COP21: arriva lo storico accordo sul clima

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Più tecnologie pulite e meno carbonio e l’impegno a mantenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi

Foto di Alisdare Hickson/Flickr

La data del 12 dicembre 2015 è destinata ad entrare nella storia.L’approvazione dell’Accordo di Parigi, storico accordo sul clima (leggi qui il testo), rappresenta l’inizio di una nuova epoca a basso contenuto di carbonio basata su una rivoluzione energetica, destinata a mettere in soffitta le fonti fossili. Nel prossimo futuro vedremo uno sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e un nuovo modo di utilizzare l’energia.

 

 

PIU’ TECNOLOGIE PULITE: Ridurre le emissioni vuol dire anche applicare nuove 

Parigi, sede dello storico accordo sul clima, Foto di Mark Dixon/Flickr

tecnologie ed avere la disponibilità economica per farlo. Per i paesi più poveri l’accordo prevede dei meccanismi in grado di facilitare il trasferimento di tecnologie pulite e conferma ed estende il supporto finanziario già previsto a Copenaghen nel 2009. Ai 100 miliardi all’anno entro il 2020 dovranno essere previsti ulteriori aiuti per gli anni futuri.

PIU’ CONTROLLI E ZERO CARBONIO: Per dare credibilità a un accordo globale è però anche necessario assicurare dei meccanismi trasparenti di controllo in grado di verificare che gli impegni promessi siano poi realmente attuati. È stato anche questo un nodo particolarmente critico perché non tutti i paesi sono particolarmente disponibili ad aprire le proprie porte a dei controlli dall’esterno. Molti sono ovviamente i dettagli tecnici interessanti dell’accordo, ma vale forse la pena di soffermarsi in particolare su uno, che ha visto continue modifiche nelle diverse versioni. Si tratta del riconoscimento della necessità di arrivare al massimo nella seconda parte del secolo ad un’economia a emissioni zero di carbonio. Ciò era richiesto in modo esplicito nella prima bozza dell’accordo, per essere poi mutato in una non ben definita carbon neutrality nella seconda. Il concetto è invece completamente sparito nell’ultima versione, sembra per pressioni dei paesi produttori di petrolio. Non cambia ovviamente la sostanza di quanto previsto dall’accordo, ma è un chiaro segnale che le lobby delle fonti fossili potrebbero cercare di ostacolare in futuro l’applicazione dello stesso. In compenso nella versione finale è invece apparso il riconoscimento all’importanza di introdurre un prezzo alla CO2, probabile stimolo per una maggiore diffusione in futuro di una carbon tax.

Foto Cop Paris/FlickrFoto Cop Paris/Flickr

I MERITI DI LAURENT FABIUS: La lunga sessione di applausi al momento dell’approvazione dello storico Accordo di Parigi, non è stato solo il tributo ad un documento tanto atteso quanto non più derogabile, ma anche il giusto tributo alla Presidenza di Laurent Fabius, assolutamente perfetta. A distanza di un mese dall’attacco terroristico di Parigi, la Francia ha saputo rispondere con la perfetta organizzazione di un evento in grado di raccogliere il mondo intero in modo esemplare attorno a un problema di valenza globale. Ma la bravura di Fabius è stata ancora di più nella gestione dei tavoli negoziali, combinando con maestria la gestione dell’intero processo e dimostrando sempre la capacità di ascoltare tutte le richieste dei diversi paesi nella continua ricerca del migliore compromesso.

E QUELLI DELLA UE: Ma Parigi è stata anche il successo dell’Unione europea, troppo spesso additata in passato per un comportamento eccessivamente timido. Lasciata addirittura nell’angolo ai tempi di Copenhagen. L’Ue è riuscita a creare un’alleanza, l’High Ambition Group, con i paesi più deboli di quelli in via di sviluppo, con l’intento di togliere la sabbia sotto i piedi a Cina e India nel blocco del G77. Il nuovo gruppo si è consolidato attorno alla volontà diincrementare il livello di ambizione dell’accordo e a Parigi è poi riuscito ad ottenere la partecipazione di USA, Brasile, Canada e Australia. Un grosso blocco di paesi sviluppati e in via di sviluppo che ha fatto la differenza e ha facilitato la costruzione dell’accordo finale.

