Via gli incentivi al “fossile” I partiti italiani concordano

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Stampa ONGVARSAVIA – In attesa di conoscere l’esito finale della COP19 è già possibile trarre una prima conclusione da Varsavia. L’energia ha assunto il ruolo della protagonista del negoziato. Non solo in termini postivi per la centralità che merita il tema, ma anche per il rischio che il settore finisca per esercitare un’azione di lobby troppo forte sul processo dell’UNFCCC.

“Perché alle conferenze dell’OMS è vietata la pubblicità delle sigarette e alle COP sul clima è permessa la sponsorizzazione delle fonti fossili”, chiede la giornalista di Democracy Now a Ban Ki-moon, il quale giustifica la scelta con la necessità di avere un processo inclusivo di tutti nel processo. Anche la capo delegazione polacca, Beata Jaczewska, interpreta come elemento democratico la grande presenza dell’industria del carbone alla COP19, contestata dalle ONG.

Il problema è che, come ricorda Dirk Notz del Max Planck Institute, “per riuscire a restare al di sotto dei 2 °C di aumento di temperatura è necessario che l’80% dei combustibili fossili ancora disponibili rimanga sotto terra”. Ne è cosciente Connie Hedegaard che manifesta la volontà di spostare gli incentivi dalle fonti fossili alle rinnovabili, oggi ancora in rapporto di 6 a 1 a favore delle prime.

Per capire meglio la posizione italiana sull’argomento, abbiamo chiesto il punto di vista di due Deputati e un Senatore, componenti delle rispettive Commissioni Ambiente, presenti a Varsavia.

On. Mariastella Bianchi, Pd, è giunto il momento di attuare questo spostamento di incentivi?

Dobbiamo fare un’operazione di trasparenza verso le fonti fossili. In Italia abbiamo il doppio della potenza installata rispetto al fabbisogno, e ciò comporta un aumento del costo dell’energia. Oggi paghiamo di più l’energia di notte per compensare i costi delle centrali ferme, mentre paghiamo di meno il costo dell’energia di giorno grazie alle fonti rinnovabili. È sfatiamo questo mito che l’energia in Italia costa il 30% in più a causa delle rinnovabili. Vi era lo stesso maggior costo rispetto all’Europa anche prima che partissero le rinnovabili in Italia.

Ma il suo partito vuole promuovere lo spostamento degli incentivi a favore delle rinnovabili?

Si, c’è bisogno di ribilanciare gli incentivi, oggi a favore delle fonti fossili. Ovviamente la cosa va fatta in modo pianificato, per non creare effetti negativi al sistema economico.

Il Movimento 5 Stelle, On. Massimo De Rosa, condivide l’idea di incentivare maggiormente le rinnovabili?

Noi siamo in favore allo spostamento di tutti gli incentivi a favore delle rinnovabili. Basta che ciò non sia realizzato attraverso un sistema di incentivi a pioggia. Ad esempio, non crediamo la scelta giusta sia realizzare dei grandi impianti a biomassa. Si tratta di interventi che, una volta venuta meno la spinta degli incentivi, sono destinati alla chiusura. Tra l’altro, pensiamo che gli impianti di piccola taglia dovrebbero avere un raggio limitato di approvvigionamento delle materie prime, al fine di garantire la sostenibilità della produzione energetica. Dobbiamo però sottolineare che nel governo non vi è una posizione comune. Insieme alle spinte positive a favore dello spostamento degli incentivi, vi sono quelle che la pensano in modo completamente diverso.

È d’accordo, Sen. Gianpiero Dalla Zuanna, Scelta Civica?

Si, all’interno del governo c’è chi ha posizioni più attente a questi temi e chi le ha più focalizzate su aspetti legati alla produzione. Da parte nostra c’è la volontà politica per spostare gli incentivi dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Ovviamente bisogna fare attenzione a come ciò verrà attuato, perché la cosa non è banale da realizzare. Non possiamo dall’oggi al domani togliere gli incentivi ai camionisti, senza pensare che ciò potrà avere delle ripercussioni sull’intero settore.

Sembra che siate tutti d’accordo, Mariastella Bianchi, dobbiamo sperare in una rapida evoluzione su questo tema?

