Dopo Copenhagen i grandi del clima cercano un nuovo accordo a Bonn

AAA-Sole24Ore

Almeno su un punto vi è accordo completo nell’incontro dell’Unfccc, il tavolo negoziale sui cambiamenti climatici dell’Onu (United framework convention on climate change), in corso a Bonn. Ora tutti riconoscono il fallimento di Copenhagen e chiedono la ricostruzione del clima di fiducia e collaborazione venuto meno nella fase preparatoria della Conferenza dello scorso dicembre. «A Copenhagen è stata distrutta l’atmosfera di dialogo costruttivo – sostiene l’alto delegato cinese Qingtai Yu – ora è necessario ritornare alle basi negoziali precedenti».

Sorprende che una simile dichiarazione giunga proprio dalla Cina, visto che è considerata, assieme agli Usa, la principale responsabile dello svuotamento di contenuti dell’accordo di Copenhagen. Davanti alla richiesta di assunzione di responsabilità Yu, senza riuscire a nascondere un certo imbarazzo, giustifica l’accordo come il male minore e necessario per evitare che dalla capitale danese si dovesse tornare a mani vuote.

Pochi sembrano credere davvero a questa spiegazione, ma il clima di riconciliazione richiede anche la disponibilità a chiudere un occhio sugli errori passati. La svolta positiva di Bonn è riconosciuta anche dal capo delegazione indiano Mauskar, che riconosce come dopo due anni si sia tornati ad ascoltarsi gli uni con gli altri.

Il rappresentante delle Isole Salomon, Collin Beck, interpreta la perdita dell’approccio multilaterale come una delle principali cause del fallimento di Copenhagen, ma a volte “si ha bisogno di attraversare una fase di crisi per arrivare a capire che si era sulla strada sbagliata”.

Chiuso il capitolo danese, parte ora la costruzione del percorso in direzione di Cancun. E anche qui si registra un importante punto di accordo tra le parti. La conferma che l’ambito di negoziazione sul clima deve restare quello dell’Unfccc è particolarmente importante, visto che la Convenzione sta attraversando forse una delle più grandi crisi dalla sua creazione nel 1992. Solo lunedì il Segretario Esecutivo uscente, Yvo de Boer, ammetteva l’evidenza dell’incapacità politica di ottenere entro i prossimi dieci anni obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con le richieste degli scienziati.

Bisognerà vedere ora se il rinnovato clima di fiducia sarà sufficiente per riuscire a produrre un nuovo accordo sul clima. Il negoziatore brasiliano Sergio Serra non crede ciò potrà essere raggiunto entro l’incontro di Cancun del prossimo dicembre, rimandando così l’appuntamento al 2011 in Sudafrica. La pensa diversamente Islam Chowdhury, in rappresentanza del Bangladesh e del blocco di circa 50 paesi meno sviluppati, che insiste per un accordo legalmente vincolante già in Messico.

I paesi in via di sviluppo chiedono intanto di discutere dei soldi che il mondo industrializzato ha promesso loro sulla base della propria responsabilità storica sul cambiamento climatico. Si parte dai 30 miliardi di dollari che l’accordo di Copenhagen prevede siano trasferiti nel triennio 2010-2012. Poco ancora si sa, però, sulle modalità e le tempistiche di concessione di questi finanziamenti, su cui Serra non nasconde un certo scetticismo, visto che ad oggi quelli previsti per 2010 non sono ancora disponibili.

La Ue, dal canto suo, intende svelare a breve tempi e modi di questo trasferimento, anche se la situazione non è ancora chiara in tutti i paesi. Nel caso dell’Italia, ad esempio, a fronte di un impegno annuo di 200 milioni di euro, risulta esservi al momento la disponibilità della metà.

Si pone poi il problema di come spendere questi soldi, visto che i paesi sviluppati sono più orientati ad interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra, mentre quelli in via di sviluppo chiedono un aiuto maggiore sul fronte dell’adattamento, quindi della riduzione degli impatti causati dal cambiamento climatico, ed il Fondo di adattamento è oggi una scatola vuota con solo 100 milioni di dollari.

Il panorama dei finanziamenti si completa con il Redd, meccanismo rivolto alla lotta alla deforestazione, attualmente in fase di definizione. In modo ufficioso si ipotizzano cifre variabili tra i 4,5 e i 5,4 miliardi di dollari, ma su modalità di concessione e di utilizzo la discussione non sembra nemmeno avviata.