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Alla COP21 gli Stati giocano la “partita” del clima

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Incontri e scontri per arrivare ad un accordo e salvare il negoziato. E soprattutto il pianeta

foto iip archive/Flickr

Laurent Fabius presidente cop21 clima

Nei negoziati dell’UNFCCC sul clima è normale vivere in uno stato di perenne incertezza ed equilibrio instabile fino alla chiusura dei lavori nella plenaria finale della COP, quando hanno regolarmente avvio le analisi su quanto il bicchiere sia mezzo pieno e mezzo vuoto. Parigi non sta facendo eccezione a questa dinamica, che rende più difficile la comprensione dall’esterno dei giochi di forza che stanno avendo luogo e dei punti chiave delle diverse posizioni in campo.

PAESI SVILUPPATI vs PAESI IN VIA DI SVILUPPO: La prima netta distinzione è tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, i primi principali responsabili storici delle emissioni che hanno causato il cambiamento climatico e i secondi che ne stanno invece pagando le conseguenze maggiori. Dualità facilmente comprensibile quando si mettono a confronto gli USA con il Bangladesh, le piccole isole del Pacifico o con molti paesi dell’Africa. Diventa però più sfumata e sfuggente quando i paesi in via di sviluppo sono rappresentati da economie emergenti come l’India o ancora di più la Cina. Zone grigie di transizione di chi vive le contraddizioni di entrambi i gruppi, vista la fase di rapida evoluzione che contraddistingue le due rispettive economie.

Questi paesi puntano il dito sulle responsabilità storiche dei paesi sviluppati e pretendono che i paesi sviluppati facciano di più. Ma il mondo nel frattempo è cambiato e la Cina è diventato da tempo il primo emettitore mondiale, ragione per cui i paesi ricchi pretendono che dimostri a sua volta un impegno maggiore. Ciò porta alla posizione di stallo che caratterizza il negoziato da parecchi anni.

LE COALIZIONI DEI PAESI AFRICANI: Parigi ha però evidenziato dei nuovi possibili equilibri. Si tratta di un’evoluzione che aveva iniziato a manifestarsi già nel 2008 a Barcellona con lacreazione dell’African Group, dando così maggior peso politico ai paesi del continente, prima schiacciati all’interno del G77+Cina. Il passaggio chiave è stato però la creazione sei mesi fa dell’HighAmbition Coalition, un gruppo informale a cui si era iniziato a lavorare 3-4 anni fa. Vi fanno parte più di 100 paesi tra cui, oltre a quelli africani delle piccole isole, anche Ue e USA.Restano invece fuori Cina e India, segno che probabilmente sta aumentando la pressione proprio verso queste economie emergenti.

I OUNTI CHIAVI DELLA COP21: Tra i punti chiave in discussione a Parigi vi è l’obiettivo d’innalzamento massimo accettabile della temperatura che potrà essere pari a 2°C o 1,5°C (o ad una più probabile soluzione intermedia che mantenga aperte entrambe le opzioni). Ma resta anche da decidere in che modo rendere

vincolante l’accordo, senza impantanarsi in un Protocollo che non avrebbe alcuna speranza di essere ratificato da un Senato americano dove è già naufragato quello di Kyoto.

Altro aspetto chiave sono i tempi e lemodalità di revisione degli impegni intrapresi su base volontaria, che dovranno essere sempre più stringenti nel tempo e allinearsi verso l’obiettivo globale di riduzione delle emissioni a livello planetario.Infine resta da trovare un accordo sulla differenziazione degli impegni e, ovviamente, sul supporto finanziario necessario per supportare le azioni dei paesi in via di sviluppo. Molti punti su cui la discussione continuerà fino all’ultimo minuto attraverso continui incontri formali e informali dei ministri.