La realtà è che tutti i partiti sono caratterizzati da una maggiore o minore consapevolezza e accettazione su problematiche così complesse e articolate. Purtroppo su questo tema non dovrebbero esserci dubbi e sul fronte degli incentivi alle rinnovabili la visione corretta è quella espressa dai membri delle Commissioni Ambiente.

 

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Copenhagen Il miracolo sul clima

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Difficile immaginare il volto dell’addetto alla sicurezza del vertice Fao a Roma, all’arrivo in bicicletta dell’ambasciatore danese Gunnar Ortmann. Contagiosa invece è la risata con cui il diplomatico ricorda le difficoltà a passare il varco.

Un gesto dimostrativo prima della conferenza sul clima di Copenaghen?

«No, assolutamente. Vado sempre ai vertici ufficiali in bici qui a Roma, così come lo facevo a Berlino. Mi piace ed è più comodo. Al vertice Fao sono arrivato in circa 20 minuti, in auto sarebbe stata un’ora».

Non corre il rischio di essere preso un po’ per matto dai suoi colleghi?

«Non credo. Quando spiego le mie ragioni, tutti le trovano razionali e condivisibili, soprattutto se sono appena stati bloccati nel traffico»

Siamo alla vigilia di Copenaghen. Come vede la proposta del suo Primo ministro di puntare ad un accordo solo politicamente e non legalmente vin- colante?

«Credo sia frutto di realismo politico. È ovvio che sarebbe meglio arrivare ad un accordo legalmente vincolante, ma non ci sono i tempi. Noi siamo impegnati a fare il massimo di ciò che è possibile e credo che impuntarsi ad ottenere l’impossibile possa alla fine essere un danno per il clima».

E cos’è il massimo per lei?

«Copenaghen deve produrre un accordo ambizioso in termini di contenuto, demandando al prossimo anno la definizione dei vincoli legali. Dobbiamo lavorare insieme per limitare l’aumento della temperatura ai 2 ̊C, Attenzione, volere di più potrebbe portare all’opposizione di alcuni paesi ed al rischio di restare con nulla in mano».

Ritiene che il cambio di politica degli Usa sia sufficiente?

«La scelta di Obama di venire a Copenhagen è un segnale molto importante per il vertice; aspettiamo tutti di sapere cosa il presidente degli Usa vorrà dire in occasione della sua visi- ta. Solo dopo sarà possibile esprimere giudizi».

EU showing leadership in Durban

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“The time to act is now!” For Artur Runge Metzer, the EU Commission representative, postponing a decision in Durban only means deferring inevitable costs and climate-related consequences, and probably missing the chance to maintain the growth of the global temperature below the important 2°C mark.

Runge Metzer indicated yesterday, during the daily press conference, that the EU is willing to take on the leadership in the current negotiation process and outlined which points need to be solved in order to achieve a positive outcome at the Conference of the Parties (COP) 17.

The most critical issue is the one related to mitigation, actually on the table in the double track of the Kyoto Protocol (KP) and Long-term Cooperative Action (LCA).

Specifying that “it is still under discussion if the second commitment period of the KP will be of 5 or 8 years,” Runge Metzer confirmed that the EU is in favor of a second commitment period. This is essential both to maintain the internal carbon market and to build a legally binding bridge in direction of a future global agreement by 2015. What he asked other developed countries is to show more ambition in terms of their respective national reduction targets in order to close the large existing gap between the pledges declared in Copenhagen and Cancun and the requirements of the scientific community.

Secondly, said Runge Metzer, it is necessary to agree on the global peak of greenhouse gas (GHG) emissions to be achieved before 2020, with the consequent commitment by all countries to reduce the overall quantity of emissions after that date.

Thirdly, there is the need to build up a renewed market mechanism, capable of capturing the big emissions reduction potential of the developing countries.

Finally, it is necessary to address the aircraft and marine emissions and to launch a new program for the agricultural sector.

The recent United Nations Environment Program (UNEP) report confirms the possibility of meeting the existing cap with the reduction targets requested by scientist before 2020 using existing technology, working with energy efficiency, renewable energy and at the sectorial level.

