L’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto? No. Ma ormai dobbiamo guardare avanti

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Nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, gli impegni presi con il Protocollo internazionale non sono stati rispettati. Intervista a Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni

27/07/2015
DANIELE PERNIGOTTI

È passato un anno dall’incontro in cui Ispra ha presentato i dati ufficiali delle emissioni nazionali di gas a effetto serra (GHG) del 2012. Veniva a completarsi così il quadro delle emissioni del quinquennio 2008-2012, necessario per chiarire il raggiungimento dell’obiettivo di Kyoto di tagliare del 6,5%, rispetto ai valori del 1990, le emissioni italiane. Purtroppo, nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, si è dovuto riconoscere il mancato soddisfacimento degli impegni presi con il Protocollo internazionale.

Alcuni recenti articoli sulla stampa italiana hanno però cercato di riaprire il dibattito sul raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Ne parliamo con Domenico Gaudioso, capo dell’unità ISPRA responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni GHG.

Gaudioso, ha ancora senso discutere sulla posizione dell’Italia rispetto a questi obiettivi.  

«No, non ha alcun senso. L’inventario nazionale è ormai congelato. È stato trasmesso all’UNFCCC e abbiamo già subito il riesame indipendente del Segretariato della stessa organizzazione, che ha confermato la correttezza dei dati che avevamo presentato».

E allora perché c’è ancora chi si ostina a mettere in discussione il “fallimento” dell’Italia?  

«Forse perché non è abbastanza chiaro il sistema di contabilizzazione delle emissioni. L’Ue ha scorporato le emissioni dei grandi impianti industriali dalla competenza nazionale, inserendole tutte all’interno del sistema ETS (Emission Trading Scheme, ndr). Le variazioni che hanno luogo in quell’ambito hanno una loro gestione autonoma che esce dal conteggio degli obiettivi nazionali di Kyoto. È un conteggio completamente separato».

Come ostinarsi a contare i gol in fuorigioco per decidere che ha vinto una partita?  

«Esatto. È proprio un altro contesto con proprie regole e sistema di contabilizzazione. La crisi economica ha fatto registrare una forte riduzione delle emissioni produttive all’interno dell’ETS, ma ciò non ha inciso sulla valutazione degli obiettivi di Kyoto».

Quali sono i prossimi passi per compensare il deficit di riduzioni di Kyoto?  

«Adesso siamo in un periodo denominato di “allineamento”, in cui è possibile fare acquisti e transizioni per colmare il deficit di mancate riduzioni delle emissioni ed entro il 2 gennaio 2016 bisogna predisporre il rapporto finale. Alcuni crediti sono già stati recuperati dall’Italia. Bisogna, inoltre, contabilizzare quelli maturati all’interno del Carbon Fund della Banca Mondiale».

L’inventario ha evidenziato degli andamenti positivi?  

«Sicuramente il fronte delle rinnovabili, in cui si sono registrati dei risultati inattesi anche solo fino a qualche anno fa. Del resto la tendenza di crescita delle rinnovabili in tutto il mondo ha già superato gli scenari più ottimisti. La capacità fotovoltaica installata a livello mondiale è nettamente superiore agli scenari d Greenpeace. Quella dell’eolico è sovrapponibile a essi».

L’Italia è in generale in linea con questa tendenza. Ora bisognerebbe iniziare a lavorare di più sulla gestione delle reti e sull’accumulo di energia.

Quali i settori in cui la situazione non è così rosea?  

«L’unico settore che ha fatto registrare una crescita netta delle emissioni di CO2 è quello residenziale e dei servizi. Il settore dei trasporti ha subito invece un aumento fino a metà dello scorso decennio e una riduzione invece negli anni successivi. Un contributo importante si deve alla diffusione della flotta di veicoli a minore emissione, ma l’andamento in questo settore sembra essere ancora troppo legato a quello del PIL».

Non esiste però solo la CO2 tra i GHG

L’N2O, legato principalmente al settore agricolo, registra dei valori in calo, mentre i gas fluorurati, pur essendo presenti in percentuali abbastanza basse, sono in continua crescita. Nel settore agricolo è anche importante registrare l’aumento dell’uso di biomassa da deiezioni animali, che porta alla riduzione delle emissioni di metano. Una forte riduzione delle emissioni di metano si registra anche per le discariche, grazie al minore invio in discarica dei rifiuti e al miglioramento del sistema di captazione del metano.