UN NEGOZIATO RAFFORZATO? Vi è però un punto chiave che non è ufficialmente in discussione in questi giorni a Parigi, ma rischia di essere altrettanto importante per il futuro del grande circo dell’UNFCCC. A Copenaghen non si era riusciti a salvare il clima, ma si era almeno riusciti a salvare il negoziato. Difficilmente Parigi riuscirà a sua volta a salvare il clima, ma sembra certo che l’UNFCCC ne uscirà più forte. In parte perché i governi iniziano a essere più deboli in questo gioco, grazie ad una maggiore pressione interna esercitata dal basso nei diversi paesi. Sia da parte degli elettori e sia dei comuni e degli enti locali che da tempo hanno attuato politiche e azioni di riduzione delle emissioni di adattamento al cambiamento climatico.

Ma per contro, in molti iniziano a essere consapevoli che si è rovesciato il rapporto tra UNFCCC e mondo esterno. Una volta laConvenzione rappresentava un chiaro riferimento per tutti sul percorso da intraprendere per una lotta efficace al cambiamento climatico. Ora invece si ha la netta impressione che il mondo all’esterno corra molto più velocemente del negoziato internazionale, anche attraverso l’ormai pieno coinvolgimento dei principali attori economici.

Come superare l’UNFCCC: Un negoziatore esperto, a microfoni spenti, ha ribadito che si potrebbe iniziare anche ad ipotizzare l’avvio di un percorso di revisione dell’UNFCCC, per quanto la cosa potrà essere complessa. Non ha più senso, infatti, spendere due giorni con i discorsi di alto livello dei ministri che ormai interessano solo la propria cerchia interna. L’aspettativa sarebbe quella di riuscire a mettere in atto una struttura più efficace, in grado di produrre con maggiore dinamicità i risultati necessari per un’efficace contrasto al cambiamento climatico.

E forse l’accordo di Parigi potrebbe essere il primo passo in questa direzione. Altrimenti dovremmo rimanere a discutere di bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti.

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Grammenos Mastrojeni: «Le alterazioni climatiche portano guerre»

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«Possiamo crescere e svilupparci senza dimenticare che dobbiamo tutelare un obiettivo che si chiama equilibrio: senza equilibrio non c’è prevedibilità e senza prevedibilità non c’è organizzazione e non c’è crescita».

Esordisce così Grammenos Mastrojeni, autore del libro L’Arca di Noè introducendo la teoria in base alla quale le alterazioni climatiche possono essere un pericolo per la pace. Sono 80 infatti i conflitti censiti nel mondo aventi come concause il clima e i suoi cambiamenti. «Ogni volta che si altera un parametro dell’ambiente si altera anche la disponibilità e la localizzazione dei servizi che l’ambiente ci offre come acqua, fertilità del terreno. Questo meccanismo ha influito in maniera concreta in alcune situazioni che stiamo affrontando oggi come le ondate migratorie, come la destabilizzazione in Nordafrica».

Secondo Mastrojeni la crisi siriana, così come le primavere arabe, sono state precedute da quattro anni di siccità mai vista che, nella sola Siria, hanno portato oltre un milione e mezzo di persone a spostarsi dalle campagne in città.

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L’Italia alla COP21: chi sono i delegati e i nostri rappresentanti

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Funzionari del Ministero dell’Ambiente capitanati dal ministro, politici, tecnici, esperti e anche molti giornalisti

L'Italia alla COP21Le dimensioni del problema e le ampie interconnessioni con tutti i temi legati allo sviluppo, quali la disponibilità di energia, di cibo, i trasporti e le conseguenze che ne derivano come, ad esempio, i flussi migratori e i conflitti per il controllo delle risorse, hanno contribuito a creare unmeccanismo sempre più complesso e di conseguenza meno permeabile alla comprensione dei non addetti ai lavori.

