L’energia per il mondo? E’ un “trilemma”

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Unita maschera

Ogni paese deve necessariamente trovare una soluzione bilanciata a tre diverse esigenze: la sicurezza energetica, l’equità energetica e la sostenibilità ambientale.

VARSAVIA – Sul cambiamento climatico c’è almeno una certezza. È causato dall’incremento della concentrazione di CO2 in atmosfera, osservato dalla rivoluzione industriale a oggi. E le oltre 30 miliardi di tonnellate che le attività umane aggiungono ogni anno, sono legate principalmente all’uso dell’energia. Quando si parla di energia, però, le certezze finiscono e inizia il dilemma, o meglio il trilemma. World Energy Trilemma è, infatti, il titolo del rapporto presentato a Varsavia dal World Energy Council.

La tesi è che ogni paese deve necessariamente trovare una soluzione bilanciata a tre diverse esigenze: la sicurezza energetica, l’equità energetica e la sostenibilità ambientale. In altre parole, bisogna riuscire a soddisfare la domanda attuale e futura di energia, garantirne l’accesso a costi ragionevoli alla popolazione e farlo assicurando la sostenibilità ambientale.

Secondo Joan Mac Naughton, responsabile dello studio del WEC, “è innanzitutto una questione di volontà politica e non ha senso cercare di nascondere l’inattività dietro alle condizioni economiche di un paese”.

Il rapporto analizza le prestazioni dei vari paesi sulle tre dimensioni di sicurezza, equità e sostenibilità, confrontandole con quelle dei due anni precedenti.

Ottimo il giudizio sull’Italia in termini di sostenibilità, premiato con la categoria A. Scende invece al livello B per l’equità e ancora più giù, al C, per la sicurezza energetica. Da segnalare però come quest’ultimo parametro sia continuamente migliorato nel tempo, dal 2011 a oggi, portandoci dalla posizione 83 alla 69, dei 129 paesi oggetti di valutazione.

La buona prestazione in termini di sostenibilità è legata alla grande quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, pari al 28% della produzione totale per il 2012.

“In realtà, secondo i dati recentemente pubblicati da Terna”, sottolinea Piero Pelizzaro, esperto di politiche climatiche di Kyoto Club, “la percentuale di produzione da fonti rinnovabili dei primi 10 mesi del 2013 è stata addirittura pari al 34% della domanda nazionale”.

La cosa impressionante è che la promozione delle rinnovabili potrebbe essere ancora più efficace, con conseguenze positive per tutte le facce del trilemma. “Una logica puramente economica, suggerirebbe una diversa struttura degli incentivi”, continua Pelizzaro, “invece di averne uno fisso, la riduzione del suo ammontare nel tempo, liberebbe risorse finanziare per stimolare l’ulteriore incremento della capacità installata”.

Secondo Marion Vieweg, di Climate Analytics, vi è poi la necessità di spostare la distribuzione delle sovvenzioni economiche per la produzione di energia dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, al momento sbilanciate nettamente a favore delle prime.

Il World Energy Outlook 2013, recentemente pubblicato dall’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), registra per lo scorso anno ben 544 miliardi di dollari a favore delle fonti fossili e solo 101 per la promozione delle rinnovabili. La speranza di un cambiamento arriva da Jacub Koniecki, membro del gruppo di Connie Hedeegard in Commissione europea, che informa dell’esistenza di un progetto di direttiva finalizzato proprio a spostare gli incentivi a favore delle rinnovabili.

Pelizzaro non si lascia andare a facili entusiasmi. “Ci sono alcuni segnali poco positivi che è importante continuare a monitorare. Innanzitutto il sistema d’incentivazione europeo delle rinnovabili non si è dimostrato sempre altamente efficace. Bisogna, poi, restare vigili su come mutano nel tempo i mix di produzione energetica. La maggiore esportazione di gas degli USA, ha fatto crollare il prezzo del carbone, rendendolo più appetibile anche per i paesi europei”.

