Clima, storico accordo per abbassare la febbre della terra

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A Parigi 194 Paesi raggiungono l’intesa per ridurre le emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Cento miliardi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo. No del Nicaragua.

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Parigi consegna alla storia un accordo globale in cui tutti i paesi del mondo hanno accettato di collaborare seriamente alla lotta contro il cambiamento climatico. Troppo presto per considerare risolto il problema, ma il documento rappresenta l’avvio di un percorso di non ritorno verso un mondo a basso contenuto di carbonio.

L’aumento di temperatura dovrà essere “ben al di sotto” dei 2°C, intraprendendo sforzi per restare al di sotto di 1,5°C.

Gli impegni globali di riduzione delle emissioni oggi sul tavolo non sono però ancora sufficienti a restare in questa traiettoria e ci condurrebbero senza scampo all’incremento non sostenibile di 2,7°C.

“L’accordo non salva il pianeta”, sostiene Billy McKibben, uno dei fondatori della ONG 350.org, “ma ha salvato la possibilità di salvare il pianeta”. Bisogna fare di più e farlo meglio.

Il segnale

Da Parigi la politica mondiale lancia un segnale senza spazi d’interpretazione proprio in questa direzione al sistema economico e ai cittadini di tutto il mondo.

Da oggi inizia il percorso di sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili e una serie di cambiamenti radicali collegati che interesseranno il sistema dei trasporti, il riscaldamento degli edifici e l’uso dell’energia in generale. L’accordo rappresenta la certezza del cambiamento, anche se bisognerà adesso iniziare a lavorare su tempi e modi. Fornisce il contesto in cui lavorare assieme a livello mondiale e in modo più trasparente al raggiungimento dell’obiettivo comune.

Il primo cambio di rotta importante è l’eliminazione dell’obbligo di tagliare le emissioni per i soli paesi sviluppati. Ora ognuno è chiamato a fare la sua parte sulla base delle proprie possibilità. Era questo uno scoglio che sembrava insuperabile dai tempi del Protocollo di Kyoto, continuamente riconfermato nel tempo, soprattutto da Cina e India, economie che sono però cambiate radicalmente da allora. Gli impegni di riduzione rimangono su base volontaria per tutti, con un approccio di partecipazione dal basso. Si inizierà a fare il punto sulla loro adeguatezza già nel 2018, con uno sguardo sempre più attento a quanto richiede la scienza e poi con scadenza quinquennale.

È previsto un meccanismo trasparente per monitorare che gli impegni vengano realmente attuati dai diversi paesi. Altro aspetto che ha creato non pochi mal di pancia ai paesi meno aperti verso l’esterno.

Confermato il supporto finanziario per i paesi in via di sviluppo, in primo luogo quelli meno sviluppati, al fine di aiutarli ad attuare azioni di adattamento al cambiamento climatico e di riduzione delle emissioni che non potrebbero affrontare da soli. Si tratta dei 100 miliardi all’anno da rendere disponibili entro il 2020, ma anche di un supporto per il quinquennio successivo.

Sono sparite dalla versione precedente delle frasi che spingevano a ridurre gli investimenti a favore di attività ad alte emissioni di CO2, sembra su spinta dei paesi produttori di petrolio, ma è rimasto l’invito ad introdurre un prezzo per la CO2, elemento di sicuro importante riferimento per molte politiche future.

Rafforzata l’importanza del trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi più poveri al fine di consentire loro di intraprendere un percorso più sostenibile di sviluppo. Interessante anche il ruolo più centrale attribuito alle foreste nel percorso di riduzione delle emissioni globali.

È da segnalare che il documento non ha preso la forma di un Protocollo o Trattato internazionale per non incorrere nello sgambetto dei percorsi di ratifica nazionali, com’è stato per il Protocollo di Kyoto in USA, assumendo invece le vesti di un semplice accordo all’interno della Convenzione. Saranno pertanto previste diverse modalità di adesione da parte di tutti i paesi per un anno, a partire dal 22 aprile 2016. Per entrare in vigore dovrà avere la firma di almeno il 55% dei paesi, responsabili del 55% delle emissioni globali.

Il successo dell’Europa

L’accordo di Parigi rappresenta un grande successo politico dell’Europa. Innanzitutto del Ministro francese Laurent Fabius, Presidente della COP21, che ha svolto un lavoro magistrale capace di fare dimenticare la deprimlo scenario onuente esperienza danese di Rasmussen nel 2009. Fabius ha organizzato una COP perfetta, tanto dal punto logistico che organizzativo. Ha saputo gestire in modo eccellente il negoziato ascoltando tutti i paesi, guidando con attenzione e trasparenza il processo, senza però mai cedere sotto la soglia del livello di ambizione minimo. Il risultato di Parigi ha però radici ben più lontane nel tempo. Da diversi anni l’Ue ha lavorato con i paesi delle piccole isole e quelli meno sviluppati per creare un nuovo blocco negoziale, l’High Ambition Group, in grado di creare una frattura nel blocco dei paesi in via di sviluppo, anche al fine di isolare Cina e India.

A Parigi il gruppo si è poi allargato, accogliendo prima gli USA e poi Canada, Australia e Brasile. E per molti è stato il tassello chiave per la rottura dei vecchi equilibri.

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