Tokyo varia al ribasso gli obiettivi di riduzione delle emissioni

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La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

VARSAVIA – Il messaggio del governo giapponese giunge come una doccia gelida sulla COP19. Tokyo ha comunicato la variazione al ribasso dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il 2020. La decisione è legata all’incidente di Fukushima e alla conseguente volontà di uscire dal nucleare, spostando il mix energetico a favore di fonti caratterizzate da maggiori emissione di CO2.

Il legame con il nucleare è così netto che il capo-delegazione giapponese a Varsavia, Hiroshi Minami, ha ipotizzato la possibilità di rivedere la decisione odierna qualora il paese dovesse decidere di tornare a fare affidamento all’energia dell’atomo. Anche se nessuno lo ammette pubblicamente, un aggiustamento del target nazionale era nell’aria, considerando com’è radicalmente mutato il quadro energetico giapponese negli ultimi due anni. Ha stupito però l’entità del cambiamento degli obiettivi, prima fissati su una riduzione del 25% rispetto ai valori del 1990 ed ora sbilanciati addirittura verso un aumento del 3,1 %. Tutto comprensibile, secondo Minami, poiché il precedente target per il 2020 prevedeva un aumento della quota nucleare dal 28 al 40% della produzione energetica complessiva ed ora quell’ipotesi non è più percorribile. Viene invece confermato l’impegno del Giappone di tagliare le proprie emissioni dell’80% entro il 2050.

Difficile comprendere come l’obiettivo di lungo periodo possa essere effettivamente raggiungibile, visto che era già molto ambizioso potendo fare affidamento su un traguardo intermedio di -25% al 2020, mentre ora tutto lo sforzo è trasferito agli ultimi 30 anni.

Il disappunto, espresso formalmente in un comunicato ufficiale della Ue, è chiaramente visibile anche nell’espressione di Jürgen Lefevere, funzionario della Commissione europea, che sottolinea: “siamo venuti a Varsavia per negoziare l’aumento dei livelli di ambizione di ogni paese. Evidentemente il cambio di direzione giapponese non aiuta il processo”.

Sarà probabilmente della stessa opinione anche Nadrev Saño. Il responsabile della delegazione filippina che sta attuando dall’inizio della COP uno sciopero della fame in solidarietà con i connazionali colpiti dal tifone Hyian. Saño ha dichiarato di voler interrompere lo sciopero della fame solo quando si registreranno dei progressi significativi nel negoziato.

Nel toccante discorso di apertura di lunedì aveva attaccato apertamente chi ancora nega l’esistenza del cambiamento climatico, invitandolo a scendere dalla propria torre d’avorio.

Ci ha poi pensato il WMO, l’organizzazione meteorologica internazionale, a dare supporto scientifico alla posizione di Saño, con il rapporto intermedio sullo stadio del clima del 2013 presentato mercoledì. E, al solito, sembra un bollettino di guerra. Le temperature medie annue dopo il 1998 sono state tutte maggiori di quelle registrate in precedenza. Quest’anno il Giappone ha avuto l’estate più calda mai registrata e la Cina l’agosto più caldo. Anche in Australia si è avuta l’estate più calda da sempre, con la punta di 49,6 °C a Moomba. La Nuova Zelanda ha vissuto la peggiore siccità da decenni, così come alcune zone del Brasile. Per contro abbondanti piogge hanno colpito i paesi del centro Europa causando importanti esondazioni.

Smontato anche l’episodio che i negazionisti hanno cavalcato negli ultimi mesi, legato al notevole incremento della copertura dei ghiacci artici al termine dell’estate del 2013, rispetto all’anno precedente. Le particolari condizioni atmosferiche di bassa pressione verificatesi tra giugno e agosto hanno effettivamente consentito un recupero relativo rispetto al 2012, anno in cui era stato registrato il minimo storico da sempre.

La variazione annuale non intacca però il trend di riduzione dell’estensione che sta interessando da decenni i ghiacci artici. Purtroppo, tutti i valori registrati dopo il 2007 sono stati minori di quelli avuti in precedenza.

