Clima, storico accordo per abbassare la febbre della terra

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A Parigi 194 Paesi raggiungono l’intesa per ridurre le emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Cento miliardi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo. No del Nicaragua.

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Parigi consegna alla storia un accordo globale in cui tutti i paesi del mondo hanno accettato di collaborare seriamente alla lotta contro il cambiamento climatico. Troppo presto per considerare risolto il problema, ma il documento rappresenta l’avvio di un percorso di non ritorno verso un mondo a basso contenuto di carbonio.

L’aumento di temperatura dovrà essere “ben al di sotto” dei 2°C, intraprendendo sforzi per restare al di sotto di 1,5°C.

Gli impegni globali di riduzione delle emissioni oggi sul tavolo non sono però ancora sufficienti a restare in questa traiettoria e ci condurrebbero senza scampo all’incremento non sostenibile di 2,7°C.

“L’accordo non salva il pianeta”, sostiene Billy McKibben, uno dei fondatori della ONG 350.org, “ma ha salvato la possibilità di salvare il pianeta”. Bisogna fare di più e farlo meglio.

Il segnale

Da Parigi la politica mondiale lancia un segnale senza spazi d’interpretazione proprio in questa direzione al sistema economico e ai cittadini di tutto il mondo.

Da oggi inizia il percorso di sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili e una serie di cambiamenti radicali collegati che interesseranno il sistema dei trasporti, il riscaldamento degli edifici e l’uso dell’energia in generale. L’accordo rappresenta la certezza del cambiamento, anche se bisognerà adesso iniziare a lavorare su tempi e modi. Fornisce il contesto in cui lavorare assieme a livello mondiale e in modo più trasparente al raggiungimento dell’obiettivo comune.

Il primo cambio di rotta importante è l’eliminazione dell’obbligo di tagliare le emissioni per i soli paesi sviluppati. Ora ognuno è chiamato a fare la sua parte sulla base delle proprie possibilità. Era questo uno scoglio che sembrava insuperabile dai tempi del Protocollo di Kyoto, continuamente riconfermato nel tempo, soprattutto da Cina e India, economie che sono però cambiate radicalmente da allora. Gli impegni di riduzione rimangono su base volontaria per tutti, con un approccio di partecipazione dal basso. Si inizierà a fare il punto sulla loro adeguatezza già nel 2018, con uno sguardo sempre più attento a quanto richiede la scienza e poi con scadenza quinquennale.

È previsto un meccanismo trasparente per monitorare che gli impegni vengano realmente attuati dai diversi paesi. Altro aspetto che ha creato non pochi mal di pancia ai paesi meno aperti verso l’esterno.

Confermato il supporto finanziario per i paesi in via di sviluppo, in primo luogo quelli meno sviluppati, al fine di aiutarli ad attuare azioni di adattamento al cambiamento climatico e di riduzione delle emissioni che non potrebbero affrontare da soli. Si tratta dei 100 miliardi all’anno da rendere disponibili entro il 2020, ma anche di un supporto per il quinquennio successivo.

Sono sparite dalla versione precedente delle frasi che spingevano a ridurre gli investimenti a favore di attività ad alte emissioni di CO2, sembra su spinta dei paesi produttori di petrolio, ma è rimasto l’invito ad introdurre un prezzo per la CO2, elemento di sicuro importante riferimento per molte politiche future.

Rafforzata l’importanza del trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi più poveri al fine di consentire loro di intraprendere un percorso più sostenibile di sviluppo. Interessante anche il ruolo più centrale attribuito alle foreste nel percorso di riduzione delle emissioni globali.

È da segnalare che il documento non ha preso la forma di un Protocollo o Trattato internazionale per non incorrere nello sgambetto dei percorsi di ratifica nazionali, com’è stato per il Protocollo di Kyoto in USA, assumendo invece le vesti di un semplice accordo all’interno della Convenzione. Saranno pertanto previste diverse modalità di adesione da parte di tutti i paesi per un anno, a partire dal 22 aprile 2016. Per entrare in vigore dovrà avere la firma di almeno il 55% dei paesi, responsabili del 55% delle emissioni globali.

