Clima, Italia tra i virtuosi. Al 11° posto nel Pianeta

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Il podio resta sempre deserto, ma la battaglia dalla quarta posizione in poi è più accanita che mai.

È la corsa con cui l’ONG tedesca Germanwatch fotografa lo stato delle prestazioni e delle politiche climatiche mondiali, a cui partecipano i paesi responsabili singolarmente di almeno l’1% delle emissioni globale. Non assegnare simbolicamente le prime tre posizioni equivale a sottolineare la necessità che tutti i paesi si adoperino di più per arginare la deriva climatica.

Qualche segnale incoraggiante inizia però a farsi vedere, rispetto al passato. Per 55 dei 58 paesi partecipanti al Climate Change Performance Index sono stati registrati dei risultati positivi. Una tendenza che trova conferma anche nei risultati dello studio pubblicato il 7 dicembre da Nature sulle emissioni globali di gas a effetto serra. Dopo il rallentamento nella crescita delle emissioni nel 2014, il 2015 ha fatto registrare una leggera decrescita. Un po’ presto per sostenere di aver già raggiunto il famigerato picco delle emissioni, a cui seguirà la continua riduzione delle emissioni globali, ma si tratta comunque di un’importante inversione di tendenza. Martin Kaiser, Responsabile delle politiche climatiche internazionali di Greenpeace, non è sorpreso dei dati registrati da Nature per il 2015: “è legato alla riduzione del consumo di carbonio della Cina e  alla rivoluzione delle rinnovabili”. Wendel Trio, Direttore di Can Europe, condivide appieno il giudizio sul declino del settore del carbonio e stima per il 2015 una riduzione globale dei consumi tra il 2 e 4%.

La classifica dell’indice di Germanwatch combina dati quantitativi oggettivi con, in misura minore, giudizi di tipo qualitativo. Tra i primi sono considerati i livelli di emissione, la loro variazione nel tempo, la produzione di energia rinnovabile e l’efficienza.  Mentre il giudizio qualitativo sulle politiche attuate dai singoli paesi internamente e a livello internazionale e attribuito da rappresentanti di ONG che operano a livello locale.

Nessuno stupore nel vedere dei paesi europei ai primi cinque posti assegnati, con davanti a tutti la Danimarca, seguita da Gran Bretagna, Svezia, Belgio e Francia. Altrettanto scontato trovare in ultima posizione l’Arabia Saudita, incalzata nella parte bassa della classifica da Australia, Giappone, Canada e Russia, tutte pecore nere del negoziato della COP21.

Può invece sorprendere l’eccellente undicesima posizione dell’Italia, ben lontano dalla numero 44 che ci caratterizzava nel 2009, ai tempi della COP di Copenhagen. Ben cinque posizioni sono state recuperate anche rispetto alla classifica dello scorso anno. Un miglioramenti continuo nel tempo giustificato soprattutto dai dati oggettivi di prestazione. “L’Italia negli ultimi 5-6 anni ha sorpreso tutti”, sostiene Jan Burck responsabile tecnico del rapporto, “con un trend di crescita delle rinnovabili superiore anche a quello della Germania. Non ha fatto tanto rumore, ma ha ottenuto ottimi risultati”. Un giudizio decisamente positivo in termini di risultati, possibile nonostante le nostre politiche climatiche siano ancora considerate carenti. Secondo Mauro Albrizio, Direttore dell’Ufficio europeo di Legambiente e collaboratore di Germanwatch nella definizione proprio del giudizio politico, il problema è che “in Italia si sente la mancanza di una politica nazionale sul clima. Sono state ammazzate le rinnovabili a favore delle trivelle”. Una chiara indicazione da parte delle ONG sul percorso da intraprendere per trovarsi il prossimo anno a competere con gli altri paesi europei per le cinque posizioni di testa.

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Il glossario della COP21

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Un breve vademecum per orientarsi nella giungla di sigle e nomi della conferenza mondiale sul clima

ADP: (Durban Platform). Creato a Durban nel 2011 sulle ceneri del fallito accordo di Copenhagen di due anni prima. È l’ambito di lavoro all’interno della COP dedicato a realizzare l’accordo di Parigi, il Piano B del mancato accordo danese.

CCS: (Carbon Capture and Storage). Tecnica molto discussa e non ancora consolidata/validata finalizzata a catturare la CO2 emessa da grandi centrali (es. a carbone) e al suo stoccaggio in modo definitivo in cavità sotterranee.