 

That is what is possible. Now politicians have to show the will to do it.

Il punto – Imminente l’accordo sul REDD

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Com’era prevedibile le bozze “segrete”, rilanciate da The Guardian e da Le Monde, che avevano provocato un polverone nei giorni scorsi si sono sciolte come neve al sole, lasciando il posto ai due documenti ufficiali che i coordinatori dei gruppi di lavoro (KP e LCA) hanno presentato ieri mattina.

È iniziato così il vero negoziato in direzione di un possibile trattato di Copenhagen, che dovrebbe affiancare la revisione dell’attuale Protocollo di Kyoto. In realtà nelle riunioni a porte chiuse, proseguite anche in tarda serata, si è cercato anche di affrontare in modo congiunto gli impegni di riduzione delle emissioni dei due tavoli, così come era stato richiesto dalla Ue. Difficilmente questo porterà alla fusione in un unico accordo perché, come ha ricordato Yvo de Boer, “vi è un ampio consenso verso il mantenimento del Protocollo di Kyoto”. I documenti sono molto sintetici, rispetto alle bozze di centinaia di pagine realizzate quest’anno in preparazione della Conferenza di Copenhagen, ma hanno ancora irrisolti in parentesi quadre i principali nodi, quali la necessità di limitare l’innalzamento della temperatura di 1,5 piuttosto che di 2°C.

Dovrebbe invece essere imminente l’accordo sul REDD, che ha visto nei giorni scorsi anche uno scontro interno alla Ue, con una posizione netta della Francia sulla definizione dell’anno base di riferimento per il calcolo delle emissioni. Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante, in grado di spostare le emissioni complessive di un paese anche di alcuni punti percentuali.

Nel frattempo la Ue al Consiglio europeo ha deciso di stanziare 2,4 miliardi di euro all’anno per il periodo 2010-2012, a favore dei paesi in via di sviluppo.

Cifra che corrisponde a circa 3,5 miliardi di dollari e quindi pari al 35% di quanto richiesto da Yvo de Boer al gruppo dei paesi sviluppati. Chiaro il messaggio della Ue. “Ci aspettiamo che gli USA facciano altrettanto, se non di più”.

Clima, la sfida di Copenhagen

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Perché la Conferenza di Copehagen (COP15) è così importante?
A fine 2012 termina il primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto ed è pertanto necessario negoziare i tagli delle emissioni per il periodo successivo. La mancata definizione di nuovi impegni di riduzione per l’inizio del 2013 sarebbe deleterio per l’efficacia della lotta ai cambiamenti climatici e per il mercato mondiale della CO2. Un accordo a Copenhagen è fondamentale per consentire i tempi tecnici necessari per rendere operativo il nuovo accordo prima della fine del 2012.

Cosa prevede il Protocollo di Kyoto?
Richiede complessivamente ai Paesi sviluppati di tagliare le proprie emissioni del 5% entro il 2012, rispetto ai valori del 1990. Gli USA si sono sottratti a tale obbligo, non ratificando il Protocollo. I Paesi in via di sviluppo, invece, lo hanno sottoscritto ma sono in questa prima fase esclusi da tagli vincolanti delle emissioni.

Cos’è l’UNFCCC?
È la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, definita nel 1992 a Rio de Janeiro. L’UNFCCC contiene i principi e gli indirizzi che la comunità internazionale ha deciso di adottare per affrontare i cambiamenti climatici. Gli incontri annuali dell’UNFCCC, chiamati “COP”, rappresentano l’unico ambito titolato a concordare e modificare le azioni e i trattati futuri, come avvenne nel 1997 con il Protocollo di Kyoto.

Come sono strutturati i lavori?
Esistono due tavoli negoziali indipendenti. Il KP è quello deputato a definire i nuovi vincoli di riduzione per i Paesi sviluppati che hanno aderito al Protocollo di Kyoto. Quello LCA, stabilito a Bali nel 2007, vuole invece stabilire degli obblighi per tutti i paesi sviluppati (inclusi gli USA) e le azioni che dovrebbero essere attuate dai Paesi in via di sviluppo per contribuire alla riduzione delle emissioni mondiali di gas serra.

