Terra terra – Scollamento climatico

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Aumenta sempre più la distanza tra le richieste espresse degli scienziati per contrastare i cambiamenti climatici e gli impegni che i governi sembrano disposti ad assumere.

È proprio questo scollamento il segnale che giunge dal secondo dei quattro incontri preparatori della Conferenza dell’ONU di dicembre a Copenhagen, che si è chiuso ieri a Bonn.

Le richieste dell’IPCC, il gruppo di esperti incaricato dall’ONU di sintetizzare la conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici, sono note già dal 2007.

Affinché l’aumento di temperatura non superi i 2 °C è necessario che la concentrazione di CO2 in atmosfera non vada oltre i 450 ppm, rispetto agli attuali circa 380 ppm, e ai paesi industrializzati è richiesto di tagliare le proprie emissioni di gas serra entro il 2020 di un ammontare variabile dal 25 al 40%, rispetto ai valori del 1990.

Ma la situazione sembra essere addirittura più critica di quella descritta dall’IPCC, com’è evidente dall’osservazione dello stato dei ghiacci polari.

Le temperature dell’artico hanno subito un aumento doppio rispetto al dato medio registrato su scala mondiale, con la stagione calda che ha un inizio sempre più anticipato ed una durata maggiore.

La calotta polare risente di questo maggior apporto di calore riducendo la propria estensione e lo spessore, a dispetto delle notizie prive di fondamento apparse a gennaio nella stampa italiana in cui veniva annunciata un’ipotetica inversione di tendenza del processo in atto da decenni.

I numeri parlano chiaro. L’IPCC prevedeva la possibilità che si potesse verificare il temporaneo completo scioglimento della calotta artica al termine della stagione estiva tra il 2050 ed il 2080.

David Carlson, il Direttore del programma scientifico dedicato allo studio di artico ed antartico denominato International Polar Year, , sottolinea invece come la situazione sia molto più preoccupanti.  I dati più aggiornati evidenziano la probabilità che il completo scioglimento estivo dei ghiacci polari possa avere luogo nei prossimi trent’anni e addirittura la possibilità che ciò si verifichi già prima del 2020.

Davanti ad un quadro così preoccupante risulta anacronistica la debole risposta lanciata dei rappresentanti dei governi riuniti a Bonn.

In particolar modo i paesi sviluppati, ad eccezione della Ue che si è da tempo impegnata a tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 e ha dichiarato la propria intenzione ad estendere la riduzione fino al 30%, hanno presentato degli obiettivi assolutamente insufficienti per una vera azione internazionale di lotta ai cambiamenti climatici, con una riduzione prevista del solo 10%, invece che del 25-40% richiesto.

Su tutti risalta il caso eclatante del Giappone che rischia di mettere in crisi l’intero negoziato. Il paese asiatico nei giorni scorsi ha comunicato di volere impegnarsi a ridurre le proprie emissioni entro il 2020 dell’8%, senza dunque rispettare il traguardo del 6% per il 2012 già sottoscritto con il  Protocollo di Kyoto.

Non sono, in questo caso, solo le ONG a dichiarare la totale mancanza di ambizione dei governi, ma è lo stesso Yvo de Boer, Segretario esecutivo del tavolo negoziale dell’ONU sui cambiamenti climatici detto UNFCCC, a non riuscire a mascherare il proprio disappunto. “In tanti anni che sono alla guida dell’UNFCCC è la prima volta che non so cosa rispondere” ha commentato alle pressanti domande in merito all’obiettivo dichiarato dal Primo ministro giapponese Aso.

Tra i corridoi di Bonn c’è già però chi inizia ad azzardare dei curiosi paralleli con quanto si è già verificato in passato con i governi storicamente climascettici, quale quello australiano ed americano. In entrambi i casi la poca lungimiranza dei due precedenti primi ministri, John Howard e G. W. Bush, ha contribuito a spianare la strada a due nuovi capi di governo in grado di meglio intercettare le reali preoccupazioni dei cittadini e capaci di porre il clima al centro dell’agenda politica.

Per le prossime elezioni giapponesi di settembre suoneranno probabilmente come un incubo per Aso i recenti sondaggi che vedono più del 60% della sua popolazione disposta ad accettare grossi tagli delle emissioni di CO2.

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Terra terra – Un trattato per il clima

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La rete internazionale delle organizzazioni ambientaliste è scesa in campo. Ieri a Bonn ha diffuso un “Trattato sul clima”, per formulare una proposta su come affrontare la più grave crisi ambientale del pianeta.