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1990 L’anno zero del clima

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La Ue si è già impegnata a tagliare entro il 2020 le proprie emissioni di gas serra del 20% rispetto ai valori del 1990. Gli Usa promettono il 17% calcolato sul 2005, che scende però ad un misero 4% se confrontato con il 1990. Ma perché utilizzare anni di riferimento diversi per definire gli obiettivi di riduzione e, soprattutto, quali sono le implicazioni legate alla scelta di un anno piuttosto che l’altro?

La scelta del 1990 risale alla decisione del Consiglio Europeo su Ambiente-Energia dello stesso anno, portandolo a riferimento per la stabilizzazione delle emissioni al 2000. Da allora ha assunto una valenza internazionale, diventando di fatto l’anno «0» per le politiche climatiche.

Per contro ha aperto la porta al fenomeno “hot air”, in cui le riduzioni delle emissioni sono imputabili a fenomeni contingenti esterni e non frutto di politiche specifiche.

Anche gli obiettivi di Kyoto racchiudono in sé parte di questi problemi, essendo stati concordati nel 1997, ma sui valori del 1990. È così evidente che quanto accaduto prima della firma del protocollo non può essere frutto di impegni conseguenti. È il caso della Russia che, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, si trova oggi ad aver una riduzione delle proprie emissioni rispetto al 1990 di circa 1.100 milioni di t di CO2, il doppio di quelle italiane, nonostante l’assenza di apposite politiche climatiche.

Anche la proposta del 2005 ha origini europee.

L’anno in cui è entrato il vigore il Protocollo di Kyoto è stato preso a riferimento dalla Ue per gli obiettivi al 2020 sulle rinnovabili e l’efficienza energetica, conosciuti come 20-20-20. Si minimizza in questo modo l’influenza delle azioni verificatesi nel passato, permettendo il confronto sull’efficacia di quelle intraprese invece dopo la firma dell’accordo. Il 1990 rimane centrale per la sua valenza politica, ma il 2005 rischia di assumere una maggiore concretezza tecnica. Resta da vedere cosa prevarrà tra le delegazioni a Copenhagen.

Intervista a Yvo de Boer – “Sono ottimista. A Copenaghen si farà l’accordo sul clima”

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Da domani per due settimane gli occhi del mondo intero saranno puntati su di lui. Yvo de Boer, il Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc), sa che la prossima Conferenza di Copenhagen dovrà riuscire a dimostrare la reale volontà della comunità internazionale di affrontare quella che è stata definita la più grande sfida il genere umano abbia mai dovuto affrontare collegialmente.

Le premesse non sono delle migliori visto che gli impegni complessivi di riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi sviluppati sono ancora lontani dal 25 – 40% che gli scienziati chiedono siano raggiunti entro il 2020, rispetto ai valori registrati nel 1990.

Cosa significherebbe non riuscire a raggiungere un accordo su questi valori a Copenhagen?

«Ripiegare su un impegno più debole in questa fase significherà necessariamente la richiesta di uno sforzo molto più grande in futuro».

Ma lei ritiene ancora possibile un accordo su quei numeri?

«Si. Io credo che quei valori siano ancora possibili o comunque che si possa arrivare molto, molto vicino».

Gli USA, nonostante il radicale cambio di politica sul clima del Presidente Obama rispetto al predecessore Bush, rischiano però di rappresentare ancora il freno del negoziato a causa di un Senato in grado di bloccare ogni accordo.

«Il Senatore Kerry, cofirmatario della proposta di legge americana ha confermato nei giorni scorsi la sua convinzione che la legge federale passerà, dopo Copenhagen. Molti altri Paesi hanno dimostrato la stessa disponibilità a ratificare l’eventuale trattato a livello nazionale. Quello che sta accadendo negli USA non è in fondo così critico come sembra».

La proposta contenuta nel disegno di legge USA però, comparata con i valori del 1990, rappresenta un impegno di riduzione del solo 4% per il 2020, ancora minore del 7% già previsto dal Protocollo di Kyoto per il 2012.

«La realtà è che le emissioni attuali degli USA sono aumentate del 14% rispetto al 1990 e non possiamo portare indietro l’orologio. Rispetto a questi valori di partenza il loro impegno diventa molto significativo».

Se lo sforzo degli USA non sarà comparabile a quello europeo rispetto ai valori del 1990 c’è però il rischio che la Ue rifiuti di estendere il proprio impegno di riduzione al 30%.