COP: (Conference of the Parties). Incontro annuale dell’UNFCCC, in cui viene verificato il livello di attuazione della Convenzione e possono essere prese, sulla base del consenso, tutte le azioni future.

CMP: (Conference of the Parties serving as meeting for the Parties to the Kyoto Protocol). Incontro annuale che si svolge contestualmente alla COP, ma dedicato ai soli aspetti di pertinenza del Protocollo di Kyoto.

GHG: (Greenhouse Gas). Sigla con cui vengono identificati i gas serra. Oltre alla CO2, principale gas ad effetto serra, comprendono il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e una serie di prodotti di sintesi organo alogenati.

INDC: (Intended Nationally Determined Contributions). Impegni volontari di riduzione delle emissioni GHG che i singoli Paesi si impegnano ad intraprendere all’interno dell’ipotetico accordo della COP21 a Parigi

IPCC: (Intergovernmental Panel on Climate Change). Gruppo di scienziati voluto da UNEP e WMO per fornire un quadro di sintesi dello stato della conoscenza sul cambiamento climatico.Sviluppa dei rapporti con una frequenza all’incirca quinquennale.

KP: (Kyoto Protocol). Sigla con cui viene identificato nel negoziato il Protocollo di Kyoto.

REDD+: (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation plus). Strumento dell’UNFCCC dedicato alla lotta alla deforestazione, che tiene in considerazione agli gli aspetti sociali delle popolazioni che vivono nelle foreste. In pratica assegna un valore finanziario al carbonio stoccato nelle foreste dei paesi in via di sviluppo.

SBI: (Subsidiary Body for Implementation). Organismo di supporto dell’UNFCCC, finalizzato a valutare lo stato di attuazione della Convenzione stessa.

SBSTA: (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice). Organismo di supporto scientifico e tecnologico dell’UNFCCC. Svolge una sorta di funzione di “digestione” dei rapporti scientifici a favore del consesso politico della COP.

UNEP: (United Nation Environmental Programme). Programma dell’ONU specificamente dedicato all’ambiente. È il soggetto che nel 1988 ha voluto la creazione, insieme con il WMO, dell’IPCC.

UNFCCC: (United Nation Framework Convention for Climate Change). Convenzione dell’ONU sul cambiamento climatico. Rappresenta il più importante e rappresentativo ambito di negoziazione internazionale sull’argomento.

WMO: (World Meteorological Organization). Agenzia dell’ONU che si occupa dello stato e comportamento dell’atmosfera terrestre, della sua interazione con gli oceani, del clima che ne deriva e della risultante distribuzione di acqua. È il soggetto che nel 1988 ha voluto la creazione, insieme con l’UNEO, dell’IPCC.

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COP21: perché la conferenza sul clima di Parigi è così importante?

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L’analisi di wisesociety.it sulle questioni su cui verterà la conferenza mondiale in programma dal 30 novembre all’11 dicembre

La conferenza mondiale (COP21) in programma dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi è chiamata a prendere delle decisioni fondamentali per rallentare il cambiamento climatico in atto.

L’evento è ormai noto a tutti e presente nei media da diverse settimane. Non sono forse però altrettanto conosciuti e accessibili i termini del negoziato, la reale portata che potrà avere l’auspicato accordo di Parigi nella nostra vita quotidiana e gli ostacoli da superare per arrivare a siglare un nuovo patto mondiale per il clima.

Con questo articolo, vorremo accompagnare il lettore oltre i controlli di sicurezza del centro Le Bourget dove gli “sherpa” del negoziato, i Ministri dell’Ambiente e i grandi Capi di stato e di governo di tutto il mondo si troveranno per prendere delle decisioni cruciali per il nostro futuro per fornire delle risposte a degli interrogativi fondamentali.

Cos’è la COP21?

È il ventunesimo incontro dell’UNFCCC, il tavolo (letteralmente la “Convenzione”) delle Nazioni Unite dedicato al cambiamento climatico. L’UNFCCC è stato creato nel 1992, giusto due anni dopo la pubblicazione del primo rapporto dell’IPCC, il gruppo di scienziati mondiali chiamati a fare sintesi della conoscenza sul cambiamento climatico. Il contenuto del primo rapporto IPCC ha reso evidente i contorni di un problema che interessa l’intero pianeta, senza distinzione dei confini politici creati dall’uomo. Il testo della Convenzione rappresenta ancora oggi ilriferimento indiscutibile per ogni trattativa negoziale.

