1990 L’anno zero del clima

AAA-Unita

La Ue si è già impegnata a tagliare entro il 2020 le proprie emissioni di gas serra del 20% rispetto ai valori del 1990. Gli Usa promettono il 17% calcolato sul 2005, che scende però ad un misero 4% se confrontato con il 1990. Ma perché utilizzare anni di riferimento diversi per definire gli obiettivi di riduzione e, soprattutto, quali sono le implicazioni legate alla scelta di un anno piuttosto che l’altro?

La scelta del 1990 risale alla decisione del Consiglio Europeo su Ambiente-Energia dello stesso anno, portandolo a riferimento per la stabilizzazione delle emissioni al 2000. Da allora ha assunto una valenza internazionale, diventando di fatto l’anno «0» per le politiche climatiche.

Per contro ha aperto la porta al fenomeno “hot air”, in cui le riduzioni delle emissioni sono imputabili a fenomeni contingenti esterni e non frutto di politiche specifiche.

Anche gli obiettivi di Kyoto racchiudono in sé parte di questi problemi, essendo stati concordati nel 1997, ma sui valori del 1990. È così evidente che quanto accaduto prima della firma del protocollo non può essere frutto di impegni conseguenti. È il caso della Russia che, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, si trova oggi ad aver una riduzione delle proprie emissioni rispetto al 1990 di circa 1.100 milioni di t di CO2, il doppio di quelle italiane, nonostante l’assenza di apposite politiche climatiche.

Anche la proposta del 2005 ha origini europee.

L’anno in cui è entrato il vigore il Protocollo di Kyoto è stato preso a riferimento dalla Ue per gli obiettivi al 2020 sulle rinnovabili e l’efficienza energetica, conosciuti come 20-20-20. Si minimizza in questo modo l’influenza delle azioni verificatesi nel passato, permettendo il confronto sull’efficacia di quelle intraprese invece dopo la firma dell’accordo. Il 1990 rimane centrale per la sua valenza politica, ma il 2005 rischia di assumere una maggiore concretezza tecnica. Resta da vedere cosa prevarrà tra le delegazioni a Copenhagen.

Annunci

Conversando con… Rajendra Kumur Pachauri

AAA-Unita

Pachauri Cricket 3

Per chi si dovesse trovare seduto vicino a Rajendra K. Pachauri negli spalti di una partita di cricket, sport per cui  nutre una vera passione, non deve essere facile immaginare di avere al proprio fianco la guida dell’IPCC, il più importante gruppo di scienziati esperti di cambiamenti climatici.

Sarà per la curiosa striscia bianca che gli attraversa la barba e la capigliatura all’apparenza indomabile o per il suo modo di fare mite e cordiale, ma l’impressione è più quella di avere a che fare con il professore in pensione della porta accanto che con una delle figure di maggiore responsabilità del nostro tempo.

La posta in gioco sono i periodici rapporti scientifici prodotti dall’IPCC, organismo che questo ingegnere indiano dall’impressionante curriculum professionale nel settore dell’energia, delle foreste e dell’economia guida dal 2002, in cui è descritta l’evoluzione del clima del pianeta e i possibili spazi di intervento per l’uomo.

Questi rapporti guidano il dibattito politico sul futuro climatico della terra nelle stanze di governo di tutto il mondo e soprattutto all’in- terno dell’UNFCCC, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite appositamente creato per concordare le strategie e le azioni a livello internazionale.

Il IV rapporto, pubblicato nel 2007, frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati, è stato così decisivo da far meritare all’IPCC il Premio Nobel per la pace.

200 di questi scienziati si sono trovati la scorsa settimana a Venezia per definire la struttura che dovrà avere il futuro V rapporto, la cui pubblicazione è prevista per il 2014.

Dottor Pachauri, quali sono gli elementi di maggiore novità che avrà il V rapporto?

«Non è possibile anticipare i contenuti di dettaglio perché l’approvazione formale dovrà avvenire ad ottobre, ma il V rapporto coprirà sicuramente di più gli aspetti economici e sociali. I cambiamenti climatici non possono essere considerati solo una questione di parametri geofisici o biofisici, ma è fondamentale comprendere anche le ricadute e le azioni a livello sociale».

Non le crea un senso di frustrazione vedere il divario esistente tra le urgenti richieste di intervento provenienti dagli scienziati e le ancora limitate azioni di risposta da parte del mondo politico?

«No, anzi io sono ottimista. Basta pensare a quanto è stato utile l’apporto di conoscenza fornito dal IV Rapporto dell’IPCC nel 2007. Chi avrebbe immaginato prima di allora, ad esempio, che la Ue si sarebbe impegnata su base praticamente volontaria con il noto obiettivo 20-20-20 (di riduzione delle emissioni e dei consumi energetici e di incremento delle rinnovabili, ndr)?

