“Più 2°C per le piccole isole del Pacifico sarebbe una catastrofe”

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A Parigi la discussione sul tetto massimo d’innalzamento della temperatura è ancora aperta. Per molti la scelta tra 1,5°C o 2°C è solo uno dei tanti aspetti su cui imbastire la partita dei compromessi. Ma per Francois Martel è un punto non negoziabile, perché legato alla sopravvivenza stessa della popolazione che rappresenta. È il Segretario Generale del Pacific Island Development Forum, un gruppo che conta 23 paesi, circa 5.000 isole e un milione di abitanti, escludendo la Papua Nuova Guinea.

Abbiamo già raggiunto l’innalzamento di 1 grado di temperatura e gli impatti sono già rilevanti per le piccole isole del Pacifico. L’ipotesi di arrivare alla soglia dei 2°C potrebbe essere catastrofico per molti di noi.

Obiettivo però già condiviso da tutti sei anni fa a Copenaghen. Certo. Ma anche la scienza è evoluta nel frattempo, dimostrando che gli impatti sarebbero molto più pesanti del previsto.

In particolare l’innalzamento del livello del mare? Non solo. Aumenterebbe l’intensità delle precipitazioni e per contro una riduzione della disponibilità di acqua e delle produzioni agricole. Vi sono poi i danni collegati all’acidificazione degli oceani, a partire dalle barriere coralline e, a cascata, alla catena trofica ad essa collegata. Con un impatto amplificato sull’intera produzione ittica e sulle popolazioni che sulla pesca basano la propria sussistenza.

Tutti impatti che stanno già avendo luogo. Che si manifesterebbero però con un’intensità ancora maggiore. L’incremento d’impatto, già critico con 1,5°C, aumenterebbe di almeno il 10% in ogni settore, mettendo in ginocchio situazioni che sono già in condizione di forte stress.

Ma come pretendere 1,5°C, quando già i 2°C sembrano un obiettivo impossibile? In realtà il costo tra i due diversi limiti di temperatura è all’incirca lo stesso. Quello che cambio è il tempo in cui intraprendere le azioni. La finestra temporale per stare sotto 1,5°C si sta però chiudendo e se continuiamo ai ritmi attuali, la raggiungeremo già entro il 2020. Accettare l’obiettivo 1,5°C equivale a riconoscere il senso di urgenza verso la decarbonizzazione, considerata anche da Angel Gurria, Segretario Generale dell’OCSE, uno degli obiettivi che dovrebbe contraddistinguere l’Accordo di Parigi.

Potreste accettare anche un obiettivo misto che citi sia i 2°C e sia 1,5°C? Il nostro punto fermo è 1,5°C. Penso però, a livello personale, che si potrebbe anche accettare l’ipotesi intermedia, a patto che sia supportata da azioni forti e concrete.

Con il nuovo High Ambition Group sembra che abbiate aumentato il supporto verso 1,5°C. Questo gruppo, annunciato solo pochi giorni fa, conta già più di 120 paesi, tra cui UE e USA. Tra i punti condivisi del gruppo vi è, oltre alla richiesta di avere un accordo legalmente vincolante, l’ipotesi di fissare a 1,5°C il limite d’innalzamento della temperatura.

Il nuovo gruppo sembra fatto apposta per mettere in angolo i paesi del BASIC, India e Cina in primis. Non è mai una buona idea chiudere in un angolo una tigre… Abbiamo creato questa alleanza per incrementare il livello di ambizione anche di quei paesi, ma siamo invece alleati con India e Cina sul tema del Loss and Damage, su cui invece UE e USA non sembrano convergere, e sul tema della differenziazione.

Differenziazione significa maggiori impegni per i paesi sviluppati, ma anche uno sforzo maggiore dalle economie emergenti. Si, è vero, anche loro debbono fare di più. L’India, ad esempio, deve vedere l’opportunità di portare energia in modo sostenibile ai venti milioni di abitanti che ne sono ora sprovvisti. La differenza sta nel produrre energia in modo convenzionale, usando il carbone o attraverso fonti rinnovabili.

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