Contiene, ad esempio, il riconoscimento che il cambiamento climatico sia prima di tutto una responsabilità storica dei paesi industrializzati che proprio sull’emissioni di CO2, legata principalmente all’utilizzo dell’energia, ha basato il proprio processo di sviluppo. I paesi più poveri hanno responsabilità minori e pertanto è previsto che debbano intervenire in un secondo momento, anche con l’aiuto dei paesi più ricchi.

Altro punto fondamentale della Convenzione è l’aver condiviso la necessità di stabilizzare leemissioni mondiali dei gas ad effetto serra (GHG). Purtroppo, invece, le emissioni dal 1992 a oggi hanno continuato a salire senza sosta arrivando a superare la quota annuale di 32 miliardi di t CO2 nel 2014.

L’unico accordo di riduzione dei GHG sviluppato all’interno dell’UNFCCC è il Protocollo di Kyoto, siglato nel 1997 ma entrato in vigore solo nel 2005, dopo un travagliato e incompleto percorso di ratifica a livello internazionale. Alcuni paesi sviluppati, tra cui USA e Australia non hanno ratificato all’interno dei propri rispettivi parlamenti quanto avevano concordato a Kyoto. Nel 2007 l’Australia tornava sui suoi passi, lasciando gli USA da soli nella scomoda posizione di unico paese sviluppato a non aderire al Protocollo. L’ostinazione del paese americano, ai tempi ancora primo emettitore mondiale di GHG, ha ovviamente da allora pesato come un macigno sul negoziato, aumentando l’inefficacia del processo negoziale con la creazione di complessi gruppi e percorsi paralleli. I presupposti per il superamento del Protocollo di Kyoto, che prevedeva inizialmente (come previsto dalla Convenzione) impegni per i soli paesi sviluppati, sono stati creati in vista della COP15 di Copenhagen, nel 2009. Purtroppo l’incapace gestione della presidenza danese e il prevalere degli interessi nazionali su quelli globali ha prodotto un pesante fallimento. A distanza di sei anni, la COP21 di Parigi assume così i contorni del Piano B, rispetto a Copenhagen.

Parigi - FlickrParigi – Flickr

Gli scienziati hanno chiaramente indicato l’assoluta necessità di avviare un percorso di riduzione delle emissioni globali di GHGal massimo in una finestra temporale tra il 2015 e il 2020. Opzione che ci si può aspettare possa essere realizzata solo attraverso l’ampio e immediato coinvolgimento di tutti i paesi del mondo. Senza un accordo a Parigi è impensabile che tale inversione di tendenza possa avere luogo nei tempi richiesti.

Si riuscirà a siglare un accordo mondiale a Parigi?

È difficile fare previsioni sul possibile risultato di un negoziato internazionale, soprattutto in un processo tanto articolato e complesso come quello dell’UNFCCC. Dobbiamo, ad esempio, constatare che le ambizioni in vista di Parigi sono state ridimensionate rispetto a quello che si è cercato di ottenere a Copenhagen.

Nella capitale danese il negoziato partiva dall’ammontare complessivo di riduzione delle emissioni GHG necessarie per limitare il riscaldamento del pianeta al di sotto della soglia dei 2°C. L’esercizio tentato allora è stato di arrivare a una modalità condivisa per ripartire equamente l’impegno complessivo tra i vari paesi. Un tentativo simile a quello di stabilire le dimensioni delle fette di una torta tra persone diverse, tenendo conto delle condizioni alimentari dei commensali. Potranno essere discussi i criteri adottati, ma l’importante è che alla fine l’intera torta (la riduzione globale di GHG) possa essere completamente distribuita. Lalogica dell’accordo di Parigi è invece rovesciata, perché non si parte dall’ammontare globale di riduzioni attese, ma dagli impegni volontari (INDC) dei singoli paesi. Rimanendo sul parallelo culinario è come organizzare un party in cui ognuno si presenta con il cibo e le bevande che preferisce, senza alcun coordinamento rispetto alle aspettative complessive. Se gli invitati sono generosi ci potrà essere cibo per tutti, ma in caso contrario qualcuno potrà rimanere a bocca asciutta. E, purtroppo, l’elenco delle vettovaglie con cui i paesi di tutto il mondo si sono presentati all’uscio del party di Parigi non è ancora all’altezza di quanto richiesto dagli scienziati.