È un contributo in vista della conferenza dell’Onu sul cambiamento del clima, in programma in dicembre a Copenhagen, che dovrebbe definire impegni e azioni che tutto il mondo dovrà intraprendere dopo il 2012, termine di scadenza della prima fase del Protocollo di Kyoto. In altri termini, le associazioni di tutto il mondo vogliono mettere i propri “paletti”. Nel documento infatti enunciano tre linee-guida. Primo: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi (è la soglia raccomandata dall’Ipcc, Comitato Internazionale sul cambiamento del clima, il consesso scientifico internazionale che opera per l’Onu). Secondo, tagliare le emissioni di gas “di serra” dell’80% rispetto al livello del 1990 entro il 2050. Terzo, investire 115 miliardi di euro l’anno per le misure necessarie a “mitigare” l’effetto del cambiamento climatico ormai innescato.

Le proposte presentate ieri a Bonn sono il frutto di quasi un anno di lavoro. Le reti ambientaliste vogliono così avere la propria voce nella complessa diplomazia che sta lavorando in vista del vertice di Copenhagen – un po’ nelle riunioni tecniche che si svolgono a Bonn presso la Convenzione Onu sul clima, un po’ in occasione di conferenze e vertici mondiali: dalla riunione dei principali emettitori di CO2, voluta da Obama, al G8 di luglio dell’Aquila. “È la prima volta che una coalizione di gruppi della società civile compie un simile passo” precisa il responsabile mondiale per i cambiamenti climatici del Wwf, Kim Carstensen: “insieme abbiamo prodotto ciò che a oggi può essere considerato il più coerente documento legale in grado di presentare soluzioni bilanciate e credibili sul clima, basate su equità e dati scientifici”.

Il piano non esclude nessuno: ai paesi industrializzati propone di adottare Piani di azione “Zero emission”, a quelli in via di sviluppo piani “Low emission”. La combinazione di questi impegni dovrebbe riportare le emissioni mondiali di gas serra, dopo aver toccato un picco (tra il 2013 e il 2017) ai valori del 1990 intorno al 2020, con l’ambizioso obiettivo di ridurle dell’80% entro il 2050.

Il funzionamento di un simile meccanismo richiede l’introduzione di un limite di emissione mondiale delle emissioni di gas serra, una sorta di budget di carbonio, da cui far derivare gli impegni per i singoli paesi. Le ong chiedono che il Protocollo di Kyoto non sia abbandonato, ma anzi arrivi a definire degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra per i paesi industrializzati ancora più stringenti. A questo dovrà essere affiancato il nuovo Protocollo di Copenhagen, per stabilire impegni di riduzione delle emissioni vincolanti anche per gli USA, che come è noto non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, e per concretizzare un percorso a basso contenuto di carbonio per i Paesi in via di sviluppo. E poiché non basteranno per definire tutto questo i sei mesi che ci separano dalla Conferenza di Copenhagen, le ong chiedono un percorso di tre anni di lavoro successivi per definire in che modo strutturare i meccanismi di sussidio, di compensazione e di assicurazioni a favore dei paesi che già oggi subiscono i danni del caos climatico in atto. E di quello da attendersi nel futuro vicino, inclusi i flussi migratori, guerre per lo sfruttamento delle risorse naturali, rifugiati climatici in genere.

Terra terra – Clima da malpaese

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Molti si affannano a sottolineare che Germanwatch è solo una Ong tedesca e i suoi rapporti non hanno valenza ufficiale. Fattostà che in ogni suo rapporto l’Italia esce con le ossa più rotte. È avvenuto così negli ultimi anni per l’Indice di Performance sui cambiamenti climatici, che ci ha visto arretrare sempre di più nella classifica mondiale dei paesi più virtuosi per la lotta ai cambiamenti climatici, con un’inusuale par condicio che ha accomunato governi di centrosinistra e centrodestra.

È così anche per l’Economic/climate recovery score cards, la classifica che Germanwatch ha stilato in collaborazione con Ecofys per valutare quanto i pacchetti di “stimolo economico” predisposti dai vari paesi tengano conto della lotta ai cambiamenti climatici. Lo studio, presentato in questi giorni a Bonn in occasione dei lavori dell’Onu di preparazione della Conferenza di Copenhagen, considera solo un numero limitato di paesi: USA, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e l’Unione europea nel suo complesso. Per altre nazioni, quali Giappone, Cina e Sud Corea, non è stato possibile applicare completamente gli indicatori costruiti per lo studio, perché le informazioni disponibili non avevano il dettaglio sufficiente.