Pensiamo poi agli USA. Inizialmente lontani dal riconoscere le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, ma pronti a riconoscere l’esistenza del problema e la necessità di intervenire già prima del termine del mandato dell’amministrazione Bush. Senza parlare di Obama che in diverse occasioni ha ammesso l’enorme ritardo accumulato dagli USA e ribadito la necessità di prendere la guida su questo tema. Nella mia visione tutti questi sono degli importanti passi avanti».

E qual’è il suo giudizio sul risultato del G8 all’Aquila?

«In parte incoraggiante e in parte deludente. Mi incoraggia vedere l’obiettivo dei paesi sviluppati di voler ridurre le proprie emissioni dell’80% entro il 2050, così come è un passo avanti l’impegno della maggior parte dei paesi del mondo a voler mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2 °C. Mi ha invece deluso non trovare alcun obiettivo di riduzione per il 2020.

Ci sono poi state anche chiare indicazioni in merito alla fornitura di abbondanti flussi economici verso i paesi che già soffrono le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui si trovano anche i più poveri paesi nel mondo. Ciò pone un tema di equità nel mondo, con il rischio di aumentare sempre di più il divario tra paesi ricchi e poveri.

Al G8 si è parlato di Africa e di sostenibilità, ma non sembra essere stato concretamente affrontato il tema dell’equità legato ai cambiamenti climatici».

Come trovare una soluzione ai cambiamenti climatici?

«È necessario agire a più livelli. Abbiamo sicuramente bisogno di un accordo globale, ma servono poi le azioni dei singole governi. Vi è poi il livello di consapevolezza sul problema che deve continuamente aumentare all’interno di ogni democrazia e non possiamo tralasciare l’importanza delle azioni a livello individuale. Ogni essere umano deve realizzare che se da una parte può godere dei beni che il mondo ci fornisce, dall’altra ha la responsabilità di fare qualcosa in cambio».

Cosa pensa del crescente movimento dei «negazionisti» dell’effetto serra in Italia?

«Ogni volta che nella storia dell’uomo è iniziata una nuova era c’è stato qualcuno che l’ha criticata e che ha cercato di non farla emergere, ma con gli sforzi della società nel suo complesso e con il lavoro di informazione dei media tutto sta cambiando. È un dato di fatto che il numero dei «negazionisti» a livello mondiale oggi è molto minore di quello di 10 anni fa».

Pensa che questo accadrà anche in Italia?

«Lo spero. Penso anche che la leadership politica dovrebbe mostrare la via. Prenda il caso degli USA. I «negazionisti» erano in pratica seduti alla Casa Bianca pochi anni fa e oggi c’è qualcuno che vuole far fare davvero dei passi avanti al paese. Mi piacerebbe vedere accadere lo stesso in Italia. Io sto cercando un’opportunità per incontrare il Presidente del Consiglio per dirgli perché è importante per l’Italia agire su questo tema».

E quali sono queste ragioni?

«La prima è legata alla sicurezza, visto che ci sono paesi non molto lontani dall’Italia che saranno destinati in questo contesto a diventare degli stati deboli, condizione ideale per aumentare l’instabilità politica e far prosperare terrorismo, traffico di droga e di armi.

Vi è poi una ragione di opportunità visto che l’Italia ha una notevole capacità tecnologica. Se intraprende un percorso di sviluppo di tecnologie rinnovabili può diventare un leader mondiale nel settore e questa è un’opportunità economica che non credo valga la pena di lasciarsi scappare».

Pachauri Cricket 1

L PERSONAGGIO

 

In prima linea nella battaglia sul clima

 

Vegetariano convinto, appassionato di cricket, l’indiano Rajendra Pachauri nel 2002 è stato eletto presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l’istituto dell’Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 ex aequo con Al Gore. Chioma e barba color pepe e sale, Pachauri già collaborava per l’Icpp da anni e ha partecipato all’elaborazione del secondo rapporto sul clima (1995) come autore principale, ed era vice presidente dell’Ipcc quando fu pubblicato il Terzo rapporto. Pachauri, è subentrato al vertice dell’Ipcc all’ americano Robert Watson, non senza polemiche. Nato il 20 agosto 1940, cresciuto sui contrafforti dell’ Himalaya ha lavorato come scienziato, ingegnere ed economista prima di assumere la guida – alla sua fondazione, 25 anni fa del Centro di ricerca sulle energie sostenibili (Teri), a New Dheli, finanziato dal gruppo industriale indiano Tata. Nel 2001, il presidente indiano gli ha conferito il prestigoso Padma Bushan e nel 2006 ha ricevuto dal governo francese l’onorificenza di Officier de la Legion d’Honneur.