Come cercare di far fluire una quantità maggiore di fondi alla lotta del cambiamento climatico resta un tema cruciale, tanto che lo stesso Ban Ki-moon ha creato un gruppo di alto livello con il compito di investigare tutti i percorsi possibili, dal mercato del carbonio, alle tasse sulle transazioni finanziarie o sui trasporti internazionali. Il rapporto finale sarà pronto ad ottobre ed avrà sicuramente un posto di riguardo a Cancun sul tavolo di lavoro di ogni negoziatore.

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Sul clima c’è la roadmap da Copenhagen a Cancun, manca tutto il resto

AAA-Sole24Ore

BONN – Lo sguardo sconsolato dei delegati presenti all’hotel Maritim di Bonn può fornire spunti per la pubblicità di un farmaco antidepressivo, ma non rassicura certamente gli abitanti del pianeta sulla possibilità di un serio ed ampio accordo internazionale per contrastare il cambiamento climatico

E le difficoltà esistenti si leggono tutte in una plenaria conclusiva il cui inizio è slittato di 4 ore, sebbene la decisione attesa riguardava solo l’agenda dei lavori per il 2010. Dalla tre giorni di lavoro esce la road map con cui si intende arrivare il prossimo novembre a Cancun, in Messico, alla costruzione del nuovo patto mondiale per il clima. Nessuno si illude, come ribadiscono il Segretario esecutivo uscente dell’Unfccc Yvo de Boer e la rappresentante spagnola della Ue Alicia Montalvo, che sarà possibile giungere a quella data con un accordo legalmente vincolante. Sarà però necessario trovare il pieno accordo sull’architettura da dare all’intesa, che dovrà poi essere resa vincolante alla successiva plenaria del Sudafrica di fine 2011.

Del resto l’appuntamento sudafricano sembra rappresentare davvero l’ultima spiaggia, visto che nel 2012 scadono gli attuali vincoli del Protocollo di Kyoto, la cui mancanza di continuità per gli anni successivi avrebbe conseguenze devastanti.

Dal punto di vista tecnico oltre quella data diventerebbe praticamente impossibile seguire l’appello degli scienziati di raggiungere il picco massimo delle emissioni mondiali entro il 2015, per dare poi immediato avvio alla fase concordata di loro diminuzione.

Ma la mancanza di certezze sui livelli di riduzione da assegnare ai diversi paesi porterebbe anche ad enormi danni economici legati al crollo del mercato del carbonio, mandando così in fumo buona parte degli investimenti di chi ha operato fattivamente per la creazione di un’economica a basso contenuto di carbonio.

Per evitare questo, si è deciso di fissare almeno altri due appuntamenti di cinque giorni l’uno, dopo quello di due settimane già in programma a fine maggio nella città tedesca. Stessa sede che sarà utilizzata anche per uno dei due incontri aggiuntivi, con il fine di contenere i costi di eventi la cui spesa complessiva è stimabile tra i 3,5 e i 7,5 milioni di dollari. E dove trovare i soldi per questi continua ad essere un altro bel nodo da risolvere.

Ancora più complicato sembra però poter trovare l’intesa futura rispetto al contenuto di un possibile accordo.

Probabilmente barlumi di speranza ci possono essere sulle situazioni più avanzate, quali i meccanismi per il trasferimento di tecnologie e la gestione complessiva degli aspetti finanziari a favore dei paesi in via di sviluppo, a partire dai 10 miliardi di dollari all’anno promessi per il triennio 2010-2012 all’interno dell’Accordo di Copenhagen.

Quando si entra però nel merito di come spendere questi soldi in termini di aree di intervento e di responsabilità di gestione, la luce torna a spegnersi e il negoziato a brancolare nel buio.

Lo stesso vale per aspetti tecnici quali la contabilizzazione delle emissione legate all’uso dei suoli, con ricadute su temi di agricoltura e gestione delle foreste in grado di fare litigare al proprio interno anche i 27 della Ue.

Il vero nodo cruciale continua comunque ad essere quello degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Gli impegni presentati su base volontaria a gennaio dai paesi sviluppati, come previsto dall’Accordo di Copenhagen, non fanno riferimento ad alcun target condiviso a livello internazionale e ad oggi la riduzione proposta è compresa tra il 10 e il 19%, quindi ancora lontana dal 25-40% richiesto dagli scienziati dell’IPCC.

L’agenda per Cancun ora è definita. Resta solo da fare tutto il resto.