Il successo dell’Europa

L’accordo di Parigi rappresenta un grande successo politico dell’Europa. Innanzitutto del Ministro francese Laurent Fabius, Presidente della COP21, che ha svolto un lavoro magistrale capace di fare dimenticare la deprimlo scenario onuente esperienza danese di Rasmussen nel 2009. Fabius ha organizzato una COP perfetta, tanto dal punto logistico che organizzativo. Ha saputo gestire in modo eccellente il negoziato ascoltando tutti i paesi, guidando con attenzione e trasparenza il processo, senza però mai cedere sotto la soglia del livello di ambizione minimo. Il risultato di Parigi ha però radici ben più lontane nel tempo. Da diversi anni l’Ue ha lavorato con i paesi delle piccole isole e quelli meno sviluppati per creare un nuovo blocco negoziale, l’High Ambition Group, in grado di creare una frattura nel blocco dei paesi in via di sviluppo, anche al fine di isolare Cina e India.

A Parigi il gruppo si è poi allargato, accogliendo prima gli USA e poi Canada, Australia e Brasile. E per molti è stato il tassello chiave per la rottura dei vecchi equilibri.

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“Più 2°C per le piccole isole del Pacifico sarebbe una catastrofe”

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A Parigi la discussione sul tetto massimo d’innalzamento della temperatura è ancora aperta. Per molti la scelta tra 1,5°C o 2°C è solo uno dei tanti aspetti su cui imbastire la partita dei compromessi. Ma per Francois Martel è un punto non negoziabile, perché legato alla sopravvivenza stessa della popolazione che rappresenta. È il Segretario Generale del Pacific Island Development Forum, un gruppo che conta 23 paesi, circa 5.000 isole e un milione di abitanti, escludendo la Papua Nuova Guinea.

Abbiamo già raggiunto l’innalzamento di 1 grado di temperatura e gli impatti sono già rilevanti per le piccole isole del Pacifico. L’ipotesi di arrivare alla soglia dei 2°C potrebbe essere catastrofico per molti di noi.

Obiettivo però già condiviso da tutti sei anni fa a Copenaghen. Certo. Ma anche la scienza è evoluta nel frattempo, dimostrando che gli impatti sarebbero molto più pesanti del previsto.

In particolare l’innalzamento del livello del mare? Non solo. Aumenterebbe l’intensità delle precipitazioni e per contro una riduzione della disponibilità di acqua e delle produzioni agricole. Vi sono poi i danni collegati all’acidificazione degli oceani, a partire dalle barriere coralline e, a cascata, alla catena trofica ad essa collegata. Con un impatto amplificato sull’intera produzione ittica e sulle popolazioni che sulla pesca basano la propria sussistenza.

Tutti impatti che stanno già avendo luogo. Che si manifesterebbero però con un’intensità ancora maggiore. L’incremento d’impatto, già critico con 1,5°C, aumenterebbe di almeno il 10% in ogni settore, mettendo in ginocchio situazioni che sono già in condizione di forte stress.

Ma come pretendere 1,5°C, quando già i 2°C sembrano un obiettivo impossibile? In realtà il costo tra i due diversi limiti di temperatura è all’incirca lo stesso. Quello che cambio è il tempo in cui intraprendere le azioni. La finestra temporale per stare sotto 1,5°C si sta però chiudendo e se continuiamo ai ritmi attuali, la raggiungeremo già entro il 2020. Accettare l’obiettivo 1,5°C equivale a riconoscere il senso di urgenza verso la decarbonizzazione, considerata anche da Angel Gurria, Segretario Generale dell’OCSE, uno degli obiettivi che dovrebbe contraddistinguere l’Accordo di Parigi.