Ai non esperti risulterà sicuramente difficile immaginare come vengano condotti i negoziati e a maggior ragione riuscire a qualificare e quantificare la partecipazione da parte dei diversi rappresentanti italiani alla COP 21.

A rappresentare l’Italia alla COP21 vi é innanzitutto la delegazione negoziale ufficiale. Rispetto alle COP preparatorie, come quella di Lima dello scorso anno, l’incontro di Parigi ha stimolato una partecipazione molto più ampia anche a questo livello.

Il capo delegazione tecnico è Francesco La Camera, Direttore generale della Direzione Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente (MATTM), supportato dalla Dirigente Federica Fricano e da un gruppo di 15 esperti. Gli esperti partecipano ai numerosi gruppi di lavoro dedicati a temi specifici, come i meccanismi di supporto finanziario o le modalità con cui arrivare alla revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

La partecipazione a più tavoli paralleli presuppone un’evidente attività di coordinamento degli “sherpa” sia a livello nazionale e sia europeo, incontri che si sommano a quelli puramente negoziali.

Gli esperti del MATTM sono coadiuvati anche da altre figure tecniche di supporto di vari enti nazionali: tre del Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, guidati dal Direttore Antonio Navarra, quattro dell’ISPRA e due dell’ENEA.

Una delegazione tecnica così corposa potrebbe risultare ipertrofica ad uno sguardo esterno, ma è in realtà giustificata dal gran numero di incontri che si svolgono in parallelo, su temi molto specifici, e che portano gli esperti raramente ad uscire del Centro conferenze di Le Bourget prima delle 22.00.

La seconda settimana di negoziato introduce, con l’arrivo dei Ministri, la fase di “alto livello” e la guida della delegazione passa così al Ministro Gian Luca Galletti, supportato dai Sottosegretari Silvia Velo e Barbara Degani.

La consapevolezza crescente delle interconnessioni esistenti tra cambiamento climatico e agricoltura ha portato nel tempo a porre sempre maggiore attenzione anche a questi temi, ragione per cui a Parigi vi è anche la presenza del ministro Maurizio Martina.

Alla COP 21 é prevista anche una corposa partecipazione parlamentare con quattro Senatori e sei Onorevoli, guidati dai due presidenti delle rispettive Commissioni Ambiente, il Sen. Giuseppe Francesco Maria Marinello e l’On. Ermete Realacci. Presente anche l’On. Stella Bianchi recentemente eletta nel board di Globe, organismo interparlamentare a livello mondiale dedicato al cambiamento climatico.

Non é invece per niente una novità la presenza dei rappresentanti italiani delle ONG, con i veterani Mariagrazia Midulla, WWF, e Mauro Albrizio di Legambiente. Ancora più corposa la delegazione giovanile di Italian Climate Network di altre associazioni collegate, attualmente con 12 rappresentanti, che proprio oggi ha ottenuto la firma di sostegno da parte del Ministro Galletti al Principio di Equità Intergenerazionale.

Centro conferenze di Le Bourget

L’importanza dell’incontro di Parigi é sancita anche dall’ampiapartecipazione dei media italiani. A differenza della precedente COP 20 di Lima, in cui i media erano quasi sostanzialmente assenti, a eccezione di due isolati freelance, nella capitale francese si è registrata la partecipazione massiccia di giornali, radio e televisioni. Presenti, tra gli altri, i veterani delle COP della carta stampata: Antonio Cianciullo, Alessandro Farruggia, Roberto Giovannini e Marco Magrini. Ma è da registrare anche la simpatica partecipazione di Geppi Cucciari e la presenza di Sky TG24 e della RAI.

Ma a rappresentare l’Italia alla COP21 ci sono poi esponenti di associazioni, università, aziende e organizzazioni pubbliche e private che partecipano agli eventi collaterali tematici, dedicati all’approfondimento di temi specifici, quali l’adattamento o i meccanismi legati alla commercializzazione del credito di carbonio.