Quali sono i possibili obiettivi per un accordo a Copenhagen?
Il IV Rapporto sui cambiamenti climatici dell’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo che opera sotto il cappello ONU, ha presentato un chiaro scenario. Per contenere i possibili danni del riscaldamento globale sotto una soglia accettabile è necessario che l’innalzamento di temperatura (oggi pari a circa 0,75 °C) non superi i 2°C e per fare questo la concentrazione di CO2 in atmosfera (attualmente pari a 385 ppm) non deve superare i 450 ppm.

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi sviluppati (PS)?
Per mantenere la concentrazione di CO2 sotto i 450 ppm, gli scienziati dell’IPCC chiedono la riduzione entro il 2020 delle emissioni dei PS del 25-40% ed entro il 2050 dell’80%, tenendo come anno di confronto il 1990. Sull’obiettivo di lungo periodo esiste un largo consenso, ma l’accordo è difficile su quello al 2020. Ad esempio, l’obiettivo -17% proposto dagli USA è riferito al 2005 e se ricalcolato rispetto al 1990 è pari solo al -4% (il Protocollo di Kyoto prevedeva che gli USA raggiungessero il -7% entro il 2012).

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi in via di sviluppo (PVS)?
Non avendo i PVS completato il loro percorso di sviluppo economico e di lotta alla povertà non è pensabile attribuire loro degli obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni. Il IV rapporto IPCC prevede invece che essi operino per la realizzazione di un percorso di sviluppo a minore contenuto di carbonio. È così ipotizzato che essi riducano la loro intensità di carbonio (emissioni di CO2/PIL) del 15-30% entro il 2020.

Vi sono altri punti sono in discussione?
I due tavoli KP e LCA intendono anche trovare come facilitare il trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi in via di sviluppo e di promuovere l’adozione di misure di adattamento, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’impatto causato dai cambiamenti climatici.

È prevista la creazione di strumenti legati alle foreste?
Storicamente gli interventi sulle foreste sono stati rivolti alle azioni di riforestazione, laddove le foreste erano precedentemente state distrutte. Da Copenhagen dovrà invece uscire un nuovo strumento, denominato REDD, in grado di proteggere le foreste esistenti. Queste vengono di fatto ad acquisire il valore di capitale mondiale per la protezione del clima dell’intero pianeta, anziché di aree a scarso valore economico per il paese che le ospita.

Chi si accollerà l’onere economico di tutti questi interventi?
I Paesi sviluppati sono chiamati a contribuire in modo principale alla creazione di un fondo in grado di supportare i Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli cosiddetti “meno sviluppati”. Il fondo dovrà essere immediatamente operativo e costituito anche grazie a sistemi di tassazione del mercato della CO2. Ad oggi il consenso maggiore è perché esso venga gestito direttamente all’interno dell’UNFCCC.

Gunnar Ortmann “Tenteremo un accordo ambizioso Limitare di 2 gradi la febbre del pianeta”

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Difficile immaginare il volto dell’addetto alla sicurezza del vertice Fao a Roma, all’arrivo in bicicletta dell’ambasciatore danese Gunnar Ortmann. Contagiosa invece è la risata con cui il diplomatico ricorda le difficoltà a passare il varco.

Un gesto dimostrativo prima della conferenza sul clima di Copenaghen?

«No, assolutamente. Vado sempre ai vertici ufficiali in bici qui a Roma, così come lo facevo a Berlino. Mi piace ed è più comodo. Al vertice Fao sono arrivato in circa 20 minuti, in auto sarebbe stata un’ora».

Non corre il rischio di essere preso un po’ per matto dai suoi colleghi?

«Non credo. Quando spiego le mie ragioni, tutti le trovano razionali e condivisibili, soprattutto se sono appena stati bloccati nel traffico»

Siamo alla vigilia di Copenaghen. Come vede la proposta del suo Primo ministro di puntare ad un accordo solo politicamente e non legalmente vin- colante?

«Credo sia frutto di realismo politico. È ovvio che sarebbe meglio arrivare ad un accordo legalmente vincolante, ma non ci sono i tempi. Noi siamo impegnati a fare il massimo di ciò che è possibile e credo che impuntarsi ad ottenere l’impossibile possa alla fine essere un danno per il clima».