Con o senza Copenhagen, da Bonn riparte il trattato sul clima

AAA-Sole24Ore

BONN – C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di Bonn, dove si è tenuto il primo incontro dell’Unfccc, il tavolo di lavoro dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo la Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre. L’obiettivo è la definizione dell’agenda di lavoro per il 2010, ma la discussione si sposta inevitabilmente attorno all’Accordo di Copenhagen, il gigante dai piedi di argilla, forte della centinaia di firme di capi di stato e di governo che porta in calce, ma sviluppato attraverso un percorso che ha bypassato le procedure Unfccc. Che farne?

L’accordo è frutto della volontà politica di un ristretto tavolo di capi di stato e di governo volati a Copenhagen negli ultimi due giorni della Conferenza, a cui si sono andate via via sottraendosi le sedie disponibili ed è finito per essere un’intesa al ribasso imposta dalla Cina agli Usa. La stessa Ue del resto non aveva mascherato il malcontento verso un documento alla cui stesura finale era stata esclusa ed in cui erano spariti tutti gli obiettivi numerici di grande significato politico. Come è noto, nella seduta plenaria conclusiva danese alcuni paesi hanno deciso di rifiutare l’adozione formale di un documento sviluppato da pochi capi di stato e di governo in stanze parallele e non ufficiali, quindi all’esterno delle regole Unfccc. L’unica soluzione possibile per l’assemblea è stata quindi di “prendere nota” timidamente dell’accordo sviluppato dai grandi.

Il fronte di chi vuole dimenticare l’Accordo di Copenhagen è cresciuto da dicembre ad oggi, arrivando all’incirca ad un quinto del gruppo del G77, di cui fa parte anche la Cina. Ed è proprio quest’ultima a ricoprire a Bonn, dopo essere stata la mattatrice del negoziato nella capitale danese, una posizione scomoda.

Non è semplice infatti trovarsi nella duplice veste di chi è stato protagonista nella stesura dell’accordo ed è al contempo uno dei soggetti politici principali del gruppo che ne vuole limitare l’utilizzo. Alla fine l’intesa su questo punto all’interno del G77 non c’è stata, costringendoli a presentarsi nella riunione plenaria finale tedesca senza una posizione comune.

Differenze all’interno del G77 che probabilmente sono destinate ad amplificarsi in futuro, visto l’anacronistica coesistenza di giganti economici come Cina e India e di chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, quali le isole del pacifico e i paesi meno sviluppati.

La creazione lo scorso anno della nuova coalizione dei Paesi africani, è probabilmente un segnale che qualcosa all’interno del G77 sta già cambiando e l’attenzione con cui la Ue guarda a loro è un chiaro segnale della speranza di riuscire a differenziare il fronte del G77, creando così un nuovo scenario negoziale.

È certo invece che i lavori del 2010 ripartiranno dai documenti sviluppati negli ultimi due anni all’interno del percorso negoziale ufficiale dell’Unfccc, come richiesto dal mandato del Bali Action Plan. Si tratta di quanto prodotto all’interno dei due gruppi responsabili di definire gli impegni futuri del Protocollo di Kyoto (KP) e quelli (LCA) dei colossi, quali USA e Cina, i cui impegni di riduzione per ragioni diverse sono esclusi dal processo di revisione del protocollo.

La logica vorrebbe che KP e LCA arrivino a fondersi in un tavolo negoziale unico, ma talvolta politica e logica muovono su binari paralleli e far convergere la discussione in un unico gruppo è un’impresa impossibile, vista la netta opposizione dei paesi in via di sviluppo che temono ciò possa portare ad affondare il Protocollo di Kyoto.

Novità certe sono attese alla guida dell’Unfccc, viste le dimissioni presentate a febbraio dal Segretario esecutivo Yvo de Boer, che saranno però effettive solo da inizio luglio, le cui cause sono probabilmente riconducibili al fallimentare esito della Conferenza di Copenhagen.

Sette sono i candidati possibili, ma sembra che l’inserimento nella triade finale da sottoporre a Ban Ki-moon, sia un gioco già chiuso tra l’ungherese Janos Pasztor, il sudafricano Marthinus van Schalkwyk, l’indiano Vijai Sharma e la costaricana Christiana Figueres. È probabile che alla fine la scelta cadrà, per normale avvicendamento, ad un rappresentante dei paesi in via di sviluppo e la Figueres sembra giocare il ruolo della favorita, anche se la sua vicinanza per ragioni professionali al mondo imprenditoriale dei paesi sviluppati potrebbe giocare a suo sfavore.