalmente vincolante a Copenhagen da affiancare al Protocollo di Kyoto, che il G77 spera ancora di vedere ratificato dagli USA di Barak Obama.
Su questo la Ue manifesta un comprensibile scetticismo. Non cede però dalla propria richiesta di realizzare un tavolo contestuale con USA e le principali economie emergenti, per definire i nuovi obiettivi di riduzione al di là dei confini dell’attuale Protocollo di Kyoto.
Per fare questo è però necessario che si stabiliscano a priori chiari regole sulle emissioni dalle foreste e dai diversi usi del suolo, in grado di spostare significativamente l’ammontare delle emissioni complessive di gas serra dei diversi paesi.
Importanti progressi si sono registrati, invece, sul fronte del trasferimento di tecnologie.
Un documento di alcune economie emergenti in risposta a quello danese di martedì ha movimentato ieri il dibattito, ma sembra destinato a sgonfiarsi nei prossimi giorni come uno dei tanti estratti dal cilindro per fare pressione sui tavoli negoziali.

Il punto – I dieci milioni di Tck, tck, tck

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“Basta parlare. Abbiamo bisogno di un accordo equo, ambizioso e legalmente vincolante”. Servono gli applausi per incoraggiare la giovane rappresentante delle Isole Figi a continuare tra le lacrime e con un filo di voce. “Noi vogliamo salvare la nostra cultura e la nostra identità”. L’occasione è la simbolica consegna a Yvo de Boer e Connie Hedegaard, padroni di casa alla conferenza del clima di Copenhagen, della richiesta di azione dei 10.000.000 di aderenti al movimento Tck, tck, tck, nato per ricordare l’inesorabile scorrere del tempo in visione del possibile accordo a Copenhagen.

Medesimo senso di urgenza presente nel filmato di apertura della conferenza, in grado di ammutolire in un attimo i quasi 1.000 giornalisti presenti in sala stampa. Una bambina danese si trova improvvisamente circondata dalla terra rotta per la siccità, poi da uragani ed inondazioni. Si tratta per fortuna solo di un incubo, segnale però della crescente consapevolezza che le nuove generazioni hanno rispetto alla gravità del clima che cambia, spesso affrontato con superficialità dagli adulti  di oggi.

Assume così forza l’invito della Hedegaard affinché il pubblico svolga un’azione di pressione nei confronti dei propri politici. Forza che la Ministro uscente del clima danese, politico stimato anche dagli elettori dell’opposto schieramento, ha saputo dimostrare di avere fin dal primo momento nel chiedere ora un accordo, perché l’attenzione non è mai stata così alta e ritardare non servirebbe a niente. Nel frattempo la Ue esce allo scoperto e fa sapere che Cina ed USA conoscono esattamente le richieste europee per aumentare il proprio impegno dal 20% al 30% per il 2020. Gli USA rispondono che loro spingono per una seria visione di lungo periodo al 2050. Copenhagen è appena iniziato, ma stavolta sembra che si faccia davvero sul serio.

Conversando con… Rajendra Kumur Pachauri

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Per chi si dovesse trovare seduto vicino a Rajendra K. Pachauri negli spalti di una partita di cricket, sport per cui  nutre una vera passione, non deve essere facile immaginare di avere al proprio fianco la guida dell’IPCC, il più importante gruppo di scienziati esperti di cambiamenti climatici.

Sarà per la curiosa striscia bianca che gli attraversa la barba e la capigliatura all’apparenza indomabile o per il suo modo di fare mite e cordiale, ma l’impressione è più quella di avere a che fare con il professore in pensione della porta accanto che con una delle figure di maggiore responsabilità del nostro tempo.

La posta in gioco sono i periodici rapporti scientifici prodotti dall’IPCC, organismo che questo ingegnere indiano dall’impressionante curriculum professionale nel settore dell’energia, delle foreste e dell’economia guida dal 2002, in cui è descritta l’evoluzione del clima del pianeta e i possibili spazi di intervento per l’uomo.

Questi rapporti guidano il dibattito politico sul futuro climatico della terra nelle stanze di governo di tutto il mondo e soprattutto all’in- terno dell’UNFCCC, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite appositamente creato per concordare le strategie e le azioni a livello internazionale.

Il IV rapporto, pubblicato nel 2007, frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati, è stato così decisivo da far meritare all’IPCC il Premio Nobel per la pace.

200 di questi scienziati si sono trovati la scorsa settimana a Venezia per definire la struttura che dovrà avere il futuro V rapporto, la cui pubblicazione è prevista per il 2014.

Dottor Pachauri, quali sono gli elementi di maggiore novità che avrà il V rapporto?

«Non è possibile anticipare i contenuti di dettaglio perché l’approvazione formale dovrà avvenire ad ottobre, ma il V rapporto coprirà sicuramente di più gli aspetti economici e sociali. I cambiamenti climatici non possono essere considerati solo una questione di parametri geofisici o biofisici, ma è fondamentale comprendere anche le ricadute e le azioni a livello sociale».

Non le crea un senso di frustrazione vedere il divario esistente tra le urgenti richieste di intervento provenienti dagli scienziati e le ancora limitate azioni di risposta da parte del mondo politico?