«Dipende tutto dal punto di partenza rispetto al quale verrà misurata la comparabilità degli sforzi nel corso delle prossime due settimane a Copenhagen. Si potrebbe anche dire che la Ue è già impegnata con il Protocollo di Kyoto a ridurre dell’8% le proprie emissioni, per cui l’obiettivo del -20% che ha sottoscritto per il 2020 significa attualmente una riduzione del 12%, minore così del -17% americano».

Anche se si raggiungerà un buon accordo politico a Copenhagen, sarà poi necessario un incontro successivo per la stesura di un accordo legalmente vincolante. Si dovrà aspettare il prossimo dicembre a Città del Messico o è pensabile che possa essere chiuso prima?

«È possibile arrivare alla finalizzazione di un accordo legale in giugno. È già in programma un incontro Unfccc a Bonn in quel periodo e questo potrebbe tranquillamente fungere da “seconda parte” della conferenza di Copenhagen».

Altro tema critico è quello degli aiuti finanziari a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ci sono diverse cifre in ballo rispetto al 2020, ma lei spinge perché vi siano soldi disponibili fin da subito.

«I Paesi sviluppati debbono mettere a disposizione 10 miliardi di dollari all’anno per il periodo 2010-2012. Cifre che sono state condivise in diversi contesti in questo ultimo periodo e trovano ormai un ampio consenso».

Ma esiste anche un importante flusso economico che può derivare dal mercato della CO2.

«Certamente. Anzi, è importante ricordare che il 95% degli investimenti nel settore energetico proviene da investitori privati ed anche in futuro questi soggetti giocheranno il ruolo principale. Noi però abbiamo bisogno di fondi pubblici per l’adattamento e per il trasferimento di tecnologie a basso impatto che difficil- mente troveranno l’interesse del settore privato».

C’è, infine, chi vorrebbe eliminare il Protocollo di Kyoto. Lei crede che questo sia un rischio reale?

«Il Protocollo di Kyoto è l’unico strumento legalmente vincolante a livello internazionale sul cambiamento climatico ed i paesi in via di sviluppo non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’unica vera certezza. Ad oggi vi è un ampio consenso a proseguire con questo strumento, a meno che Copenhagen non sarà in grado di produrre un accordo più attrattivo dell’esistente».

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E’ il numero uno delle Nazioni Unite in materia di clima. Ricopre la carica di Segretario esecutivo del tavolo ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Diplomatico olandese, ha il compito di negoziare il cosiddetto Kyoto Bis, il nuovo accordo internazionale per ridurre le emissioni di anidride carbonica dopo il 2012. Una trattativa difficile da condurre con 192 Stati. Nato a Vienna nel 1954, è sposato e ha tre figli.

Clima, la sfida di Copenhagen

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Perché la Conferenza di Copehagen (COP15) è così importante?
A fine 2012 termina il primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto ed è pertanto necessario negoziare i tagli delle emissioni per il periodo successivo. La mancata definizione di nuovi impegni di riduzione per l’inizio del 2013 sarebbe deleterio per l’efficacia della lotta ai cambiamenti climatici e per il mercato mondiale della CO2. Un accordo a Copenhagen è fondamentale per consentire i tempi tecnici necessari per rendere operativo il nuovo accordo prima della fine del 2012.

Cosa prevede il Protocollo di Kyoto?
Richiede complessivamente ai Paesi sviluppati di tagliare le proprie emissioni del 5% entro il 2012, rispetto ai valori del 1990. Gli USA si sono sottratti a tale obbligo, non ratificando il Protocollo. I Paesi in via di sviluppo, invece, lo hanno sottoscritto ma sono in questa prima fase esclusi da tagli vincolanti delle emissioni.

Cos’è l’UNFCCC?
È la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, definita nel 1992 a Rio de Janeiro. L’UNFCCC contiene i principi e gli indirizzi che la comunità internazionale ha deciso di adottare per affrontare i cambiamenti climatici. Gli incontri annuali dell’UNFCCC, chiamati “COP”, rappresentano l’unico ambito titolato a concordare e modificare le azioni e i trattati futuri, come avvenne nel 1997 con il Protocollo di Kyoto.