Ne sa qualcosa il Presidente polacco della COP19, Marcin Korolec, che proprio ieri ha ricevuto in omaggio da una ONG una maglietta con la scritta provocatoria“Cittadino fiero di appartenere al paese del carbone”.

Il rapporto sul trilemma non ha però risolto tutti i dubbi sull’energia. La produzione della Francia, caratterizzata dal 76% di energia nucleare, è stata premiata addirittura con il 9 posto della classifica ambientale, dimostrando come lo studio abbia di fatto considerato le emissioni di CO2 e non la sostenibilità ambientale complessiva. Resta quindi il dubbio sul nucleare? In realtà dopo l’esperienza di Fukushima e la retromarcia di ieri del Giappone dai propri obiettivi di riduzione delle emissioni il dilemma sembrava risolto. Trilemma a parte.

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Un’occasione per la diplomazia mondiale

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stampa-alberiVARSAVIA – “La Conferenza di Copenaghen deve realizzare il nuovo patto mondiale sul clima. Non esiste un piano B alternativo”, tuonava nel 2009 Yvo de Boer, ex Segretario esecutivo dell’UNFCCC. Quattro anni dopo Christiana Figueres, che gli è succeduta alla guida dell’organizzazione ONU dedicata al cambiamento climatico, fa gli scongiuri perché il piano B possa diventare realtà, tremando al solo pensiero di dover ripiegare verso una possibile soluzione C.

Le due prossime settimane dovrebbero consentire a lei, e al resto degli abitanti del pianeta, di capire se ciò potrà avverarsi. Vedremo se i grandi della politica internazionale sapranno davvero trovare una soluzione comune alla più grande sfida che l’umanità abbia mai dovuto affrontare collegialmente, o se prevarranno ancora gli interessi e gli egoismi di pochi.

La COP19, dall’11 al 22 di novembre a Varsavia, è l’occasione per capire se l’ambito negoziale dell’UNFCCC sarà in grado di costruire il nuovo patto mondiale per il clima o se è destinato a essere ricordato come la sede delle occasioni perdute.

Il Piano B, lanciato due anni fa a Durban, prevede un accordo da chiudere entro il 2015 a Parigi. Per la sua realizzazione è necessario che a Varsavia vengano prodotti dei risultati tangibili, in termini di architettura generale dell’accordo futuro.

Lotta alla deforestazione, trasferimento di tecnologie e meccanismi finanziari sono tra i principali temi in discussione, ma il cuore del negoziato resta sempre legato a doppio filo agli impegni di riduzione globali delle emissioni di gas ad effetto serra (GHG), in risposta alle richieste degli scienziati. Bisogna superare il Protocollo di Kyoto, inadeguato per l’entità delle riduzioni di GHG previste e per la sempre minore partecipazione delle nazioni, ma bisogna soprattutto arrivare a dettagliare gli impegni per i singoli paesi.

Il principale problema da risolvere è come “portare a bordo” USA e Cina che, pur essendo i due principali emettitori mondiali, non hanno ancora sottoscritto alcun impegno formale di riduzione delle emissioni.

Le responsabilità storiche sono ovviamente diverse e non forniscono alcuna scusante agli americani, principale responsabile delle emissioni di GHG dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ma anche la Cina fa sempre più fatica a nascondersi dietro l’etichetta di paese emergente. La richiesta di aiuti economici che rivolge ai paesi occidentali, in quanto ancora formalmente classificato come paese in via di sviluppo, stride pesantemente con le capacità economiche che ha a disposizione e con l’approccio “neo-coloniale”, finalizzato al controllo delle risorse naturali, sempre più evidente in Africa. Anche i valori di emissioni pro-capite di GHG della Cina, sono ormai assimilabili a quelli di un paese della Ue e giustificano la richiesta di molti paesi di vedere il gigante asiatico all’interno di un accordo legalmente vincolante.