Secondo le indicazioni dell’IPCC, il comitato scientifico consultivo dell’Onu sui cambiamenti climatici, per affrontare in modo efficace il riscaldamento del pianeta sarebbe necessario investire nei prossimi anni dall’1% al 3% del Pil. Ora risulta che anche i paesi più virtuosi, quali Germania e Usa, non hanno ancora raggiunto quella soglia, avendo investito rispettivamente lo 0,5 e 0,4 del Pil. Solo la Ue riesce a fare meglio, perché ha destinato l’1,3% del suo budget (che però in termini assoluti è molto ridotto) alla produzione di energia rinnovabile, interventi strutturali sulle reti elettriche e la promozione di progetti per la cattura e lo stoccaggio della CO2 nelle grosse centrali a carbone.

E l’Italia? Con un pacchetto di sostegno all’economia complessivamente tra i più significativi, posizionandosi con i suoi 100 miliardi di euro dietro solo agli Usa, riesce ad avere una performance addirittura peggiorativa sui cambiamenti climatici.

Il pacchetto italiano, tutto orientato al trasporto, presenta infatti degli aspetti positivi rispetto agli incentivi sulle auto che favorisce l’introduzione di nuovi modelli a minore emissione, anche se non tende a favorire in modo specifico le auto a benzina e gasolio con minori emissioni di CO2.

A fronte di questo intervento positivo che gli indicatori di Germanwatch quantificano ad un livello poco sotto dello 0,3% del Pil, vi sono però interventi a favore della costruzione di nuove strade pari a ben oltre lo 0,6% che lo studio legge in chiave negativa perché tende a stimolare il trasporto su gomma e quindi le emissioni di CO2. Risulta così che l’effetto complessivo del pacchetto italiano ha un effetto addirittura negativo per circa il 0,4% del Pil, unico esempio tra i paesi oggetto di studio, visto che la Gran Bretagna ha una performance sostanzialmente neutra e tutti gli altri hanno una ricaduta variamente positiva alla lotta ai cambiamenti climatici.

Attendiamo adesso di vedere cosa accadrà nella pubblicazione del prossimo Indice di Performance sui cambiamenti climatici di Germanwatch, in pubblicazione a dicembre, anche se quanto è visibile all’orizzonte lascia solo ipotizzare un ulteriore scivolamento verso le ultime posizioni della classifica.

Terra terra – ‘Un taglio ai gas serra’ Debutta Obama il verde

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BONN – Lontano dal G20 londinese, un altro evento multilaterale sta mettendo alla prova la nuova amministrazione degli Stati Uniti e le sue relazioni con le nazioni “emergenti”, Cina e India in testa.

È la conferenza dei 175 paesi aderenti alla Convenzione delle Nazioni unite clima, riunita a Bonn questa settimana per preparare il terreno al vertice che nel prossimo dicembre, a Copenhagen, dovrebbe definire un accordo per il dopo-Kyoto, ovvero che definisca impegno per ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas “di serra” da qui al 2020 – ovvero vada oltre l’orizzonte del trattato che prende il nome dalla città giapponese, che chiedeva di tagliare entro il 2010 le emissioni di gas di serra del 5,2% in media rispetto al 1990.

La conferenza di Bonn è la prima uscita ufficiale dell’amministrazione di Barack Obama per ciò che riguarda la politica del clima: significativo, dunque, che a guidare la delegazione americana in Germania sia Todd Stern, già capo delegazione Usa ai tempi della stesura del Protocollo di Kyoto (allora alla Casa Bianca c’era Bill Clinton). E Stern non ha perso tempo nell’annunciare la volontà americana di invertire la rotta rispetto al recente passato e di riportare gli Usa alla guida dei negoziati sul clima. Del resto, fin dal suo insediamento Obama ha posto la lotta ai cambiamenti climatici tra le priorità del suo governo, al pari della volontà di uscire dalla crisi economico-finanziaria mondiale o di mettere fine alla guerra in Iraq. Un cambio netto rispetto al predecessore George W. Bush, che aveva inaugurato la sua amministrazione ricusando proprio il Protocollo di Kyoto.

A dare il segno delle intenzioni di Washington, martedì il governo Usa ha presentato la sua bozza di legge sull’energia pulita e la sicurezza energetica, un pacchetto molto ampio che promuove la produzione di energia pulita, i sistemi di trasporto a minore emissione di CO2, la costruzione di edifici più efficienti dal punto di vista energetico e l’ammodernamento di quelli esistenti, un utilizzo più efficiente dell’energia ma soprattutto accetta la logica della riduzione delle emissioni di CO2, rifiutata in passato non aderendo al Protocollo di Kyoto. Ecco dunque l’annunciato stimolo alla green economy.