Potreste accettare anche un obiettivo misto che citi sia i 2°C e sia 1,5°C? Il nostro punto fermo è 1,5°C. Penso però, a livello personale, che si potrebbe anche accettare l’ipotesi intermedia, a patto che sia supportata da azioni forti e concrete.

Con il nuovo High Ambition Group sembra che abbiate aumentato il supporto verso 1,5°C. Questo gruppo, annunciato solo pochi giorni fa, conta già più di 120 paesi, tra cui UE e USA. Tra i punti condivisi del gruppo vi è, oltre alla richiesta di avere un accordo legalmente vincolante, l’ipotesi di fissare a 1,5°C il limite d’innalzamento della temperatura.

Il nuovo gruppo sembra fatto apposta per mettere in angolo i paesi del BASIC, India e Cina in primis. Non è mai una buona idea chiudere in un angolo una tigre… Abbiamo creato questa alleanza per incrementare il livello di ambizione anche di quei paesi, ma siamo invece alleati con India e Cina sul tema del Loss and Damage, su cui invece UE e USA non sembrano convergere, e sul tema della differenziazione.

Differenziazione significa maggiori impegni per i paesi sviluppati, ma anche uno sforzo maggiore dalle economie emergenti. Si, è vero, anche loro debbono fare di più. L’India, ad esempio, deve vedere l’opportunità di portare energia in modo sostenibile ai venti milioni di abitanti che ne sono ora sprovvisti. La differenza sta nel produrre energia in modo convenzionale, usando il carbone o attraverso fonti rinnovabili.

COP21, ecco la nuova bozza. Incremento sceso a 1,5 gradi

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I paesi di tutto il mondo si sono presentati alla COP 21 con impegni nazionali di riduzione delle emissioni (INDC), presi su base volontaria. Non vi è dubbio che ciò non sia ancora sufficiente a mantenere l’incremento di temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C.

Più difficile valutare, invece, quanto gli impegni proposti siano ambiziosi e credibili, rispetto alle reali possibilità dei proponenti.

Ci ha provato il Granthnam Research Institute del The London School of Economics and Political Science (LSE), centro guidato da Nicholas Stern, attraverso uno studio che ha analizzato la credibilità politica degli impegni presi dai diversi paesi.

Secondo il lavoro dell’LSE, presentato ieri alla COP 21, le tre parole chiave per un’azione climatica responsabile sono: ambizione, fattibilità e credibilità. Ambizione che già l’UNEP Gap Report ritiene ben lontana da quanto necessario per rispettare la soglia dei 2°C. Lo studio LSE valuta gli impegni al momento intrapresi per il 2030 addirittura a metà strada tra uno scenario d’inazione, il cosiddetto business as usual, e quanto necessario per raggiungere l’obiettivo dei 2°C. La fattibilità è invece legata all’adozione di azioni efficaci nei limiti delle diverse disponibilità economiche. Disponibilità che può aumentare per i paesi poveri attraverso il supporto finanziario di quelli sviluppati.

Infine la credibilità è un ulteriore fattore chiave, e equivale al mettere realmente in pratica quanto al momento promesso solo sulla carta.

Dallo studio emerge un giudizio positivo rispetto agli impegni intrapresi dalla Ue nel suo complesso e da alcuni suoi stati a livello individuale, come Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia e dalla Corea del Sud.

In posizione intermedia, con qualche area specifica di debolezza, si trovano degli importanti attori del negoziato di Parigi, quali USA, Brasile, Giappone, Australia e Russia. Un numero ancora maggiore di aree di debolezza caratterizza un ultimo gruppo chiave di paesi: Cina, India, Canada e Arabia Saudita.

Alina Averchenckova, autrice dello studio, ci tiene però a precisare che la finalità del lavoro non è di stilare la classifica dei buoni e cattivi ma di stimolare le possibili aree di miglioramento e le priorità di implementazione per i paesi  del G20, da soli responsabile di circa i tre quarti delle emissioni globali.