Come sono strutturati i lavori?
Esistono due tavoli negoziali indipendenti. Il KP è quello deputato a definire i nuovi vincoli di riduzione per i Paesi sviluppati che hanno aderito al Protocollo di Kyoto. Quello LCA, stabilito a Bali nel 2007, vuole invece stabilire degli obblighi per tutti i paesi sviluppati (inclusi gli USA) e le azioni che dovrebbero essere attuate dai Paesi in via di sviluppo per contribuire alla riduzione delle emissioni mondiali di gas serra.

Quali sono i possibili obiettivi per un accordo a Copenhagen?
Il IV Rapporto sui cambiamenti climatici dell’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo che opera sotto il cappello ONU, ha presentato un chiaro scenario. Per contenere i possibili danni del riscaldamento globale sotto una soglia accettabile è necessario che l’innalzamento di temperatura (oggi pari a circa 0,75 °C) non superi i 2°C e per fare questo la concentrazione di CO2 in atmosfera (attualmente pari a 385 ppm) non deve superare i 450 ppm.

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi sviluppati (PS)?
Per mantenere la concentrazione di CO2 sotto i 450 ppm, gli scienziati dell’IPCC chiedono la riduzione entro il 2020 delle emissioni dei PS del 25-40% ed entro il 2050 dell’80%, tenendo come anno di confronto il 1990. Sull’obiettivo di lungo periodo esiste un largo consenso, ma l’accordo è difficile su quello al 2020. Ad esempio, l’obiettivo -17% proposto dagli USA è riferito al 2005 e se ricalcolato rispetto al 1990 è pari solo al -4% (il Protocollo di Kyoto prevedeva che gli USA raggiungessero il -7% entro il 2012).

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi in via di sviluppo (PVS)?
Non avendo i PVS completato il loro percorso di sviluppo economico e di lotta alla povertà non è pensabile attribuire loro degli obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni. Il IV rapporto IPCC prevede invece che essi operino per la realizzazione di un percorso di sviluppo a minore contenuto di carbonio. È così ipotizzato che essi riducano la loro intensità di carbonio (emissioni di CO2/PIL) del 15-30% entro il 2020.

Vi sono altri punti sono in discussione?
I due tavoli KP e LCA intendono anche trovare come facilitare il trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi in via di sviluppo e di promuovere l’adozione di misure di adattamento, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’impatto causato dai cambiamenti climatici.

È prevista la creazione di strumenti legati alle foreste?
Storicamente gli interventi sulle foreste sono stati rivolti alle azioni di riforestazione, laddove le foreste erano precedentemente state distrutte. Da Copenhagen dovrà invece uscire un nuovo strumento, denominato REDD, in grado di proteggere le foreste esistenti. Queste vengono di fatto ad acquisire il valore di capitale mondiale per la protezione del clima dell’intero pianeta, anziché di aree a scarso valore economico per il paese che le ospita.

Chi si accollerà l’onere economico di tutti questi interventi?
I Paesi sviluppati sono chiamati a contribuire in modo principale alla creazione di un fondo in grado di supportare i Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli cosiddetti “meno sviluppati”. Il fondo dovrà essere immediatamente operativo e costituito anche grazie a sistemi di tassazione del mercato della CO2. Ad oggi il consenso maggiore è perché esso venga gestito direttamente all’interno dell’UNFCCC.

Barcellona, riapre la trattativa sull’impegno per il clima

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Il blocco dei lavori sul futuro del Protocollo di Kyoto voluto dai paesi africani ha costretto i delegati di tutto il mondo, a Barcellona per preparare la Conferenza sul clima di Copenhagen, agli straordinari notturni. Alla fine lo strappo è stato parzialmente ricucito. Si è concordato di dedicare il 60% del tempo rimanente proprio alla discussione degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei paesi sviluppati.