In campagna elettorale Obama aveva promesso di tornare entro il 2020 allo stesso livello di emissioni del 1990, impegno già significativo considerato che da allora le emissioni americane sono cresciute di circa il 13%. La proposta di legge fissa però un taglio maggiore delle emissioni, portandole nel 2020 sotto il 7% rispetto al valore del 1990 che, considerando i valori attuali, significa una riduzione netta del 20%.

Definire gli impegni Usa di riduzione delle emissioni di gas di serra è anche il primo passo per entrare a far parte del “mercato della CO2”, già avviato in Europa: si tratta dello scambio di quote di emissioni ammesse tra i paesi industrializzati legati dal Protocollo di Kyoto, un meccanismo simile a una borsa, da cui il mondo imprenditoriale americano non vuole restare escluso.

La bozza americana di nuova politica energetica e impegni al taglio delle emissioni è stata accolta in modo molto favorevole, ieri, dall’Unione europea, per bocca del suo commissario all’ambiente Stavros Dimas, oltre che dalle ong ambientaliste qui presenti. Anche Cina e India hanno manifestato apprezzamento: e però ieri hanno ripetuto che i paesi industrializzati, Usa in testa, devono impegnarsi a tagliare le loro emissioni di gas di serra “almeno del 40%” rispetto al livello del 1990 entro il 2020, cioè ben più di quanto finora accettato.

Ma questa è appunto la posta in gioco nei negoziati in vista del vertice di dicembre. Ed è su questo processo negoziale che gli Usa vogliono riprendere una leadership, per sbloccare la situazione attualmente di stallo e arrivare a definire un quadro di impegni post-Kyoto (il trattato che definisce impegni dei paesi industrializzati fino al 2012). Va in questo senso la proposta lanciata da Obama alla vigilia della conferenza di Bonn, di un incontro tra i principali paesi emettitori di gas serra, il 27 e 28 aprile a Washington. Anche il predecessore Bush aveva convocato un minivertice sul clima, nel 2007: la differenza è che Obama non lo intende come un tavolo alternativo che delegittima l’Onu, bensì come un ambito di negoziazione ristretto ma funzionale all’accordo di Copenhagen.

Ne consegue anche la richiesta all’Italia di dare spazio, in coda al G8 di luglio, a ulteriori due giorni di lavoro sul clima. Invito che Silvio Berlusconi è stato costretto ad accettare, nonostante i cambiamenti climatici non siano certo una priorità del governo italiano: non si spiegherebbe altrimenti la mozione recentemente presentata al Senato che mette in discussione l’esistenza

Terra terra – Gli scienziati scettici convocati da Forza Italia

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Il clima non sta cambiando.

Anzi sì, ma non è colpa dell’uomo. O meglio, forse, ma qualche grado in più non può che far bene all’agricoltura. È questo il chiaro e univoco messaggio da un convegno organizzato ieri da Forza Italia per spiegare ai rappresentanti delle Commissioni di parlamentari la verità scientifica sul riscaldamento del pianeta. Intento poco riuscito perché esigenze “organizzative” hanno portato ad anticipare la vetrina dei politici, costretti poi ad abbandonare la successiva sessione scientifica.

Eppure le attese erano molto alte, visto l’annuncio della presentazione di un documento in grado di sbugiardare il IV Rapporto dell’Ipcc, il gruppo di studiosi che fornisce le basi scientifiche all’Onu. Il testo è stato realizzato dal Nipcc (curiosa la somiglianza con la sigla Ipcc, con cui non ha però niente a che fare), presentato lo scorso anno al Senato americano con 650 firme di scienziati e subito smentito dal mondo scientifico per la sua scarsa affidabilità.

Curioso che l’asso nella manica degli organizzatori non sia neanche stato presentato nel corso del convegno. Non si è però abbandonato il tentativo di smascherare la presunta faziosità dell’Ipcc, optando faziosamente per un panel caratterizzato dalla totale assenza di scienziati difensori delle tesi dell’Ipcc. Decisamente granitica la posizione dei relatori, nel vedere il riscaldamento del pianeta come una grande bufala. “Il clima cambia in modo naturale, l’uomo non centra”, sentenzia Franco Battaglia, prof. di chimica all’Università di Modena che non conta alcuna bibliografia scientifica sul tema, ma noto per l’assidua presenza nelle pagine del Giornale come confutatore dei cambiamenti climatici. Del resto, chiarisce Battaglia, “su questi temi non serve avere pubblicazioni scientifiche…perché queste sono cose banali”.