I miglioramenti registrati sono principalmente legati alla crisi economica o l’Italia ha davvero intrapreso il cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio?  

«La transizione è già in essere, anche se i risultati faticano a vedersi nel breve periodo e ancora meno sugli obiettivi di Kyoto. È più facile osservarla negli scenari di medio periodo al 2020 o al 2030. Si tratta di mutamenti strutturali nel sistema produttivo nazionale. In più vi sono l’espansione delle rinnovabili e il piano di efficienza energetica. Non dobbiamo aver timore di confermare che la transizione è stata avviata».

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C’è l’intesa alla Conferenza sul Clima di Lima

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Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti
14/12/2014
DANIELE PERNIGOTTI

La COP 20 a Lima ha rischiato di fallire, mettendo in crisi non solo l’accordo mondiale sul clima atteso per il 2015 a Parigi, ma l’esistenza stessa dell’UNFCCC, il tavolo delle Nazioni unite dedicato al cambiamento climatico.

É stata l’esplicita minaccia del capo delegazione USA, Todd Stern, quando sembrava che la proposta di sintesi promossa dai due co-chair non fosse in grado di trovare il supporto necessario.

Solo il lavoro di cesello dell’abile Presidente della COP 20, il ministro dell’Ambiente peruviano Manuel Pulgar Vidal, è riuscito a produrre una revisione del testo capace di trasformare il dissenso in un’approvazione per acclamazione.

Il percorso per Parigi rimane ancora in salita ma il Lima call for Climate action, oltre a non far naufragare l’unico contesto negoziale in grado di dare una possibilità per contrastare la deriva climatica del pianeta, ha consentito di compiere un ulteriore piccolo passo avanti.

Elemento centrale dell’accordo è innanzitutto la predisposizione della prima bozza di lavoro del possibile accordo di Parigi. Un documento di 37 pagine allegato alla decisione di Lima che contiene un gran numero di opzioni molto diverse tra loro. Vi è un’enorme mole di lavoro da fare per arrivare all’atteso protocollo o trattato finale, ma è sicuramente un percorso gestibile rispetto alle circa 300 pagine con cui si erano aperti i lavori di Copenhagen. Come sia andata allora lo ricorda il Ministro Fabius, nominando in modo scaramantico il fantasma del fallimento della conferenza del 2009.

La versione finale del documento proposto da Pulgar Vidal fa un paio di concessioni all’ampio blocco di paesi in via di sviluppo che si erano inizialmente opposti al documento proposto dai co-chair. è stato eliminato il sistema di valutazione previsto per il 2015 degli impegni di riduzione delle emissioni presi su base volontaria. Inoltre, è previsto che il futuro accordo di Parigi abbia un approccio bilanciato degli aspetti di mitigazione delle emissioni con quelli di adattamento. In sostanza i paesi in via di sviluppo si assicurano cosi di avere degli aiuti economici dai paesi più ricchi per introdurre piani e azioni in grado di limitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Proprio sul fronte dei finanziamenti arriva un’altra importante novità da Lima. Prende sostanza, oltre che forma, il Green Climate Fund, che ha finalmente raggiunto e superato la prevista somma di 10 miliardi di dollari all’anno. A sorpresa Messico, Colombia e Perù, sebbene non tenuti a contribuire al GCF in quanto paesi in via di sviluppo, hanno depositato nel fondo complessivamente 22 milioni di dollari ed è atteso che questa azione volontaria stimolerà ad le contribuzioni future da parte dei paesi sviluppati. Si dovrà infatti arrivare al 2020 con una disponibilità nel GCF di 100 miliardi di dollari all’anno.

Il tema nodale in previsione dell’accordo di Parigi resta però ancora il bilanciamento degli impegni all’interno del blocco dei paesi più ricchi e rispetto alle economie emergenti, tenendo in considerazione che sulla base delle decisioni attuali tali impegni saranno stabiliti su base volontaria dai diversi paesi. è importante però segnalare che rispetto al passato è stata superata negli ultimi anni la netta differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Adesso entrano in gioco in modo più fluido concetti come la responsabilità storica sulle emissioni, la capacità di intervento e le specifiche circostanze nazionali.