«No, anzi io sono ottimista. Basta pensare a quanto è stato utile l’apporto di conoscenza fornito dal IV Rapporto dell’IPCC nel 2007. Chi avrebbe immaginato prima di allora, ad esempio, che la Ue si sarebbe impegnata su base praticamente volontaria con il noto obiettivo 20-20-20 (di riduzione delle emissioni e dei consumi energetici e di incremento delle rinnovabili, ndr)?

Pensiamo poi agli USA. Inizialmente lontani dal riconoscere le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, ma pronti a riconoscere l’esistenza del problema e la necessità di intervenire già prima del termine del mandato dell’amministrazione Bush. Senza parlare di Obama che in diverse occasioni ha ammesso l’enorme ritardo accumulato dagli USA e ribadito la necessità di prendere la guida su questo tema. Nella mia visione tutti questi sono degli importanti passi avanti».

E qual’è il suo giudizio sul risultato del G8 all’Aquila?

«In parte incoraggiante e in parte deludente. Mi incoraggia vedere l’obiettivo dei paesi sviluppati di voler ridurre le proprie emissioni dell’80% entro il 2050, così come è un passo avanti l’impegno della maggior parte dei paesi del mondo a voler mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2 °C. Mi ha invece deluso non trovare alcun obiettivo di riduzione per il 2020.

Ci sono poi state anche chiare indicazioni in merito alla fornitura di abbondanti flussi economici verso i paesi che già soffrono le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui si trovano anche i più poveri paesi nel mondo. Ciò pone un tema di equità nel mondo, con il rischio di aumentare sempre di più il divario tra paesi ricchi e poveri.

Al G8 si è parlato di Africa e di sostenibilità, ma non sembra essere stato concretamente affrontato il tema dell’equità legato ai cambiamenti climatici».

Come trovare una soluzione ai cambiamenti climatici?

«È necessario agire a più livelli. Abbiamo sicuramente bisogno di un accordo globale, ma servono poi le azioni dei singole governi. Vi è poi il livello di consapevolezza sul problema che deve continuamente aumentare all’interno di ogni democrazia e non possiamo tralasciare l’importanza delle azioni a livello individuale. Ogni essere umano deve realizzare che se da una parte può godere dei beni che il mondo ci fornisce, dall’altra ha la responsabilità di fare qualcosa in cambio».

Cosa pensa del crescente movimento dei «negazionisti» dell’effetto serra in Italia?

«Ogni volta che nella storia dell’uomo è iniziata una nuova era c’è stato qualcuno che l’ha criticata e che ha cercato di non farla emergere, ma con gli sforzi della società nel suo complesso e con il lavoro di informazione dei media tutto sta cambiando. È un dato di fatto che il numero dei «negazionisti» a livello mondiale oggi è molto minore di quello di 10 anni fa».

Pensa che questo accadrà anche in Italia?

«Lo spero. Penso anche che la leadership politica dovrebbe mostrare la via. Prenda il caso degli USA. I «negazionisti» erano in pratica seduti alla Casa Bianca pochi anni fa e oggi c’è qualcuno che vuole far fare davvero dei passi avanti al paese. Mi piacerebbe vedere accadere lo stesso in Italia. Io sto cercando un’opportunità per incontrare il Presidente del Consiglio per dirgli perché è importante per l’Italia agire su questo tema».

E quali sono queste ragioni?

«La prima è legata alla sicurezza, visto che ci sono paesi non molto lontani dall’Italia che saranno destinati in questo contesto a diventare degli stati deboli, condizione ideale per aumentare l’instabilità politica e far prosperare terrorismo, traffico di droga e di armi.

Vi è poi una ragione di opportunità visto che l’Italia ha una notevole capacità tecnologica. Se intraprende un percorso di sviluppo di tecnologie rinnovabili può diventare un leader mondiale nel settore e questa è un’opportunità economica che non credo valga la pena di lasciarsi scappare».

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L PERSONAGGIO

 

In prima linea nella battaglia sul clima

 

Vegetariano convinto, appassionato di cricket, l’indiano Rajendra Pachauri nel 2002 è stato eletto presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l’istituto dell’Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 ex aequo con Al Gore. Chioma e barba color pepe e sale, Pachauri già collaborava per l’Icpp da anni e ha partecipato all’elaborazione del secondo rapporto sul clima (1995) come autore principale, ed era vice presidente dell’Ipcc quando fu pubblicato il Terzo rapporto. Pachauri, è subentrato al vertice dell’Ipcc all’ americano Robert Watson, non senza polemiche. Nato il 20 agosto 1940, cresciuto sui contrafforti dell’ Himalaya ha lavorato come scienziato, ingegnere ed economista prima di assumere la guida – alla sua fondazione, 25 anni fa del Centro di ricerca sulle energie sostenibili (Teri), a New Dheli, finanziato dal gruppo industriale indiano Tata. Nel 2001, il presidente indiano gli ha conferito il prestigoso Padma Bushan e nel 2006 ha ricevuto dal governo francese l’onorificenza di Officier de la Legion d’Honneur.

 

Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.