Finora in ambito UNFCCC sono sembrati prevalere i tatticismi e i tecnicismi. Difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi tra Bali Raod Map, KP, Cancun Agreement, LCA, Durban Plattform, REDD+ e una moltitudine di altre sigle. Una selva terminologica per iniziati che è riuscita solo a tenere lontani i cittadini dalle attività dell’organismo chiamato a decidere le sorti del loro futuro e che dovrebbe invece lavorare alla costruzione di un patto intra e inter-generazionale.

In un certo senso è proprio ciò che ha affermato il Ministro dell’Ambiente Orlando mercoledì scorso, agli Stati generali della Green Economy a Rimini. Per affrontare i grandi temi ambientali, quale il cambiamento climatico, ritiene indispensabile la costruzione di un nuovo patto sociale, in grado di coinvolgere tutti gli interessi in gioco, per costruire una progettualità capace di andare oltre il singolo mandato di un politico.

Basta vedere quanto accaduto in Australia, dove il neo eletto Tony Abbott ha aperto il proprio mandato con la promessa di distruggere i principali strumenti di lotta al cambiamento climatico realizzati dai precedenti primi ministri australiani, come Emission trading e Carbon tax.

Lo stesso Orlando si è speso a favore della tassazione verde, da accompagnare rigorosamente con un’equivalente riduzione delle tasse sul costo del lavoro. Iniziativa tanto importante quanto complessa, che può però sperare di vedere la luce solo con il supporto di governi stabili e granitici.

A Rimini ha poi chiesto alla Ue di forzare la mano degli impegni di riduzioni delle emissioni GHG dal 20% al 30% entro il 2020. Potrebbe questa essere una piccola anticipazione della posizione con cui la Ue si presenterà al tavolo negoziale della COP19, forse con l’intenzione di assumere una maggior leadership nel negoziato.

Nel frattempo, mentre i delegati di tutto il mondo si apprestano a fare le valigie per le due settimane di lavoro a Varsavia, uno dei più forti tifoni mai registrato nel Pacifico occidentale sta colpendo le Filippine. Haiyan ha già causato più di 100 morti e, secondo fonti della BBC, interesserà circa 12 milioni di persone nel paese. Il tifone si sposta ora verso il Vietnam dove è già iniziata l’evacuazione di massa di 100.000 persone.

Solo un paio di giorni fa è arrivata, invece, la conferma ufficiale da parte del WMO, l’Organizzazione metereologica mondiale, della continua crescita della concentrazione di GHG in atmosfera. Nel 2012 la concentrazione della CO2, il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico, si è attestato a 393,1 ppm, pari a 1,4 volte il valore pre-industriale di 278 ppm. La soglia simbolica dei 400 ppm è stata superata in casi puntuali già nel 2012 e in modo più esteso nel 2013. Con gli attuali trend di emissione, tale valore è destinato a essere superato come media annuale già nel 2015 o 2016.

C’è da sperare che a Varsavia i delegati dei vari paesi tengano a mente anche queste informazioni, mentre si aggroviglieranno nelle loro sigle incomprensibili ai più.

Intanto, ci pensano i giovani a dare una scossa alla politica. L’associazione YOUNGO, organizza ad ogni COP una sorta di pre-evento, presenziato anche dalla Figueres. Questa volta i giovani hanno subordinato l’invito alla Figueres al fatto che lei rinunci a partecipare al Summit internazionale dell’Associazione del carbone (WCA). “Questo perché è inaccettabile che chi guida l’UNFCCC,” afferma Marta Sycut della sezione polacca di YOUNGO, “partecipi ad un incontro che punta a promuovere il ruolo del carbone per combattere il cambiamento climatico, un concetto bizzarro presentato dalla lobby dell’industria sporca”.

Political progress registered, but China and US may be undermining EU goals

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“The USA is blocking, blocking, blocking!” The assessment of Tim Gore, the Oxfam representative, during yesterday’s NGO press conference is quite clear. His request that the EU and the developing countries move forward in any case, even if the US do not, resembles events at the COP 15 in Bali. In 2007 it was Al Gore who put forward a similar demand, echoed during the final plenary session by Kevin Conrad, the Special Envoy and Ambassador for Environment & Climate Change of Papua New Guinea. The roar of approval in the assembly forced the US to accept the Bali Road Map.