Sicuramente attorno alla diversa interpretazione di questi termini avrà luogo buona parte della dura negoziazione nel 2015. Fabius è convinto che, nonostante i numeri non sembrino essere dalla sua parte in termini di confronto tra le riduzioni delle emissioni attese e quelle al momento presentate dai principali paesi, l’accordo di Parigi riuscirà ad essere tanto ambizioso da mantenere l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C. Ha anche ribadito come non ci si possa permettere un piano B per il clima. Lo stesso diceva Yvo de Boer prima della conferenza di Copenhagen nel 2009. Speriamo che dopo Parigi non si debba iniziare a pensare ad un piano C.

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

Political progress registered, but China and US may be undermining EU goals

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“The USA is blocking, blocking, blocking!” The assessment of Tim Gore, the Oxfam representative, during yesterday’s NGO press conference is quite clear. His request that the EU and the developing countries move forward in any case, even if the US do not, resembles events at the COP 15 in Bali. In 2007 it was Al Gore who put forward a similar demand, echoed during the final plenary session by Kevin Conrad, the Special Envoy and Ambassador for Environment & Climate Change of Papua New Guinea. The roar of approval in the assembly forced the US to accept the Bali Road Map.

It now seems possible that the same script will play out next Friday night in order to launch the 3-year Durban Road Map proposed by the EU.

The first target in Durban is undoubtedly the need to assure a future to the Kyoto Protocol (KP) through the II commitment period, beyond 2012. But the second goal seems to be the need to find a way to involve the US, which in political terms stands on tenuous ground. Everyone knows that it is very difficult to negotiate with a government that seems unable to impose to its own Senate the ratification of any agreement.

Yesterday there was a bilateral meeting between China and the US, probably crucial for the development of the COP 17. No official statement was issued.

But the previous day, Minister Xie Zhenhua, the Head of the Chinese Delegation, had sent an indirect message, almost certainly meant for US negotiators: “It is time to see who is acting in a responsible way to solve a common challenge for the human race.”

Rumours circulated by Greenpeace suggest an agreement between China and the US to postpone the deadline of a new global deal until after 2015, the date on which the EU is instead insisting as a condition for it to subscribe to a second KP commitment period. The situation is further complicated by China’s announcement to be ready for a legally binding agreement, without clearly specifying whether this means Beijing’s acceptance of the year 2020 as a deadline for the introduction of its own absolute mitigation target.

At the same time, the uncertainty and the shifting of political positions might be interpreted as a positive sign, showing that negotiations are having an effect on the original positions of the parties involved.

In the meanwhile, progress is being reported on financing issues as the idea to collect funds for developing countries from taxation of international aviation and shipping is gaining ground and could be one of the Durban conference’s positive results.

Growing attention is also being given to Mexico’s and Papua New Guinea’s proposal for the introduction of a threefourths majority voting for the COP decisions. What could be seen as a simple procedural aspect may became one of the most interesting outcomes of the COP and facilitate the future of the Durban Road Map.

Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

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The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.

EU showing leadership in Durban

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“The time to act is now!” For Artur Runge Metzer, the EU Commission representative, postponing a decision in Durban only means deferring inevitable costs and climate-related consequences, and probably missing the chance to maintain the growth of the global temperature below the important 2°C mark.

Runge Metzer indicated yesterday, during the daily press conference, that the EU is willing to take on the leadership in the current negotiation process and outlined which points need to be solved in order to achieve a positive outcome at the Conference of the Parties (COP) 17.

The most critical issue is the one related to mitigation, actually on the table in the double track of the Kyoto Protocol (KP) and Long-term Cooperative Action (LCA).

Specifying that “it is still under discussion if the second commitment period of the KP will be of 5 or 8 years,” Runge Metzer confirmed that the EU is in favor of a second commitment period. This is essential both to maintain the internal carbon market and to build a legally binding bridge in direction of a future global agreement by 2015. What he asked other developed countries is to show more ambition in terms of their respective national reduction targets in order to close the large existing gap between the pledges declared in Copenhagen and Cancun and the requirements of the scientific community.

Secondly, said Runge Metzer, it is necessary to agree on the global peak of greenhouse gas (GHG) emissions to be achieved before 2020, with the consequent commitment by all countries to reduce the overall quantity of emissions after that date.

Thirdly, there is the need to build up a renewed market mechanism, capable of capturing the big emissions reduction potential of the developing countries.

Finally, it is necessary to address the aircraft and marine emissions and to launch a new program for the agricultural sector.

The recent United Nations Environment Program (UNEP) report confirms the possibility of meeting the existing cap with the reduction targets requested by scientist before 2020 using existing technology, working with energy efficiency, renewable energy and at the sectorial level.

 

That is what is possible. Now politicians have to show the will to do it.