E cos’è il massimo per lei?

«Copenaghen deve produrre un accordo ambizioso in termini di contenuto, demandando al prossimo anno la definizione dei vincoli legali. Dobbiamo lavorare insieme per limitare l’aumento della temperatura ai 2 ̊C, Attenzione, volere di più potrebbe portare all’opposizione di alcuni paesi ed al rischio di restare con nulla in mano».

Ritiene che il cambio di politica degli Usa sia sufficiente?

«La scelta di Obama di venire a Copenhagen è un segnale molto importante per il vertice; aspettiamo tutti di sapere cosa il presidente degli Usa vorrà dire in occasione della sua visi- ta. Solo dopo sarà possibile esprimere giudizi».

Conversando con… Rajendra Kumur Pachauri

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Per chi si dovesse trovare seduto vicino a Rajendra K. Pachauri negli spalti di una partita di cricket, sport per cui  nutre una vera passione, non deve essere facile immaginare di avere al proprio fianco la guida dell’IPCC, il più importante gruppo di scienziati esperti di cambiamenti climatici.

Sarà per la curiosa striscia bianca che gli attraversa la barba e la capigliatura all’apparenza indomabile o per il suo modo di fare mite e cordiale, ma l’impressione è più quella di avere a che fare con il professore in pensione della porta accanto che con una delle figure di maggiore responsabilità del nostro tempo.

La posta in gioco sono i periodici rapporti scientifici prodotti dall’IPCC, organismo che questo ingegnere indiano dall’impressionante curriculum professionale nel settore dell’energia, delle foreste e dell’economia guida dal 2002, in cui è descritta l’evoluzione del clima del pianeta e i possibili spazi di intervento per l’uomo.

Questi rapporti guidano il dibattito politico sul futuro climatico della terra nelle stanze di governo di tutto il mondo e soprattutto all’in- terno dell’UNFCCC, il tavolo negoziale delle Nazioni Unite appositamente creato per concordare le strategie e le azioni a livello internazionale.

Il IV rapporto, pubblicato nel 2007, frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati, è stato così decisivo da far meritare all’IPCC il Premio Nobel per la pace.

200 di questi scienziati si sono trovati la scorsa settimana a Venezia per definire la struttura che dovrà avere il futuro V rapporto, la cui pubblicazione è prevista per il 2014.

Dottor Pachauri, quali sono gli elementi di maggiore novità che avrà il V rapporto?

«Non è possibile anticipare i contenuti di dettaglio perché l’approvazione formale dovrà avvenire ad ottobre, ma il V rapporto coprirà sicuramente di più gli aspetti economici e sociali. I cambiamenti climatici non possono essere considerati solo una questione di parametri geofisici o biofisici, ma è fondamentale comprendere anche le ricadute e le azioni a livello sociale».

Non le crea un senso di frustrazione vedere il divario esistente tra le urgenti richieste di intervento provenienti dagli scienziati e le ancora limitate azioni di risposta da parte del mondo politico?

«No, anzi io sono ottimista. Basta pensare a quanto è stato utile l’apporto di conoscenza fornito dal IV Rapporto dell’IPCC nel 2007. Chi avrebbe immaginato prima di allora, ad esempio, che la Ue si sarebbe impegnata su base praticamente volontaria con il noto obiettivo 20-20-20 (di riduzione delle emissioni e dei consumi energetici e di incremento delle rinnovabili, ndr)?

Pensiamo poi agli USA. Inizialmente lontani dal riconoscere le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, ma pronti a riconoscere l’esistenza del problema e la necessità di intervenire già prima del termine del mandato dell’amministrazione Bush. Senza parlare di Obama che in diverse occasioni ha ammesso l’enorme ritardo accumulato dagli USA e ribadito la necessità di prendere la guida su questo tema. Nella mia visione tutti questi sono degli importanti passi avanti».

E qual’è il suo giudizio sul risultato del G8 all’Aquila?