It now seems possible that the same script will play out next Friday night in order to launch the 3-year Durban Road Map proposed by the EU.

The first target in Durban is undoubtedly the need to assure a future to the Kyoto Protocol (KP) through the II commitment period, beyond 2012. But the second goal seems to be the need to find a way to involve the US, which in political terms stands on tenuous ground. Everyone knows that it is very difficult to negotiate with a government that seems unable to impose to its own Senate the ratification of any agreement.

Yesterday there was a bilateral meeting between China and the US, probably crucial for the development of the COP 17. No official statement was issued.

But the previous day, Minister Xie Zhenhua, the Head of the Chinese Delegation, had sent an indirect message, almost certainly meant for US negotiators: “It is time to see who is acting in a responsible way to solve a common challenge for the human race.”

Rumours circulated by Greenpeace suggest an agreement between China and the US to postpone the deadline of a new global deal until after 2015, the date on which the EU is instead insisting as a condition for it to subscribe to a second KP commitment period. The situation is further complicated by China’s announcement to be ready for a legally binding agreement, without clearly specifying whether this means Beijing’s acceptance of the year 2020 as a deadline for the introduction of its own absolute mitigation target.

At the same time, the uncertainty and the shifting of political positions might be interpreted as a positive sign, showing that negotiations are having an effect on the original positions of the parties involved.

In the meanwhile, progress is being reported on financing issues as the idea to collect funds for developing countries from taxation of international aviation and shipping is gaining ground and could be one of the Durban conference’s positive results.

Growing attention is also being given to Mexico’s and Papua New Guinea’s proposal for the introduction of a threefourths majority voting for the COP decisions. What could be seen as a simple procedural aspect may became one of the most interesting outcomes of the COP and facilitate the future of the Durban Road Map.

Decisions needed as leaders arrive in Durban for COP’s second week

Planetnext

The Conference of the Parties (COP) 17 enters its the last week of negotiations with the High Level session starting tomorrow afternoon and might be  useful to identify which are the most important topics under discussion.

 

Some positive results are expected  regarding technology transfer, a crucial issue in facilitating a more sustainable development path for developing countries.

 

Copenhagen and Cancun had outlined a financing mechanism, the Green Climate Fund, capable of supporting adaptation and mitigation to help in particular the less developed countries. It foresaw a three-year period (2010-2012) of fast tracking  $10 billion per year, to be increased up to $100 billion by 2020.

 

Christiana Figueres,  the UNFCCC Executive Secretary, underlined last Friday during a press conference that  there has so far been no decision on how that figure will be reached. She also pointed out that already last year the High Level financing panel set up by UN Secretary General Ban Ki-moon had highlighted the need for “a combination of traditional and innovative sources of finances.”

 

Financing is needed as well to support the REDD mechanism (Reduction Emission from Deforestation and Degradation). In this field some problems have been raised by Brazil, which does not appear willing to accept a regime of international reporting of how safeguards in REDD will be addressed and respected.

 

But mitigation remains the main point for which a political solution must be found by the 12 Chiefs of State and 130 Ministers starting to arrive in Durban already this afternoon..

 

It is no longer possible to postpone a decision about the future of the Kyoto Protocol (KP) because its first commitment period expires at the end of 2012. Linked with the destiny of the KP is the decision on how to forge a new broader international pact, to include the greenhouse gas (GHG) emissions of all major emitters actually under discussion in the Long Cooperative Action (LCA).

 

The most concrete proposal submitted up to  now is the one prepared by the EU. With the public refusal on the part of Japan, Russia and Canada to be part of the II commitment period, the EU becomes the main mover in favour of the KP survival.

 

This allows the EU to lay down its own conditions to save the only existing, legally binding accord, i.e., the KP, still crucial for all developing countries. Figueres is aware that the EU will accept to support the KP’s renewal “only under certain conditions,” spelled out last Friday by Thomasz Chrusczow, representing the Polish EU Presidency: “it is necessary that the new pact include 100% of the global emissions.”