Nella difficoltà di spiegare quali fossero le tesi scientifiche realmente contestate all’Ipcc, nel corso della giornata sono state presentate interessanti certezze scientifiche. Scopriamo così finalmente che il CO2 non è gas velenoso, che il clima è sempre cambiato nella storia della terra e che l’effetto serra è indispensabile per consentire la vita sulla terra. A più voci è stata manifestata la convinzione che esista un grande disegno basato sulla disinformazione e sulla paura per manovrare l’opinione pubblica su questi temi, denunciando un meccanismo di cui sembravano essere ben conosciute le dinamiche. Svanita la paura del cambiamento del clima era necessario trovare un altro elemento per sostenere la soluzione chiave a tutti i problemi: il nucleare. Si riconosce così l’esistenza del picco del petrolio, risorsa destinata ad essere sempre più rara in futuro. Ed è forse la cosa più interessante della giornata.

Terra terra – Bufale climatiche

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Il meccanismo è vecchio, ma funziona sempre. Si lancia la “bufala” sui giornali sapendo che la forza d’urto dell’onda dello scoop sarà sempre maggiore di quella dei rivoli di risacca delle smentite.

Poco importa quanto siano grosse le sparate iniziali, l’effetto è garantito. Così è avvenuto anche per i cambiamenti climatici in Italia dove, dopo alcuni articoli in ordine sparso dello scorso autunno, all’inizio del 2009 si è svelato un ampio fronte che nega l’esistenza stessa del riscaldamento del pianeta.

Non si trattava in questo caso del classico “al lupo, al lupo” gridato contro le teorie del riscaldamento del pianeta in occasione dei primi freddi invernali, ma di un fatto ben più grave, capace da solo di far tremare le convinzioni di tutti i catastrofisti del pianeta.

Molti giornali hanno infatti rilanciato all’unisono la notizia che l’estensione dei ghiacci dell’artico era tornata a crescere notevolmente, riportandoli all’estensione che questi avevano nel 1979. Si minava così alla base la credibilità dell’Ipcc, il panel di scienziati del clima che opera per l’Onu e che nel IV Rapporto (2007), manifestava tutta la sua preoccupazione sul futuro della banchisa artica.

C’è solo un piccolo particolare: quella notizia era completamente errata e falsa. Errata perché partiva da un articolo di un giovane climatologo americano messo in discussione poco dopo la sua pubblicazione perché analizzava dati provenienti da due satelliti diversi senza apportarvi alcuna correzione ma, ancora peggio, confrontava solo due dati puntuali e non l’analisi delle tendenze delle temperature nel tempo.

Come affermare che il pianeta si sta raffreddando perché oggi è più freddo dello stesso giorno di 30 anni fa.

La notizia riportata dai giornali è però anche falsa perché prende spunto dal confronto di dati cumulativi puntuali di copertura dei ghiacci di polo nord e polo sud e viene trasformata nella stampa italiana in un annuncio di riduzione dei soli ghiacci artici.

Può sembrare una differenza secondaria, ma nasconde una sottile sfumatura , perché gli scienziati dell’Ipcc differenziano la loro posizione sul destino dei ghiacci nei due poli.

Da una parte vi è l’ampia convinzione, supportata anche dall’oggettivo andamento delle misurazioni negli anni, che il riscaldamento del pianeta sta portando alla riduzione dell’estensione del ghiaccio della banchisa artica e che probabilmente nei prossimi anni si arriverà a un suo temporaneo ma totale scioglimento nei mesi più caldi.

Per il polo sud la situazione è invece più complessa e allo scioglimento del ghiaccio marino potrebbe corrispondere un aumento di quello continentale per le maggiori precipitazioni nevose legate all’aumento dell’umidità nell’aria e alle temperature sempre rigide di quell’area. I dati reali ci dimostrano per il momento che il polo nord diminuisce in media ogni anno di 47.000 km e il polo sud aumenta di circa 15.000 km, con una riduzione netta globale di 32.000 km, in linea con le posizioni dell’Ipcc.

Negare l’esistenza del processo di riduzione dei ghiacci artici significa negare la realtà e mettere in discussione l’ipotesi stessa di cambiamento del clima. Perché allora la stampa italiana dà così spazio a notizie poco attendibili sul clima? E’ colpa dei giornalisti che non hanno le competenze per affrontare un tema complesso come i cambiamenti climatici? O vi è il dolo di chi cerca sul fronte politico e culturale, anche davanti alle evidenze, di impedire la spinta al necessario cambiamento?

Difficile da dirsi. Intanto restiamo in attesa della prossima onda.