Una partecipazione nazionale massiccia in tutti gli ambiti che ben riflette il livello di attenzione che tutto il mondo ha al momento dimostrato nei confronti della Conferenza di Parigi.

Entro venerdì si capirà se le attese sono state ben riposte.

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Il glossario della COP21

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Un breve vademecum per orientarsi nella giungla di sigle e nomi della conferenza mondiale sul clima

ADP: (Durban Platform). Creato a Durban nel 2011 sulle ceneri del fallito accordo di Copenhagen di due anni prima. È l’ambito di lavoro all’interno della COP dedicato a realizzare l’accordo di Parigi, il Piano B del mancato accordo danese.

CCS: (Carbon Capture and Storage). Tecnica molto discussa e non ancora consolidata/validata finalizzata a catturare la CO2 emessa da grandi centrali (es. a carbone) e al suo stoccaggio in modo definitivo in cavità sotterranee.

COP: (Conference of the Parties). Incontro annuale dell’UNFCCC, in cui viene verificato il livello di attuazione della Convenzione e possono essere prese, sulla base del consenso, tutte le azioni future.

CMP: (Conference of the Parties serving as meeting for the Parties to the Kyoto Protocol). Incontro annuale che si svolge contestualmente alla COP, ma dedicato ai soli aspetti di pertinenza del Protocollo di Kyoto.

GHG: (Greenhouse Gas). Sigla con cui vengono identificati i gas serra. Oltre alla CO2, principale gas ad effetto serra, comprendono il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e una serie di prodotti di sintesi organo alogenati.

INDC: (Intended Nationally Determined Contributions). Impegni volontari di riduzione delle emissioni GHG che i singoli Paesi si impegnano ad intraprendere all’interno dell’ipotetico accordo della COP21 a Parigi

IPCC: (Intergovernmental Panel on Climate Change). Gruppo di scienziati voluto da UNEP e WMO per fornire un quadro di sintesi dello stato della conoscenza sul cambiamento climatico.Sviluppa dei rapporti con una frequenza all’incirca quinquennale.

KP: (Kyoto Protocol). Sigla con cui viene identificato nel negoziato il Protocollo di Kyoto.

REDD+: (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation plus). Strumento dell’UNFCCC dedicato alla lotta alla deforestazione, che tiene in considerazione agli gli aspetti sociali delle popolazioni che vivono nelle foreste. In pratica assegna un valore finanziario al carbonio stoccato nelle foreste dei paesi in via di sviluppo.

SBI: (Subsidiary Body for Implementation). Organismo di supporto dell’UNFCCC, finalizzato a valutare lo stato di attuazione della Convenzione stessa.

SBSTA: (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice). Organismo di supporto scientifico e tecnologico dell’UNFCCC. Svolge una sorta di funzione di “digestione” dei rapporti scientifici a favore del consesso politico della COP.

UNEP: (United Nation Environmental Programme). Programma dell’ONU specificamente dedicato all’ambiente. È il soggetto che nel 1988 ha voluto la creazione, insieme con il WMO, dell’IPCC.

UNFCCC: (United Nation Framework Convention for Climate Change). Convenzione dell’ONU sul cambiamento climatico. Rappresenta il più importante e rappresentativo ambito di negoziazione internazionale sull’argomento.

WMO: (World Meteorological Organization). Agenzia dell’ONU che si occupa dello stato e comportamento dell’atmosfera terrestre, della sua interazione con gli oceani, del clima che ne deriva e della risultante distribuzione di acqua. È il soggetto che nel 1988 ha voluto la creazione, insieme con l’UNEO, dell’IPCC.

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COP21: perché la conferenza sul clima di Parigi è così importante?

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L’analisi di wisesociety.it sulle questioni su cui verterà la conferenza mondiale in programma dal 30 novembre all’11 dicembre

La conferenza mondiale (COP21) in programma dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi è chiamata a prendere delle decisioni fondamentali per rallentare il cambiamento climatico in atto.