 

He asked for a kind of “Durban Road map,” a three-year negotiating process in order to finalize a full and global agreement by 2015 which should then become operative before 2020. Chrusczow’s request to base this new process on the same principles as the Bali Road map and the Cancun agreement indirectly confirms the failure of the COP 15 in Copenhagen and the entirely unsuccessful Rasmussen COP 15 Presidency. The evidence is that it is now necessary to restart the process for a new legally binding agreement.

 

But the international situation has radically changed from that prevailing at the time of the 2007 Bali conference and even more with respect to 1992, when the UNFCCC was signed. For Artur Runge Metzer, of the EU Commission, it is therefore no longer possible to base a future agreement only on historical responsibility. “We are aware of our historical responsibility, but this is not enough. If we shut down the EU tomorrow or next Saturday as result of the COP 17, we don’t save the climate. Others have to come on board”.

 

The message is clearly directed at the USA, increasingly absent from the negotiation process, as shown by the vague answer of the Deputy Special Envoy for Climate Change,

 

Jonathan Pershing, during last week’s press conference and by the US attempt to postpone the new negotiation process until after 2020. The indirect answer comes from Keya Chatterjee, representative of WWF US. She urged her national delegation to keep  in mind this year’s  climatic events in the U.S., where for the first time 47 States had to declare a state of emergency because of  weather-related disasters.

 

But the EU message is meant also for the emerging economies, considering their increasing contribution to total GHG emissions. Chrusczow did however specify that it is necessary to differentiate between various national conditions because China, the main global emitter, has a value per habitant of 6 tons of CO2, while India’s is well below 2.

 

Srinivas Krishnaswamy, of the NGO CAN South Asia, is asking for a more leading role of the BASIC countries (Brazil, South Africa, India and China). They are already part of the G77+China group, but Krishnaswamy notes that they are increasingly behaving as an official negotiating group. This could be interpreted as a natural evolution of the developing countries’ block characterized by growing differences among them in terms of interest in the oil economy, level of development and direct hardship due to climate change-related consequences. To the group belong countries as different as Saudi Arabia, China, Tuvalu and Bangladesh.

 

There is finally another important point that may be on the discussion table in the days to come. It is the proposal presented by Papua New Guinea (PNG) and Mexico at the beginning of last week and already introduced in a less strong way by PNG at the Copenhagen conference. The proposal is to move the current consensus-based decision-making process towards a qualified majority approach. According to informal rumors, there is growing sympathy for this proposal, despite the opposition of some important parties. If nothing else this would force clarification of the meaning of “consensus,” often left to the interpretation of the COP Presidency, and speed up the decision process, considering that climate change will not wait for the conclusion of the long political debate.

Il gas serra non derubi la fame

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Su un punto a Copenhagen sembrano essere tutti d’accordo. I paesi industrializzati debbono aiutare finanziariamente quelli in via di sviluppo ad affrontare i cam- biamenti climatici e ad intraprendere un percorso di sviluppo a basso contenuto di carbonio. Yvo de Boer, guida del processo negoziale sul clima dell’Onu, sembra aver trovato il consenso: 10 miliardi di dollari all’anno dal 2010 al 2012.

Soldi che la Ue è disposta però a trasferire solo ai paesi più poveri, non alle grandi economie emergenti come India e Cina. Il responsabile della Commissione europea per i cambiamenti climatici, Artur Runge-Metzger, ironizza sul possibile paradosso di vedere gli Usa costretti a chiedere un prestito alla Cina per riuscire a finanziare lo stesso gigante asiatico.

In ogni caso si devono rendere disponibili, sostiene de Boer, soldi freschi e non trasformare fondi già in precedenza destinati ai paesi in via di sviluppo. È proprio questa la pre- occupazione di Jason Anderson, responsabile europeo di Wwf per clima ed energia. «I soldi già allocati dalla Ue in passato sono dello stesso ordine di grandezza dei 2 miliardi di euro che la Ue sembra voglia assegnare domani a Bruxelles. È sicuro che siano risorse aggiuntive?».