“Ogni paese ha una situazione particolare”, continua Averchenkova, “ma è un dato positivo che tutti abbiano una legislazione in essere su questi temi. I punti critici mediamente, invece, sono legati ai processi di definizione delle politiche e di attuazione degli impegni. Si deve fare attenzione a rafforzare il coinvolgimento delle parti interessate, introdurre dei meccanismi che impediscano le inversioni delle politiche virtuose e rafforzare il quadro di consenso tra pubblico e privato”.

Secondo Nicholas Stern, “avere un quadro credibile e stabile nel tempo degli impegni di riduzione è un elemento essenziale per dare sostegno all’azione del settore privato e favorire gli investimenti necessari per attuare un percorso di decarbonizzazione dell’economia”.

Pensiero condiviso anche da Stella Bianchi, deputata del PD, e uno degli otto membri del board di Globe International, la rete mondiale di parlamentari impegnati a contrastare la deriva climatica.

“La credibilità degli impegni è un elemento fondamentale per dare sostanza a quanto sarà deciso a Parigi.

L’accordo internazionale dovrà essere tradotto a livello nazionale dai governi e dai parlamenti, assicurando un quadro certo che possa consentire e stimolare la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio”.

Clima, Italia tra i virtuosi. Al 11° posto nel Pianeta

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Il podio resta sempre deserto, ma la battaglia dalla quarta posizione in poi è più accanita che mai.

È la corsa con cui l’ONG tedesca Germanwatch fotografa lo stato delle prestazioni e delle politiche climatiche mondiali, a cui partecipano i paesi responsabili singolarmente di almeno l’1% delle emissioni globale. Non assegnare simbolicamente le prime tre posizioni equivale a sottolineare la necessità che tutti i paesi si adoperino di più per arginare la deriva climatica.

Qualche segnale incoraggiante inizia però a farsi vedere, rispetto al passato. Per 55 dei 58 paesi partecipanti al Climate Change Performance Index sono stati registrati dei risultati positivi. Una tendenza che trova conferma anche nei risultati dello studio pubblicato il 7 dicembre da Nature sulle emissioni globali di gas a effetto serra. Dopo il rallentamento nella crescita delle emissioni nel 2014, il 2015 ha fatto registrare una leggera decrescita. Un po’ presto per sostenere di aver già raggiunto il famigerato picco delle emissioni, a cui seguirà la continua riduzione delle emissioni globali, ma si tratta comunque di un’importante inversione di tendenza. Martin Kaiser, Responsabile delle politiche climatiche internazionali di Greenpeace, non è sorpreso dei dati registrati da Nature per il 2015: “è legato alla riduzione del consumo di carbonio della Cina e  alla rivoluzione delle rinnovabili”. Wendel Trio, Direttore di Can Europe, condivide appieno il giudizio sul declino del settore del carbonio e stima per il 2015 una riduzione globale dei consumi tra il 2 e 4%.

La classifica dell’indice di Germanwatch combina dati quantitativi oggettivi con, in misura minore, giudizi di tipo qualitativo. Tra i primi sono considerati i livelli di emissione, la loro variazione nel tempo, la produzione di energia rinnovabile e l’efficienza.  Mentre il giudizio qualitativo sulle politiche attuate dai singoli paesi internamente e a livello internazionale e attribuito da rappresentanti di ONG che operano a livello locale.

Nessuno stupore nel vedere dei paesi europei ai primi cinque posti assegnati, con davanti a tutti la Danimarca, seguita da Gran Bretagna, Svezia, Belgio e Francia. Altrettanto scontato trovare in ultima posizione l’Arabia Saudita, incalzata nella parte bassa della classifica da Australia, Giappone, Canada e Russia, tutte pecore nere del negoziato della COP21.