L’evento è ormai noto a tutti e presente nei media da diverse settimane. Non sono forse però altrettanto conosciuti e accessibili i termini del negoziato, la reale portata che potrà avere l’auspicato accordo di Parigi nella nostra vita quotidiana e gli ostacoli da superare per arrivare a siglare un nuovo patto mondiale per il clima.

Con questo articolo, vorremo accompagnare il lettore oltre i controlli di sicurezza del centro Le Bourget dove gli “sherpa” del negoziato, i Ministri dell’Ambiente e i grandi Capi di stato e di governo di tutto il mondo si troveranno per prendere delle decisioni cruciali per il nostro futuro per fornire delle risposte a degli interrogativi fondamentali.

Cos’è la COP21?

È il ventunesimo incontro dell’UNFCCC, il tavolo (letteralmente la “Convenzione”) delle Nazioni Unite dedicato al cambiamento climatico. L’UNFCCC è stato creato nel 1992, giusto due anni dopo la pubblicazione del primo rapporto dell’IPCC, il gruppo di scienziati mondiali chiamati a fare sintesi della conoscenza sul cambiamento climatico. Il contenuto del primo rapporto IPCC ha reso evidente i contorni di un problema che interessa l’intero pianeta, senza distinzione dei confini politici creati dall’uomo. Il testo della Convenzione rappresenta ancora oggi ilriferimento indiscutibile per ogni trattativa negoziale.

Contiene, ad esempio, il riconoscimento che il cambiamento climatico sia prima di tutto una responsabilità storica dei paesi industrializzati che proprio sull’emissioni di CO2, legata principalmente all’utilizzo dell’energia, ha basato il proprio processo di sviluppo. I paesi più poveri hanno responsabilità minori e pertanto è previsto che debbano intervenire in un secondo momento, anche con l’aiuto dei paesi più ricchi.

Altro punto fondamentale della Convenzione è l’aver condiviso la necessità di stabilizzare leemissioni mondiali dei gas ad effetto serra (GHG). Purtroppo, invece, le emissioni dal 1992 a oggi hanno continuato a salire senza sosta arrivando a superare la quota annuale di 32 miliardi di t CO2 nel 2014.

L’unico accordo di riduzione dei GHG sviluppato all’interno dell’UNFCCC è il Protocollo di Kyoto, siglato nel 1997 ma entrato in vigore solo nel 2005, dopo un travagliato e incompleto percorso di ratifica a livello internazionale. Alcuni paesi sviluppati, tra cui USA e Australia non hanno ratificato all’interno dei propri rispettivi parlamenti quanto avevano concordato a Kyoto. Nel 2007 l’Australia tornava sui suoi passi, lasciando gli USA da soli nella scomoda posizione di unico paese sviluppato a non aderire al Protocollo. L’ostinazione del paese americano, ai tempi ancora primo emettitore mondiale di GHG, ha ovviamente da allora pesato come un macigno sul negoziato, aumentando l’inefficacia del processo negoziale con la creazione di complessi gruppi e percorsi paralleli. I presupposti per il superamento del Protocollo di Kyoto, che prevedeva inizialmente (come previsto dalla Convenzione) impegni per i soli paesi sviluppati, sono stati creati in vista della COP15 di Copenhagen, nel 2009. Purtroppo l’incapace gestione della presidenza danese e il prevalere degli interessi nazionali su quelli globali ha prodotto un pesante fallimento. A distanza di sei anni, la COP21 di Parigi assume così i contorni del Piano B, rispetto a Copenhagen.

Parigi - FlickrParigi – Flickr

Gli scienziati hanno chiaramente indicato l’assoluta necessità di avviare un percorso di riduzione delle emissioni globali di GHGal massimo in una finestra temporale tra il 2015 e il 2020. Opzione che ci si può aspettare possa essere realizzata solo attraverso l’ampio e immediato coinvolgimento di tutti i paesi del mondo. Senza un accordo a Parigi è impensabile che tale inversione di tendenza possa avere luogo nei tempi richiesti.