Sommando gli impegni di riduzione dei GHG che i paesi di tutto il mondo hanno comunicato preventivamente alla COP21 è stato calcolato che l’innalzamento della temperatura del pianeta potrebbe raggiungere i 2,7°C, lontano quindi dalla soglia di sicurezza dei 2°C. Uno scostamento così importante da spingere alcuni a decretare in anticipo il fallimento della COP21, già prima dell’avvio dei lavori a Parigi. Sarebbe però una conclusione troppo limitata, perché la condivisione a livello internazionale degli impegni di riduzione dei vari paesi è comunque un obiettivo politico fondamentale, che non può ambire a essere come ai tempi di Copenhagen una sorta di traguardo di arrivo del processo negoziale dell’UNFCCC, ma che è l’indispensabile punto di partenza su cui sviluppare nuovi e più stringenti obiettivi di riduzione delle emissioni GHG.

In tal senso è fondamentale la valenza giuridica che potrà acquisire l’auspicato accordo. Non potrà essere evidentemente un Protocollo vincolante, come lo è stato quello siglato a Kyoto nel 1997, perché il rifiuto della maggioranza del Senato USA alla successiva ratifica tornerebbe a mettere in crisi l’azione coordinata a livello mondiale sul clima e il significato stesso dell’esistenza dell’UNFCCC. Ma non potrà neanche essere completamente volontario, come lo sono stati la presentazione degli obiettivi INDC per la COP21. Proprio sulla valenza più o meno vincolante dell’accordo si giocherà una delle partite più importanti a Parigi, con la posizione americana annunciata in anticipo da John Kerry di non volere un accordo legalmente vincolante. Resta solo da vedere come andrà a finire.

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Con l’acqua alla gola

Libro_acqua gola

Giunti Editore – 2015

Il “global warming” è un’emergenza che coinvolge tutti. Ha stravolto l’equilibrio ecologico e sta compromettendo il rapporto tra uomo e ambiente.

Molti sono i responsabili di questa urgenza globale: gli scienziati negazionisti, i media che strillano false notizie, le lobby petrolifere, il fiasco delle politiche nazionali e internazionali, la scarsa educazione ambientale dei cittadini, la poderosa forza del mercato che impone una crescita economica senza freni.

Per affrontare sul serio l’emergenza climatica ci sono soluzioni efficaci e praticabili. Questo libro ci dice, con vigore polemico e solide argomentazioni, cosa occorre fare, subito, per consegnare un pianeta sano e vivibile alle generazioni future: implementare energie alternative ai combustibili fossili, stimolare nei cittadini pratiche sostenibili, non arrendersi al fatalismo, offrire risposte alternative al paradigma della crescita a ogni costo, promuovere economie a basso impatto ambientale, salvaguardare la biodiversità.

È una sfida che interessa tutti i paesi del mondo. È un impegno che riguarda ognuno di noi.

RECENSIONI

Wise Society: “ATTENZIONE SENZA DISFATTISMO – A fare il punto sul riscaldamento globale con grande attenzione, senza il disfattismo di alcuni, ma anche senza tralasciare di puntare il dito su chi ha le maggiori responsabilità sul fenomeno è lo stesso Pernigotti nel volume “Con l’acqua alla gola” edito da Giunti. Un titolo che lascia poco all’immaginazione. «L’equilibrio ecologico e idrogeologico è compromesso tra bombe d’acqua, alluvioni e allagamenti – spiega Pernigotti -. La terra è malata, i suoi abitanti non stanno troppo bene e il global warming sempre più spesso semina vittime in Italia e non solo».” 

L’Italia ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto? No. Ma ormai dobbiamo guardare avanti

Stampa-Tuttogreen

 

Nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, gli impegni presi con il Protocollo internazionale non sono stati rispettati. Intervista a Domenico Gaudioso, capo dell’unità Ispra responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni

27/07/2015
DANIELE PERNIGOTTI

È passato un anno dall’incontro in cui Ispra ha presentato i dati ufficiali delle emissioni nazionali di gas a effetto serra (GHG) del 2012. Veniva a completarsi così il quadro delle emissioni del quinquennio 2008-2012, necessario per chiarire il raggiungimento dell’obiettivo di Kyoto di tagliare del 6,5%, rispetto ai valori del 1990, le emissioni italiane. Purtroppo, nonostante la significativa riduzione media nel quinquennio del 4,6%, si è dovuto riconoscere il mancato soddisfacimento degli impegni presi con il Protocollo internazionale.