Il portavoce dei paesi africani sottolinea come questa sia solo una tregua: dedicare più tempo a questo punto non equivale necessariamente a maggiore serietà nei negoziati. Da più parti però si inizia a manifestare un cauto ottimismo, nonostante i numeri stentino ancora e le posizioni siano estremamente diverse. Gli scienziati dell’Ipcc chiedono ai paesi sviluppati di tagliare entro il 2020 le proprie emissioni tra il 25 e il 40%, rispetto ai livelli del 1990. G77 e Cina dichiara di non voler prendere neanche in considerazione una riduzione minore del 40%, mentre le piccole isole chiedono la riduzione del 45% per la loro sopravvivenza e le popolazioni indigene si spingono fino al 49%. Per contro alcuni paesi, Usa in testa, non sembrano disponibili neanche verso l’ipotesi minimale del 25%, spegnendo ogni barlume per un possibile accordo. Ci pensa però lo svedese Anders Torresen, a riaccendere le speranze, ricordando come nei negoziati sia normale ribadire che le proprie posizioni non sono negoziabili. Fino alla fine della Conferenza di Copenhagen tutto sembra ancora possibile, ma almeno ora la trattativa sembra essere entrata davvero nel vivo.

Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.

Terra terra – Un trattato per il clima

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La rete internazionale delle organizzazioni ambientaliste è scesa in campo. Ieri a Bonn ha diffuso un “Trattato sul clima”, per formulare una proposta su come affrontare la più grave crisi ambientale del pianeta.

È un contributo in vista della conferenza dell’Onu sul cambiamento del clima, in programma in dicembre a Copenhagen, che dovrebbe definire impegni e azioni che tutto il mondo dovrà intraprendere dopo il 2012, termine di scadenza della prima fase del Protocollo di Kyoto. In altri termini, le associazioni di tutto il mondo vogliono mettere i propri “paletti”. Nel documento infatti enunciano tre linee-guida. Primo: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi (è la soglia raccomandata dall’Ipcc, Comitato Internazionale sul cambiamento del clima, il consesso scientifico internazionale che opera per l’Onu). Secondo, tagliare le emissioni di gas “di serra” dell’80% rispetto al livello del 1990 entro il 2050. Terzo, investire 115 miliardi di euro l’anno per le misure necessarie a “mitigare” l’effetto del cambiamento climatico ormai innescato.

Le proposte presentate ieri a Bonn sono il frutto di quasi un anno di lavoro. Le reti ambientaliste vogliono così avere la propria voce nella complessa diplomazia che sta lavorando in vista del vertice di Copenhagen – un po’ nelle riunioni tecniche che si svolgono a Bonn presso la Convenzione Onu sul clima, un po’ in occasione di conferenze e vertici mondiali: dalla riunione dei principali emettitori di CO2, voluta da Obama, al G8 di luglio dell’Aquila. “È la prima volta che una coalizione di gruppi della società civile compie un simile passo” precisa il responsabile mondiale per i cambiamenti climatici del Wwf, Kim Carstensen: “insieme abbiamo prodotto ciò che a oggi può essere considerato il più coerente documento legale in grado di presentare soluzioni bilanciate e credibili sul clima, basate su equità e dati scientifici”.

Il piano non esclude nessuno: ai paesi industrializzati propone di adottare Piani di azione “Zero emission”, a quelli in via di sviluppo piani “Low emission”. La combinazione di questi impegni dovrebbe riportare le emissioni mondiali di gas serra, dopo aver toccato un picco (tra il 2013 e il 2017) ai valori del 1990 intorno al 2020, con l’ambizioso obiettivo di ridurle dell’80% entro il 2050.

Il funzionamento di un simile meccanismo richiede l’introduzione di un limite di emissione mondiale delle emissioni di gas serra, una sorta di budget di carbonio, da cui far derivare gli impegni per i singoli paesi. Le ong chiedono che il Protocollo di Kyoto non sia abbandonato, ma anzi arrivi a definire degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra per i paesi industrializzati ancora più stringenti. A questo dovrà essere affiancato il nuovo Protocollo di Copenhagen, per stabilire impegni di riduzione delle emissioni vincolanti anche per gli USA, che come è noto non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, e per concretizzare un percorso a basso contenuto di carbonio per i Paesi in via di sviluppo. E poiché non basteranno per definire tutto questo i sei mesi che ci separano dalla Conferenza di Copenhagen, le ong chiedono un percorso di tre anni di lavoro successivi per definire in che modo strutturare i meccanismi di sussidio, di compensazione e di assicurazioni a favore dei paesi che già oggi subiscono i danni del caos climatico in atto. E di quello da attendersi nel futuro vicino, inclusi i flussi migratori, guerre per lo sfruttamento delle risorse naturali, rifugiati climatici in genere.