Si riuscirà a siglare un accordo mondiale a Parigi?

È difficile fare previsioni sul possibile risultato di un negoziato internazionale, soprattutto in un processo tanto articolato e complesso come quello dell’UNFCCC. Dobbiamo, ad esempio, constatare che le ambizioni in vista di Parigi sono state ridimensionate rispetto a quello che si è cercato di ottenere a Copenhagen.

Nella capitale danese il negoziato partiva dall’ammontare complessivo di riduzione delle emissioni GHG necessarie per limitare il riscaldamento del pianeta al di sotto della soglia dei 2°C. L’esercizio tentato allora è stato di arrivare a una modalità condivisa per ripartire equamente l’impegno complessivo tra i vari paesi. Un tentativo simile a quello di stabilire le dimensioni delle fette di una torta tra persone diverse, tenendo conto delle condizioni alimentari dei commensali. Potranno essere discussi i criteri adottati, ma l’importante è che alla fine l’intera torta (la riduzione globale di GHG) possa essere completamente distribuita. Lalogica dell’accordo di Parigi è invece rovesciata, perché non si parte dall’ammontare globale di riduzioni attese, ma dagli impegni volontari (INDC) dei singoli paesi. Rimanendo sul parallelo culinario è come organizzare un party in cui ognuno si presenta con il cibo e le bevande che preferisce, senza alcun coordinamento rispetto alle aspettative complessive. Se gli invitati sono generosi ci potrà essere cibo per tutti, ma in caso contrario qualcuno potrà rimanere a bocca asciutta. E, purtroppo, l’elenco delle vettovaglie con cui i paesi di tutto il mondo si sono presentati all’uscio del party di Parigi non è ancora all’altezza di quanto richiesto dagli scienziati.

Sommando gli impegni di riduzione dei GHG che i paesi di tutto il mondo hanno comunicato preventivamente alla COP21 è stato calcolato che l’innalzamento della temperatura del pianeta potrebbe raggiungere i 2,7°C, lontano quindi dalla soglia di sicurezza dei 2°C. Uno scostamento così importante da spingere alcuni a decretare in anticipo il fallimento della COP21, già prima dell’avvio dei lavori a Parigi. Sarebbe però una conclusione troppo limitata, perché la condivisione a livello internazionale degli impegni di riduzione dei vari paesi è comunque un obiettivo politico fondamentale, che non può ambire a essere come ai tempi di Copenhagen una sorta di traguardo di arrivo del processo negoziale dell’UNFCCC, ma che è l’indispensabile punto di partenza su cui sviluppare nuovi e più stringenti obiettivi di riduzione delle emissioni GHG.

In tal senso è fondamentale la valenza giuridica che potrà acquisire l’auspicato accordo. Non potrà essere evidentemente un Protocollo vincolante, come lo è stato quello siglato a Kyoto nel 1997, perché il rifiuto della maggioranza del Senato USA alla successiva ratifica tornerebbe a mettere in crisi l’azione coordinata a livello mondiale sul clima e il significato stesso dell’esistenza dell’UNFCCC. Ma non potrà neanche essere completamente volontario, come lo sono stati la presentazione degli obiettivi INDC per la COP21. Proprio sulla valenza più o meno vincolante dell’accordo si giocherà una delle partite più importanti a Parigi, con la posizione americana annunciata in anticipo da John Kerry di non volere un accordo legalmente vincolante. Resta solo da vedere come andrà a finire.

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La Francia promuove inventari gas serra e carbon footprint

Lo spiega a wisesociety.it Jean Pierre Tabet, consigliere speciale per il clima di ADEME, illustrando il quadro cogente e volontario in essere in Francia per promuovere la diffusione degli inventari di gas ad effetto serra nelle organizzazioni e negli enti pubblici e la carbon footprint di prodotto. Il tutto supportato da strumenti e linee guida da parte dell’Agenzia per l’ambiente francese.