«In parte incoraggiante e in parte deludente. Mi incoraggia vedere l’obiettivo dei paesi sviluppati di voler ridurre le proprie emissioni dell’80% entro il 2050, così come è un passo avanti l’impegno della maggior parte dei paesi del mondo a voler mantenere l’incremento della temperatura al di sotto dei 2 °C. Mi ha invece deluso non trovare alcun obiettivo di riduzione per il 2020.

Ci sono poi state anche chiare indicazioni in merito alla fornitura di abbondanti flussi economici verso i paesi che già soffrono le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra cui si trovano anche i più poveri paesi nel mondo. Ciò pone un tema di equità nel mondo, con il rischio di aumentare sempre di più il divario tra paesi ricchi e poveri.

Al G8 si è parlato di Africa e di sostenibilità, ma non sembra essere stato concretamente affrontato il tema dell’equità legato ai cambiamenti climatici».

Come trovare una soluzione ai cambiamenti climatici?

«È necessario agire a più livelli. Abbiamo sicuramente bisogno di un accordo globale, ma servono poi le azioni dei singole governi. Vi è poi il livello di consapevolezza sul problema che deve continuamente aumentare all’interno di ogni democrazia e non possiamo tralasciare l’importanza delle azioni a livello individuale. Ogni essere umano deve realizzare che se da una parte può godere dei beni che il mondo ci fornisce, dall’altra ha la responsabilità di fare qualcosa in cambio».

Cosa pensa del crescente movimento dei «negazionisti» dell’effetto serra in Italia?

«Ogni volta che nella storia dell’uomo è iniziata una nuova era c’è stato qualcuno che l’ha criticata e che ha cercato di non farla emergere, ma con gli sforzi della società nel suo complesso e con il lavoro di informazione dei media tutto sta cambiando. È un dato di fatto che il numero dei «negazionisti» a livello mondiale oggi è molto minore di quello di 10 anni fa».

Pensa che questo accadrà anche in Italia?

«Lo spero. Penso anche che la leadership politica dovrebbe mostrare la via. Prenda il caso degli USA. I «negazionisti» erano in pratica seduti alla Casa Bianca pochi anni fa e oggi c’è qualcuno che vuole far fare davvero dei passi avanti al paese. Mi piacerebbe vedere accadere lo stesso in Italia. Io sto cercando un’opportunità per incontrare il Presidente del Consiglio per dirgli perché è importante per l’Italia agire su questo tema».

E quali sono queste ragioni?

«La prima è legata alla sicurezza, visto che ci sono paesi non molto lontani dall’Italia che saranno destinati in questo contesto a diventare degli stati deboli, condizione ideale per aumentare l’instabilità politica e far prosperare terrorismo, traffico di droga e di armi.

Vi è poi una ragione di opportunità visto che l’Italia ha una notevole capacità tecnologica. Se intraprende un percorso di sviluppo di tecnologie rinnovabili può diventare un leader mondiale nel settore e questa è un’opportunità economica che non credo valga la pena di lasciarsi scappare».

Pachauri Cricket 1

L PERSONAGGIO

 

In prima linea nella battaglia sul clima

 

Vegetariano convinto, appassionato di cricket, l’indiano Rajendra Pachauri nel 2002 è stato eletto presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l’istituto dell’Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 ex aequo con Al Gore. Chioma e barba color pepe e sale, Pachauri già collaborava per l’Icpp da anni e ha partecipato all’elaborazione del secondo rapporto sul clima (1995) come autore principale, ed era vice presidente dell’Ipcc quando fu pubblicato il Terzo rapporto. Pachauri, è subentrato al vertice dell’Ipcc all’ americano Robert Watson, non senza polemiche. Nato il 20 agosto 1940, cresciuto sui contrafforti dell’ Himalaya ha lavorato come scienziato, ingegnere ed economista prima di assumere la guida – alla sua fondazione, 25 anni fa del Centro di ricerca sulle energie sostenibili (Teri), a New Dheli, finanziato dal gruppo industriale indiano Tata. Nel 2001, il presidente indiano gli ha conferito il prestigoso Padma Bushan e nel 2006 ha ricevuto dal governo francese l’onorificenza di Officier de la Legion d’Honneur.