Alcuni recenti articoli sulla stampa italiana hanno però cercato di riaprire il dibattito sul raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Ne parliamo con Domenico Gaudioso, capo dell’unità ISPRA responsabile di stilare l’inventario nazionale delle emissioni GHG.

Gaudioso, ha ancora senso discutere sulla posizione dell’Italia rispetto a questi obiettivi.  

«No, non ha alcun senso. L’inventario nazionale è ormai congelato. È stato trasmesso all’UNFCCC e abbiamo già subito il riesame indipendente del Segretariato della stessa organizzazione, che ha confermato la correttezza dei dati che avevamo presentato».

E allora perché c’è ancora chi si ostina a mettere in discussione il “fallimento” dell’Italia?  

«Forse perché non è abbastanza chiaro il sistema di contabilizzazione delle emissioni. L’Ue ha scorporato le emissioni dei grandi impianti industriali dalla competenza nazionale, inserendole tutte all’interno del sistema ETS (Emission Trading Scheme, ndr). Le variazioni che hanno luogo in quell’ambito hanno una loro gestione autonoma che esce dal conteggio degli obiettivi nazionali di Kyoto. È un conteggio completamente separato».

Come ostinarsi a contare i gol in fuorigioco per decidere che ha vinto una partita?  

«Esatto. È proprio un altro contesto con proprie regole e sistema di contabilizzazione. La crisi economica ha fatto registrare una forte riduzione delle emissioni produttive all’interno dell’ETS, ma ciò non ha inciso sulla valutazione degli obiettivi di Kyoto».

Quali sono i prossimi passi per compensare il deficit di riduzioni di Kyoto?  

«Adesso siamo in un periodo denominato di “allineamento”, in cui è possibile fare acquisti e transizioni per colmare il deficit di mancate riduzioni delle emissioni ed entro il 2 gennaio 2016 bisogna predisporre il rapporto finale. Alcuni crediti sono già stati recuperati dall’Italia. Bisogna, inoltre, contabilizzare quelli maturati all’interno del Carbon Fund della Banca Mondiale».

L’inventario ha evidenziato degli andamenti positivi?  

«Sicuramente il fronte delle rinnovabili, in cui si sono registrati dei risultati inattesi anche solo fino a qualche anno fa. Del resto la tendenza di crescita delle rinnovabili in tutto il mondo ha già superato gli scenari più ottimisti. La capacità fotovoltaica installata a livello mondiale è nettamente superiore agli scenari d Greenpeace. Quella dell’eolico è sovrapponibile a essi».

L’Italia è in generale in linea con questa tendenza. Ora bisognerebbe iniziare a lavorare di più sulla gestione delle reti e sull’accumulo di energia.

Quali i settori in cui la situazione non è così rosea?  

«L’unico settore che ha fatto registrare una crescita netta delle emissioni di CO2 è quello residenziale e dei servizi. Il settore dei trasporti ha subito invece un aumento fino a metà dello scorso decennio e una riduzione invece negli anni successivi. Un contributo importante si deve alla diffusione della flotta di veicoli a minore emissione, ma l’andamento in questo settore sembra essere ancora troppo legato a quello del PIL».

Non esiste però solo la CO2 tra i GHG

L’N2O, legato principalmente al settore agricolo, registra dei valori in calo, mentre i gas fluorurati, pur essendo presenti in percentuali abbastanza basse, sono in continua crescita. Nel settore agricolo è anche importante registrare l’aumento dell’uso di biomassa da deiezioni animali, che porta alla riduzione delle emissioni di metano. Una forte riduzione delle emissioni di metano si registra anche per le discariche, grazie al minore invio in discarica dei rifiuti e al miglioramento del sistema di captazione del metano.

I miglioramenti registrati sono principalmente legati alla crisi economica o l’Italia ha davvero intrapreso il cammino verso un’economia a basso contenuto di carbonio?  