Può invece sorprendere l’eccellente undicesima posizione dell’Italia, ben lontano dalla numero 44 che ci caratterizzava nel 2009, ai tempi della COP di Copenhagen. Ben cinque posizioni sono state recuperate anche rispetto alla classifica dello scorso anno. Un miglioramenti continuo nel tempo giustificato soprattutto dai dati oggettivi di prestazione. “L’Italia negli ultimi 5-6 anni ha sorpreso tutti”, sostiene Jan Burck responsabile tecnico del rapporto, “con un trend di crescita delle rinnovabili superiore anche a quello della Germania. Non ha fatto tanto rumore, ma ha ottenuto ottimi risultati”. Un giudizio decisamente positivo in termini di risultati, possibile nonostante le nostre politiche climatiche siano ancora considerate carenti. Secondo Mauro Albrizio, Direttore dell’Ufficio europeo di Legambiente e collaboratore di Germanwatch nella definizione proprio del giudizio politico, il problema è che “in Italia si sente la mancanza di una politica nazionale sul clima. Sono state ammazzate le rinnovabili a favore delle trivelle”. Una chiara indicazione da parte delle ONG sul percorso da intraprendere per trovarsi il prossimo anno a competere con gli altri paesi europei per le cinque posizioni di testa.

La lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità

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VARSAVIA – All’interno dello stadio nazionale di Varsavia i ministri giunti da tutto il mondo stanno discutendo le sorti del pianeta. Mentre la conferenza sul clima procede nel consueto clima di incertezza, gli eventi climatici estremi di questi giorni sembrano rafforzare il senso di urgenza per decisioni concrete.

Il tifone Hayian nelle Filippine pochi giorni prima dell’avvio della COP19, poi i numerosi tornadi nel midwest in USA e infine l’evento alluvionale che ha messo in ginocchio la Sardegna.

Ministro Orlando, cosa sta succedendo?

«È innegabile che gli episodi che siamo stati abituati a vedere come eccezioni, quali le abbondanti piogge in tempi limitati che hanno colpito la Sardegna in questi giorni, stanno diventano la regola. È ormai un dato strutturale che impone consapevolezza e capacità di adattamento.»

Ma il clima è l’unico responsabile di quanto accaduto nell’isola?

«Se da una parte c’è un aumento di violenza dei fenomeni atmosferici, dall’altra esiste un problema di gestione del territorio. A partire dalla minore manutenzione delle aree extraurbane legata all’abbandono delle attività agricole, a come sono stati forzatamente regimentate le acque o a come e quanto abbiamo cementificato il territorio in questi anni.»

Secondo WWF Italia, a ogni miliardo stanziato nel nostro paese per la prevenzione sul territorio vi è stata una spesa di oltre 2,5 miliardi per riparare i danni. Non è il caso di invertire la rotta e iniziare a investire nella prevenzione?

«Sicuramente sì. La prevenzione è un modo per evitare il debito futuro. Sul dissesto idrogeologico stiamo ripetendo l’errore fatto in passato con la finanza pubblica. Si accumula un debito che viene scaricato sulle generazioni future.»

Su questo s’innesta la bozza della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentata lo scorso ottobre.

«Il documento resterà aperto fino a dicembre alla consultazione delle parti interessate. Deve poi essere supportato, anche economicamente, come la più grande vera opera infrastrutturale del paese. Dobbiamo cambiare paradigma. A cosa serve realizzare nuove infrastrutture, se poi ogni anno una parte di strade, case, versanti, ponti e ferrovie viene distrutta a causa del dissesto idrogeologico. Per non parlare delle vite umane.»

Ma non è che la strategia nazionale di adattamento rischi di restare il libro delle buone intenzioni? Stridono le cifre. Per il 2014 sono stati stanziati 30 milioni per il rischio idrogeologico nazionale, quando per gestire l’emergenza dei soccorsi in Sardegna ne sono stati spesi 20.