Evita ogni commento sul rischio che si girino sul clima soldi già promessi contro la fame nel mondo il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Ribadisce invece l’importanza di ottenere davvero quanto promesso al vertice di Roma nelle scorse settimane, perché spesso gli interventi a favore di un’agricoltura sostenibile nei paesi poveri hanno una importante ricaduta sul clima.

Federica Bietta, consulente speciale per il clima della Papua Nuova Guinea, precisa che i Paesi in via di sviluppo chiedono che i fondi siano gestiti da un nuovo organismo all’interno dell’Unfccc. «L’attuale Gef si è dimostrato troppo lento, burocratico e quindi inefficace. Adesso anche Ue ed Usa sembrano pronti ad accettare questa ipotesi».

Il punto – L’arrivo di Nguyen

 

AAA-Unita

 

unita bici

Si è aperta oggi a Copenhagen la 15 Conferenza dell’UNFCCC, con l’ambizioso obiettivo di costruire un futuro più solido per il Protocollo di Kyoto e di unire l’intera comunità internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici, con nuovi obiettivi a partire del 2012.
E che l’attesa per l’incontro sia altissima lo si capisce dall’inusuale partecipazione alla sessione politica finale, normalmente presenziata dai soli ministri dell’ambiente, di un gran numero di capi di stato e di governo, a partire dal Presidente Obama. Forse ancora più sorprendente sono le 35.000 richieste di partecipazione che hanno sommerso oltre ogni aspettativa l’organizzazione. Non si è potuto però andare oltre alla capienza massima del Bella Center, già calcolata con ampi margini in eccesso rispetto al precedente record di Bali del 2007 di circa 10.000 persone. Il taglio ha riguardato anche la stampa, negando, per la prima volta da quando è stata creata la UNFCCC nel 1992, l’accesso anche a numerosi giornalisti.

Un allarme bomba alla vigilia ha costretto l’intervento degli artificieri ed ha bloccato ieri il centro congressi per più di un’ora, creando grosse difficoltà alla registrazione dei partecipanti protratta fino a tarda serata. Un segnale di concretezza per una conferenza che non può permettersi di produrre solo degli impegni teorici giunge dal governo danese. Rompendo la tradizione dei precedenti incontri UNFCCC ha infatti deciso di non consegnare alcun omaggio ai partecipanti, devolvendo invece i circa 530 milioni di euro così risparmiati ad un percorso biennale di studio sul clima nell’Università danesi per 11 studenti di tutto il mondo.
Nel frattempo la capitale delle biciclette si prepara ad accogliere domani l’australiano Kim Nguyen, autore di un lungo viaggio simbolico a pedali, iniziato da Brisbane un anno e mezzo fa. 

 

Intervista a Yvo de Boer – “Sono ottimista. A Copenaghen si farà l’accordo sul clima”

AAA-Unita

unita tornado

Da domani per due settimane gli occhi del mondo intero saranno puntati su di lui. Yvo de Boer, il Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc), sa che la prossima Conferenza di Copenhagen dovrà riuscire a dimostrare la reale volontà della comunità internazionale di affrontare quella che è stata definita la più grande sfida il genere umano abbia mai dovuto affrontare collegialmente.

Le premesse non sono delle migliori visto che gli impegni complessivi di riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi sviluppati sono ancora lontani dal 25 – 40% che gli scienziati chiedono siano raggiunti entro il 2020, rispetto ai valori registrati nel 1990.

Cosa significherebbe non riuscire a raggiungere un accordo su questi valori a Copenhagen?

«Ripiegare su un impegno più debole in questa fase significherà necessariamente la richiesta di uno sforzo molto più grande in futuro».

Ma lei ritiene ancora possibile un accordo su quei numeri?