«La transizione è già in essere, anche se i risultati faticano a vedersi nel breve periodo e ancora meno sugli obiettivi di Kyoto. È più facile osservarla negli scenari di medio periodo al 2020 o al 2030. Si tratta di mutamenti strutturali nel sistema produttivo nazionale. In più vi sono l’espansione delle rinnovabili e il piano di efficienza energetica. Non dobbiamo aver timore di confermare che la transizione è stata avviata».

La Francia promuove inventari gas serra e carbon footprint

Lo spiega a wisesociety.it Jean Pierre Tabet, consigliere speciale per il clima di ADEME, illustrando il quadro cogente e volontario in essere in Francia per promuovere la diffusione degli inventari di gas ad effetto serra nelle organizzazioni e negli enti pubblici e la carbon footprint di prodotto. Il tutto supportato da strumenti e linee guida da parte dell’Agenzia per l’ambiente francese.

Approvato il Lima call for climate change. Ma il mondo è diviso tra ricchi e poveri

 

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Molto resta ancora da fare in vista dell’accordo di Parigi 2015, ma la comunità internazionale ha dimostrato di voler mantenere la temperatura del pianeta sotto i 2° C.

I negoziatori esperti ricordano spesso che un buon accordo dovrebbe essere in grado di scontentare in modo equo tutte le parti in gioco. Da questo punto di vista l’accordo di Limapotrebbe essere visto addirittura come un ottimo accordo, visto le posizioni molto lontane e divergenti dei vari paesi.

Il ruolo dei paesi emergenti: Su un punto invece laConferenza di Lima sembra aver raggiunto un consenso indiscusso. Bisogna registrare che il mondo é diviso in due. Da una parte i paesi industrializzati il cui sviluppo é stato basato su livelli di emissione di CO2 senza limitazione. Dall’altra quelli poveri che vogliono presentare il conto economico e morale alla parte piú ricca del pianeta, responsabile delcambiamento climatico.

Nel mezzo il blocco dei paesi emergenti, primo tra tutti la Cina, i cui mutati livelli di sviluppo degli ultimi decenni portano ad avvicinare sempre di piú al mondo industrializzato. Al di la dei tecnicismi di sigle, meccanismi e procedure oscure alla totalitá degli abitanti del pianeta, esclusi quelli coinvolti nel negoziato, é stato ancora questo dilemma la vera spina dorsale del negoziato di Lima. L’avvio dei lavori era stato sospinto dalla ventata di ottimismo generata dal recente accordo bilaterale Cina-USA, ma quando si é trattato di mettere nero su bianco le direttrici del futuro accordo di Parigi del 2015 si é tornati alla classica dinamica dell’UNFCCC.

Il Lima call for climate action: Prima la proliferazione di un testo ipertrofico in cui

sono stati raccolti i desideri di tutti, poi il tentativo dei co-chair di raccogliere in un documento di quattro pagine una possibile posizione di sintesi e infine le grandi capacitá negoziali del Presidente della COP,Manuel Pulgar Vidal, hanno consentito di raggiungere comunque l’accordo finale e di approvare il Lima call for climate action.

Ora i paesi hanno la base per finalizzare la bozza di testo allegato al documento che dovrá trasformarsi entro la fine del 2015 nell’accordo di Parigi. Al momento sono previste due tappe intermedie. Una in genaio a Ginevra e la seconda in giugno a Bonn.

I punti chiave della decisione: I paesi dovranno presentare possibilmente entro il prossimo marzo i propri impegni volontari di riduzione delle emissioni, denominati INDC. Tali impegni saranno aggregati dal Segretariato entro novembre per capire se sono sufficienti a limitare l’innalzamento della temperatura sotto la soglia dei 2 C di temperatura. Oltre che alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra il Lima call presta particolare attenzione al tema dell’adattamento, per limiitare i danni causati dal cambiamento climatico.

Il tema della finanza: A Lima é stato di fatto attivato il Green Climate Fund, grazie

al contributo principale dei Paesi sviluppati e di particolare significato da parte di Messico, Colombia e Perú. Il fondo ha superato la soglia prevista di 10 miliardi di dollari, di cui quasi la metá proviene da paesi della Ue. il GCF avrá un ruolo centrale anche in futuro per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e a contrastarne le conseguenze. Per tale ragione dovrá avere la disponibilitá entro il 2020 della considerevole somma di 100 miliardi di dollari all’anno. Resta da vedere il percorso di crescita delle contribuzioni da oggi al 2020.