«Vi è senza dubbio un problema di risorse. Sarebbe stato, infatti, ragionevole stanziare quest’anno 500 milioni di euro, invece di 30. Però vi è anche il problema della gestione della spesa. Solo una parte dei due miliardi messi a disposizione è stata poi effettivamente speso. Questo è legato anche al Patto di Stabilità, che ritengo debba essere rivisto in modo più intelligente. A livello Ue deve essere modificato, in modo di non conteggiare la parte relativa alla lotta al dissesto idrogeologico. Ma in attesa che ciò possa essere realizzato, dobbiamo a livello nazionale fare si che la lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità. In questo momento tra la realizzazione di una piazza e gli interventi di sistemazione di un fiume, sono  più importanti quest’ultimi. Anche se possono garantire dei minori ritorni in termini di consenso immediato.»

Cosa sarebbe cambiato in Sardegna se fosse già stata applicata la Strategia nazionale di adattamento?

«Molto. Perché la Strategia punta a costruire una convivenza con il rischio legato ai cambiamenti climatici. Ciò porta a modificare l’organizzazione delle attività sociali, l’utilizzo dei mezzi di informazione e il modo in cui si costruisce, si produce e ci si muove. Alcune cose le abbiamo introdotte con la legge presentata a giugno sul consumo del suolo. Il testo prevede che si possa costruire solo se prima è stato utilizzato il patrimonio edilizio esistente e non consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente degli enti locali.

C’è bisogno di coniugare il tema di un nuovo modello di sviluppo, che guardi nel lungo periodo. E non c’è tempo da perdere.»

 

Paesi poveri contro ricchi alla guerra del clima

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unita ciminiereLe promesse tradite degli Stati più sviluppati: molte emissioni, pochi tagli e nessuna compensazione a chi sta già pagando l’impatto dei cambiamenti

VARSAVIA – La parola passa ai politici. Inizia oggi a Varsavia la seconda settimana di negoziato della Conferenza Onu sul clima, Unfccc, il cui esito è fondamentale per riuscire a siglare un nuovo accordo mondiale sul clima nel 2015, a Parigi. I tecnici passano così il testimone ai ministri, con la speranza che questi sapranno trovare un punto comune tra posizioni al momento inconciliabili. Ne dubita il delegato del Congo, Gervais Itsoua Madzou. “Sui temi principali i paesi in via di sviluppo e quelli ricchi sono fermi su posizioni diametralmente opposte.”, dice. Ne è un esempio il meccanismo per combattere la deforestazione. “I paesi poveri vogliono un governo all’interno dell’Unfccc (la Conferenza dell’Onu, ndr), mentre quelli industrializzati no”. Le differenze continuano anche sul Loss and Damage – letteralmente perdite e danni, gli aiuti e le compensazioni ai Paesi più esposti al rischio climatico – tema particolarmente sentito per le conseguenze del tifone Hayan di solo una settimana fa. Il capo delegazione filippino, Yeb Sano, è ancora in sciopero della fame da lunedì e ha annunciato di interromperlo solo se ci saranno progressi significativi del negoziato.

DIETRO FRONT

Il sorriso con cui Christiana Figueres, guida della Conferenza dal 2010, cerca di infondere positività ai negoziatori non sembra avere fatto effetto sui paesi africani. “Sul Loss and Damage – dice Madzou – il negoziato non è ancora iniziato”. Le distanze restano enormi.

Purtroppo a 21 anni di distanza dall’istituzione dell’Unfccc è ancora grandissima la contrapposizione tra chi ha la responsabilità del cambiamento climatico e chi ne paga, in modo sempre maggiore, le conseguenze. L’insussistenza delle azioni dei paesi sviluppati è palese. Il rapporto Carbontrack, curato da Ecofys, Pik e Climate Analitycs, ha evidenziato un’impietosa fotografia sul reale impegno della parte ricca del mondo. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020 da USA, Canada e Australia, non saranno raggiunti con le politiche attuate finora, oltre ad essere comunque irrilevanti in termini numerici. Meglio la Ue, destinata a raggiungere gli obiettivi fissati, che continuano a essere però non ancora abbastanza ambiziosi, rispetto alle richieste degli scienziati dell’Ipcc, il panel internazionale di esperti climatologi.