«Si. Io credo che quei valori siano ancora possibili o comunque che si possa arrivare molto, molto vicino».

Gli USA, nonostante il radicale cambio di politica sul clima del Presidente Obama rispetto al predecessore Bush, rischiano però di rappresentare ancora il freno del negoziato a causa di un Senato in grado di bloccare ogni accordo.

«Il Senatore Kerry, cofirmatario della proposta di legge americana ha confermato nei giorni scorsi la sua convinzione che la legge federale passerà, dopo Copenhagen. Molti altri Paesi hanno dimostrato la stessa disponibilità a ratificare l’eventuale trattato a livello nazionale. Quello che sta accadendo negli USA non è in fondo così critico come sembra».

La proposta contenuta nel disegno di legge USA però, comparata con i valori del 1990, rappresenta un impegno di riduzione del solo 4% per il 2020, ancora minore del 7% già previsto dal Protocollo di Kyoto per il 2012.

«La realtà è che le emissioni attuali degli USA sono aumentate del 14% rispetto al 1990 e non possiamo portare indietro l’orologio. Rispetto a questi valori di partenza il loro impegno diventa molto significativo».

Se lo sforzo degli USA non sarà comparabile a quello europeo rispetto ai valori del 1990 c’è però il rischio che la Ue rifiuti di estendere il proprio impegno di riduzione al 30%.

«Dipende tutto dal punto di partenza rispetto al quale verrà misurata la comparabilità degli sforzi nel corso delle prossime due settimane a Copenhagen. Si potrebbe anche dire che la Ue è già impegnata con il Protocollo di Kyoto a ridurre dell’8% le proprie emissioni, per cui l’obiettivo del -20% che ha sottoscritto per il 2020 significa attualmente una riduzione del 12%, minore così del -17% americano».

Anche se si raggiungerà un buon accordo politico a Copenhagen, sarà poi necessario un incontro successivo per la stesura di un accordo legalmente vincolante. Si dovrà aspettare il prossimo dicembre a Città del Messico o è pensabile che possa essere chiuso prima?

«È possibile arrivare alla finalizzazione di un accordo legale in giugno. È già in programma un incontro Unfccc a Bonn in quel periodo e questo potrebbe tranquillamente fungere da “seconda parte” della conferenza di Copenhagen».

Altro tema critico è quello degli aiuti finanziari a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ci sono diverse cifre in ballo rispetto al 2020, ma lei spinge perché vi siano soldi disponibili fin da subito.

«I Paesi sviluppati debbono mettere a disposizione 10 miliardi di dollari all’anno per il periodo 2010-2012. Cifre che sono state condivise in diversi contesti in questo ultimo periodo e trovano ormai un ampio consenso».

Ma esiste anche un importante flusso economico che può derivare dal mercato della CO2.

«Certamente. Anzi, è importante ricordare che il 95% degli investimenti nel settore energetico proviene da investitori privati ed anche in futuro questi soggetti giocheranno il ruolo principale. Noi però abbiamo bisogno di fondi pubblici per l’adattamento e per il trasferimento di tecnologie a basso impatto che difficil- mente troveranno l’interesse del settore privato».

C’è, infine, chi vorrebbe eliminare il Protocollo di Kyoto. Lei crede che questo sia un rischio reale?

«Il Protocollo di Kyoto è l’unico strumento legalmente vincolante a livello internazionale sul cambiamento climatico ed i paesi in via di sviluppo non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’unica vera certezza. Ad oggi vi è un ampio consenso a proseguire con questo strumento, a meno che Copenhagen non sarà in grado di produrre un accordo più attrattivo dell’esistente».

unita de boer

E’ il numero uno delle Nazioni Unite in materia di clima. Ricopre la carica di Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Diplomatico olandese, ha il compito di negoziare il cosiddetto Kyoto Bis, il nuovo accordo internazionale per ridurre le emissioni di anidride carbonica dopo il 2012. Una trattativa difficile da condurre con 192 Stati. Nato a Vienna nel 1954, è sposato e ha tre figli.