Il caso peggiore, secondo Carbontrack, è quello del Giappone. Il capo delegazione cinese, Su Wei, ha dichiara al Guardian di non avere parole per descrivere il proprio sgomento su quanto recentemente comunicato dai giapponesi. Tokyo ha, infatti, modificato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020, passando dal -25% a + 3,1%, rispetto ai valori del 1990. Il governo di Shinzo Abe ha collegato il provvedimento alla necessità del Paese di non fare più affidamento sull’energia nucleare, dopo l’incidente di Fukushima.

ENERGIE E GOVERNI FOSSILI

L’energia è il nocciolo della debolezza dei paesi ricchi. Il Canada ha abbandonato ogni impegno politico sul clima, uscendo addirittura dal Protocollo di Kyoto, da quando è al governo Steven Harper, originario dell’Alberta in cui si estrae il petrolio dalle sabbie bituminose. Ben noto è il ruolo giocato dalla lobby del petrolio negli USA nell’influenzare la presidenza di Bush. Tony Abbott, in Australia, appena eletto ha rassicurato il settore del carbone, con l’impegno a smantellare i provvedimenti su emission trading e carbon tax voluti dal precedente governo.

A Varsavia, intanto, la Figueres è invitata oggi a partecipare a un evento organizzato dal settore del carbone al Ministero dell’Economia, dove le ONG manifesteranno tutta la loro contrarietà.

Nel frattempo l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) propone delle azioni concrete a basso costo per abbattere le emissioni di black carbon nei paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’incremento di temperatura di ben 0,75 °C nell’Artico. Sforzo vano, se la politica dei paesi ricchi non sarà in grado di cambiare il proprio passo. Ieri, nella giornata sulla criosfera organizzata dall’Icci è stata descritta la situazione preoccupante sullo stato dei ghiacci del pianeta e sul conseguente innalzamento del mare: se non cambiano le politiche mondiali è destinato a salire di 80 cm. E a soffrire allora non saranno solo le isole del Pacifico.

Copenhagen Il miracolo sul clima

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Difficile immaginare il volto dell’addetto alla sicurezza del vertice Fao a Roma, all’arrivo in bicicletta dell’ambasciatore danese Gunnar Ortmann. Contagiosa invece è la risata con cui il diplomatico ricorda le difficoltà a passare il varco.

Un gesto dimostrativo prima della conferenza sul clima di Copenaghen?

«No, assolutamente. Vado sempre ai vertici ufficiali in bici qui a Roma, così come lo facevo a Berlino. Mi piace ed è più comodo. Al vertice Fao sono arrivato in circa 20 minuti, in auto sarebbe stata un’ora».

Non corre il rischio di essere preso un po’ per matto dai suoi colleghi?

«Non credo. Quando spiego le mie ragioni, tutti le trovano razionali e condivisibili, soprattutto se sono appena stati bloccati nel traffico»

Siamo alla vigilia di Copenaghen. Come vede la proposta del suo Primo ministro di puntare ad un accordo solo politicamente e non legalmente vin- colante?

«Credo sia frutto di realismo politico. È ovvio che sarebbe meglio arrivare ad un accordo legalmente vincolante, ma non ci sono i tempi. Noi siamo impegnati a fare il massimo di ciò che è possibile e credo che impuntarsi ad ottenere l’impossibile possa alla fine essere un danno per il clima».

E cos’è il massimo per lei?

«Copenaghen deve produrre un accordo ambizioso in termini di contenuto, demandando al prossimo anno la definizione dei vincoli legali. Dobbiamo lavorare insieme per limitare l’aumento della temperatura ai 2 ̊C, Attenzione, volere di più potrebbe portare all’opposizione di alcuni paesi ed al rischio di restare con nulla in mano».

Ritiene che il cambio di politica degli Usa sia sufficiente?

«La scelta di Obama di venire a Copenhagen è un segnale molto importante per il vertice; aspettiamo tutti di sapere cosa il presidente degli Usa vorrà dire in occasione della sua visi- ta. Solo dopo sarà possibile esprimere giudizi».